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L’altra sera mi stavo producendo in un indolente e piuttosto inutile zapping televisivo, nella speranza che mi inducesse ad andare a dormire, assecondando l’ora piuttosto avanzata della notte, quando fra i numerosi improbabili protagonisti della televisione notturna (a proposito: ma è possibile che i politici ci siano a tutte le ore, anche quando ci sono ormai in giro solo spogliarelliste e televenditori? Mah) ho visto tre volti conosciuti. E un cane.
Chissà perché, prima ancora di riconoscere Elijah Wood avevo già riconosciuto i protagonisti del film. Film che non avevo mai visto. Però loro sì, li avevo già incontrati, in un bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. Il film era quasi finito, quindi non so dirvi se sia bello o meno, ma bastò poco per farmi tornare alla mente con piacere il memorabile viaggio nello spazio e nel tempo narrato nel libro.
Libro a più voci, a più registri, che comincia con uno che a leggerlo vi pare di sentire parlare Borat e finisce con alcune delle pagine più autenticamente toccanti che si possano leggere su una tragedia del passato. E sulla memoria. In breve, il libro racconta del viaggio di un giovane studente, un giovane ebreo americano che approda in Ucraina alla ricerca delle storie della sua famiglia, e in particolare di una donna che cinquant’anni prima avrebbe salvato suo nonno da un massacro nazista.
Il viaggio lo vede accompagnato dal giovane Alex, da suo nonno, autista cieco dell’auto della “Viaggi Tradizione” e da una cagnetta. Ma come dicevo il romanzo si svolge anche nel passato di un piccolo villaggio ucraino, nella Trachimbrod del 1700, e poi negli anni della tragedia bellica. Questo dà modo a Foer di alternare almeno tre differenti registri, quello fortemente ironico, grottesco, leggero, dai risultati spesso esilaranti di Alex; quello favolistico, quasi surreale dei racconti degli antenati; e quello tragico ma molto misurato dei ricordi più strazianti che via via vengono alla luce.
Il tutto legato da una straordinaria leggerezza che non fa che accentuare gli elementi più pregnanti e i momenti più autenticamente emozionanti del racconto. In questo Foer ha dato prova di una maestria davvero ammirevole, animando con naturalezza una narrazione sempre viva e pulsante, davvero mai retorica.
Il risultato è uno dei libri più interessanti, divertenti, intelligenti, coinvolgenti romanzi degli ultimi anni. Si legge con un bianco, un Greco di Tufo magari, in magico equilibrio tra farsa e tragedia, a ricordarci ancora una volta la verità del pluricitato aforisma secondo il quale il comico è soltanto il tragico visto di spalle.
Esattamente trent’anni fa usciva per la Biblioteca Umoristica Mondadori Più bello di così si muore, di Antonio Amurri. Ho ripensato a questo divertente romanzo umoristico non a caso, in questi giorni in cui la parola trans è diventata all’improvviso la più usata in telegiornali e quotidiani, giorni in cui anche le nostre nonne stanno diventando esperte e dissertano amabilmente sulle differenze fra viados e transessuali.
Questo libro invece racconta una storia di quando la chirurgia estetica era ancora agli albori, o era comunque meno accessibile, e di quando per i viali delle città auto insospettabili potevano fermarsi a raccogliere, al massimo, un travestito.
E il travestito in questione è il protagonista del romanzo, Spartaco, un bel ragazzo romano di borgata, aspirante attore, aspirante fotomodello, aspirante tutto, squattrinatamente sposato da due anni con l’altrettanto borgatara Amelia. Per fare fronte alla situazione economica disastrosa e alle insoddisfazioni della moglie Spartaco, in breve, viene spinto dai suoi familiari stessi alla ben remunerata carriera in oggetto, ma la sera del “debutto” è anche la sera in cui Spartaco incontra Nereo, un ricco quanto ingenuo quarantenne che se ne innamora perdutamente e questo ovviamente da il la a una commedia degli equivoci narrata col consueto garbo di Amurri e con un umorismo non greve ma che fortunatamente non conosceva ancora l’incubo del politically correct.
Tra considerazioni divertenti sul tema “a chi può interessare andare con un travestito”, spruzzate di critica sociale (la famiglia che si vende per i propri sogni di benessere posticcio) e scorci gustosi di una Roma e di un’Italia dove poco, pochissimo, è cambiato (al massimo si è un pochino aggiornato), Più bello di così si muore si fa leggere ancora oggi col sorriso sulle labbra.
Il libro poi aveva i meccanismi perfetti della commedia all’italiana, tant’è vero che ne fu tratto un film, diretto da Pasquale Festa Campanile e interpretato da un Enrico Montesano che, se non era esattamente il ritratto della bionda bellezza efebica descritta su pagina, era però all’epoca uno degli attori più in luce dello star system nostrano. Il successo del film fece sì che il libro avesse anche un seguito, fatto infrequente nella narrativa italiana, intitolato Dimmi di zì.
Ovviamente anche questo romanzo è introvabilissimo, ma se avete la fortuna di incapparvi, in qualche bancarella o in qualche biblioteca, è consigliato, magari accompagnato dalla vivacità di un Raboso, a tutti gli amanti dell’umorismo su carta.
Erano giorni che pensavo ad una recensione sul Signore degli Anelli. Dopo l’uscita nelle sale della trilogia cinematografica, però, su questa storia è stato detto tutto ed il contrario di tutto e quindi il mio commento potrebbe risultare del tutto inutile. È per questo che non intendo “descrivere” il libro: stavolta vorrei provare a dare una risposta alle obiezioni più comuni che mi sono state fatte quando ho parlato di Tolkien ad amici e conoscenti.
1) Un libro di mille pagine è un mattone assurdo.
La lunghezza del testo, lo ammetto, scoraggia molti. Ma…hei, chi vi sta inseguendo? Per entrare nella Terra di Mezzo ognuno ha i suoi tempi: c’è chi impiega una settimana e chi un anno. Personalmente ho fatto fatica a finire le prime cento pagine: trovavo le minuziosità con cui è descritta la Contea quasi irritanti. E tuttavia qualcosa mi spingeva ad andare avanti (probabilmente lo stile misurato e coinvolgente). A pagina 101 ci ero dentro con tutte le scarpe.
2) Preferisco vedere il film.
Sono tra coloro che hanno apprezzato moltissimo la trasposizione cinematografica e non mi ritengo una purista, tuttavia mi sento di affermare che la sola visione del film è limitante. Non è giusto che la visione di Peter Jackson, per quanto azzeccata, imbrigli un’opera creata per far volare la fantasia dei lettori in tutte le direzioni possibili. Abbiate il coraggio di sfogliare il libro e ne sentirete la magia.
3) Sai che c’è? Faccio fatica con i nomi. Non me li ricordo e perciò perdo un sacco di tempo e volontà a tornare indietro e cercare chi è chi…
Nessuno nega che “Il Signore degli Anelli” sia una lettura non sempre semplicissima. Tolkien era anche un linguista ed il solo fatto che per gli Elfi abbia creato ben due linguaggi quasi completi dovrebbe dare l’idea di quanto tenesse a questo aspetto. Forse qualcuno di voi mi considererà una pazza completa, ma io uno sguardo alla grammatica elfica l’ho dato e la trovo superba. È un linguaggio musicale, che riprende le radici dell’Indoeuropeo e che per tanto trova riscontri nelle lingue attuali parlate in Europa (ad esempio la parola Valar = gli dei, i luminosi si ritrova nel finlandese moderno con Valo che significa “luce”). Insomma, vale la pena di approfondire un po’.
4) Considero il fantasy roba da ragazzini.
Posto che sui gusti non si discuta, qui non stiamo parlando di una favoletta, ma di un libro in grado di ricostruire un intero mondo. Non a caso è la base del genere e chiunque scriva fantasy paga a questo testo un tributo più o meno importante. Ogni minimo particolare ha un criterio, ogni personaggio ha una sua profondità psicologica. Quando Tolkien affermò di voler costruire una mitologia per l’Inghilterra che – di fatto – non ne aveva una, non peccava di presunzione. Attingendo a piene mani dalle leggende nordiche riuscì a costruire un’epopea che non ha nulla da invidiare a quelle di più consolidata tradizione ed allo stesso tempo ha le rifiniture di un racconto storico.
5) Noooo, a me Orando Bloom sta sulle palle!!!
Ehm, come dicevo poche righe fa, il libro non è il film. Troverete dei personaggi capaci di restare incisi nel vostro cuore e molti di essi non sono mai apparsi sul grande schermo (un esempio per tutti: Tom Bombadil). Troverete avventura, sacrificio, battaglie, magia e amicizia, tutti portati alla massima potenza descrittiva. Troverete paesaggi incantati, terre desolate, paludi e foreste. Troverete il Bene e il Male in lotta perenne e la sfida più appassionante si svolgerà nel cuore dei protagonisti…infine troverete persino un pizzico di ecologia: si sa che il Professore fosse un estimatore di questa tematica.
Per concludere: ad ognuno è dato il privilegio di poter leggere ciò che più aggrada e su questo non si può sindacare. Tuttavia evitare la lettura di Tolkien è una perdita, secondo me, per il vostro mondo interiore.
Warhol prese Edie Sedgwick e ne fece quel che voleva, fino allo sfinimento pur di renderla perfetta per sé. Pedro Almodovar le sue donne perfette ha cominciato a trovarle prima nella testa, poi nelle attrici con cui ha collaborato. Dalla sua testa nasce Patty Diphusa, simbolo e sintomo di un momento artistico mondiale che quasi soffoca sotto la valanga innovativa delle idee e le perversioni di Andrew Warhola.
Pedro Almodovar le sue le incarna in una bassa e tonica protagonista di film porno, scrittrice a tempo perso per riviste e soprattutto insonne. È fondamentale, dice Almodovar a Patty quando si lascia intervistare da lei (oh sì, maniacale), che la sua Diphusa non dorma mai, perché è alla continua ricerca. Di un senso, dell’amore, della soddisfazione a tutto tondo. D’altronde parliamo degli anni 80, dove la movida spagnola ti trascina e basta. Se non brilli, non ci sei. Non vali niente.
Patty incontra chiunque e racconta ogni cosa, è la diva del momento (un momento lungo la sua vita) e la reginetta delle sveltine nei bagni dei locali. È in continuo movimento e continua elaborazione cerebrale. Parla solo di quello che è superficiale come lei, eppure la somma di tutte le banalità di chi ha intorno, dei desideri comuni a tutta una generazione di wannabe, dei vizi segreti e invece raccontati in maniera così plateale scavano a fondo in un personaggio, nel suo autore, nel mondo che racconta. La superficialità diventa cosa dimenticata, e ci si ingroviglia in storie d’amore e scampi.
Così la protagonista si dimostra per quella che è, pagina dopo pagina: sicura di dove vuole arrivare, confusa su come farlo, disinibita, implacabile, inafferrabile. Come Madrid, la Madrid che si risveglia dopo Franco e mette da parte tutto per ballare in strada. Senza dimenticare, ma mettendo da parte come in un archivio chiuso a chiave, che sta bene oltre una porta chiusa a chiave, che è in una casa chiusa a chiave. Mentre la città e tutti i suoi abitanti sono in strada, e non vogliono dormire. Vogliono godersi anche il più semplice gesto di libertà, e lo fanno attraverso la trasgressione e lo svuotamento dei valori.
Per questo Patty è amata, dal primo momento in cui appare nelle riviste underground spagnole negli anni Ottanta, e continua ad essere amata a oltranza. Patty ha il coraggio di vivere come le conviene ma anche di rivelarsi per quella che è, attraverso lo stesso metodo del suo creatore: attraverso la scrittura. Una pubblicazione fissa su una rivista, dove l’io esagerato si promuove, si mostra, si analizza da lontano con una rilettura anche se veloce e infine si confessa, perdutamente, a chi ha letto le righe e tra le righe.
Questo libro però non offre in pasto a noi solo Patty, ma anche altre storie. Ognuna con un suo modo di essere e un suo motivo d’esistere. Il tutto senza veli, con citazionismo, e riferimenti filmici di altri livelli. Personalmente, a Pedro Almodovar, batto le mani anche in questa veste di scrittore.
Ci ho provato più volte a non parlare di questo volume, scantonando, prendendo tempo, preferendogli questo e quello, il meno ovvio, il meno amato, ma poi hai voglia a sfuggirgli. Perché è là Zanardi, a guardarti di sbieco dalla copertina, con l’occhio sinistro azzurro da sotto il capello sudato e da sopra il nasone a becco. E come si fa.
E allora ok, provo a rendergli giustizia, perché Zanardi è di Andrea Pazienza personaggio principe, icona rock: perché se è vero che Paz era una rockstar Zanna era che ne so, il suo Ziggy Stardust, la sua “maschera” più famosa, la sua hit generazionale.
Antieroe cattivo e amorale, parente assai prossimo dell’Alex kubrickiano, Zanardi è un giovane degli anni ’80, astuto e lupesco, violento e prevaricatore, e Paz ne fa il protagonista di un pugno di storie feroci e divertentissime, assieme a due compagni di merende assai diversi ma altrettanto memorabili, il belloccio Colasanti e lo sfigato Petrilli.
Ne esce, fra l’altro, uno spaccato della giovane Bologna di quegli anni, del fancazzismo sesso droga e rocchenroll a volte vero a volte velleitario, delle piccole e grandi fattanze, di un’era sospesa fra l’eroina e Frigidaire, fra gli Skiantos e gli anni di piombo, marcata da uno scollamento generazionale (e morale) che le storielle di questo volume lasciano intravedere fra una vignetta e l’altra di “Pacco” o di “Verde matematico”.
C’è tutto il Pazienza più divertente però qui, capace di repentini cambi di registro, dal grottesco al drammatico, dal nero esistenziale all’erotico, con quell’elasticità del segno e della narrazione che era il tratto più distintivo della sua irrefrenabile genialità.
Sei sono le storie contenute in questo volume, tutte folgoranti, tutte irriverenti e scorrette, alcune sono a colori, altre sono in bianco e nero, e da alcune di queste Renato De Maria ha tratto una decina d’anni fa (suppergiù, non ho voglia di controllare sapete) il film “Paz”, tentativo apprezzabile e sincero ma non del tutto riuscito di trasferire su pellicola il mondo di Andrea.
Zanardi vive altre avventure che non sono incluse in questo volume, alcune delle quali assolutamente imperdibili, ma questo, insomma, è pietra miliare, questo non si può evitare, non si può scantonare, e può essere un ottimo punto di partenza per avvicinarsi a Paz da parte dell’ignaro giovine. Ci vedo bene, a trovarlo, berci assieme un Grappariol freddo e spiazzante.
Ne ho parlato già su Rivista Inutile, e approfitto della recensione odierna di Sfranz per riproporlo anche qui; ovviamente sto parlando del film tratto da un libro che sto cercando di procurarmi, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano; nel 2003, infatti, il regista Francois Dupeyron ha portato su grande schermo il delicatissimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, conquistandomi.
Protagonisti di questo racconto di formazione in forma di favola sono un giovane ebreo, Momo, e l’anziano Monsieur Ibrahim, musulmano sufi che gestisce una bottega alla periferia di Parigi. L’incontro tra i due, quindi, non è soltanto un raffronto fra gioventù e vecchiaia ma anche una rappresentazione un po’ utopistica di incontro e amicizia fra religioni.
Anche se la religione a Momo non interessa affatto: è alle prese con l’ansia degli adolescenti, con il tumulto dei desideri, la battaglia fra amore mercenario e ricerca d’amore vero, le difficoltà familiari e la vita in un quartiere pittoresco. Non ha voglia, almeno in principio, di interrogarsi su altro.
Quando la tranquilla routine del ragazzo diventerà più complessa e gli eventi sembreranno soverchiarlo, Ibrahim lo prenderà sotto la propria ala, iniziandolo alla vita durante un viaggio sulla strada della memoria, costringendolo a interrogarsi lungo il percorso che riporterà il vecchio nella sua terra natia.
Il film, ambientato negli anni sessanta, scorre con studiata lentezza, appoggiandosi su immagini calde e piccoli aforismi tipici del sufismo. Memorabile la scena, ripresa da quasi tutti i trailer, in cui l’anziano insegna al giovane il sorriso come pratica di vita e che, nella sua estrema semplicità, comunica in modo immediato un approccio aperto alla vita.
Si fa notare la recitazione di Omar Sharif, misurata e tanto riuscita da far dimenticare l’attore in favore del personaggio. Anche il resto del cast se la cava bene, con caratterizzazioni nitide anche nei ruoli minori.
Un bel film, carico di dolcezza e di insegnamenti per una vita quotidiana felice. Da vedere quando si ha voglia di serenità e famiglia.
Parlando di libri da ristampare, si sa, mi si invita a nozze. Stavo per postare a commento e invece ne approfitto per tornare a proporre un autore di cui ho già avuto modo di parlare qui, con la riedizione del suo romanzo forse più popolare, quella Principessa sposa rimasta, come ho constatato con piacere, nella memoria di molti.
Torno cioè a parlare di William Goldman, con questo romanzo del 1976, portato sul grande schermo da Richard Attenborough nell’interpretazione del giovane Anthony Hopkins e nella sceneggiatura dello stesso Goldman. Che a Hollywood è una specie di mostro sacro e che all’epoca era appena reduce dal grande successo commerciale del Maratoneta (romanzo e film con Dustin Hoffman e Laurence Olivier).
Viveva insomma forse il suo momento creativo migliore quando scrisse questo Magic, eccellente thriller che racconta di un illusionista-ventriloquo, Corky Withers, e della sua storia di ossessione, morte e… magia.
Ma se la magia, come ci ricorda l’autore in apertura, è illusione, frutto di sapiente preparazione ed esercizio, questo è esattamente ciò che è questo romanzo. Come in un gioco di prestidigitazione Goldman prepara il suo mazzo di carte, proponendoci un pugno di personaggi come sempre ben caratterizzati, una situazione di disagio psicologico e alienazione e una struttura narrativa solidissima; e giocando di destrezza e un po’ di ambiguità ci porta alla risoluzione finale in maniera ancora più soddisfacente che nel film, grazie, manco a dirlo, alla magia della narrazione e a qualche trucco piazzato con maestria.
L’ambiguità del rapporto pupazzo-ventriloquo, oltre ad essere una variazione del tema del doppio e di tutte le tematiche legate alla schizofrenia è svelata lungo il racconto con eleganza ed efficacia che a Goldman, esperto manipolatore di schemi narrativi, non sfuggono mai di mano.
C’è spazio perfino per una storia d’amore e per un filo rosso di malinconia che si snoda per tutto il racconto fino all’ineluttabile e tragico finale. Finale cui s’arriva d’un fiato, ma non prima di essersi affezionati ai personaggi e alle loro storie, ingrediente principe e imprescindibile di ogni trucco letterario ben riuscito.
In altre parole, una magia.
Da assaporare con un vino rosso, di cui Goldman so essere appassionato… io dico un Barolo.

In questi giorni al cinema è uscito Twilight, un film tratto da un libro (parte di una serie) che non ho letto ma che è molto discusso. Come ogni successo commerciale, perché di successo si parla, le polemiche sono molte, moltissime.
Dato però che non ho letto il romanzo e volendomi fare una idea del contenuto e dello stile, sono andata in giro a spulciare blog, forum, social network per vedere posizioni e motivazioni. Ovviamente c’è davvero di tutto, e i commenti sono riportati senza nessun tipo di correzione ortografica.
Iniziamo dalla schiera degli entusiasti:
Questo è sicuramente l’Harmony più bello che leggerò mai.
Veramente.
Ci sarebbero milioni di cose da dire su questo libro, mi limiterò alle più ovvie ed essenziali: libro per adolescenti scosse dagli ormoni o no, è assolutamente geniale.
Riassume e condensa in sé due secoli di narrativa rosa, con una spruzzata di goth sui bordi (perché il goth fa un sacco figo), un assaggio di noir, e soprattutto un sacco di bishounen pericolosi ma buoni.
aNobii
Una bellissima storia.. affascinante, capace di catturarti all’interno delle pagine del libro. Può sembrare una frase fatta, ma credo sia un testo consigliabile a tutti coloro che sono capaci, come me, di farsi trasportare sulle ali dell’immaginazione attraverso storie bellissime. Molto bello!
aNobii
per 2 giorni mi sono immersa nel mondo di Bella e Edward, ho guardato con i loro occhi e sentito con le loro orecchie cose inimmaginabili; le fredde mani di Edverd hanno toccato le mie calde guance e le sue labbra sanguigne hanno sfiorato il mio collo tremante e ho respirato il suo odore da eterno seduttore. ragazzi siamo tutti perdutamente innamorati dell’Amore, dell’Amore impossibile, da ciò che non si può o non si dovrebbe avere, siamo tutti vittime di quegli occhi ambrati e di quel sorriso sghembo. solo Orgoglio e pregiudizio mi ha fatto stare sveglia la notte tanto a lungo e non perchè sia una amante del genere rosa. lo consiglio ardentremente perchè chi ha provato quelle senzazioni nella vita non può non riviverle con rinnovato ardore e chi ancora non assapora tanto eros, tanta incondizionata passione e dipendenza verso lo sguardo dell’oggetto amato spererà che sia così: vivere un amore come quello di Edward e Bella.
IBS
WOW! STUPENDO! è fantastico il modo di scrivere della Meyer, ti “prende” ed è impossibile nn emozionarsi assieme ai personaggi, immedesimarsi, affezionarsi a loro e sognare una storia d’amore fantastica, intrigante e vera cm quella di Edward e Bella… Sto leggendo l’ultimo della saga, spero sia al livello degli altri… CONSIGLIATISSIMO!!!!!!!!!!!!!
IBS
è un libro che ho letto tutto di un fiato,ti cattura, scorrevole, senza troppe difficoltà
letterarie….o grandi paroloni. Tutto sommato non si può definire un capolavoro, in quanto si capisce bene che è il primo libro scritto dall’autrice e manca di una certa maturità letteraria,
la storia penso comunque più adatta ad un lettore donna che uomo, è comunque molto coinvolgente e emozionante,ricca di dolcezza e romanticismo, adatta a chi ama sognare ad ochhi aperti, è in grado di rievocare le emozioni del primo amore…anche se ovviamente un pò atipico.
Qlibri
E adesso i detrattori, com’è giusto:
Una cosa che mi dà fastidio di questo libro è che ogni 10 righe una riga è dedicata a descrivere quantoèfresco quantoèbono quantoètogo il vampiro di cui s’innamora la protagonista. E che cavolo.
aNobii
Per quanto mi riguarda ho letto soltanto il primo libro della trilogia e di sicuro eviterò gli altri. Sinceramente Twilight non mi è piaciuto neanche un po’: l’ho trovato a tratti estremamente banale e a tratti profondamente irritante.
Inizialmente mi sono detta che forse questo poteva essere dovuto al fatto che la Meyer ha scritto un libro per teenagers in cui racconta le vicende quotidiane di una ragazzina qualsiasi, con le sue insicurezze e la prima cotta e che quindi fosse ovvio per me rimanere indifferente al romanzo. Poi però mi sono resa conto che il libro non mi sarebbe piaciuto nemmeno se lo avessi letto nell’età “giusta” che colloco tra i 10 e i 14 anni.
aNobii
Ho letto il libro convinta dai commenti dei lettori. Ne sono rimasta assolutamente delusa. Il libro è assolutamente inutile. Peccato, perché depurato da fastidiose e superflue sdolcinature poteva risultare un buon libro. Le sdolcinature occultano il soffermarsi sulla complessità e il dramma che dovrebbe derivare dalla storia d’amore umano-vampiro. E la Meyer, non aggiunge nulla all’immaginario dell’universo vampiresco. I suoi vampiri sono indegni di qualsiasi nota.
IBS
Se hai dai 15 ai 18 anni indubbiamente è un libro che può affascinare, l’idea è accattivante, ma ha uno stile povero, il numero delle pagine non equivale al contenuto, per spiegarmi meglio, il tutto si poteva racchiudere nella metà delle pagine scritte. L’autrice sembra proprio una scrittrice improvvisata. E’ un libro per adolescenti e come tale deve essere letto ma mi chiedo, quasi con fastidio, perchè ci deve essere sempre la medesima formula: lei impacciata e decisamente incapace e lui bello come un dio perfetto sotto ogni aspetto, paladino della dolce pulzella indifesa? E’ ancora questo il modello che diamo nel rapporto uomo-donna?
Qlibri
Dal punto di vista tecnico la Meyer narra in prima persona, immedesimandosi in Bella, al passato. Il romanzo è molto raccontato, più che mostrato, ma qui non se ne può fare una colpa all’autrice: data l’insignificanza degli eventi, è meglio così. [...] o stile della Meyer è semi-professionale, ovvero segue, per quel che la limitata sua intelligenza le consente, quelle tre-quattro regolette della narrativa, e basta questo a creare un romanzo leggibile. Rimane uno schifo, ma è uno schifo scorrevole. Cioè la Meyer scrive almeno un romanzo giudicabile. Tanti “scrittori” nostrani paiono dotati di maggior talento, ma poco importa se non si possiede un minimo di tecnica. Se il lettore crepa di noia a pagina 10 le buone idee non emergeranno mai.
Gamberi fantasy
Ora, appaiono evidenti alcuni dati, condivisi sia dai detrattori sia dagli estimatori: il libro è scritto benino. Ovvero non è bellissimo, solo che gli uni tendono a farne una leva per demolire il libro, gli altri giustificano l’autrice perché “è al suo esordio”.
Secondo dato è che si tratti solo lontanamente di un fantasy, ma in realtà il libro migri più verso il romanzo rosa, solo che il magnate (in genere di questo si tratta) stavolta è un vampiro.
I punti di forza del libro sembrano essere le analisi dei turbamenti adolescenziali della protagonista, scritti in forma diaristica, ma senza un vero approfondimento psicologico, a quanto pare.
Per quel che ho potuto desumere, dalla panoramica qui su, sembra che io sia parecchio fuori target, e spero di avervi aiutati a decidere se voi lo siate o meno.
Leggere Palahniuk è sempre un’esperienza. Storie corpose, personaggi di gran carattere, linguaggio duro e diretto. Sono letture che lasciano addosso la sensazione di aver fatto la guerra e aver riportato una schiacciante vittoria, perlomeno questo è l’effetto che il buon Chuck fa a me.
Uscito da pochissimo con Gang bang, stavolta ha fatto il colpo da novanta. Non racconta semplicemente di sesso, come fa molto spesso, ma va oltre e sforna il “pornazzo” dell’editoria dell’ultimissima generazione, tanto che il sottotitolo recita: Finalmente il romanzo sulla pornografia che tutti ci vergognavamo di aspettare. E io aggiungerei: e di scrivere.
La trama a grandi linee la sapete già sia cotta che cruda, dato il battage che c’è stato intorno all’uscita del libro. Cassie Wright, eroina hard degli anni 80, decide di riscrivere la storia della pornografia mondiale e di girare un film in cui “fanno la comparsa” ben 600 uomini. Si vocifera che la signora abbia anche deciso di morire alla fine del record, immolandosi in favore del suo unico figlio, dato in adozione anni prima, il quale otterrebbe così la sua immensa eredità.
La storia è narrata attraverso la voce di quattro personaggi, ognuno coi propri capitoli dedicati, in un incrociarsi continuo di pensieri e punti di vista. Tre di loro sono dei simpatici fortunati che stanno per incontrare la pornostar sul set, e il quarto è l’unica voce femminile: la coordinatrice del film. Sono previsti diversi colpi di scena, non solo alla fine.
Leggendolo a volte mi chiedevo quanto sia surreale il mondo che viene descritto. Non so rispondere con certezza, naturalmente, ma credo che più o meno rispecchi la realtà in maniera abbastanza fedele. Come è consuetudine per Chuck c’è stato un grande lavoro di documentazione, tanto che vengono spessissimo riportate notizie di storia hollywoodiana (porno e non) su cui l’autore ha dovuto letteralmente studiare per riportarle e che danno quel pepe in più che vivacizza ulteriormente la storia.
Così veniamo informati sulla modalità con cui Marilyn Monroe riuscisse ad avere le forme così tese e sode in tutti i suoi film e le sue apparizioni in pubblico. O come Lucille Ball (ve lo ricordate il telefilm Lucy ed io?) in età avanzata, poté, attraverso una complicata manovra con stuzzicadenti e parrucca, evitare la chirurgia plastica e apparire ugualmente giovane.
Ci vuole stomaco per leggere questo libro, inutile negarlo. Bisogna essere avvezzi a fatti scabrosi, a un linguaggio più che mai rude e totalmente privo di qualsivoglia censura. Una volta presa familiarità però ci si ritrova tutta l’ironia tipica del buon vecchio Chuck, con un pizzico di follia in più probabilmente.
Ultimamente in libreria trovate tutto un fiorire di volumi dedicati all’opera di Andrea Pazienza, ristampe, nuovi assemblaggi di vecchio materiale, storie più o meno rare vengono alla luce. Quasi tutto materiale già edito, quasi tutti volumi abbastanza costosi.
È naturale perché Pazienza in vita era una specie di rockstar più che un semplice fumettista… è giusto quindi che in quanto tale ci siano i Best Of e i cofanetti celebrativi. Voglio dire, comprateli, sono certamente meglio dell’80% del resto delle cose che trovate negli scaffali accanto, per cui andate sicuri.
Però dovendo parlare di Paz, anzi volendo parlare di Paz, preferisco parlare di un volume meno recente ma più rappresentativo. Perché Pippo sembra uno sballato è una raccolta di storie e storielle nella quale Andrea dà il meglio di sé oltre che come disegnatore anche come il grandissimo autore di testi che era, capace di invenzioni linguistiche che mescolano l’italiano coi dialetti, coi gerghi più o meno metropolitani, coi suoni puri e semplici.
Troviamo così raccolte le storie acide – e in acido – Prixicel!, Anco Marzio, Agnusdei, la violenza e il sesso di Allegro con fuoco, la mitologica ed improbabile epopea rock di Francesco Stella, oltre ovviamente alla divertentissima – per proseguire il parallelo musicale – title-track nella quale Paz ci svela i retroscena della vita di Pippo e Topolino, come se fossero due vecchi attori hollywoodiani costretti solo dai soldi a continuare a recitare la solita logora parte in cui non credono più.
Ed è proprio Pippo il “diverso” che piuttosto che continuare a recitare in quei “films che rincritineno i bimbi” preferirebbe continuare a farsi le canne sotto l’ombrellone.
C’è tutto il Pazienza più vitale insomma in questo pugno di storie, meno celebrate di uno Zanardi, certamente prive della potenza tragica di un Pompeo, ma deflagranti e irriguardose, indimenticabili, autenticamente rock.
Da leggersi con un fresco bicchiere di Lugana. O anche due.