Tutti gli articoli su favola

Big fish, Wallace

Scritto da: il 26.10.09 — Comments Off
Forse qualcuno di voi ha visto un film di Burton dal titolo Big fish; e quanti di voi hanno provato emozione, commozione e sentimento per quel film, non possono lasciarsi scappare il libro da cui è tratto, scritto dall'ottimo Daniel Wallace citato qualche tempo fa. Il romanzo, infatti, è scritto con lo stesso tono ingenuo e incantato del film, e sa far scivolare le pagine una dopo l'altra, incorporee: una narrazione non veloce ma liscia, delicatissima, lieve, a volte spiazzante e sempre un po' sopra le righe. La storia che Wallace racconta non è una: è l'insieme di tutte le storie fantastiche che compongono la vita di Edward Bloom, o meglio che sono la vita di Edward, viste dagli occhi del figlio, ormai adulto, mentre il padre sta lasciando l'esistenza terrena. Sono fantasie, ma possono essere bollate come vaneggiamenti o finzioni? Per Edward, infatti, sono tutta la realtà di cui è capace, una realtà che plasma sia materialmente, creandosi la propria fortuna da zero (da umile garzone a uomo di successo), sia psicologicamente, rendendola più interessante, avventurosa e fantastica, evadendo in un territorio grande quanto lui sente di essere, un grosso lago per un pesce grosso. Chi gli sta intorno, però, non riesce sempre ad avere un rapporto sereno con lui, e meno che mai diretto; è il caso di suo figlio William, vicino eppure così distante, che vorrebbe solo la verità, la pura, lineare e semplice verità che suo padre non è e non è mai stato in grado di dargli. William non è altro che il suo contraltare, un ragazzo vissuto senza poter mai dire di conoscere il padre, in parte perché assente per lavoro, in parte perché assente come figura genitoriale "standard". È una fuga quella nel mondo dell'immaginazione o è un modo metaforico di spiegare e spiegarsi? Conta davvero di più ...

Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano – Il film

Scritto da: il 01.10.09 — 4 Commenti
Ne ho parlato già su Rivista Inutile, e approfitto della recensione odierna di Sfranz per riproporlo anche qui; ovviamente sto parlando del film tratto da un libro che sto cercando di procurarmi, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano; nel 2003, infatti, il regista Francois Dupeyron ha portato su grande schermo il delicatissimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, conquistandomi. Protagonisti di questo racconto di formazione in forma di favola sono un giovane ebreo, Momo, e l’anziano Monsieur Ibrahim, musulmano sufi che gestisce una bottega alla periferia di Parigi. L’incontro tra i due, quindi, non è soltanto un raffronto fra gioventù e vecchiaia ma anche una rappresentazione un po' utopistica di incontro e amicizia fra religioni. Anche se la religione a Momo non interessa affatto: è alle prese con l’ansia degli adolescenti, con il tumulto dei desideri, la battaglia fra amore mercenario e ricerca d'amore vero, le difficoltà familiari e la vita in un quartiere pittoresco. Non ha voglia, almeno in principio, di interrogarsi su altro. Quando la tranquilla routine del ragazzo diventerà più complessa e gli eventi sembreranno soverchiarlo, Ibrahim lo prenderà sotto la propria ala, iniziandolo alla vita durante un viaggio sulla strada della memoria, costringendolo a interrogarsi lungo il percorso che riporterà il vecchio nella sua terra natia. Il film, ambientato negli anni sessanta, scorre con studiata lentezza, appoggiandosi su immagini calde e piccoli aforismi tipici del sufismo. Memorabile la scena, ripresa da quasi tutti i trailer, in cui l’anziano insegna al giovane il sorriso come pratica di vita e che, nella sua estrema semplicità, comunica in modo immediato un approccio aperto alla vita. Si fa notare la recitazione di Omar Sharif, misurata e tanto riuscita da far dimenticare l’attore in favore del personaggio. Anche il resto del cast se la cava bene, con caratterizzazioni nitide anche nei ruoli minori. Un bel film, carico di ...

Signori bambini, Pennac

Scritto da: il 15.09.09 — 1 Commento
Un’amica mi ha detto “Fatto 30, fai 31!”. Io vorrei adottare questo metodo per gli esami all’università, per ora mi devo però accontentare di farlo con Pennac. Mi ha prestato Signori bambini, che è un libricino che si mangia in un boccone. Il titolo parla di protagonisti in carne e ossa anche se, come sempre, a farla da padrone nelle storie di Pennac è qualcosa di impalpabile: come l’immaginazione. Ma non si può raccontare l’immaginazione, bisogna sfruttarla. Quindi eccovi la storia. Tanto per cominciare, non mi è difficile raccontervela, perché nel testo viene raccontata già da qualcuno che osserva. Osserva succedere strane cose ai corpi – e alle menti – di tre ragazzini tanto diversi tra loro, ma amici e compagni di scherzi. Igor Laforgue, Nourdine Kader e Joseph Pritsky non vengono colti con le mani sporche di marmellata, ma peggio ancora con un foglietto in cui dicono male (e augurano il peggio) al temibile professor Crastaing. E va bene che la punizione per contrappasso è un po’ inflazionata, soprattutto da quando è uscito il libruncolo di un certo Dante, ma piace proprio perché ce la si aspetta. E così il professore, infuriato, dà loro un tema da svolgere per il giorno seguente: “Una mattina ti svegli e ti accorgi che, durante la notte, sei stato trasformato in adulto. In preda al panico, ti precipiti in camera dei tuoi genitori. Loro sono stati trasformati in bambini. Racconta il seguito” Il loro tema diventa realtà e questo momento di trasformazione sfiora il comico, con loro inadeguati per quei corpi così enormi. E i loro genitori? Lattanti, o poco più, piangenti. Soluzione? Nessuna. O forse una. Crastaig. Bambino, anche lui. Maledizione. Pennac mette a nudo uno spaccato della società francese relativamente attuale (il libro è uscito nel non-poi-così-lontano 1997). Nella cittadina di Belleville, i tre bambini nel corpo di ...

La trilogia della città di K, Kristof

Scritto da: il 22.07.09 — 6 Commenti
È l'evanescente città di K a fare da filo conduttore ai tre libri che compongono l'opera-capolavoro della scrittrice ungherese Agota Kristof, proposta da Einaudi in un'edizione con una copertina accattivante e molto adatta ai contenuti cupi dello scritto: La trilogia della città di K. Di K. Sappiamo solo che si trova in un paese dell'Europa dell'est, sprofondato in una guerra che già dalla prime pagine pare trascinarsi da sempre. La collocazione geografica, come quella temporale, appaiono quindi incerte: quando entrano in campo i primi personaggi, volutamente irreali, si ha la sensazione di affrontare qualcosa di diverso da un comune romanzo. Ricorda più da vicino una favola, come osserva con arguzia il curatore dell'edizione Einaudi in copertina: una fiaba cruda, spietata, riservata rigorosamente a un pubblico adulto. Il grande quaderno inizia proprio come molte favole, con un abbandono. Due gemelli vengono lasciati da una madre disperata presso la nonna che si rivela essere una vecchia megera (parlavamo di fiabe, ricordate?) dura e spregevole. Eppure Klaus e Lucas, questo il nome dei due bambini, non hanno nulla della consueta fragilità dell'infanzia: aggirandosi come esseri inquieti nel paese in guerra, appaiono come impersonali e cinici osservatori di quanto avviene attorno a loro, senza sembrarne all'apparenza toccati. Anzi, come intransigenti narratori sono proprio loro a a raccontarci con adulto distacco la cupa disperazione e la miseria che li circondano. Essi annotano molte cose in un grande quaderno che tengono nascosto da qualche parte, nella catapecchia della nonna. Il lettore fa fatica a considerare i due gemelli come personalità distinte perché l'autrice volutamente li fa muovere come un'unica entità osservatrice, come due occhi su un unico volto hanno lo stesso punto di vista: quando alla fine del primo libro prenderanno due strade diverse, separando i loro destini si separerà anche, di conseguenza, il corso della trama. Tutto quello che lo ...

Sharaz-de, Toppi

Scritto da: il 21.05.09 — Comments Off
Andando in edicola in questi giorni vi sarà capitato di vedere sugli scaffali, fra un manga e l'altro, un volume a fumetti dallo stile inconsueto, almeno per i canoni estetici del fumetto di oggi s’intende. Bianchi e neri raffinatissimi, tavole a colori dalla composizione impeccabile, segni intarsiati a tratteggiare volti esotici, figure ieratiche, paesaggi favolosi, demoni e animali di sogno. Sto parlando ovviamente di Sergio Toppi e del suo Sharaz-de, autentica pietra miliare del fumetto d’autore italiano ed europeo, volume che potete fra l’altro, ve lo dico subito, trovare anche in edizioni migliori di quella in questione, magari in una buona libreria o fumetteria, e certo lo meriterebbe, anzi lo merita, ma come sempre mi sembra che l’importante sia che certi gioielli non vadano dimenticati e possano essere riscoperti anche da un fruitore più occasionale, che potrebbe trovare infiniti motivi di fascinazione nell’opera di un maestro come Toppi. Toppi che in questo Sharaz-de, come il titolo può suggerire, ripercorre la storia delle Mille e una notte, riscrivendola da par suo e illustrandola con tavole sospese fra l’esotico e l’esoterico, composte sempre di pochissimi quadri, e sempre in grado di meravigliare il lettore con una composizione virtuosistica e mai banale. Spesso vi capiterà (a me capita) di soffermarvi a seguire con lo sguardo le evoluzioni del pennino di Toppi più che a leggere la storia vera e propria, certo è che il segno preciso e ricco dell’autore milanese si addice ottimamente a raccontare una favola così densa di mistero e di fascinazioni mediorientali. E la stessa ricchezza di dettaglio, questo continuo perdersi dello sguardo, se ostacola una lettura “agile” del racconto, probabilmente favorisce una sorta di sospensione temporale che ci cala ancor di più nel regno del magico. Esotico dicevo, ma anche esoterico, il segno di Toppi. Denso di misteri dietro gli sguardi obliqui della protagonista, dietro ...

Biancaneve, Melis e Ibba

Scritto da: il 09.04.09 — 5 Commenti
Ci sono storie che tutti conosciamo, volenti o nolenti, che fanno parte del nostro patrimonio culturale; di queste però molte non le conosciamo nella loro versione originale, ma ci arrivano adattate, edulcorate e, di tanto in tanto, omogeneizzate: Cenerentola, la Sirenetta, Biancaneve. Oggi è di quest'ultima che vorrei parlare, avendo appena letto una versione illustrata molto particolare. Biancaneve appartiene alle fiabe della tradizione orale, tramandate per secoli e fissate poi dai famosissimi fratelli Grimm; non si sa quante siano state le ibridazioni con altre storie (la prima che mi viene in mente è L'amore delle tre melarance) ma è certo che non esista un canone. Sicuramente la trasposizione attualmente più nota è quella della Disney che, nonostante le proteste di molti genitori per le scene spaventose, è molto più delicata dell'originale. La trama la conoscete, più o meno, epurata da quelle parti crudeli e un po' tenebrose comuni a molte favole antiche. Forse però non sapete che la dolce Schneewittchen (bello, eh, il nome originale della cara Biancaneve) è poco più che una bambina, e che l'assedio della matrigna non si limita alla mela avvelenata, ma consta di vari tentativi fallimentari. In realtà l'effetto sarebbe quasi comico, il cattivo che ritorna al castello contento di aver sconfitto l'avversario e scopre che invece non ha sortito alcun effetto, se non si trattasse di tentato omicidio. Daniela Melis parte dall'originale per restituirci un testo moderno senza tradire lo spirito cupo che contraddistingue la fiaba e senza omettere quei particolari cruenti che danno la misura delle difficoltà dell'eroina. Un'eroina atipica e piuttosto passiva, in contraddizione con i personaggi favolistici attuali, ma che merita ancora oggi di essere ricordata, avendo influenzato moltissima narrativa. Le illustrazioni di Antonio Ibba sono davvero azzeccate: i colori intensi, la figura "superdeformed" e la semplicità quasi caricaturale del tratto rendono pienamente l'atmosfera del ...

Il bambino con il pigiama a righe, Boyne

Scritto da: il 24.03.09 — 2 Commenti
Chi si è commosso con il capolavoro di Benigni La vita è bella, troverà senz’altro interessante anche questa favola triste dell’irlandese John Boyne: Il bambino con il pigiama a righe, che ho acquistato in una splendida edizione della BUR (dico splendida perché sia la copertina che la grafica interna mi sono apparse sopra la media). Se anche l’aspetto del libro non fosse stato dei migliori, però, sono certa che sarei rimasta affascinata – come in effetti è accaduto – dalla storia di Bruno, il figlio di nove anni di un gerarca nazista inviato dal Fuhrer in persona a dirigere il campo di sterminio di Auschwitz. Il bambino si trova di punto in bianco in un luogo sconosciuto e totalmente diverso dalla realtà che gli è sempre stata comoda e familiare, così, per fuggire alla solitudine, cerca di esplorare per quanto possibile i dintorni della villa in cui la sua famiglia è stata trasferita e, in particolare, le vicinanze di quel reticolato oltre il quale, dalla finestra, si possono vedere molte persone tutte vestite con pigiami a righe. Dall’altra parte del recinto c’è Shmuel, un coetaneo di Bruno, con il quale il piccolo protagonista intreccia un’amicizia che non conosce razze e religioni e che si fa più profonda giorno dopo giorno. Purtroppo la situazione è destinata a precipitare: siamo ad Auschwitz dove la felicità non esiste e non può esserci lieto fine. Il merito di John Boyne sta nell’aver raccontato uno degli orrori più grandi del secolo scorso con un tono delicato e, proprio per questo, ancora più struggente: l’utilizzo del punto di vista del bambino, in tutta la sua ingenuità, permette al lettore di intuire la tragedia senza mai esservi posto faccia a faccia e ciò conferisce al racconto un’aura di dolcezza che porta alla commozione evitando sia il luogo comune che il ...

Le straordinarie avventure di Caterina, Morante

Scritto da: il 27.02.09 — Comments Off
Non è semplice inquadrare le Straordinarie avventure di Caterina in un genere letterario definito. Elsa Morante, si legge nella prefazione ai “carissimi lettori”, scrisse le storie di questo libro a soli tredici anni, quando “non aveva nessun Editore” e poteva contare su di un pubblico assai ristretto e quanto mai singolare: due gatti e i suoi numerosi fratelli e sorelle minori. Le biografie confermano il dato poetico: l’Autrice, nella sua adolescenza, aveva accumulato parecchi scritti, fra cui anche una fiaba originariamente intitolata “Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina”, pubblicata da Einaudi nel 1942, quando la Morante aveva già trent’anni e diversi lavori all’attivo. La scrittrice in erba si misurò anche con l’illustrazione del libricino: e i simpatici disegni di ragazzina, “in nero e a colori”, forniscono con agile tratto un indispensabile corredo alla storia. Una bambina dalla lunga treccia, Caterina, parte, con l’amico-eroe Tit e la sua trombetta d’argento che non suona più, alla ricerca della bambola Bellissima, che ritroverà dopo svariate avventure in mezzo ad animali parlanti, fate, nani e strani abitanti del bosco. Gli elementi del meraviglioso e della materia favolosa, quegli stessi che daranno un’impronta indelebile ai grandi romanzi della Morante, sono già tutti presenti in nuce; originale poi è l’andamento della narrazione, semplice ma mai sciatto, anzi piuttosto curato nel lessico e vivacizzato da brevi dialoghi icastici e vivide descrizioni di personaggi stravaganti, pietanze prelibate, luoghi fantastici. Sarebbe però troppo riduttivo etichettare questa materia come narrativa per l’infanzia. In questa, infatti, solitamente, si distinguono nettamente due piani: da una parte troviamo l’Autore, un adulto che scrive un libro indirizzato ad un pubblico infantile, e dall’altra il lettore, il ragazzino. Un ulteriore elemento importante che funge da intermediario fra l’Autore e il piccolo destinatario dell’opera è un secondo tipo di lettore, al quale sovente viene affidato il compito, ...

La Bottega dei Sogni Perduti, Salvi e Auriemma

Scritto da: il 29.12.08 — 2 Commenti
Una delle rivelazioni avute a Roma è la casa editrice Lavieri, di cui ricordo con molto piacere sia il direttore sia l'addetto stampa; ed è loro uno dei più bei libri che io abbia preso durante la Fiera, La Bottega dei Sogni Perduti, da considerare più un pezzo d'arte che un fumetto vero e proprio. Sembra infatti realizzato con tecniche miste, tra cui credo di aver rintracciato anche il collage; il risultato, in ogni caso, è un volumetto di grande cura sia tecnica che stilistica, apprezzabile non solo dai bambini ma, anzi, soprattutto dagli adulti. Il contenuto è infatti una favola moderna che, per i lettori analitici, segue proprio l'antico schema codificato da Propp; una favola narrata con poche, semplici e comprensibili parole e magnificamente illustrata a tutta pagina. Il racconto è perfettamente comprensibile anche solo "guardando le figure", proprio come farebbe un bambino. Ed è questo a costituire il maggior pregio, il soffermarsi a scoprire tutti i dettagli, le sorprese, i colori e gli effetti disseminati nella manciata di pagine del libro. I personaggi poi, si apprende in ultimo, sono ritagliati su figure reali, persone (e animali) esistenti che hanno il loro riconoscimento. Quella del Signor B., il protagonista, è un'avventura atipica, connotata dall'unica ricerca ormai possibile, la ricerca di sé e della propria felicità. Niente tesori qui che non siano quelli interiori, niente obiettivi che non siano i propri sogni; anche l'antagonista è immateriale e interiore. La scrittura semplificata è quella che è necessaria alla favola per essere compresa, apprezzata e ragionata. L'unica nota un po' stonata in questo volume gioiello (solo per me che sono una pignola fatta e finita) è qualche piccolo errore nel verso degli accenti, che probabilmente verrà corretto alla prima ristampa. Comunque questo non ha tolto nulla al piacere della lettura, che in questo caso è anche il puro ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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