Tutti gli articoli su giappone
Uscito in Italia per la Starcomics, Ransie la strega (Batticuore Notturno) della scrittrice Koi Ikeno è il tipico manga Shoujo, rivolto cioè a un pubblico femminile di solito adolescenziale. Ormai questa storia, composta da trenta numeri, risale a oltre vent’anni fa, anche se nel 2000 è uscito un volumetto a parte, dal titolo Nei paraggi di una stella che, narrando le vicende dei figli di alcuni dei protagonisti principali, è stato inteso dall’autrice come la vera conclusione.
Chi è stata bambina negli anni novanta ricorda forse l’anime tratto dal fumetto, una storia romantica dallo sfondo fantastico e dai tanti risvolti umoristici.
Ranze Eto (diventata Ransie nel doppiaggio italiano del cartone animato e sulle copertine dei fumetti) è una bella ragazzina di quindici anni: figlia di un vampiro e di una lupa mannara, appartiene al mondo magico anche se i suoi genitori hanno deciso di vivere sulla Terra. Anche Ranze ha dei poteri: mordendo qualcuno con i suoi canini appuntiti ne può assumere le sembianze finché, starnutendo, non rompe l’incantesimo.
Contravvenendo a tutte le regole del suo mondo, che proibiscono l’unione tra esseri magici e umani, Ranze si innamora di un compagno di classe, Shun Makabe, un giovane un po’ scontroso che sogna un futuro come boxeur.
Il suo amore per il bel ragazzo la caccerà nei guai, ma non tanto quanto la missione che il Re del loro mondo affida ai genitori della ragazza: scovare e uccidere il suo figlio segreto, il principe che vive sulla terra sotto spoglie umane…
Molto più complesso dell’anime (che di fatto si ferma ai primi volumetti della saga) il manga racconta molteplici vicende fantastiche che si intersecano tra di loro, dove il protagonista indiscusso rimane però – perché di shoujo si tratta – il legame tra Shun e Ranze, non così scontato come può sembrare perché passerà attraverso la maturità fisica ed emotiva di entrambi i protagonisti oltre che tra mille ostacoli, magici e non, che si frapporranno tra di loro. Il tutto condito da una sana dose di umorismo, con momenti divertenti che spezzano i momenti di maggiore tensione o romanticismo e rendono la lettura frizzante e mai smielata.
La vicenda di Shun e Ranze si chiude nella prima metà della saga: dal volume 17 in poi l’attenzione della manga-ka si sposta su Rinze, il fratellino di Ranze diventato ormai adolescente e a sua volta, come già la sorella prima di lui, costretto a fare i conti con il profondo legame che lo unisce al mondo umano.
Devo dire che ho ripreso in mano con molto piacere questo manga dopo anni e anzi, non mi ricordavo un’opera di livello così alto e dalla storia così intricata e così piena di personaggi (all’epoca mi fu prestato ma sospetto di non aver avuto in mano che una parte dell’intera saga). Visto che il primo volume è datato 1982 e il trentuno è uscito nel 2000, si nota una diversità del tratto tra i primi disegni e gli ultimi, anche se la cosa alla fine fine è piacevole: è come se anch’esso fosse maturato insieme ai protagonisti.
Anche il volumetto conclusivo è stato sicuramente un regalo gradito di Koi Ikeno ai suoi fan, forse ai suoi tempi chissà, anche inaspettato perché uscito quasi cinque anni dopo il numero trenta: l’ideatrice lo chiude con una bel disegno commovente che illustra sé stessa che saluta tutti coloro i quali hanno seguito la sua storia per quasi vent’anni.
Lo consiglio alle adoratrici del mondo giapponese shoujo, qualsiasi età voi abbiate: del resto, sarà anche per ragazzine ma io di anni ne ho trentaquattro!

Prima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra.
Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna.
Questo romanzo si discosta dalla usuale produzione di Murakami, che è uno scrittore continuamente in bilico tra realtà ed irrealtà e il cui cavallo di battaglia si intitola La fine del mondo ed il Paese delle Meraviglie; in principio si pensava che sarebbe stato un caso isolato, ma da Norwegian Wood qualcosa sembra sia cambiato nello scrittore stesso e infatti la realtà nelle sue sfaccettature più concrete verrà ripresa anche nel romanzo A sud del confine, ad ovest del sole, un altro suo successo.
Il titolo con cui il libro è stato conosciuto fino a poco tempo fa era Tokyo Blues, in primo luogo perché la musica fa da filo conduttore all’intera vicenda e poi perché il blues, con le sue atmosfere vagamente tristi ed in continua evoluzione, rappresentava magnificamente l’alternarsi delle avventure del protagonista. Tuttavia Murakami stesso ha voluto, nella riedizione di Einaudi, che fosse ripristinato il titolo originale ripreso da una canzone dei Beatles. Chiunque conosca le note di “Norwegian Wood” avrà già un assaggio dell’atmosfera che impregna il libro, il che è davvero un singolare esempio di come le arti possano compenetrarsi a perfezione.
Il protagonista della storia è Watanabe Tōru, un diciannovenne che vive in un collegio di Tokyo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Nella sua vita la morte ha già fatto capolino, a causa del suicidio del suo migliore amico Kizuki, il quale gli ha lasciato in “eredità” l’affetto della sua ragazza Naoko, una personalità attraente ed inquieta quanto fragile. Le debolezze di Naoko si traducono in una malattia che la porta lontano da Tokyo, in una casa di cura situata in una località montana.
Pur pensandola costantemente, Tōru deve tirare avanti con la sua vita, se non vuole sprofondare nel baratro della depressione. Così fa amicizia con un’altra ragazza, Midori, che invece ha un temperamento coraggioso e combattivo e, nonostante la vita le abbia inferto gravi perdite e profondi dolori, non ha mai perso il suo spirito e il desiderio di vivere felice. In bilico tra l’oscura attrazione per Naoko e il contagioso entusiasmo di Midori, il ragazzo affronterà il proprio personale passaggio da adolescente a uomo maturo,finché la vita e la morte non lo costringeranno a compiere scelte definitive per il suo futuro.
Romanzo di sentimenti e di formazione, “Norwegian Wood” è forse una delle espressioni più delicate e riuscite nella narrativa giapponese che conosco (troppo poca, sempre troppo poca, per la verità!) di tradurre nel concreto le sfaccettature della più varia umanità. La triade di protagonisti ha dalla sua parte una forza irresistibile nel completarsi a vicenda, sebbene i personaggi di Naoko e Midori siano agli antipodi (anzi, forse proprio per questo).
Allo stesso tempo Murakami ci regala una galleria di personaggi secondari di tutto rispetto che fanno breccia immediatamente nel cuore del lettore: c’è il compagno di stanza di Tōru soprannominato Sturmtruppen per via della sua attitudine all’ordine e alla pulizia, le cui avventure fanno sorridere tutti; c’è l’egoista Nagasawa, amico del ragazzo, che nonostante l’ammirazione non può fare a meno di notare come ogni sua azione sia volta esclusivamente ad una vantaggio personale; infine c’è Reiko, che forse riesce ad ottenere le simpatie del lettore alla pari dei protagonisti: è una donna di mezza età, che si trova nella clinica di Naoko e le fa da sorella maggiore, confidente e amica. La sua malattia mentale non è che un rifiuto della crudeltà umana, una ipersensibilità che ne fa anche una bravissima musicista.
Lo stile con cui tutta la vicenda viene descritta è elegante e delicato, nonostante gli argomenti spesso scivolino sulla sessualità e richiedano la terminologia adeguata; le pagine scorrono una dietro l’altra come un piccolo fiume in piena. E la cosa più importante è che, una volta chiuso il libro, non ci si dimentica degli “amici” che Murakami ci ha fatto conoscere così intimamente: no, essi restano sospesi nella memoria, insieme a tanti pensieri sulla nostra realtà, sui nostri affetti, su come è bene affrontarli e su quanto è dolce ricordare i bei momenti passati.
Dead Moon è l’ultima opera di Luis Royo, il bravissimo illustratore spagnolo. La storia, dal carattere prettamente orientale, è una rivisitazione della storia di Romeo e Giulietta in chiave fantasy.
I protagonisti, i principi Marte e Luna, sono i discendenti delle due famiglie di una città immaginaria; i due castelli, posti agli estremi della città, rappresentano dal lato femminile la stregoneria e la sensualità e dal lato maschile la guerra e la violenza.
I due principi sono divorati da un odio e da una passione sconfinati, sentimenti troppo grandi per questo mondo.
In Dead Moon l’artista racconta la storia dei due giovani, quella drammatica della principessa Luna, nata morta sotto l’astro che porta il suo nome e tenuta in vita da sortilegi e incantesimi, incapace di baciare un uomo senza ucciderlo; e quella ugualmente drammatica di Marte, sanguinario e violentissimo guerriero che ha assassinato la stirpe di Luna.
Entrambi si odiano, desiderano vendetta, ma al tempo stesso si desiderano l’un l’altro… la storia conduce a un inevitabile drammatico epilogo.
Il libro, che costa 22€ e conta 122 pagine, è corredato dalle splendide illustrazioni di Royo. Il testo è molto poco, a dir la verità, e quasi superfluo a fronte del potere evocativo e suggestivo delle immagini create da Luis Royo. L’ho letto tutto nella mattina di Natale, in poco più di mezz’ora, quindi non c’è da aspettarsi granché sotto il profilo d’intrattenimento; anche lo stile lascia a desiderare, ma il libro è più una graphic novel, o un albo illustrato che altro.
La storia non brilla per originalità o altro, ma l’acquisto di Dead Moon è senz’altro subordinato al desiderio di tenere tra le mani le illustrazioni dell’artista spagnolo, più che a conoscere la storia dei due amanti.
L’ambientazione è molto suggestiva: si rifà al Giappone nel fisico dei personaggi, ma non ha niente di storicamente giapponese, i castelli sono occidentali e nemmeno le armature dei guerrieri assomigliano a quelle dei samurai.
L’edizione della Rizzoli Lizard è bellissima, curata in ogni dettaglio. È anche pesantissima, tanto che tenere il libro con una sola mano risulta quasi difficoltoso.
In definitiva, Dead Moon lo consiglio agli amanti dell’oriente, di Royo, del fantasy. Ho speso 22€ e sono felice di averlo fatto!
Negli anni ’80, tra i filoni di grande successo dedicati ai robottoni e alle orfanelle, si inseriva nel panorama degli anime quello dedicato agli sport, che aveva i suoi cavalli di battaglia in fenomeni come Mimì e la Nazionale di Pallavolo, Mila e Shiro, Holly & Benji.
Nell’ambito dei fumetti, la diffusione dei “manga sportivi” non ha avuto certo il medesimo effetto, ma sul finire degli anni Novanta il Giappone (e successivamente l’Italia) è stato travolto da una squadra di basket molto particolare, formata dai protagonisti dell’opera di Inoue Takehiko: Slam Dunk.
Chi conosce bene la trama di Mila e Shiro potrebbe trovare qualche somiglianza: il personaggio principale è infatti un ragazzo dai capelli rossi, ribelle per non dire teppista, che per ottenere l’amore di una ragazza si butta anima e corpo nello sport. In questo caso si tratta di pallacanestro, perché il nostro Hanamichi Sakuragi ha la fortuna di essere altissimo (per o meno per gli standard giapponesi).
La squadra del liceo Shohoku non ha grandi elementi di spicco; per lo meno all’inizio l’unico giocatore degno di questo nome è il capitano Takenori Akagi che è anche il fratello di Haruko, la musa ispiratrice di Hanamichi. Tuttavia ben presto il team si arricchisce di nuovi elementi come Hisashi Mitsui, un teppista con un passato da grande giocatore alle scuole medie, Ryota Miyagi grandissimo playmaker penalizzato dalla scarsa altezza e soprattutto Kaede Rukawa, promessa del basket, bravo quanto arrogante e – ciò che è peggio – capace di far andare in visibilio tutte le ragazzine, Haruko compresa.
Il percorso dello Shohoku per arrivare alla conquista del campionato è l’anima del fumetto, tuttavia non mancano le situazioni di vita personale, i problemi adolescenziali, le gelosie, le difficoltà ma anche le soddisfazioni che animano una squadra così eterogenea e particolare. Il tratto di Inoue è pulito, i dialoghi spesso esilaranti, specie nelle parti che vedono contrapposti i due rivali Sakuragi/Rukawa. C’è, inoltre, una serie di personaggi di contorno di forte impatto; il più delle volte si tratta di avversari da battere come Akira Sendo, talentuosa ala della squadra del liceo Ryonan.
Lo sport è, naturalmente, il vero protagonista dell’opera con la sua capacità di unire e migliorare i caratteri di coloro che vi si dedicano; lo humor sempre presente impedisce al lettore di annoiarsi o anche solo di far calare la propria attenzione e le vignette in superdeformed piazzate nei momenti più impensati rendono simpatici anche quei personaggi che nel continuum della storia avrebbero i ruoli più solenni o distaccati.
Da Slam Dunk è stato tratto anche un anime e diversi OAV, segno del successo del’opera. Forte di questo consenso, l’autore si è dedicato ad altri due manga sullo stesso argomento: Buzzer Beater e Real; quest’ultimo tratta però del mondo del basket per disabili e va a toccare una tematica sociale decisamente innovativa per il mondo dei fumetti.
Leggere Banana Yoshimoto lascia sempre un’incognita profonda terminato il libro. Cosa ho letto? Non perché non consideri il genere umano in grado di districare le intricate trame – ma diciamocelo, spesso e volentieri un po’ trite e ritrite – quanto piuttosto perché: mi piace Banana Yoshimoto o Giorgio Amitrano? La questione della traduzione è una strada senza uscita. Quando leggiamo opere provenienti dall’estero compiamo un atto di fede nei confronti di chi, per noi, compie un lavoro di traduzione e selezione.
Questa fiducia non è sempre incondizionata, spesso le nostre conoscenze di lingue straniere ci permettono di giudicare il testo per quello che è nella sua lingua e per quello che diventa nella nostra. Nel caso del giapponese, però, c’è poco da intuire per gran parte della popolazione italiana. Qualche tempo fa allora ho comprato un libro che è in realtà un libricino, e s’intitola “Il mondo di Banana Yoshimoto”. Firmato proprio Giorgio Amitrano.
In questo collage di interviste, riflessioni e immagini scopriamo qualcosa di più della nota autrice, e soprattutto dell’abilità di narratore – o in questo caso di cronista, forse – del più noto traduttore di letteratura “leggera” giapponese. Giorgio Amitrano ci racconta nel dettaglio i sorrisi e le mosse che contraddistinguono la “piccola” scrittrice, che dalla traduzione di Kitchen dei primi anni 90 si è riconfermata un fenomeno editoriale di anno in anno.
Perché è di almeno un libro all’anno, dice la stessa Yoshimoto, che si deve parlare per essere considerati qualcuno nel campo editoriale giapponese. Questa è solo una delle osservazioni che Giorgio Amitrano riporta fedelmente, e intono alla quale costruisce una cornice di parole che allettano e soddisfano l’orizzonte d’attesa del lettore.
Oltre ad analizzare le opinioni di Banana Yoshimoto sul mondo, Amitrano ci introduce nel mondo della scrittrice che non sempre rispecchia quello in cui viviamo. Se il suo lavoro richiama gli shojo manga per trama e, spesso, per stile, le influenze sono invece più vaste e varie. Non ultimo Dario Argento, di cui si interessa quando l’intervista si trasforma in un chiacchiericcio amichevole, che l’autore del libricino di cui vi sto parlando accenna appena, in maniera delicata, da far venir voglia di appollaiarsi su uno sgabello e osservarli, oltre che ascoltarli.
Così ogni “capitolo” affronta un tema della vita e delle opere di Banana Yoshimoto, che spesso si intrecciano e si sovrappongono, così come i suoi personaggi, che sembrano chiamarsi e rispondersi di romanzo in romanzo.
Amitrano si conferma duplicemente capace: come intervistatore, quando pone le linee guida per aiutare una persona da sempre riservata a rivelarsi al suo pubblico, e come scrittore, quando ripropone e osserva in maniera personale alcuni momenti topici della narrativa dell’autrice.
Grazie a queste pagine, inoltre, ho potuto scoprire i lavori di Nara Yoshitomo, artista contemporaneo del movimento Pop-art.
Più volte navigando in internet mi sono detta che certi ragazzi – autori sconosciuti di fan fiction (abili cioè nello sviluppare trame alternative per serie di anime, telefilm o libri molto amati) – meriterebbero la pubblicazione più di molti nomi che siamo ormai abituati a vedere sugli scaffali delle nostre librerie. Fino ad oggi, però, sembrava che la categoria dei “fanwriters” fosse relegata alla letteratura di serie B, senza alcun riconoscimento se non le dichiarazioni di stima dei lettori dei siti dedicati.
Finalmente questo muro di gomma si è rotto, grazie a Lara Manni ed al suo Esbat, che in origine era una fan fiction su Inuyasha (alzi la mano chi non conosce il mezzo demone con le orecchie canine creato da Takahashi Rumiko. Se proprio non vi viene in mente potete documentarvi su wikipedia), ma che ha finito poi per discostarsi dalla traccia originale per arrivare alla stesura di un racconto particolare ed avvincente.
Esbat è il nome con cui nella wicca viene chiamato un rituale che può compiersi solo con la luna piena e attraverso cui, in questa storia, il demone Hyoutsuki (Luna di ghiaccio) esce dal manga in cui è relegato perché desidera che l’autrice modifichi un finale che lo vedrebbe perdere le sue caratteristiche originali per diventare una spregevole imitazione di essere umano da cuore tenero.
La disegnatrice giapponese, chiamata solo Sensei (maestra), ha infatti il potere di interferire tra le dimensioni e modificare mondi che lei crede di aver inventato ma che esistevano già da prima. La donna non può fare a meno di innamorarsi del demone, così freddo e perfetto da scatenare la follia in chi lo guarda. Allo stesso tempo si intrecciano le storie di alcuni fan giapponesi, e di due ragazzi italiani appassionati al fumetto; in particolare si sviluppa la vicenda di Ivy, un’adolescente infelice, che ha anche lei a sua insaputa il potere di modificare i mondi e potrebbe diventare dunque facile preda per lo spietato Hyoutsuki.
Anche se la trama principale segue l’ossessione della Sensei, sento di poter definire Esbat come un romanzo corale in cui le varie voci si uniscono a creare un insieme omogeneo. Lodevole è il tentativo di combinare due realtà così diverse come l’Italia e il Giappone e a questo proposito devo muovere il mio piccolo appunto (niente più che un’impressione personale, dato che ho studiato giapponese all’università): le ambientazioni ed i personaggi sono ottimi nella loro caratterizzazione; ciò che suonano un po’ troppo “occidentali” sono i riferimenti a cui tali personaggi si rifanno. Si tratta infatti di poesie, canzoni, citazioni italiane o americane e questo – come chi ha vissuto in Giappone ben sa – è un po’ forzato.
Ciononostante, non si ha mai l’impressione di avere tra le mani un testo su cui l’autrice non abbia lavorato, al contrario. È chiaro il processo di studio sulle espressioni, persino sui nomi propri, nonché sulle differenze di linguaggio adatte per trasmettere le disparità culturali e sociali tra i vari personaggi ed infatti l’insieme funziona e si trasforma in una storia cupa, che si affaccia al confine tra l’horror ed il fantastico senza mai acquietarsi, senza mai annoiare.
Anche alcune tematiche come l’opposizione tra il caos e l’ordine (già viste in Pan del bravo Dimitri), la stregoneria, la facilità con cui gli adolescenti possono scivolare in sentieri sbagliati hanno una loro importanza e vengono toccate con serietà, pur seguendo il filo della narrazione principale. E Lara non ci fa mancare nemmeno una strizzatina d’occhio a Stephen King e alla sua “Carrie”, nei personaggi di Ivy e della compagna di scuola, Chris.
In conclusione: Esbat è un bel libro per tutti gli amanti della letteratura fantastica e una prova che la mia generazione – cresciuta a pane e cartoni animati giapponesi – sta affilando le armi per dimostrare che ci sono elementi capaci di buona letteratura. Se questo è un apripista, ho ragione di intravedere un futuro più roseo di quanto avessi osato sperare.
Tra il 1999 e il 2003, al ritmo massacrante di un’uscita ogni tre mesi, la Star Comics ha mandato nelle edicole e nelle fumetterie un manga di livello ottimo, che ha senz’altro contribuito a diffondere il fenomeno degli shoujo (manga per ragazze) nel nostro paese: MARS, di Fuyumi Souryu.
La storia a grandi linee potrebbe apparire trita e ritrita: la sedicenne Kira Aso è una delle ragazze più timide ed impacciate del liceo, ma è molto buona ed ha un grande talento nel disegnare. Questa sua dote attira l’attenzione di Rei Kashino, il più bello della scuola, che è considerato un delinquente dalla maggior parte degli insegnanti, anche per la sua folle passione per le moto da corsa.
Rei e Kira si innamorano e fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo sotto il Sol Levante. Ciò che rende MARS un manga a mio parere unico è l’introspezione psicologica dei personaggi e soprattutto la lenta scoperta, da parte dei lettori, dei traumi che hanno segnato le vite di questi due giovani e li hanno condotti l’uno sulla strada dell’altra. Kira è talmente imbranata che la gente si sente quasi “spinta” a farle del male e questo stimola lo spirito di protezione di Rei, anche perché c’è un personaggio-ombra che risulta essere uno dei veri protagonisti: è il gemello del giovane, Sei, che si era suicidato pochi anni prima, dopo che entrambi avevano perso la madre.
La sensibilità della ragazzina e quella del fratello sono così simili che Rei pensa di potersi riscattare attraverso di lei e la strada per capire che non può essere così sarà lunga e dolorosa. I personaggi di contorno sono per contrasto ridotti ad ombre che vanno e vengono nelle vite dei protagonisti, ma ciò sembra fatto apposta per sottolineare come solo loro due riescano a conoscersi e comprendersi a pieno: non si tratta quindi di un difetto, ma di un ulteriore espediente per valorizzare la storia d’amore.
Gli argomenti trattati in quest’opera non sono affatto da “fumetto”: il suicidio, la malattia, le violenze sia fisiche che psicologiche, il trauma dell’abbandono, ma anche la gioia nel trovarsi e ritrovarsi, la cautela con cui si prova a guarire dalle forti delusioni e, soprattutto, la forza dell’amore che – se non cancella le difficoltà – riesce almeno ad alleviare la sofferenza e a donare speranza. Tutto questo è contenuto nei 15 volumetti della serie, disegnati con tratto pulito ed accurato dalla Souryu, che grazie ad essi è riuscita ad affermarsi come autrice.
Il linguaggio è semplice e diretto, sicuramente adeguato alla storia: spesso nelle riflessioni dei protagonisti ci sono pillole degne di far riflettere sulla realtà dei rapporti con il prossimo, il che, per un manga, è un pregio degno di nota.
In conclusione, devo ammettere che MARS è uno dei fumetti più densi di sentimento che mi sia mai capitato di leggere. Avevo intenzione di spiegarvi il titolo, ma ho cambiato idea: penso sia meglio che scopriate da soli il piccolo mistero che esso cela, soprattutto perché si tratta di una delle scene più intense ed emozionanti di un’opera che – come avrete capito – vi consiglio di non perdere.
Anche quest’anno, con scadenza 18 aprile, è iniziata la selezione per il Premio letterario nazionale di haiku, patrocinato dall’Ambasciata del Giappone presso la Repubblica Italiana, dall’Istituto Giapponese di Cultura a Roma, dal Centro Urasenke per la Cerimonia del Tè, dalla rivista Kokusai Haiku Koryu Kyokai, dal World Haiku Club e dalla compagnia Japan Airlines. Dal sito:
Modalità di partecipazione
Il Premio è aperto a tutti e gratuito. Ogni partecipante potrà inviare un massimo di 10 haiku inediti. Non sono ammesse le opere che abbiano già partecipato al Premio. I testi dovranno rispettare la metrica dell’haiku: tre versi di 5-7-5 sillabe, non è necessaria la rima, è preferibile il riferimento alla stagione dell’anno (kigo). Per garantire l’anonimato i testi dovranno essere inviati in 7 copie di cui 6 anonime più una con nome, indirizzo, telefono, e-mail; la copia firmata sarà inserita in una busta chiusa da spedire insieme alla altre 6 alla Associazione Amici dell’Haiku, c/o Edizioni Empirìa, via Baccina 79, Roma 00184. Il materiale deve pervenire entro il 18 Aprile 2009 (data timbro postale). Ogni deroga alle norme di cui sopra, comporta la non ammissione al Premio. Le opere inviate non saranno restituite.
Sezioni
Sez.A) Individuale. La giuria selezionerà 10 finalisti tra i quali verrà scelto il vincitore. Il premio consiste in un biglietto aereo Roma-Tokyo-Roma offerto dalla Associzione Amici dell’Haiku. I testi finalisti saranno pubblicati in Giappone sulla rivista della Kokusai Haiku Kyokal e inseriti nel sito www.poesiahaiku.it dove si potrà leggere anche lo Yasude-Millepiedi, pubblicazione on line dell’Associazione Amici del Haiku.
Sez.B) Scuole Elementari e Secondarie. La giuria premierà la classe di scuola elementare e di scuola media di cui sia stato apprezzato il lavoro composto di haiku e disegni. Haiku e disegni devono essere inviati tutti nella stessa busta in 6 copie anonime (ammesse fotocopie) aggiungendo una busta chiusa in cui saranno inseriti gli originali (testi e disegni) con il nome di ogni alunno in relazione all’haiku e al disegno di cui è autore; nella stessa busta sarà indicato il nome dell’insegnante; il nome, l’indirizzo e il telefono della scuola di appartenenza.
Giuria
Carla Vasio (Presidente), Marisa Di Iorio, Kuroda Momoko, Francesco Muzzioli, Nojiri Michiko, Giorgio Patrizi. La premiazione avrà luogo a Roma, nella Sala Conferenze dell’Istituto Giapponese di Cultura, via Gramsci n° 74, venerdì 29 maggio alle ore 17,30. I finalisti saranno avvertiti personalmente. Il vincitore potrà utilizzare il biglietto in qualsiasi stagione dell’anno, tranne nei mesi di luglio e agosto.
Per informazioni sulla partecipazione al Premio telefonare al numero: 06 69940850 fax 06 45426832
N.B. Il bando Sez.B è rivolto agli studenti delle scuole elementari e secondarie. Nel caso in cui i professori desiderassero dei chiarimenti in merito al concorso potranno contattarci telefonicamente al numero 06/69940850 nel pomeriggio (15,30-19,30).
L’ho già detto, l’horror non è il mio genere; ma ogni tanto fa bene immergersi in qualcosa che non ci è del tutto congeniale, esperire scritture diverse. Abattoir è una di queste scritture, una raccolta di racconti dal sapore nero.
Sono in tutto undici, con atmosfere che spaziano dall’uso moderato dello splatter, con tanto di arti amputati, fino all’inquietudine sofisticata del gioco onirico, un po’ per tutti i palati. Anche le ambientazioni fisiche sono varie, con un ottimo utilizzo dei luoghi italiani, contrariamente all’uso dilagante di nomi e località americanizzati.
Delacroix alterna il racconto di orrori a quello di vere e proprie inquietudini, turbamenti che influenzano i personaggi intrappolandoli parola dopo parola in una trama composta dalle loro stesse paure. Il contesto da cui parte è quasi sempre quello di una quieta normalità, per poi alterarlo addensando sopra ombre e presagi.
Non esiste un vero e proprio filo conduttore se non per la breve eccezione di tre racconti Scatola #1, #2 e #3, che – incredibile a dirsi – hanno come elemento centrale la scatola nelle sue declinazioni: mistero, contenitore, gioco. Il mio preferito è il primo, la scatola intesa come segreto, mistero che prude e sgomenta, ma anche gli altri due hanno una costruzione molto abile, benché in alcuni punti prevedibile.
Impressionante la capacità dell’autore di padroneggiare stili anche molto diversi da quelli occidentali, come nel delicato Silenzio lunare, in cui rende omaggio alla capacità tutta nipponica di fondere innocenza e orrore, inserendoli in contesti di quotidianità.
Notevole anche il dato che lo splatter sia appena accennato: nonostante il motore del racconto Mattatoio sia il macello, la narrazione si concentra più sui risvolti psicologici che sulla crudezza delle scene, che servono solo a fornire un pretesto; peraltro si legge tra le righe una certa satira a stereotipi contemporanei diffusi.
La scrittura è molto ricercata, ridondante e di tanto in tanto ripetitiva, ma nel complesso riflette quella del genere cui appartiene la raccolta. Lo stile volge al barocco, sia per la scelta dei termini sia per l’uso dei suoni e delle figure, pur mantenendosi sempre scorrevole.
Una lettura gradevole per tutti gli amanti dell’horror (e che potete trovare qui).
Tra le case editrici che si occupano di libri fotografici la Taschen ha di certo un posto di rilievo, e la serie prodotta per il 25 anniversario, riedizioni a prezzi accessibili, è un buon modo per avere bei libri a prezzi contenuti. In questa serie è stato ripubblicato anche Japanese Prints, la cui prima versione risale al 1994.
Come il titolo suggerisce è una raccolta di stampe nipponiche, appartenenti a varie epoche, corredata da saggi, sia di autori giapponesi sia di inglesi, che spiegano i temi, i motivi, le figure presenti nell’arte pittorica giapponese.
Distante da noi e dai nostri usi figurativi come poche altre, la cultura giapponese ha prodotto migliaia di opere d’arte pressoché incomprensibili per l’occidente, immagini stilizzate e cromaticamente irreali, posture simboliche, paesaggi mai visti.
Il volume è suddiviso in tre sezioni, la prima dedicata all’Ukiyo-e, pictures of the floating world, nelle sue varianti monocromatiche o coloratissime, la seconda ai temi della pittura, con interessanti parallelismi tra i giapponesi e Vincent Van Gogh, Gustav Klimt ed Henri de Toulouse-Lautrec, e la terza a una sequenza di stampe e al loro commento.
La selezione delle immagini permette di scoprire altri artisti oltre il noto Hokusai, e, di quest’ultimo, altre opere che non siano La grande onda. I testi sono di grande interesse e dettagli, pur se di difficile lettura: alla difficoltà di leggere in inglese si aggiunge la difficoltà intrinseca di afferrare concetti culturalmente agli antipodi.
Fortunatamente i saggi sono corredati da un buon glossario (sì, anche quello in inglese), che spiega con pochi tratti i termini evidenziati in corsivo nei testi; inoltre il curatore inserisce un’appendice con cenni biografici degli artisti citati o rappresentati nel libro.
La stampa è molto accurata, così come è buona la qualità della carta; come nel precedente volume di questa serie non si tratta di un livello eccelso, sicuramente per l’esigenza di mantenere un prezzo basso, adatto al grande pubblico (circa otto euro per un libro illustrato di duecento pagine).
Un volume per appassionati, denso e inaspettatamente chiaro.