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Ah, l'immortalità! Una chimera che l'uomo ha sempre ricercato, attraverso magia, misticismo e scienza, in tutti i modi possibili. Vivere per sempre, immutabili, cavalcando i secoli sempre in forma, senza invecchiamento, senza decadimento fisico. Su questa ricerca è imperniato Il Libro dei Teschi, romanzo di Silverberg non molto conosciuto.
Quattro giovani americani, ognuno appartenente a una nicchia sociale ben distinta, si ritrovano a condividere gli anni del college e una scoperta che li porterà a compiere il viaggio "della vita". Un inizio un po' banale, se vogliamo, già visto e sentito, ma con sviluppi decisamente inaspettati.
Si tratta infatti della ricerca dell'immortalità seguendo le indicazioni di un libro trovato da Eli, quello che, tra loro, possiamo identificare come l'intellettuale, stereotipicamente ebreo, solitario, smilzo. Il Libro dei Teschi infatti racconta loro del percorso e dei Misteri da percorrere per diventare immortali, recandosi in un monastero sperduto nel deserto americano. Sembrano esserci tutti gli elementi per un romanzo d'avventura, mentre invece è l'introspezione la chiave di tutto: ognuno di loro durante il viaggio esplorerà se stesso e le sue motivazioni, con un percorso di formazione dagli esiti niente affatto scontati.
Oltre al nostro ebreo non potevano mancare gli altri stereotipi americani: Oliver, il ragazzone del Kansas, campagnolo e belloccio, ossessionato dalla perfezione e dalla rimozione di quegli aspetti di sé poco meno che virili; Timothy, aristocratico americano con i suoi atteggiamenti di noia ostentata e una vita già scritta per lui fatta di feste e country club; infine Ned, poeta e omosessuale, con un disastro familiare alle spalle e mille segreti nella mente.
Da subito però colpisce una condizione "speciale" in questo percorso: secondo il nono mistero due di loro diventeranno immortali e due dovranno morire, uno suicida e l'altro ucciso dai sopravvissuti. Su questa tensione si gioca la partita mentale tra i quattro. E dopo ...
La monotonia, la ripetitività, l'assuefazione a un certo lavoro per qualcuno sono motivi di frustrazione, per altri sono conforto e tranquillità, un modo di mantenere la vita in un binario sereno, prevedibile, sicuro. A quest'ultima categoria appartiene il protagonista di questo romanzo edito da Intermezzi, La prigione di Ojeda.
Non tutti sono eroi, esploratori, capitani di ventura: alcuni sono semplici ragionieri, appagati da quello che fanno e senza alcuna pretesa di avere ruoli importanti per il resto del mondo. La felicità, in fin dei conti, non è fare qualcosa che ci dia orgoglio e senso di completezza, permettendoci di andare a dormire appagati? Per Ojeda la felicità è chiudere un foglio di conti nel modo corretto.
Partendo da questo punto di vista ogni minima mutazione del nostro stato diventa una tragedia personale, anche nel caso di un evento positivo, come una promozione sul lavoro, un incarico di maggiore responsabilità e – si suppone – di maggiore gratificazione. Per chi ama la stabilità, per chi è un esecutore il comando diventa sgradito, difficile, soffocante. Così è per il nostro protagonista, che inizia a soffrire fino ad avere disturbi fisici.
Da qui in poi non si riesce a distinguere tra ciò che vive solo nella sua mente e ciò che accade nel mondo esterno, mentre lui comincia a soffrire di un disturbo ossessivo che lo allontanerà progressivamente dagli affetti, dal lavoro e infine dal consesso umano. In questo turbine di pensieri, tic e minuziosità Ojeda si trasporta in un mondo claustrofobico, la prigione anticipata dal titolo, da cui non si vede l'uscita.
Dapprima coi numeri, poi con le parole e infine nuovamente con i numeri Ojeda cerca di descrivere la realtà, con perfezione sempre maggiore, fino a conoscere ogni oggetto intimamente, non solo nel suo aspetto esteriore e fisico. E di oggetto in oggetto fa suo ...
Sono sempre incuriosita dagli esordi narrativi. Mi piace molto tentare di scoprire che cosa abbia determinato il successo di questo o quello scrittore e se nelle loro opere prime sono già riscontrabili tali elementi.
Stavolta, mi sono dedicata al “Re”, anche perché ho trovato Carrie uno dei suoi romanzi più belli e capaci di colpire il mio immaginario. Nella sua biografia, King dice che aveva cestinato il racconto poco dopo averlo iniziato, perché aveva creduto che a nessuno potessero interessare le turbe di una ragazzina psicocinetica.
Sembra sia stata la moglie, Tabitha, a decretare che quel testo andava completato e proposto, perché aveva del potenziale. Le centinaia di migliaia di copie vendute nel mondo mi fanno pensare che:
a) La moglie di Stephen King sia un genio
b) Anche il più noto autore horror dei nostri tempi aveva le sue insicurezze e questo me lo rende inevitabilmente più simpatico.
Ora, concesso che entrambe le mie osservazioni siano vere, posso aggiungere che “Carrie” è effettivamente un romanzo eccezionale. Ambientato (indovinate un po’?) nel Maine, descrive con profondità i tormenti di un’adolescente che non ha nulla per essere un’eroina: è brutta, goffa, vessata da una madre terribile, derisa dai compagni. E poi ci sono quegli spaventosi poteri, così difficili da controllare…
Ciò che a King è riuscito perfettamente è stato il percorso nello scavare a fondo l’animo della sua protagonista. Carrie non è una “cattiva”, benché la sua frustrazione sia evidente fin da subito. A volte, anzi, è irritante perché non ha la forza di ribellarsi alle angherie che il mondo le riserva quotidianamente.
È l’estremizzazione delle insicurezze adolescenziali e in questo si può vedere ancora traccia del King insegnante, che di certo avrà attinto dalle sue esperienze personali per descrivere molti particolari della vita scolastica, a partire dall’atteggiamento dei professori che non sbeffeggiano apertamente la povera ragazza ma ...
Capita a tutti di sognare di lasciare un segno nella vita, di pensare che un giorno il proprio nome sarà famoso per una scoperta, un'invenzione, un'opera d'ingegno. Probabilmente il sogno più diffuso – e anche quello più a buon mercato – è quello di diventare scrittori famosi: mentre per fare una scoperta medica ci vogliono decenni di ricerca si suppone che la scrittura sia un'arte infusa, e ognuno pensa di possederla.
Angelo Calvisi, in veste di personaggio (oltre che di autore) vuole lasciare questo tipo di segno, istigato da Happy Days e Dante Alighieri, nel suo romanzo La maledizione del sommo poeta, seconda parte di una trilogia iniziata con Il geometra sbagliato e finita con Il principe di persia.
Tutto inizia dalla sua supplente, al liceo, una che ha l'aspetto della "fidanzata di Richie Cunningham" e che pone domande scomode sul senso della vita. Questo scatena nella mente del protagonista un'ossessione che non lo lascerà più, una sorta di anatema che lo costringe a misurarsi sempre con obiettivi fuori scala e ritrovarsi quasi immobile, incapace di affrontare la più banale quotidianità.
Più che di maledizione, però, io parlerei di persecuzione: il sommo poeta è sempre lì, ogni giorno della sua vita, a ricordargli i fallimenti, a fargli da monito, a intralciare la sua vita con piccoli dispetti: apre il giornale e lui si annida lì, mettendogli sotto il naso il successo dell'amico che pubblica a tutto spiano; si diverte a prenderlo in giro facendo le scenette più inverosimili, fumando canne o dondolando sui lampadari.
Il romanzo non è altro che un diario del protagonista, slegato e sconnesso come un delirio, i pensieri disordinati di una persona instabile, quale in effetti è. Circondato da personaggi altrettanto stravaganti, genitori ingombranti, amici invadenti e comparse di ogni tipo, compresi Giulio Mozzi e Tiziano Scarpa, ci racconta il ...
Per metterli su Anobii vado a ripescare questi due libri di Richard Matheson (1926) che sapevo di avere e aver letto ormai parecchi anni fa. Ne ho un buon ricordo. Mi piace questo autore e quando mi tornano in mente i titoli dei suoi romanzi che ho letto (I vampiri – vecchio titolo con cui era stato tradotto I am Legend del '54, cui ha dato rinnovata notorietà il film del 2007 con Will Smith – ma ce n'erano stati degli altri tratti più o meno liberamente da questo testo) mi stupisco sempre del taglio originale che Matheson ha saputo dare a vecchie tematiche del romanzo horror o del soprannaturale. Con I am Legend rielaborava il tema del vampirismo mentre con Io sono Helen Driscoll (del 1958: titolo originale A Stir of Echoes) il tema rielaborato è quello, anch'esso ben noto, dei fantasmi e del soprannaturale.
Verrebbe da chiedersi: che cosa di nuovo e originale ci si può inventare sia per il vampirismo che per il genere Storie di Fantasmi senza scadere in una più o meno accettabile variazione sul tema (appunto)? È questo che Matheson è riuscito a fare. E in modo tutto sommato semplice attualizzando la vicenda e rendendola credibile per l'epoca di uscita dei due libri.
Ciò che provoca il vampirismo in Io sono leggenda, è un batterio: già questo rende “scientifico” un argomento che fino ad allora era di pertinenza della Religione se non dell'Antropologia (se interessa, si veda a questo proposito l'ottimo e esaustivo saggio di Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Oscar Saggi n°517). Lo tornerà a trattare Stephen King con Le notti di Salem nel '75, ma lo farà in maniera più tradizionale.
Vero è che alcuni scienziati hanno ipotizzato le “possibili” malattie di cui potevano (o possono) esser stati affetti i vampiri. La più accreditata ...
Sì, è proprio il pittore Paul Gauguin (1848-1903) e Noa-Noa (la “profumata”) è il suo diario dei periodi trascorsi nelle isole di mari del sud a Tahiti dove era giunto nel 1891 e con una breve parentesi di nuovo in Francia vi si stabilirà definitivamente nel '95.
Di questo diario in questo libro vengono presentati alcuni brani, i più poetici, quelli che descrivono luoghi, usi, costumi e gente, come ce li immaginiamo convenzionalmente noi: posti incantati e incantevoli perché incontaminati, costumi innocentemente disinibiti, persone spontaneamente allegre, gentili e amiche. E, in effetti, a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, quei luoghi, quelle usanze, quelle popolazioni maore erano proprio così e, Gauguin, era uno dei pochi europei che abitavano quelle isole. Inoltre, non è difficile figurarsi, cosa potessero significare per un pittore ch'era stato anche impressionista, quei colori, quei paesaggi, quei tramonti, quei chiar di luna.
Paul Gauguin, pittore geniale iniziatore del cosiddetto cloisonnisme, e, come ci è famigliarmente tipica la figura del genio, sregolato e spesso in bolletta, così dicono le sue lettere all'amico pittore Daniel De Monfreid che seguono le note di Noa-Noa. Gauguin, che chiede denaro (che gli spetta), fa conti, offre addirittura specie di “abbonamenti” ai suoi quadri...
Per non parlare della vita sentimentale: i costumi così liberi gli permettono una vita che sarebbe stata considerata assai riprovevole in Europa (dove, da parecchio tempo, a Copenaghen aveva lasciato la moglie e i figli); già nell'aprile del '96 - a 48 anni - scrive: "con 100 franchi al mese viviamo io e la mia donna, una ragazzina di tredici anni e mezzo: non è molto, non vi pare?"; con i criteri della morale attuale sarebbe ritenuto e arrestato come pedofilo. Nel novembre dello stesso anno: "Sarò presto padre di un meticcio; la mia ragazza si è decisa a stamparlo."
Evidentemente era una ...
Cosa spinge gli uomini alle grandi imprese? Qual è la naturale reazione degli uomini davanti ad ostacoli insormontabili? Secondo Norio Nanjo (1908-2004), scrittore ed esperto di storia medievale, è la crudeltà, se non addirittura la pazzia. Questa sua idea è alla base del suo romanzo Suruga joo gozenjiai (La gara di arti marziali tenutasi al castello di Sunpu alla presenza del Feudatario), da cui successivamente è stato tratto Shigurui (folle) un bellissimo manga disegnato da Takayuki Yamaguchi e pubblicato in Italia dalla Planet Manga.
La storia inizia con un assurdo torneo di scherma con vere Katane organizzato da un feudatario sanguinario. Il primo duello è tra un guerriero monco ed uno cieco che sembrano uniti da un profondo rancore: Gennosuke Fujiki e Seigen Iraco. Viene racconta la storia dei due giovani samurai: una storia di violenza, sopraffazione, fanatismo, ambizione e vendette concatenate.
La trama di Shigurui, fedele al libro, si dipana attraverso brevi episodi che si susseguono avanti ed indietro nel tempo tinteggiando, davanti agli occhi del lettore, un quadro cinico dei personaggi e del loro mondo. Il mondo dei samurai è ben lungi da quello stereotipato da altre opere storiche. È un mondo in cui la pietà non esiste, i sentimenti devono restare nascosti, la vita è spesa nella cieca obbedienza al proprio signore ingiusto e sadico. L’onore è solo una maschera che nasconde fanatismo ed ambizione portati sino alla follia.
Il disegno di Yamaguchi, curato e particolareggiato, è anch’esso insolito: i personaggi sono spesso ritratti senza vestiti (ed a volte anche senza pelle) per mettere in evidenza la contorsione dei muscoli e le pose drammatiche. I dialoghi sono scarsi lasciando il campo agli splendidi disegni ed alle didascalie. I duelli sono molto spettacolari sia per la ricostruzione delle tecniche di spada che per l’effetto splatter: sangue, teste mozzate, mascelle strappate, ...
Dato che alcuni mi segnalano di non aver potuto vedere le elaborazioni di Cristina Monty, le metto qui sotto perché siano visibili:
Cliccando le potrete ingrandire. Inoltre aggiungo un elaborato fuori concorso, poiché scritto dalla nostra preziosissima Noemi: è davvero molto bello e merita di essere letto da tutti. Eccolo qui: Se una notte d'aprile un navigatore...
Peccato che sia fuori concorso, perché avrebbe sicuramente vinto (Noemi mi odierà per questo)!
Aggiornamento del 20 maggio 2009, elaborato di Chiaralice:
Nonostante spesso in editoria si dica che i racconti non abbiano mercato, ed in un certo senso è vero, si moltiplicano le raccolte, che potremmo dividere in almeno tre tipologie: racconti di autori famosi (mono o pluriautore), racconti monoautore di esordienti, raccolte pluriautore sempre di esordienti.
Per quanto riguarda i primi non c'è molto su cui dissertare: vendono per il nome sulla copertina. I secondi sono rischiosi (e spesso, ma non sempre, appannaggio delle case editrici a pagamento). Gli ultimi sono un'ottima vetrina per scovare giovani talenti.
A questa categoria appartiene Pazzità, raccolta di autori palermitani che si sono affrontati e confrontati sul tema della follia, urbana o meno, analizzandone ciascuno un aspetto, poetico o sanguinario che fosse. Palermitani gli autori ma non la raccolta, che spazia senza confini geografici troppo stringenti se non in un paio di casi riconoscibili.
Il tema portante, oltre la pazzia e l'assurdità, è anche la sottile linea di separazione con la normalità, il confine inespresso e facilmente valicabile, la prossimità anche fisica tra chi conduce una vita allineata alle norme sociali e chi no. La quotidianità è infatti presente in quasi tutti i racconti, tangibile e concreta, fino al punto di frattura.
Esula da quest'ottica solo Amnésie Blanche, che sia per tono sia per ambientazione è il più onirico di tutti, quasi fumoso. Un piglio di realismo anche un po' duro si trova nelle storie di Bon ton e La superficie delle cose. Tra questi estremi si trovano tutte le gradazioni degli altri sei racconti.
Come sempre alcuni sono notevoli e lasciano intuire talenti in piena fioritura, altri sono più piani e banali, nessuno è sciatto. Chiaramente non tutti i racconti sono dello stesso livello espressivo, le raccolte, si sa, sono disomogenee quanto a contenuti e stile, ma è anche un buon modo per "indovinare" i gusti della più ...
Il mio primo contatto con gli scritti di Barthes risale ai tempi dell'università: fra i tanti autori in programma, è forse l'unico che io legga tuttora e con sincero piacere, dal breve saggio su Arcimboldo ai Miti d'oggi, fino a quest'ultimo letto, La camera chiara.
Col suo abituale approccio semiotico Barthes cerca di dare risposta ad un quesito arduo: quale categoria distintiva possiede la fotografia come forma d'arte autonoma? O, più semplicemente cos'è la fotografia "in sé"? La fotografia parla di un qui e ora, ma ha un valore artistico al di là della pura denotazione.
Citando ed opportunamente riportando numerose fotografie Barthes spiega, seguendo una logica stringente e progressiva, quali siano gli inganni retorici da cui liberarsi per procedere ad una analisi coerente. Primo passo: la selezione del corpus.
L'autore sceglie infatti scatti non incidentali, bensì ragionati, di grandi o sconosciuti Operator (in contrapposizione con lo Spectator, latinismi per definire chi "fa" e chi "fruisce"), senza tentare di scomporre l'immagine per ricavarne il senso: guardandola, come dice, "ad occhi chiusi".
Può sembrare un'assurdità ma è l'unico modo per scindere lo studium dal punctum, da lui definiti inizialmente: mentre lo studium è un tipo di sguardo applicabile ad ogni arte, poiché è la decostruzione per assemblare il senso, il punctum è il reale che irrompe dalla foto involontariamente.
Dopo queste prime distinzioni arriva una bella digressione in cui compara fotografia e cinema e successivamente confronta i caratteri della foto pornografica e di quella erotica, cogliendo aspetti sottili e trascurando gli aspetti evidenti ed ovvii.
Nella seconda parte il saggio attinge alle immagini personali, non pubbliche quindi, per continuare il percorso verso l'eidos (la natura) della Fotografia. È questa la parte in cui la scrittura diventa più sentita e personale, coinvolgendo i ricordi del saggista.
Infine giunge una lunga e bella analisi del rapporto fra Fotografia e morte, ...