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Viaggiare è il mio peccato, Christie

viaggiare è il mio peccatoChi di voi ha letto la mia recensione sull’autobiografia della Christie apparsa qua su Liblog, si ricorda forse che parlai di come l’essere viaggiatrice avesse condizionato il suo modo di vivere, specialmente a partire dal secondo matrimonio con l’archeologo Max Mallowan.

Viaggiare è il mio peccato apparve nel 1946 sotto il nome esteso di Agatha Christie Mallowan, quasi a voler avvertire già da subito come il lettore dovesse aspettarsi qualcosa di diverso dal solito giallo. Il libro viene spesso indicato come la seconda autobiografia della popolare scrittrice, anche se non l’ho mai trovata una definizione propriamente corretta.

Siamo negli anni trenta del secolo scorso, il Medio Oriente spartiva i suoi tesori con i paesi disposti a finanziare spedizioni archeologiche nelle sue terre e tra questi l’Inghilterra era ai primi posti.

La nostra viaggiatrice impenitente ci racconta episodi sparsi della sua esperienza al seguito degli scavi del marito in Siria ed il risultato, reso con uno stile frizzante e ironico che non troviamo spesso nei suoi gialli, fa più pensare a un taccuino di viaggio che a una biografia vera e propria.

Nei lunghi mesi di soggiorno nei luoghi dello scavo, nel deserto tra la Siria e L’Iraq, il gruppo archeologico formato da Max Mallowan, dai suoi aiutanti e da Agatha stessa, viveva a stretto contatto con le popolazioni locali ma ricreava anche quel dorato isolamento, in questo caso soprattutto mentale, che era usuale trovare negli inglesi delle colonie dell’Impero.

Le diverse etnie con cui la nostra scrittrice si confrontava vengono raccontate con affettuosa ironia che non è mai scherno, con parecchi pregiudizi scevri però di alterigia e, piuttosto, un po’ ingenui (ma di questo ce ne accorgiamo forse solo noi lettori moderni, che prendiamo in mano lo scritto diversi decenni dopo). In tutto questo salta anche all’occhio la sincera ammirazione di un’osservatrice curiosa per le ricchezze culturali di questo angolo di mondo, così lontano da un’Europa inquieta che si preparava al secondo conflitto mondiale.

La verve e l’entusiasmo con cui gli episodi quotidiani vengono narrati, compresi i disastrosi inconvenienti che erano all’ordine del giorno in un paese che mancava di ogni minima infrastruttura, rivelano la passione di un’esploratrice incallita per una vita che è la più lontana che si possa immaginare dai salotti dell’Inghilterra bene.

Consiglio questa “cronaca vagabonda”, come la stessa autrice la definisce nella dedica del libro, a chi potrebbe fare del titolo il proprio motto di vita.

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Scritto da: Only il 6 Gennaio 2010
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L’amante senza fissa dimora, Fruttero & Lucentini

amante senza fissa dimoraL’amante senza fissa dimora. Ovvero del come prendere un luogo comune e trarne un romanzo originale e coinvolgente. Quale luogo comune più comune (letterariamente, turisticamente) di due amanti a Venezia? Credo nessuno, nemmeno un omicidio a Cabot Cove.

Eppure da questa situazione canonica, abusata, frequentatissima, partono nel 1986 Carlo Fruttero & Franco Lucentini per animare una storia affascinante e ricca di misteri e di sorprese.

Cominciamo col dire che la coppia di autori piemontesi è stata un caso formidabile nel panorama letterario italiano: due giallisti di razza, come dalle nostre parti se ne contano pochi, capaci di una scrittura a quattro mani elegante e colta, a volte un po’ compiaciuta dei suoi riferimenti, certo, ma efficace e asciutta, e sempre implacabile nel difficile, difficilissimo esercizio della suspense.

Ma L’amante senza fissa dimora non è un giallo, anche se ne usa i meccanismi, è una storia d’amore fittamente ammantata di mistero, il mistero che avvolge il protagonista, quel Mr. Silvera che ci appare nelle prime pagine come un accompagnatore turistico dal fascino nebbioso ma che pagina dopo pagina assume contorni nuovi e sorprendenti.

Mistero che affascina e innamora una antiquaria romana di nobile lignaggio, principessa nientemeno, e che soprattutto intriga e coinvolge noi, lettori e spettatori di una storia di passione dai contorni thriller che va a svelare negli ultimi capitoli la rivelazione sorprendente che definisce il racconto.

Racconto a più voci, quello orchestrato da Fruttero & Lucentini, ma mai disorientante, e costantemente ancorato alla geografia veneziana con scrupolo e puntiglio, tanto che a qualcuno è riuscito di pubblicarne un itinerario che segue i passi dei protagonisti fra le calli e i campielli di una città fuori dal tempo che proprio per questo motivo, come capirà chi lo legge, non può che essere lo scenario romanzesco ideale per una storia come questa.

Non so con certezza cosa fosse il “bianco ben ghiacciato” che bevono i due protagonisti a pagina 75 ma potrebbe benissimo essere un Pinot Grigio ad accompagnarne la lettura.

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Scritto da: tomtraubert il 20 Novembre 2009
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L’uomo dei cerchi azzurri, Vargas

L'uomo dei cerchi azzurriI fan della scrittrice che si nasconde dietro lo pseudonimo di Fred Vargas conoscono bene L’uomo dei cerchi azzurri: è qua infatti che fa la prima apparizione il suo personaggio più celebre (e probabilmente anche il più riuscito), il commissario della polizia parigina Jean -Baptiste Adamsberg.

Uomo dall’aspetto trasandato ma dal fascino indiscutibile, dall’indole un po’ svagata che forse nasconde una distratta genialità, Adamsberg è senz’altro un ispettore sui generis: la sua apparente noncuranza suscita confusione (se non sprezzo) tra i suoi colleghi eppure esercita uno charme innegabile sulle molte donne a cui si concede a spizzichi e bocconi, figure per la maggior parte senza nome, con cui divide il letto per poche, trascurabili ore.

La creatura di Fred Vargas si posiziona in maniera atipica rispetto ai suoi colleghi letterari perché, specie in questa sua prima avventura, l’indagine non segue rigidi meccanismi e protocolli precisi, quanto piuttosto sembra saltellare sul filo di innumerevoli vicende legate a una carrellata di personaggi strambi quanto improbabili, collegati forse solo marginalmente alla vicenda poliziesca. Adamsberg non dà l’impressione di governare l’indagine, quanto piuttosto di farsi dominare da essa; non pare cercare la verità con un qualsivoglia metodo quanto piuttosto lasciandosi investire da intuizioni all’apparenza molto vaghe.

Così lasciando la sua mente a briglia sciolta Adamsberg condivide con i lettori i suoi pensieri con una profusione tale che dietro l’intrigo giallo c’è molta carne al fuoco, di ogni genere. Però è talmente ben cotta (pardon, volevo dire ben scritta) che non disturba neppure un poco anche chi da un thriller chiede solo un morto, possibilmente anche più di uno, e un’indagine tale da lasciare stupefatti.

E il leitmotiv classico del giallo qua non manca di certo: Adamsberg sin dalle prime pagine è all’inseguimento di un maniaco all’apparenza inoffensivo, che si aggira di notte a Parigi tracciando cerchi azzurri sull’asfalto. Cerchi che imbrigliano oggetti di ogni tipo, persi o gettati per strada. Nessuno pare prendere sul serio lo sconosciuto disegnatore, nessuno tranne Adamsberg che è seriamente preoccupato perché lui non teme, sa che prima o poi dentro i cerchi verrà trovato qualcosa di più grosso di un oggetto inanimato…e una notte infatti, sarà il cadavere di povero animale. Quella dopo ancora, sarà quello di una donna ammazzata…

Per chiunque voglia avvicinarsi al mondo di questo eccentrico ispettore segnalo che recentemente nei tascabili Einaudi è uscito un unico volume, La trilogia Adamsberg, con le prime tre avventure. Novecento pagine di puro piacere letterario, per chi non è mai sazio di morti ammazzati (sulla carta, beninteso).

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Scritto da: Only il 4 Novembre 2009
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Chi ha ucciso Sarah?, Longo

chi ha ucciso sarahChi ha ucciso Sarah? di Andrej Longo da una frettolosa lettura della quarta di copertina sembra il classico giallo ambientato a Napoli. Sembra. Perché se è vero che è un giallo ed è vero pure che si svolge nella capitale partenopea, di sicuro non è classico. Nel nuovo libro di Longo infatti l’evento delittuoso avviene “nella parte sbagliata della città”: è in un elegante palazzo di Posillipo che il giovane poliziotto protagonista della storia rinviene in una torrida giornata di agosto il corpo di Sarah, sua coetanea.

Così la storia tocca solo marginalmente la Napoli della Camorra e dei quartieri allo sfascio della sua periferia per concentrarsi sui rioni borghesi della città, quelli che ospitano le case signorili e i negozi prestigiosi. È in queste vie infatti, deserte e quasi spettrali nella calura ferragostana, che qualcuno sembra aver sovvertito l’ordine naturale delle cose: abbandonata presto la pista dell’ex ragazzo di Sarah, un giovane spacciatore della Sanità, le indagini si concentrano proprio sul palazzo dove abitava la famiglia della ragazza, insieme a tante altre persone tutte perbene.

È così il titolo del romanzo non è altro che l’interrogativo martellante nella mente del giovane poliziotto: chi ha ucciso Sarah se non è stato il pregiudicato detto il Pianista, l’ex fidanzato la cui colpevolezza sembrava scontata e in fondo anche comoda?

Sarah aveva solo vent’anni e una vita come tante. I suoi genitori, il suo nuovo ragazzo erano tutte brave persone. Quale mistero si nasconde dietro la sua morte? L’apparente mancanza di spiegazione del delitto diventa l’ossessione del giovane poliziotto, che per la prima volta nella sua carriera appena iniziata si trova di fronte alla morte. Non riesce a smettere di cercare la verità, sia al seguito del suo capace Commissario che da solo, in un’indagine che non conosce sosta.

E la conclusione della vicenda, se vogliamo sorprendente quanto avvilente, stupirà sia lui che il lettore, lasciando dell’amaro in bocca a tutti. Andrej Longo forse si vendica a modo suo di tanta letteratura che spacca Napoli in due, come il celebre rione: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi.

Rimescola le carte consegnandoci una storia del meridione molto diversa da quelle che siamo abituati a sentire, che piacerà a chi è alla ricerca continua di letteratura nostrana di livello.

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Scritto da: Only il 21 Ottobre 2009
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Il Ladro di anime, Sebastian Fitzek

Il ladro di animeUna matrioska. Se penso al Ladro di anime, giallo del tedesco Sebastian Fitzek di cui ho appena concluso la lettura, non mi viene in mente paragone più appropriato. Tre sono le storie incastrate una dentro l’altra nel diabolico intrigo della trama, proprio come avviene con la celebre bambolina russa.

C’è l’oggi, “molti anni dopo la paura”: a Berlino un professore tiene una lezione-esperimento a degli studenti di psicologia. Tra le loro mani c’è una vecchia cartella clinica, che racconta una vicenda di sangue e morte.

C’è “il tempo della paura”: un serial killer soprannominato “il Ladro di anime” terrorizza Berlino. Le sue vittime, tutte donne, non vengono uccise, ma ridotte in coma dal terrore e dalla disperazione in cui precipita le loro menti, in un sogno infernale da cui non riescono a fare ritorno. L’ultimo bersaglio del killer è una clinica psichiatrica alla vigilia di Natale, isolata da ogni contatto esterno da una bufera di neve. Qua tra gli altri vive Caspar, un uomo che ha perso tutto in seguito a un incidente che l’ha privato della sua memoria e della sua identità.

C’è infine “Eco”: i ricordi del passato di Caspar che riaffiorano man mano che lui e gli altri ospiti della clinica vengono stretti nella morsa del Ladro di anime, alla caccia di uno di loro.

Uno dei thriller più belli che mi siano capitati tra le mani ultimamente, che tiene viva la tensione per tutte le quasi trecento pagine del libro, con una trama che diventa sempre più entusiasmante man mano il ritmo si fa incalzante.

Senza annoiarci con tutti quei particolari medici o tecnici che hanno il solo scopo di far vedere al lettore quanto lo scrittore è bravo nelle sue ricerche o nel suo lavoro (sono un po’ acida lo so, ma mi capitano tra le mani troppi gialli che assomigliano a dei manuali), Fitzek si addentra nei meandri della psiche umana e dei suoi oscuri misteri, sfruttandoli quanto basta per ammaliarci ma anche per spaventarci, e di brutto.

Informandomi meglio su questo bravo scrittore sul suo sito, ho visto che ha scritto ben cinque romanzi, di cui solo due arrivati in Italia (e l’altro, La terapia, edito da Rizzoli qualche anno fa, risulta purtroppo fuori catalogo e va ricercato su quei siti che li vendono a metà prezzo).
Peccato, speriamo davvero che il successo editoriale che ha accompagnato Il ladro di anime convinca la casa editrice Elliot o chi per essa a proporci tutto il mazzo.

Questo lo consiglio spassionatamente a tutti gli amanti del thriller, con un avvertimento: a qualsiasi conclusione arriverete alla metà del libro, sarà probabilmente sbagliata.

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Scritto da: Only il 7 Ottobre 2009
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L’ultimo capriccio di Paganini, Sardini

L'ultimo capriccio di Paganini - Dimitri SardiniDifficile vincolare L’ultimo capriccio di Paganini, il secondo romanzo di Dimitri Sardini edito dalla Round Robin, a un solo genere letterario: giallo? Drammatico? Avventura? Forse con una buona dose di originalità si pone in un punto d’incontro tra tutto questo, introducendo i lettori nel mondo di Steve Dominici, musicista blues probabilmente geniale ma un po’ problematico.

La vicenda prende avvio dove il giovane vive, sulla pacific coast californiana, per poi spostarsi nella nostra Italia sulla scia di un assegno di diecimila dollari e di un morto in un incidente che sarà probabilmente omicidio.

E qui, nella calura ferragostiana del centro Italia e sulla scia di tanta e buona musica, la trama diventa quasi un viaggio on the road, tanto che l’autore non ci fa mancare neanche un buon pezzo di strada condotto sul sellino (da me tanto invidiato) di una Harley. Stati Uniti, appunto. Ma anche tanta, tanta Italia, miscelate in un mix gustoso e frizzante.

Mi sono proprio divertita in questa lettura, sarà perché, dove Sardini pecca, non lo fa certo per ingenuità. Anzitutto descrive Los Angeles con la competenza di chi, se non c’è stato, si è ben documentato al riguardo tanto da non far storcere il naso a chi avendola vista sa di cosa l’autore sta parlando. Inoltre, nonostante sia evidente la sua competenza musicale, riesce a non essere pedante fino al punto di risultare un saccente antipatico. E, dulcis in fundo, l’intreccio giallo, ingarbugliato quanto basta, regge fino al finale, privo di colpi di scena eclatanti ma in ogni caso ben congegnato.

Ma allora, mi chiederete, dove pecca? L’unico punto debole che ho trovato nel libro è la mancanza di spigliatezza dell’autore della descrizione delle azioni, che a volte sono talmente farcite di frasi da risultare forzate. Un’immagine, che potrebbe essere resa con efficacia in poche parole, viene dilungata in troppe righe facendo rallentare un po’ la scorrevolezza del tutto. Peccato. Io credo che ciò sparirà tra qualche romanzo, man mano il nostro affinerà la tecnica.

Da leggere assolutamente se avete voglia di un giallo… ma anche no. Gli indecisi saranno ampiamente ripagati!

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Scritto da: Only il 16 Settembre 2009
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Un bacio nell’ombra, Hamilton

Un bacio nell'ombra - Laurell K. HamiltonQualche recensione fa vi ho parlato della serie di Anita Blake, la sterminatrice di vampiri. La stessa autrice, Laurell K. Hamilton, ha dato il via in seguito ad un’altra saga con protagonisti che stavolta sono esseri fatati e di cui Un bacio nell’ombra (Edizioni TEA) rappresenta il primo libro.

Innanzi tutto è importante sottolineare che le fate di cui parliamo non hanno nulla a che fare con le minuscole creature a cui le fiabe ci hanno abituato: non sono cioè personcine alte un palmo che svolazzano a destra e a manca, ma esseri soprannaturali (sia maschi che femmine) dotati di una bellezza e di una forza ultraterrene, oltre ai vari poteri magici propri di ogni individuo.

La protagonista è la principessa Meredith NicEssus, che all’inizio del libro troviamo esiliata a Los Angeles con il nome di Merry Gentry, detective del soprannaturale di professione. Ben presto la ragazza viene contattata dagli emissari della regina Andais, sua zia, che la rivuole a corte per un motivo preciso: il regno ha bisogno di una discendenza, perciò se Merry genererà un figlio prima del legittimo pretendente al trono, il pazzo e crudele principe Cel, potrà avere la corona ed il potere su tutte le fate.

Merry può scegliere, per portare a buon fine l’impresa, tra le ventisette guardie della regina, ovvero un manipolo di fighi di eroi che da millenni sono rimasti casti e puri per i voti imposti loro dalla sovrana e che solo con Meredith potranno essere infranti.

Il resto lo potete immaginare. A fronte di un’esilissima trama “giallo-fantasy”, i tentativi della principessa di restare incinta fanno la parte del leone e vengono descritti con una terminologia quasi del tutto priva di edulcoranti.

Ciò che separa Un bacio nell’ombra da un libro di chiara matrice erotica è la capacità dell’autrice di non prendersi troppo sul serio, il che rende il tutto divertente e stimola la curiosità. La sfilza di amanti a cui la protagonista si concede ogni notte sono descritti come fossero modelli, ma ognuno ha un colore ed un elemento a cui essere associato e questo li rende più simili a cartoni animati e toglie ogni volgarità alla vicenda: c’è il nero Doyle, chiamato la Tenebra, c’è l’argentato Frost, freddo come il ghiaccio, c’è il verde Galen spontaneo come l’erba… una miriade di personaggi come questi vanno a costruire un mondo parallelo al nostro in cui le fate fanno parte della società e devono seguire le leggi americane.

Un mondo pieno di intrighi e tradimenti, duelli di astuzia e di magia, di fascino e sentimenti contrastanti che proprio per questo riesce a non annoiare mai, nonostante la saga prometta di continuare ancora a lungo.

L’unica pecca delle edizioni italiane è il ritmo lento con cui i romanzi vengono tradotti e pubblicati: un libro all’anno è decisamente poco per una serie le cui avventure non sono autoconclusive. I fans sono quasi costretti a cercare spoiler in rete e questo potrebbe rovinare il gusto della lettura. Dico “potrebbe” perché anche la ricerca di notizie si rivela difficile ed è molto più comodo, per chi conosce un po’ l’inglese, leggere le uscite in lingua originale.

Chi non ha dimestichezza con questa lingua, invece, dovrà attendere i tempi della casa editrice Nord, sperando che i responsabili decidano di accelerare almeno un poco.

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Scritto da: Elfo il 15 Settembre 2009
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È un problema, Christie

È un problema - Agatha ChristieNon è facile decidere di recensire un giallo di un mostro sacro come Agatha Christie, perché la scelta può essere (e nel mio caso lo è stata) molto ardua. Nella sua vasta produzione di oltre ottanta libri gialli, ci sono diversi capolavori e innumerevoli rompicapi di qualità. È un problema non è uno dei più conosciuti, ma ho scelto di presentarvi questo titolo perché, anche se raramente risulta tra i citati, fece parlare di sé in più di un’occasione.

Intanto era in assoluto il preferito dell’autrice, come lei stessa dichiara nella sua autobiografia (da me già recensita su liblog) e in diverse interviste rilasciate nel corso della sua vita.

Altro elemento di curiosità è che quando il libro uscì, nel 1949, il finale fece un discreto scalpore. Gli editori, intimoriti dal can can che si era scatenato intorno ad esso, cercarono di convincere la Christie a cambiarne la conclusione ma lei non volle sentire ragioni.

Come purtroppo a volte capita, l’edizione italiana del libro ha un titolo che non c’entra nulla con il reale andamento della trama: cosa significa “È un problema”? Mistero… molto più calzante il titolo inglese, Crooked House, ispirato a una filastrocca popolare molto in voga nell’infanzia della nostra autrice.

La “casa deforme” in cui si snoda tutta la vicenda (l’ambiente circoscritto che tanto ama il fanatico del classico giallo inglese), è quella dove vive Aristides Leonides, ottuagenario uomo d’affari greco, circondato dalla sua numerosa famiglia di cui tiene, con generosità ma con fermezza, le redini. Quando l’uomo muore in circostanze tragiche, la famiglia Leonides si coalizza in silenzio contro Brenda, la seconda e giovanissima moglie, con la segreta speranza che sia lei, contro tutte le apparenze, la colpevole, in quanto unica estranea al saldo nucleo famigliare d’origine.

Anche Charles, la voce narrante, un diplomatico figlio dell’ispettore di polizia incaricato delle indagini e per combinazione fidanzato di Sophia, la nipote preferita del vecchio patriarca, ha la stessa speranza verso una soluzione che indubbiamente sarebbe comoda per molti. Eppure anche lui, come gli altri, avverte la nota stonata che la Christie abilmente insinua tra le mura della casa. Dentro di loro tutti avvertono che la verità va cercata altrove, in seno alla famiglia…

Se ciò che vi ha impedito di prendere in mano in libreria qualche giallo della Christie è l’antipatia verso l’onnipotente figura dell’investigatore privato, qua non ne troverete traccia. A tenere le fila della trama è l’azione, e l’intrigo psicologico che tiene viva l’attenzione verso i particolarissimi membri della famiglia Aristides. La scabrosa verità dietro al delitto viene svelata a poco a poco dall’evolversi degli eventi, che sostituisce l’indagine vera e propria. Questo è tanto vero che, eccezione tra le eccezioni (almeno parlando della Christie) leggendo attentamente tra le righe si può intuire anche prima che venga svelata la sorprendente soluzione che tanto fece scalpore all’epoca.

Da leggere tutto d’un fiato in un ozioso pomeriggio domenicale, divertendosi nella lettura quanto – ci scommetto – si divertì l’autrice a scriverlo più di mezzo secolo fa.

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Scritto da: Only il 9 Settembre 2009
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La briscola in cinque, Malvaldi

La briscola in cinque - Marco MavaldiQuesta settimana ho deciso di consigliarvi La briscola in cinque, un bel giallo da calura estiva: adatto da leggere in spiaggia, sotto l’ombrellone o, perché no, al fresco di una Pineta. Perché è proprio qui, in questo immaginario paese della costa livornese, che viene ritrovato in un cassonetto il cadavere di una ragazza.

Le indagini quasi bypassano il mediocre e arrogante commissario locale Fusco per trovare il loro centro nevralgico al BarLume, di proprietà di Massimo, il vero investigatore – dilettante. Un uomo con il “fisico a gruccia ma che ha studiato tanto”, che quando il bar ha pochi avventori gioca una partita di briscola in cinque con quattro pensionati del paese, clienti fissi del suo locale. Tutti loro, con arguzia e spirito di osservazione, saranno insieme spettatori e ispiratori per Massimo nella risoluzione del rompicapo.

La briscola in cinque è l’opera prima del bravo Marco Malvaldi, che si rivela un giallista divertente e capace; forse non sa costruire trame ingarbugliate alla Agatha Christie (io stessa, che pur sono una lettrice di gialli disattenta, ho indovinato l’assassino seguendo gli indizi disseminati lungo il cammino) ma riesce a confezionare una storia piacevole e fresca, che senza meccanismi complicati scivola via che è un piacere.

Del resto, non credo che il punto di forza del romanzo (e ciò che ha decretato da subito la sua fortuna) sia nella trama gialla, quanto piuttosto nell’impronta di originalità che l’autore è riuscito a dare all’ambientazione e ai protagonisti.

La lingua toscana, senza mai diventare dialetto, viene abilmente usata per dar vita a scene spumeggianti, divertenti, che mantengono intrigante la vicenda poliziesca riuscendo nel contempo a dar vita a una carrellata di personaggi indimenticabili. A iniziare dallo stesso Massimo, che prendendo sé stesso e la vita molto poco sul serio ci regala delle vere perle di arguzia che ci fanno sorridere, se non ridere di gusto, seguendo il filo dei suoi pensieri ma anche delle sue azioni: Marco Malvaldi si rivela abile compositore di dialoghi, dando punti a scrittori più bravi e anche più famosi.

Tra le righe di tutto questo, c’è forse una sottile denuncia per un turismo di massa che cerca di cambiare l’identità dei tanti paesini della Toscana, e non solo di quella. Il paese immaginario del romanzo resiste spavaldo a questi cambiamenti, a cui sembra concedere qualcosa (la discoteca sul lungomare, ad esempio) ma non la perdita della propria identità.

Da leggere solo quando si ha qualche oretta a disposizione, perché iniziata la storia non potrete e non vorrete fermarvi fino alla fine. Dopo l’ultima pagina vi sentirete forse un po’ tristi, all’idea di aver abbandonato lo scombinato BarLume. Se così fosse, vi farà piacere sapere che pochi mesi fa è uscito, sempre per Sellerio, il secondo romanzo dello stesso autore ambientato sempre a Pineta, Il gioco delle Tre carte.

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Scritto da: Only il 26 Agosto 2009
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Candyland, Hunter e McBain

Candyland - Evan Hunter e Ed McBain[Modificato su segnalazione di Sfranz] Le bancarelle dei libri, specie in estate, riservano molte sorprese; così, pescando a caso e lasciandomi guidare esclusivamente dal titolo e dalla copertina, ho trovato un libro “doppio”, in cui un doppio autore si cimenta con il racconto di una notte particolare:  Candyland.

I due autori sono Ed McBain ed Evan Hunter, due nomi per una sola persona, che raccontano in due narrazioni distinte dello stesso evento, costruendo un giallo a due voci che segue due prospettive completamente diverse: mentre Hunter indaga nella mente del protagonista e delle sue perversioni, McBain segue un percorso investigativo decisamente più tradizionale.

L’ambientazione è la New York del vizio, e l’occasione un viaggio d’affari; ma per il protagonista ogni viaggio fuori dalla sua tranquilla famiglia si trasforma in un’escursione nel mondo del sesso; quella di Ben Thorpe è una vera e propria dipendenza, l’ossessione che gli americani chiamano sex addiction. E in questa notte raminga all’insegna della ricerca del piacere si imbatterà in una donna che verrà ritrovata uccisa.

Le due sezioni sono separate ma complementari; la prima, quella affidata a Evan Hunter, esplora la notte brava di Ben, scavando fino a portare alla luce le radici della sua mania, le sue motivazioni profonde, analizzando il rapporto con la famiglia, con la rigida moglie e la figlia anaffettiva. L’autore usa un linguaggio crudo, consono al contenuto esplicito del suo racconto, senza tuttavia scadere nel volgare, e racconta tutto dal punto di vista del nostro antieroe, Ben.

Poi si cambia narratore, e con lui si cambia anche protagonista: Ed McBain sceglie gli occhi di una giovane investigatrice della omicidi, Emma, per raccontarci il corso delle indagini e il metodo di lavoro della squadra omicidi. Per essere esatti, in effetti, della squadra omicidi e della buoncostume, che in questo caso si trovano a lavorare fianco a fianco fino a trovare l’assassino.

La scrittura di McBain è più diretta, più veloce e vivace, sicuramente meno introspettiva, come si conviene ad un poliziesco puro; e stavolta grande spazio ai dialoghi, agli interrogatori, al ragionamento, con i caratteri principali scandagliati anche nel loro privato.

Contrappunto di tutta la narrazione, di cui fornisce una scansione temporale, sono le vicissitudini e le molte morti della famiglia Kennedy, che entrano e rientrano nella narrazione di continuo, come ricordo e come evento contemporaneo; un evento che, nell’immaginario americano, resta come una pietra miliare a separare un “prima” ingenuo e un “dopo” disincantato.

Un buon giallo da spiaggia; da tenere, però, fuori dalla portata dei bambini.

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Scritto da: Livia il 10 Agosto 2009
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