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Un concorso imperdibile per gli appassionati di Amélie Nothomb: in palio la prima edizione autografata del libro in uscita e altri libri dal catalogo Voland!
Il concorso è articolato in due sezioni, una dedicata alla fotografia e una alla scrittura. Partecipare è semplice:
per nothombiani amanti dello scatto:
Munitevi di macchina fotografica digitale.
Andate alla ricerca, sulle teste altrui o nei negozi, di cappelli che Amélie vorrebbe sfoggiare.
Immortalateli e inviateli alla nostra redazione.
Max 3 foto ‘a testa’
per nothombiani amanti della penna:
Nei 17 libri di A.N. pubblicati da Voland scegliete un personaggio, non necessariamente il protagonista.
Immaginate un seguito alla sua vita.
Raccontatecelo e speditecelo per mail.
Max 30 righe in formato Word
Potete cimentarvi in entrambe le specialità, fotografare cappelli e inventare sequel.
Ai vincitori, proclamati dopo attento esame e a insindacabile giudizio della redazione unita, con il prezioso apporto per la parte visuale di Alberto Lecaldano, saranno assegnati i seguenti premi:
1° classificato/a (in entrambe le sezioni): copia autografata del libro Le voyage d’hiver di Amélie Nothomb, che uscirà in Francia il 1° settembre 2009
2° e 3° classificati (sempre di entrambe le sezioni):a ciascuno 3 libri a scelta del raffinato catalogo Voland.
Gli elaborati vanno spediti a redazione@voland.it e i vincitori saranno proclamati il 15 settembre. Forza, il tempo stringe!
Sono stata contattata da una casa editrice che non conoscevo (quante ce ne sono!), e dopo uno scambio di mail ho deciso di inserirla nel nostro piccolo database. Si tratta di Cartman, che si occupa di saggistica universitaria e, da qualche anno, di fotografia.
Ci occupiamo di saggistica universitaria, e ci interessa tra gli altri il tema della fotografia. Da tre anni istituiamo con grande entusiasmo un nostro concorso letterario fotografico, in occasione della Fiera Internazionale del Libro di Torino, e in collaborazione di anno in anno con musei, enti e associazioni. Dal 2007 pubblichiamo poi un calendario letterario fotografico editoriale annuale. Dopo il 2007 dedicato al Mozambico (in collegamento a Medici Senza Frontiere) il 2008 abbiamo scelto di dedicarlo al tema del cammino multietnico.
Per il 2009 abbiamo applicato la formula (già da noi collaudata dal 2007 e sviluppatasi nella pubblicazione di due raccolte), del concorso letterario fotografico (il cui bando è terminato il 10/08/2008). È nato così il concorso PER AMOR DEL CIELO, dalle cui numerosissime adesioni sono state selezionate 24 opere tra fotografie, illustrazioni, poesie e racconti. Il Calendario 2009 letterario fotografico Per Amor del Cielo (in occasione del 2009 International Year of Astronomy), presentato presso il MUSEO DI SCIENZE NATURALI DI Torino, vuole anche sensibilizzare ai progetti umanitari di SIGHTSAVERS.ORG
Lodevole l’adesione di questa casa editrice al progetto Impatto Zero ® di LifeGate: le emissioni di anidride carbonica prodotte per la realizzazione di alcuni dei volumi in catalogo sono state compensate con la riforestazione di un’area boschiva in crescita in Costa Rica.
Riporto il brano di conversazione che ha fatto entrare quest’editrice tra i nostri profili:
Cartman non fa editoria a pagamento, ma questo non significa che gli autori non siano invitati (non obbligati) a contribuire a far circolare il proprio libro e quindi di conseguenza a comprarne a loro volta delle copie (scontate of course).
[...] credo fermamente nel concetto di motivazione intrinseca, ovvero nel fatto che un autore deve avere una passione e creatività innata a prescindere dal riscontro economico che ne può derivare dalla sua opera. E viceversa questo vale in primis per Cartman.
Ho di recente scoperto la casa editrice White Star con le sue edizioni fotografiche. Ovviamente come primo acquisto non potevo che scegliere Cani & cani!, in onore di una delle mie tante passioni.
Non ci sono dubbi sull’argomento, sono immagini molto grandi di cani, cuccioli e adulti, ritratti in pose accattivanti, enfatizzando gli aspetti teneri e buffi. Non è una carrellata esaustiva di tutte le razze, piuttosto una panoramica delle possibili espressioni.
Ogni pagina, come una vera e propria scheda, contiene uno o due cani, con i nomi e il relativo ceppo, senza preferenze per la taglia. Nessuno spazio, purtroppo, ai meticci, che pure sono una parte rilevante della popolazione canina, più variegata, più “unica” e non meno bella dei cani con pedigree.
Il testo è praticamente assente, sintetico e didascalico nelle pagine in cui appare, sempre di contorno all’immagine, comunque. In alcuni casi la scelta del contrasto lo rende di difficile leggibilità, nonostante la brevità degli scritti.
Le foto sono ben dettagliate, di alta qualità, benché saltuariamente capiti che nella impaginazione si perda qualche caratteristica essenziale che, magari decentrando un po’ la foto, sarebbe rimasta preservata. Le sezioni sono varie, immancabile quella dei cuccioli, ricche e dettagliate.
Il volume ha un formato molto grande e la sovraccoperta ha un gradevole effetto satinato. Buona, ma non eccelsa, anche la carta all’interno, bella la legatura con copertina rigida. In definitiva un bel libro da possedere e sfogliare di tanto in tanto, o magari da regalare ad amici cinofili.
Infine una notazione che sembra stravagante, e di sicuro per molti lo è: i libri di questa casa editrice fanno un odore strano, diverso, più speziato di quello a cui sono abituata. Sarà la carta o le nuove tecniche di stampa?
Quando è morto Fabrizio De André l’ho saputo dal televideo. Quando tre settimane fa è morto Rick Wright l’ho saputo dal televideo. Mi viene da non accenderlo più, capirete. In entrambi i casi è stato un lutto, la morte di uno che ti ha dato tanto, magari senza saperlo, ma uno che ti ha segnato la vita.
A Faber ho avuto la fortuna di poterlo dire, di poterlo ringraziare per la sua musica e per il suo pensiero… A Rick Wright no, ma questa è un’altra storia.
Questo libro è invece la storia di Fabrizio De André, narrata attraverso le sue parole e le sue immagini. Guido Harari, curatore del volume e celebre fotografo e giornalista rock, ha messo assieme con intelligenza e competenza una sorta di autobiografia postuma, raccogliendo e ordinando frasi, pensieri, dichiarazioni, interviste e quant’altro Fabrizio ci ha lasciato nel corso degli anni, riuscendo così a riprodurre un quadro affascinante e fedele di una personalità così straordinaria.
Perché straordinario Faber lo era veramente, fin dalla sua infanzia borghese ma contadina allo stesso tempo, dalla sua adolescenza piratesca nei vicoli di Genova, fino ad arrivare al cantautore idolatrato e timoroso del palcoscenico che abbiamo conosciuto e amato in tanti.
E ci viene restituito così vivo in questo libro, con il suo pensiero vibrante, anarchico, con la sua arguzia, la sua cultura, la sua umanità, il suo umorismo e la sua autoironia… e con le sue immagini, una raccolta di foto belle, bellissime: le foto di famiglia, dell’infanzia, così come le foto dei professionisti che lo hanno ritratto sul palco e fuori.
Parla di tutto De André in questo volume, certamente di sé ma anche di filosofia, di religione, di storia e di politica, di musica e letteratura. Parla del rapimento, parla della sua fattoria dell’Agnata, parla delle sue donne e dei suoi figli. Racconta di vita, così come ce l’ha sempre cantata. Ed è un piacere leggerlo, avendo in testa la sua voce, ed è come se risuonasse davvero ancora fra queste righe.
Da leggere con le sue canzoni sotto, e magari con un “bianco di Portofino” che ci riporti ancora in quella “mulattiera di mare” percorsa, almeno idealmente, così tante volte.
“Ancora oggi non capisco esattamente cosa siano la virtù e l’errore. Basta spostarsi di latitudine, per non dire nel tempo, che i valori diventano disvalori e viceversa. Adesso viviamo questo gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Non è che i giovani d’oggi non abbiano valori: è che noi non siamo ancora riusciti a capire bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri. Io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, nessuna certezza in tasca e, quindi, non la posso regalare a nessuno. Va già molto bene se posso regalarvi qualche emozione.”
Fabrizio De André
Di arte europea e americana si parla spesso, fin troppo: dalla classicità alle avanguardie ci siamo sempre arrogati un primato sia tecnico sia concettuale senza mai riconoscere un posto alle altre forme d’arte diffuse nel mondo, etichettandole sovente come “primitive”.
C’è una abissale distanza tra il percorso di evoluzione occidentale dell’arte e quello nipponico o africano, ma di rado i nostri critici hanno avuto la preoccupazione di comprendere le implicazioni di certe forme figurative piuttosto che di altre.
Questo prezioso volume fotografico non è solo il catalogo di una mostra toscana ma anche un breve saggio che spiega in maniera semplice la cronologia dei ritrovamenti, il processo di datazione, e il valore artistico dei manufatti nigeriani che sono giunti fino a noi.
Le epoche sono varie e tutte piuttosto ricche di produzione artistica, benché il materiale ligneo sia andato irrimediabilmente perduto. Restano a testimoniare la grande perizia tecnica e formale i numerosi bronzi diffusi in tutta l’area che ora prende il nome di Nigeria e che fu Ife, Nok, Owo, per citare qualche nome.
Il volume non è esente da una certa logica eurocentrica, che si fonda sulla dicotomia tra società “civilizzata” e primitiva. Ma almeno rende atto agli artisti africani delle loro grandi conoscenze tecniche: la tecnica della fusione a cera persa infatti compare contemporaneamente in Grecia ed in Sudafrica, portando però a sviluppi completamente differenti.
Appaiono legittime quindi alcune domande: se una cultura sviluppa una tecnica artistica tanto avanzata non è coerente pensare che sia una precisa volontà stilistica la rappresentazione di determinate forme? Qual è allora il concetto che quelle forme rappresentano?
Ovviamente non possiedo le risposte, ma attraverso le immagini e i testi di questo catalogo sto cercando di crearmi una mia personale teoria, che cerchi di dare contezza delle varietà di espressioni che il cervello umano ha saputo creare. Ritengo che sia il migliore obiettivo che un libro, di qualsiasi genere, possa perseguire: favorire il fermento delle idee.
Altro punto nettamente a favore è costituito dalle fotografie di Herbert List, con il loro contrasto di nero e luce e la focalizzazione sui particolari; permettono in questo modo di percepire la tridimensionalità degli oggetti, dando un senso quasi tattile della loro asperità o levigatezza, superando i limiti del supporto.
Nelle nostre città ormai invase dai prodotti finto-etnici made in china è utile riscoprire, anche attraverso l’archeologia, capolavori che colpiscano la nostra intelligenza portando ad interrogarci sulle funzioni dell’Arte.
Il mio primo contatto con gli scritti di Barthes risale ai tempi dell’università: fra i tanti autori in programma, è forse l’unico che io legga tuttora e con sincero piacere, dal breve saggio su Arcimboldo ai Miti d’oggi, fino a quest’ultimo letto, La camera chiara.
Col suo abituale approccio semiotico Barthes cerca di dare risposta ad un quesito arduo: quale categoria distintiva possiede la fotografia come forma d’arte autonoma? O, più semplicemente cos’è la fotografia “in sé”? La fotografia parla di un qui e ora, ma ha un valore artistico al di là della pura denotazione.
Citando ed opportunamente riportando numerose fotografie Barthes spiega, seguendo una logica stringente e progressiva, quali siano gli inganni retorici da cui liberarsi per procedere ad una analisi coerente. Primo passo: la selezione del corpus.
L’autore sceglie infatti scatti non incidentali, bensì ragionati, di grandi o sconosciuti Operator (in contrapposizione con lo Spectator, latinismi per definire chi “fa” e chi “fruisce”), senza tentare di scomporre l’immagine per ricavarne il senso: guardandola, come dice, “ad occhi chiusi”.
Può sembrare un’assurdità ma è l’unico modo per scindere lo studium dal punctum, da lui definiti inizialmente: mentre lo studium è un tipo di sguardo applicabile ad ogni arte, poiché è la decostruzione per assemblare il senso, il punctum è il reale che irrompe dalla foto involontariamente.
Dopo queste prime distinzioni arriva una bella digressione in cui compara fotografia e cinema e successivamente confronta i caratteri della foto pornografica e di quella erotica, cogliendo aspetti sottili e trascurando gli aspetti evidenti ed ovvii.
Nella seconda parte il saggio attinge alle immagini personali, non pubbliche quindi, per continuare il percorso verso l’eidos (la natura) della Fotografia. È questa la parte in cui la scrittura diventa più sentita e personale, coinvolgendo i ricordi del saggista.
Infine giunge una lunga e bella analisi del rapporto fra Fotografia e morte, fra l’essere qui e ora e l’essere stato, seguendo un paradosso temporale e culturale creato proprio da questa arte. E in cui si ritrova la follia della fotografia.
Una piccola ulteriore nota di merito da riconoscere a Barthes, qualora ce ne fosse mai la necessità, è di aver ridato visibilità al “padre della fotografia”; so che molti di voi stanno pensando a Daguerre, ma quest’ultimo non era che il discepolo di Joseph Nicéphore Niépce, il vero fondatore.
Un saggio per tutti gli amanti sia della semiotica sia della fotografia, di non facile lettura ma di grande utilità e chiarezza.
Tempo fa (non troppo), uscendo la sera, raccoglievo un esemplare per ogni promocard esposta, le cartoline pubblicitarie tanto diffuse (e presto imitate) nei locali italiani. Amo la pubblicità quando è creativa, quindi mi ha sempre fatto piacere raccogliere “campioni di creatività”. Indimenticabile la radiografia dell’ippocampo, ad esempio, o le campagne motorola su cartolina.
Ma c’è un prodotto in particolare che ha fatto proprio della cartolina il suo mezzo distintivo, riunendo intorno ad un unico mezzo espressivo artisti di fama mondiale: la vodka Absolut. Che ha saputo coinvolgere, stupire e comunicare lasciando campo libero alla sperimentazione, giocata sempre intorno alla silhouette inconfondibile della bottiglia.
Absolut Mail Art ripercorre una storia fatta di autori italiani, quali Chiari, Del Pezzo, Rotella, Tadini, e del loro contributo artistico. Notevole come ciascun autore abbia interpretato in maniera unica ed univoca un semplice oggetto, declinandolo in infinite forme, esplorandone tutte le possibilità.
Il volume consta di tre parti, una prima sezione che potremmo considerare un percorso attraverso la storia del supporto, la cartolina, e delle sue possibilità espressive, una seconda con schede biografiche e riproduzioni delle opere, ed una terza ed ultima documentale, con accenni di critica.
Interessante la storia della cartolina che la Corgnati propone in apertura, a partire dal suo inventore, e molto ben dettagliate le schede sugli autori, concise eppure significanti. Non di facile comprensione la sezione di critica, che necessita di più attenzione che una semplice lettura.
Un bel saggio, per gli appassionati di pubblicità e di Absolut. Anche se, contrariamente alla vodka, non è necessario consumarlo con moderazione.

Magari Hana Deka non vi dice niente, ma l’immagine qui sopra sicuramente sì. Adesso oltre ai poster classici, che si trovano dappertutto, si trovano anche due libricini, piccoli e levigati, con le immagini del famoso fotografo Yoneo Morita dedicate agli amici quadrupedi.
Hana Deka significa più o meno “grosso naso”, che è quel che si nota di più nelle fotografie con lente “fisheye” di Morita. Certo, ormai si trovano molte imitazioni del suo stile, ma le sue foto hanno un che in più, una sorta di empatia tra l’artista e il suo soggetto.
Sono rimasta alquanto incerta sulla categoria, ma credo di poterlo inserire a tutti gli effetti tra i libri d’arte, non importa il soggetto o la dimensione: le fotografie sono estremamente accurate, nitide, la carta è patinata, le citazioni inserite appartengono al repertorio librario. Insomma piccolissimi volumi stampati con grande cura.
Il contenuto letterario non è sempre all’altezza dei nasi che sbirciano curiosi dalle pagine, ma poco importa agli amanti degli amici quadrupedi, ed ai bambini cui questo libretto sembra rivolto. I cuccioli immortalati ispirano immediata tenerezza, coi loro sguardi liquidi e quell’aria buffa che sanno avere, le pose goffe e curiose.
Buono da sfogliare coi bambini per far vedere quante forme possa avere l’amore. Ottimo per ricordarsi adesso che è estate di quanti cani e gatti attendano nei canili qualcuno disposto a ricambiare almeno in parte la loro grande carica d’affetto.
Chi di noi non è mai stato tentato, in qualche fiera, di farsi stampare uno di quei fogli “araldici” con una finta genealogia derivata in modo improbabile dal cognome, giusto per sognare per qualche istante di appartenere a famiglie famose, antiche, storiche?
Beh, io confesso, ci penso sempre, ma poi mi dico che è meglio tenermi la mia genealogia intricata come solo quelle siciliane sanno essere.
Leggermente diverso è il mestiere del protagonista del romanzo di Agualusa, Il venditore di passati, che intesse genealogie fittizie ma verosimili e rispettabili per i suoi clienti che vogliono ripulire e patinare la propria storia familiare. Il lavoro è capillare, con ricostruzione di episodi talmente realistici da convincere alcuni clienti che siano veri.
Un lavoro compiuto da un uomo che è uno spettro, un “demone” in qualche modo, comunque un diverso. Accompagnato da un coprotagonista che non so proprio definire, e che incarna l’anima di un autore che amo molto, facendosi voce narrante di questa storia irreale e per questo credibile.
Comprimari sono due fotografi, una volta alla luce (rifacendosi all’archetipo etimologico del termine, phos e graphis, scrivere con la luce), l’altro all’ombra. Due fotografi che gravitano, ognuno col suo scopo, intorno al protagonista, ed i cui obiettivi si riveleranno congiunti.
Per una volta appartenere al sud del mondo è un vantaggio, nella lettura del libro: fa comprendere la scrittura che sa di ore di canicola, odori rotondi e roventi, respiro umido; una scrittura ammantata di quel buio ocra che chi non ha vissuto non sa vedere (ma così ben reso in copertina).
La trama è originale, è costellata di sogni (e indizi per svelare l’identità del coprotagonista), ed è permeata di quegli argomenti che hanno reso celebre la narrativa sudamericana. Il che è un po’ strano, data l’ambientazione africana, come africano è il luogo di nascita dell’autore.
Un libro che è esso stesso onirico, quasi uno di quei sogni agitati che colgono quando ci si addormenta al sole.

Nelle nostre città spesso ci sono luoghi dimenticati che meriterebbero di essere visitati e riscoperti. In Sicilia, specialmente, alcune abitazioni private sarebbero degne di studio e di passione, di visibilità.
Dimore di Sicilia mostra attraverso gli scatti di Minnella e i testi di Zalapì luoghi ricchi di storia e fascino.
Un excursus che è quasi un itinerario, diviso per provincia, di tutte quelle dimore nobiliari che si sono fregiate del lavoro delle maestranze sicule (e sicane mi ricorderebbe un amico). Gli autori inoltre sono particolarmente attenti ai dettagli a cogliere il nascosto o il non-ovvio, che sia il dettaglio di un pavimento o un’angolazione particolare nello scatto, o un pezzo di storia dimenticata.
Le immagini sono particolarmente curate e l’impressione generale, anche per l’edizione, è di un ottimo lavoro, di qualità. La mia edizione, quella grande e con la copertina rigida ed il cofanetto, è una piccola perla, ed è valsa tutto quel che è costata, ed anche un po’ di più. Di certi libri mi piace anche solo sfogliarli per l’emozione tattile, e questo appartiene alla categoria.
Anche io, che amo la sicilia e l’ho girata sin da piccola coi miei, ho scoperto luoghi ancora non visti, in cui al più presto andrò, testimoni della storia e delle tante storie passate. Un libro che, più di tutto, è un’occasione di scoprire ciò che essendo vicino è spesso troppo lontano dagli occhi.