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Uomo Faber, Milazzo & Calzia

Uomo faberDa qualche settimana è uscito in edicola, allegato a La Repubblica o L’Espresso, un bel volume a fumetti dedicato a Fabrizio De André, intitolato Uomo Faber. Gli autori sono Fabrizio Calzia per i testi e Ivo Milazzo per i disegni.

Se Ivo Milazzo davvero non dovrebbe avere bisogno di presentazioni, essendo una delle autentiche colonne storiche del fumetto italiano (basti ricordare la serie Ken Parker, su testi di Giancarlo Berardi) e in assoluto uno dei più grandi maestri della “letteratura disegnata”, ammetto che so (molto) meno della storia di Lorenzo Calzia, che però per quanto mi riguarda parte avendo dalla sua come minimo una grande passione per le parole e la musica di Fabrizio De André, e tanto basta almeno per ora.

Poi certo, potrei dilungarmi sul perché la figura di Faber abbia suscitato negli anni questo interesse… di più, questo autentico amore per la sua figura e il suo pensiero, si potrebbe parlare del perché ogni anno si scrivano libri, saggi, storie a fumetti (sì perché questa non è nemmeno la prima) sulla sua storia e sulle sue storie.

Paradossale e un po’ ironico destino per uno che negli anni 60 diceva di non volere che gli si “facessero i fumetti intorno” ma certo allora era un giovane cantautore col terrore del palcoscenico. Un De André più maturo avrebbe capito che era inevitabile, lui che rispondeva alle interviste per iscritto, per paura di essere frainteso o che uscisse fuori qualche belinata.

Qualche belinata che in questo volumetto ci sarà (c’è) senz’altro, trattandosi in fin dei conti di una ricostruzione in forma di fiction della vita di De André, ripercorrendo per sommi capi eventi della sua biografia e della sua produzione discografica.

Persone che diventano personaggi, amici, famigliari, donne… Il rischio grosso per un racconto di questo tipo è ovviamente il diventare didascalici, sforzarsi di introdurre nel racconto quanti più fatti e personaggi possibili dalla variopinta biografia di Fabrizio e fatalmente è un pericolo che viene corso più volte nel corso del racconto, soprattutto all’inizio quando vediamo infatti il cantautore che poco prima di partire per la sua ultima tournée si accomiata dalla famiglia per un viaggio alla ricerca del suo passato, in cerca di luoghi e persone della sua infanzia (la Nina di Ho visto Nina volare) come per tracciare un più o meno cosciente bilancio di un’esistenza.

Non a caso le cose filano meglio quando viene introdotto un elemento onirico, un sogno nel quale De André torna all’infanzia, alla giovinezza e che permette di introdurre certi elementi con forzature meno vistose e una lettura decisamente più gradevole.

Il risultato è insomma un poco altalenante e talvolta dà l’impressione del bignamino a fumetti, il De André illustrato per ragazzi insomma, o qualcosa del genere, e questo è sicuramente il suo limite. D’altro canto la passione è evidente e permea il racconto consentendogli di avere qualche buon momento, grazie anche ai pennelli acquerellati di un Ivo Milazzo che sa essere meraviglioso anche quando è svogliato.

Accompagnarlo ad una Malvasia di Sardegna e al vostro cd preferito mi pare quasi scontato.

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Scritto da: tomtraubert il 18 Marzo 2010
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Ransie la strega, Koi Ikeno

Ransie la stregaUscito in Italia per la Starcomics, Ransie la strega (Batticuore Notturno) della scrittrice Koi Ikeno è il tipico manga Shoujo, rivolto cioè a un pubblico femminile di solito adolescenziale. Ormai questa storia, composta da trenta numeri, risale a oltre vent’anni fa, anche se nel 2000 è uscito un volumetto a parte, dal titolo Nei paraggi di una stella che, narrando le vicende dei figli di alcuni dei protagonisti principali, è stato inteso dall’autrice come la vera conclusione.

Chi è stata bambina negli anni novanta ricorda forse l’anime tratto dal fumetto, una storia romantica dallo sfondo fantastico e dai tanti risvolti umoristici.

Ranze Eto (diventata Ransie nel doppiaggio italiano del cartone animato e sulle copertine dei fumetti) è una bella ragazzina di quindici anni: figlia di un vampiro e di una lupa mannara, appartiene al mondo magico anche se i suoi genitori hanno deciso di vivere sulla Terra. Anche Ranze ha dei poteri: mordendo qualcuno con i suoi canini appuntiti ne può assumere le sembianze finché, starnutendo, non rompe l’incantesimo.

Contravvenendo a tutte le regole del suo mondo, che proibiscono l’unione tra esseri magici e umani, Ranze si innamora di un compagno di classe, Shun Makabe, un giovane un po’ scontroso che sogna un futuro come boxeur.

Il suo amore per il bel ragazzo la caccerà nei guai, ma non tanto quanto la missione che il Re del loro mondo affida ai genitori della ragazza: scovare e uccidere il suo figlio segreto, il principe che vive sulla terra sotto spoglie umane…

Molto più complesso dell’anime (che di fatto si ferma ai primi volumetti della saga) il manga racconta molteplici vicende fantastiche che si intersecano tra di loro, dove il protagonista indiscusso rimane però – perché di shoujo si tratta – il legame tra Shun e Ranze, non così scontato come può sembrare perché passerà attraverso la maturità fisica ed emotiva di entrambi i protagonisti oltre che tra mille ostacoli, magici e non, che si frapporranno tra di loro. Il tutto condito da una sana dose di umorismo, con momenti divertenti che spezzano i momenti di maggiore tensione o romanticismo e rendono la lettura frizzante e mai smielata.

La vicenda di Shun e Ranze si chiude nella prima metà della saga: dal volume 17 in poi l’attenzione della manga-ka si sposta su Rinze, il fratellino di Ranze diventato ormai adolescente e a sua volta, come già la sorella prima di lui, costretto a fare i conti con il profondo legame che lo unisce al mondo umano.

Devo dire che ho ripreso in mano con molto piacere questo manga dopo anni e anzi, non mi ricordavo un’opera di livello così alto e dalla storia così intricata e così piena di personaggi (all’epoca mi fu prestato ma sospetto di non aver avuto in mano che una parte dell’intera saga). Visto che il primo volume è datato 1982 e il trentuno è uscito nel 2000, si nota una diversità del tratto tra i primi disegni e gli ultimi, anche se la cosa alla fine fine è piacevole: è come se anch’esso fosse maturato insieme ai protagonisti.

Anche il volumetto conclusivo è stato sicuramente un regalo gradito di Koi Ikeno ai suoi fan, forse ai suoi tempi chissà, anche inaspettato perché uscito quasi cinque anni dopo il numero trenta: l’ideatrice lo chiude con una bel disegno commovente che illustra sé stessa che saluta tutti coloro i quali hanno seguito la sua storia per quasi vent’anni.

Lo consiglio alle adoratrici del mondo giapponese shoujo, qualsiasi età voi abbiate: del resto, sarà anche per ragazzine ma io di anni ne ho trentaquattro!

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Scritto da: Only il 10 Marzo 2010
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299 + 1, Ortolani

299più1Lo dico subito, così ci capiamo e ci togliamo il dubbio: sono un fan di Leo Ortolani. Potrei partire con gli aggettivi, scomodare definizioni, potrei limitarmi a dirvi che Leo è un genio ma… ops, l’ho già fatto! Eh beh, pazienza, m’è scappato e si vede che ci sarà un motivo.

Sì perché l’arte della parodia è difficile. La parodia non richiede solo senso comico, la parodia richiede profonda conoscenza dell’opera e del genere… la parodia, soprattutto, esige grande amore per l’originale. È questo amore che fa, per esempio, del Frankenstein Junior di Mel Brooks un grandissimo film che è un sincero omaggio a tutto un mondo, a tutto un cinema.

Con la stessa passione sono fatte le parodie di Leo Ortolani e, aggiungo, con altrettanto genio (e due!) comico. Non fa ovviamente eccezione questa 299 + 1, riedizione in un unico volume a colori della storia originariamente pubblicata in due puntate su altrettanti numeri della serie regolare di Rat-Man in edicola. Il titolo ovviamente sbeffeggia 300, opera a fumetti di Frank Miller resa celeberrima dalla fortunatissima trasposizione cinematografica cui ben pochi, volenti o nolenti, hanno potuto sottrarsi.

Il protagonista di questa mini saga è ovviamente il supereroe di Ortolani, che proprio recentemente ha compiuto vent’anni e che oramai è divenuto un vero punto di riferimento nell’asfittico panorama fumettistico nostrano. Nato come “semplice parodia” dei vari Batman e Spiderman (anche se a me piace ancora chiamarlo Uomo Ragno!) di casa Marvel e DC Comics il Ratto si è evoluto negli anni diventando altro e ben oltre, mostrando uno spessore autoriale notevole e capace di affrontare storie ambiziose e di grande respiro.

Anche quando si va aldi là del mondo delle calzamaglie colorate e dei superpoteri, come in questo caso, dove ci si cala nel mito di Sparta, affrontando in un colpo solo l’opera di un mostro sacro del fumetto americano come Miller e uno dei film di maggior successo dell’ultimo decennio. Di Miller viene mantenuto perfino il formato “orizzontale” delle tavole, scelta certo desueta per un fumetto “da edicola” ma Leo Ortolani ha dimostrato ampiamente di sapere padroneggiare sia il linguaggio sia la struttura della tavola con il mestiere e il genio (zac!!!) di un maestro.

Il risultato è splendidamente cinematografico e la storia è così anche un piacere per gli occhi ma, direte voi, si ride? Sì, certo, si ride. Come sempre in maniera politicamente scorretta, perché il Rat-Man si porta dietro le sue meschinità anche nell’antica Grecia, ma questa volta si concede un finale epico, decisamente all’altezza della situazione. Che altro posso dire, gustatevelo con un vino dolce di Samos, e… “preparatevi alla gloria!”

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Scritto da: tomtraubert il 17 Dicembre 2009
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Il Font: quale usare per inviare a un editore?

Immagine di Jim Hood (CC- by-sa)Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ “ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via mail, altri non si dispiacciono di averci la scrivania invasa dal cartaceo (forse per accendere la stufetta d’inverno?).

Ma sorge un altro dubbio, oh cavalo lo mandiamo così con il font di default con cui lo abbiamo scritto oppure cambiamo? Che font sarà indicato per finalizzarlo? Inizia la fase del terrore psicologico e noi, nostri consiglieri di fiducia, cominciamo già a spararle sempre più grosse: vedi mai che per qualche strana legge scientifica se è vero che la scrittura e la personalità sono legate, allora forse il font ha le sue colpe? Forse, per le stesse regole, è possibile che nel carattere tipografico si manifesti la nostra creatività?

Ehm, direi che è il caso di scendere un attimo coi piedi per terra e riflettere. Quale sarà mai l’utilità pratica del font? Ma certo la lettura, trasportarci sopra, come una imbarcazione, il fiume della narrazione. Torniamo lettori un attimo, una delle cose più fastidiose per chi legge è quel qualcosa che distrae, magari proprio il carattere del testo che affatica a tal punto da far smettere la lettura, nonostante le buone intenzioni.

Certo, anche l’occhio vuole la sua parte ed un bel carattere sembra già un bel biglietto da visita, rispetto ad uno più da fumetto o da magazine. Io, ad esempio, ho un debole per i font con le grazie, ossia quelli della famiglia Serif, che si completano, alle estremità,  con delle belle terminazioni, o gambette, a punta. Su tutti però, i miei preferiti sono il Georgia [immagine di Jim Hood, CC by sa] ed il Goudy (Old Style), creato appunto dal prolifico Frederic W. Goudy.

Si, casualmente, entrambi iniziano per “g” ma differiscono molto tra loro anche se ad accomunarli v’è la loro alta leggibilità. Il Georgia è imparentato con il classicissimo  Times New Roman,  se ne differenzia principalmente per una accentuata rotondità e maggiore ampiezza, caratteristica che lo rende adatto sia per la stampa su carta che per l’uso a video. Il Goudy, nato nel 1916, ha una maggiore anzianità di servizio, se così si può dire, ed eleganza grafica ma  in proporzione al Georgia è più piccolo. Per capirci un corpo 11  del Georgia corrisponde per ampiezza ad un 14 del Goudy.

Tornando al nostro libro, conviene usare più font? Io, personalmente, direi di no. È vero che la scrittura è un fatto personale, anche quando si cristallizza nell’oggetto dell’altrui lettura, ma quella ribellione al modello di uniformità espressiva, che esiste in ogni autore, non deve far dimenticare che il libro non potrà mai essere un mezzo tutto privato, con un alfabeto nuovo ed incomprensibile. Così, anche per i suoi elementi esteriori, un libro dovrà conservare i suoi fattori di comunicazione senza che costituiscano distrazione per quanti sono chiamati a giudicare il nostro lavoro, così, se siamo partiti con il Georgia, continueremo ad utilizzarlo fino in fondo.

Ma c’è davvero il fondo di un libro? Uhm, per questa volta vi risparmio altre sciocchezze e, se sopravvivrò ai “gavettoni”, ci rileggeremo qui.

.:.

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Scritto da: hermansji il 18 Settembre 2009
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Mirrormask, Gaiman e McKean

mirrormask Mirrormask, Gaiman e McKeanNB: l’autrice della recensione sottolinea di averci provato. Sì, ho tentato di trattenere le lodi sperticate e non essere così smaccatamente entusiasta, ma invano. Va bene, la prossima volta sarò più seria. No, meglio che non lo giuri…

La produzione narrativa di Neil Gaiman non si limita ai romanzi o alle fiabe dedicate ai bambini, ma spazia ampiamente nel campo della sceneggiatura, sia per quanto riguarda il mondo dei fumetti che quello del cinema. Nel 2005, per esempio, è uscito per il mercato anglosassone il film Mirrormask (La Maschera-Specchio), scritto da Gaiman e diretto da Dave McKean. La collaborazione tra i due è proseguita anche sulla carta ed il risultato è il racconto illustrato omonimo, edito da Mondadori.

La trama riprende il tema centrale più caro a Neil Gaiman, ovvero un protagonista sperduto tra sogno e realtà. In questo caso al centro della vicenda troviamo Helena, una quindicenne che vive in una famiglia circense ma che vorrebbe poter avere una vita più simile a quella delle sue coetanee. Un giorno, dopo un brutto litigio, la madre perde i sensi e deve essere ricoverata.

Afflitta da feroci sensi di colpa, la ragazzina si trova all’improvviso in una realtà parallela in cui una materia oscura sta distruggendo ogni cosa. Aiutata dal vagabondo mascherato Valentine, Helena scopre che la regina bianca di quel mondo è gravemente malata e solo la Maschera di Specchio potrà salvarla e mettere a posto le cose. Purtroppo questo magico elemento è custodito nel regno dell’Ombra ed è lì che la nostra eroina dovrà avventurarsi, alla scoperta di una verità ancora più spaventosa perché il pericolo ha origine da se stessa e forse non potrà essere arginato.

Illustrato con alcune immagini del film, ma anche con disegni originali che ricordano da vicino il tratto di The Sandman (l’opera per cui Neil Gaiman è diventato famoso), Mirrormask è un’avventura breve ma mozzafiato. Se l’argomento della bimba smarrita nel sogno è facilmente riscontrabile in un capolavoro come Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol e verrà successivamente ripreso dallo stesso Gaiman nel più famoso Coraline, la visionarietà di quest’opera è tutta particolare.

L’ambiente del circo, le maschere, la stessa ambiguità del personaggio di Valentine (la caratterizzazione senza dubbio meglio riuscita) sono tutti riflessi delle incertezze che accompagnano l’adolescenza. Lo strato onirico è solo la via che conduce all’inconscio, in cui i personaggi si muovono sempre in bilico tra la loro realtà e la nostra, capaci di agire in entrambi i mondi.

Trattandosi di un semplice racconto, per di più estratto da una sceneggiatura, certi passaggi mancano di un approfondimento che li avrebbe resi più comprensibili, ma anche il senso di indefinitezza può rivelarsi un vantaggio, se usato da un bravo scrittore: a volte il non detto è uno spazio lasciato libero per la fantasia del lettore che non può più rimanere passivo. Quindi anche questa volta il signor Gaiman fa centro, e lo fa a modo suo: invitandoci a entrare nel mondo dei sogni e costruire la nostra parte .

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Scritto da: Elfo il 8 Settembre 2009
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Dove prendi le idee?

the dreaded question 3 Dove prendi le idee?

– Da dove prende le idee?
– Onestamente [...] il mio lavoro nasce da una commistione di ricerca, esperienza personale e influenza degli autori che amo.
– Questa è una risposta preconfezionata.
Via Pensieri Spettinati

Da dove trae ispirazione un autore? Il fumetto di Kurt Huggins e Zelda Devon – che vi consiglio caldamente di leggere – di cui ho riportato una parte dà la sua versione, fantastica nel senso più completo del termine. Ma sono convinta che molti scrittori diano risposte preconfezionate, come il protagonista della tavola. Giro perciò la domanda agli autori: da dove prendete le idee?

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Scritto da: Livia il 4 Settembre 2009
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Il mostro della piscina, Candida

Il mostro della piscinaQuante volte abbiamo sperato o sognato di essere al centro di un libro, di un fumetto, di un film? E se la narrazione tendesse verso l’horror, ne saremmo davvero felici? Se volete una risposta, per quanto immaginifica e ironica, Il mostro della piscina è il romanzo che fa per voi.

È il diventare protagonisti di una storia dell’orrore il nucleo intorno al quale i personaggi, loro malgrado, si ritrovano a vivere vicende rocambolesche, inverosimili e, di tanto in tanto, comiche. Una storia, però, densa di cliché e di deja-vu, di quelle che non tarderemmo a bollare come “storiaccia”.

Marco Candida infatti gioca consapevolmente con tutti gli stereotipi che compongono l’immaginario horror, disponendoli l’uno dopo l’altro lungo la strada di Tom, il protagonista: la bionda semisvestita, il vecchio (st)Rambo cantastorie, il bambino salvifico e un’onda di calamità, tra cui, appunto, il famigerato mostro del titolo. E chiaramente non poteva mancare il cimitero, come luogo dell’azione.

Il mostro, poi, è quanto di più classico in materia: squamoso, viscido, ottuso, ripreso esattamente da quelli dei vecchi fumetti, inspiegabile come un Blob. Un mostro da pulp anni venti, con sullo sfondo la stessa folla urlante e impazzita che ci aspetteremmo nei b-movie.

Di digressione in digressione l’autore ci racconta una storia semplice nell’idea e complessa nell’attuazione: pur sapendo che si è in una narrazione altrui, come ci comporteremmo? Per spiegarlo crea un gruppo di personaggi consapevoli del trovarsi in una antiquata storiaccia dell’orrore, disincantati rispetto agli avvenimenti, anche i più strani; capaci, quindi, di strizzare l’occhio al lettore utilizzando il suo stesso sentire.

Lo stile è molto pop, anche se a tratti la scrittura sembra acerba e si fa difficile da seguire; le lunghe digressioni parodistiche sono molto godibili e aggiungono il sale e l’umorismo necessario a un’azione altrimenti troppo rapida.

Un romanzo che, come recita la quarta, si trova “a metà tra tributo e parodia”. Palesemente sbilanciato verso la seconda. Una buona lettura, magari, a bordo piscina.

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Scritto da: Livia il 4 Settembre 2009
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Mister No: Il Dio vendicatore, Nolitta e Diso

Il dio vendicatore – Nolitta e DisoNel giugno del 1975 usciva il primo numero di Mister No, fumetto edito da quell’Editoriale Cepim, oggi conosciuta come Sergio Bonelli Editore, celebre per avere prodotto e pubblicato serie storiche come Tex e Zagor. Scritto dallo stesso Sergio Bonelli, sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta, Mister No voleva però essere un prodotto a suo modo innovativo, sia nel panorama del fumetto seriale italiano in generale sia, in particolare, per gli standard della casa editrice.

Mister No, al secolo Jerry Drake, è infatti un avventuriero sui generis – perché pur sempre di fumetto d’avventura si parla – un avventuriero suo malgrado, un pilota americano che dopo aver combattuto per il suo Paese durante la Seconda Guerra Mondiale (anche in Italia fra l’altro) si ritira in cerca di pace a vivere nella Manaus degli anni ’50, in Brasile, in piena foresta amazzonica, lavorando come pilota turistico alla guida di un piccolo piper.

Un antieroe assai lontano dalla retorica dei protagonisti del comic classico, calato in pieno nell’ondata di rinnovamento degli anni ’70 insomma, un protagonista disilluso, disincantato e anticonformista di storie che gli capitano sulla testa suo malgrado. E per essere un tipo alla ricerca di tranquillità, un bicchiere di cachaca con gli amici e qualche bella donna, bisogna dire che gliene capitavano: indios tagliatori di teste, trafficanti d’armi, zombi e dark lady, e tutto un campionario di avversari e dis-avventure che però iniziavano a portare in campo tematiche ecologiste legate alla salvaguardia della foresta pluviale e a un profondo rispetto della cultura indigena. A testimonianza del sincero amore che l’autore nutriva, e nutre tuttora, per quelle terre.

La serie ha concluso le sue pubblicazioni da qualche anno ma a testimonianza della vitalità e del valore del personaggio continuano a essere ripubblicate in libri e ristampe periodiche, come nel caso di questo volume, edito dalla bolognese Comma 22, e intitolato Il Dio vendicatore. Viene qui infatti riproposta una storia classica, a firma Guido Nolitta e con i disegni di Roberto Diso. Diso che era il disegnatore principe della serie: se infatti il personaggio all’inizio era stato creato graficamente da Gallieno Ferri e Franco Donatelli, già al fianco di Nolitta/Bonelli sulle pagine dello storico Zagor, ben presto fu lo stile elegantissimo e dinamico di Roberto Diso a imporre il look definitivo del pilota e a far sì che l’ottimo illustratore diventasse il copertinista definitivo della serie.

Grande merito va quindi a case editrici come questa, che fanno conoscere anche ai più giovani una perla del nostro fumetto “popolare” che ha vantato fra i suoi autori anche nomi illustri, oltre a quelli già menzionati basta citare Tiziano Sclavi, il padre di Dylan Dog, lo scrittore veneziano Alberto Ongaro, o Ferdinando Tacconi fra i disegnatori.

Da riscoprire e (ri)assaporare ovviamente – a trovarla – con una cachaca originale.

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Scritto da: tomtraubert il 6 Agosto 2009
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Pluto, Urasawa e Tezuka

pluto Pluto, Urasawa e TezukaPur essendo un appassionato di fumetti confesserò che non sono mai stato un grande lettore di manga. Pur essendo cresciuto con i primi robottoni di Go Nagai, Il Grande Mazinga, Goldrake… e tutto quello che in Italia è arrivato in seguito, il manga non mi ha mai conquistato. E però. E però ogni tanto leggi che rappresenta la felice eccezione alla regola. È il caso di Pluto, di cui ho letto il primo volume e di cui esce in questi giorni il secondo.

L’autore, Naoki Urasawa, fa con quest’opera un omaggio, sentito e riuscitissimo, al mitico Osamu Tezuka, altro autore storico del fumetto jappo, e nello specifico al suo celeberrimo Astro Boy, di cui rielabora una storia (Il più grande robot del mondo) e ne fa la vicenda narrata in questo bellissimo volume.
Sì perché ve lo dico subito, Pluto è molto bello, e potete leggerlo anche se non avete letto mai un manga in vita vostra… stando solo attenti che si legge da destra a sinistra – ovviamente!

Il mondo raccontato in Pluto è un mondo in cui robot intelligenti convivono con gli esseri umani in una società futuribile che ispira tematiche le quali richiamano da vicino tutta la letteratura e il cinema che hanno sviluppato l’argomento nel corso degli anni, da Asimov a Blade Runner.

In maniera peraltro molto intelligente. La vicenda ha per protagonista l’ispettore Gesicht, un robot chiamato a indagare sulla morte di due robot molto importanti, entrambi assassinati con le caratteristiche di un delitto rituale: sulle teste di entrambe le vittime vengono poste dall’assassino delle specie di lunghe corna.

Da qui prende le mosse il racconto, che sviluppa abilmente diverse sottotrame, fino a svelare che l’omicida ha designato ben sette vittime, i sette robot più potenti del mondo, fra i quali – sorpresa, sorpresa – lo stesso Gesicht.

Ottimamente narrato e disegnato, caratterizzato da un pathos tutto nipponico, Pluto è una lettura coinvolgente e non banale, che porta con sé tutte le domande che il genere porta in dote: qual è il confine fra l’uomo e la macchina? Può un robot provare emozioni? Alcune pagine toccanti di questo volumetto sembrano suggerirci di sì. Ancora meglio se letto in compagnia di un fresco Tocai friulano… Se si può ancora dire.

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Scritto da: tomtraubert il 9 Luglio 2009
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Mary e Joe, Amitrano e Buoncristiano

Mary e Joe – Alessandra Amitrano e Luca BuoncristianoJoe Rotto viene su da uno scarabocchio e poi si appropria del mondo di internet. Tutto. Senza bisogno di minacce, che invece lascia da parte per Michael Jackson. Alessandra Amitrano aveva riscosso successo col suo Broken Barbie e aveva una storia che le girava in testa. Insieme, in una maniera sfacciata e romantica, hanno presentato un lavoro edito Fazi: Mary e Joe.

Mary ha tre figli e coraggio da vendere, solo dimenticato sotto anni di abusi e violenze. Suo marito è un maledetto da cancellare dalla faccia della terra. La rabbia e il destino le fanno incontrare uno specchio di sé che aveva dimenticato: la cattiveria nella vita di Joe, che noi apprendiamo disegno dopo disegno, è quella che dovrebbe risollevare Mary e portarla a vincere sul mondo. Perché se lo merita. Il mondo è Rotto e Joe sa come viverci, lui è un esempio da seguire. Orribile.

Psichedelico, crudo, crudele: forse apparirò banale ma sono i primi aggettivi che mi vengono alla mente. Sarcastico, fa ghignare e digrignare i denti. Fa rabbia ed un po’ commuove. Dà il mal di stomaco dargli ragione ogni volta, eppure non puoi resistere. Al cinismo di Carmelo Bene, alla posa di Humphrey Bogart, al piacere del macabro Burtoniano.

Luca Buoncristiano si è davvero inventato qualcosa, e per quanto io ci creda fermamente non sono così originale nel dirlo, altri l’hanno capito prima di me.
Luca dice che Joe è il suo amico immaginario, e questo mi spaventa un po’ – fa tanto film dell’orrore in cui si lasciano dire all’inesistente compagno le cose più cattive. Fortunatamente, Joe non può agire fuori dal foglio, o ci ritroveremmo alle prese con un becchino, uno spacciatore, un feticista, uno stronzo (e perdonate il francesismo, ma lo sono in tanti e lui di più).

Chi di voi già lo conosce, non resterà deluso dall’effetto che dà il vecchio Rotto su carta. Luca capisce a fondo l’intento della Amitrano e la accompagna nel suo viaggio – intanto, parallelamente, dà vita a una storia sua che ci racconta per immagini. Ne esce una filastrocca violenta e triste, a cui non si può rinunciare alla sera.

La verità però è che Joe Rotto ha bisogno di esistere, solo, unico e forte. Accompagnato dai pensieri di chi ogni giorno gli dà forma. Quindi sono qui in attesa del prossimo passo lungo, e intanto seguo l’evoluzione sugli spazi web.

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Scritto da: marzia il 17 Giugno 2009
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