Tutti gli articoli su fantasy
Comincio col sottolineare che non sono tra coloro che vivono sul luogo comune “il libro è sempre meglio del film”. Ci sono casi in cui, secondo me, le pellicole sono di tutto rispetto e qualche volta anche più divertenti dei romanzi da cui sono tratte (un esempio per tutti: Il diavolo veste Prada). Quando ho saputo che Amabili Resti sarebbe stato trasposto per il cinema da Peter Jackson, di cui ho amato tantissimo la trilogia su Tolkien (ve l’ho detto che non sono una “purista”!), non stavo più nella pelle all’idea. Forse, però, è stato uno di quei casi in cui l’aspettativa era troppa.
Laddove il romanzo è un’intensa riflessione sulle sfaccettature del dolore, qui abbiamo una sorta di pubblicità del Mulino Bianco lunga più di due ore, in cui la protagonista saltella in una specie di radura sconfinata dove ogni tanto appare un gazebo sicuramente riciclato dal set della “Compagnia dell’Anello”. Critici ben più navigati di me hanno voluto vedere in questo la tematica della “Terra di Mezzo” tanto cara al regista e fin qui ci può stare; peccato, però, che a questo mondo alternativo sia dedicato troppo spazio, togliendo spessore alle vicende dei vivi attorno ai quali la storia originale era incentrata.
Questo spostamento del focus è il difetto principale della pellicola: nel libro Susie resta imprigionata in una specie di limbo tra la terra e il cielo, da cui può vedere ciò che accade a coloro che sono rimasti. Sono la sua famiglia ed i suoi amici, nonché il suo assassino, che con le loro vicende portano avanti l’intreccio. Nel film questa percezione non si ha ed infatti la psicologia dei personaggi resta appena abbozzata, nonostante gli attori mettano tutta la loro buona volontà. Il cast, devo dire, sarebbe stato all’altezza se avesse avuto una direzione meno confusionaria da seguire.
Saoirse Ronan, esordiente, è una credibile Susie Salmon, ma la parte del leone la fa Stanley Tucci – finora sempre visto in ruoli di contorno più che positivi – che è davvero inquietante nei panni del maniaco George Harvey (lo ammetto: un paio di sere dopo me lo sono sognato).
Purtroppo, cast volenteroso e fotografia brillante non bastano a salvare l’opera nel suo intero: i buchi lasciati nella sceneggiatura sono troppi e troppo profondi; per esempio una delle scene che avrebbe dovuto essere più toccante, cioè quando Susie trova il modo di incarnarsi per poche ore nel corpo dell’amica sensitiva e dare il sospirato bacio al ragazzo dei suoi sogni, diventa comica involontaria: il film non spiega né il rapporto tra questi due adolescenti (nel libro si incontrano cercando tracce di Susie e diventano amici per superare il trauma), né perché il giovanotto non si stupisca dell’ingresso di un fantasma nel corpo della sua migliore amica (quando invece nel libro è ben descritto come i due ragazzi passassero il tempo interessandosi di occultismo). Lo spettatore ignaro è costretto a bersi situazioni di questo tipo, ma qualcosa non si incastra nel modo giusto ed è impossibile non accorgersene.
In conclusione, penso che Amabili Resti sia un’occasione sprecata; benché io sia un’amante del fantasy, in questo caso avrei preferito che Peter Jackson avesse messo un po’ da parte il suo gusto per l’irreale e si fosse concesso di approfondire l’introspezione. Mi aspetterei un’interpretazione del genere da qualcuno che non ha capito il libro, non da un regista reduce da undici Oscar.
Le feste di Natale e Capodanno sono già un ricordo. Anche stavolta, come tradizione da più di dieci anni a questa parte, non ho potuto fare a meno di rileggere Il Trono del Drago di Tad Williams. Dopo, giacché c’ero, ho letto il seguito, ma non ricordo se è la settima o l’ottava volta…
Il secondo romanzo della trilogia delle grandi spade inizia con i nostri protagonisti sparsi per tutto l’Osten Ard e, in genere, in guai grossi. A nord Simon, ora armato della spada Thorn, deve salvare Binabik dalla giustizia dei Troll. A Est Josua, insieme ai pochi scampati al massacro, fugge inseguito dai Norn verso le terre selvagge dove lo aspetta un nuovo nemico. A Ovest il conte Eolair fa una scoperta inaspettata nelle caverne dove si rifugiato il suo popolo. A sud Miriamele e l’ambiguo monaco Cadrach continuano il loro viaggio tra congiure e insidie. I cammini di tutti loro, e di parecchi altri, sono destinati a portarli nell’unico posto al sicuro dalla tempesta in arrivo: La pietra dell’Addio.
Come avrete capito la trama segue diversi fili narrativi che, per usare un paragone caro all’autore, s’intrecciano per dare significato a un grande arazzo. Un arazzo fatto di misteri, luoghi, personaggi, avventure tutti intessuti con lo stile grandemente evocativo che vi ho già descritto.
L’ambientazione si arricchisce di nuovi popoli (umani e non) ognuno con la sua lingua e la sua cultura. Nuovi personaggi irrompono nella storia e altri diventano più importanti. I protagonisti, che già ben conoscevamo, iniziano a cambiare sotto la spinta degli avvenimenti e la loro maturazione interiore è descritta minuziosamente pagina per pagina. Dietro a tutto il mistero sembra delinearsi ma indizi distribuiti ad arte lasciano intendere che c’è dell’altro.
È un peccato che di Tad Williams sia stato pubblicato ben poco in Italia, e di quel poco nessuna ristampa … io ho setacciato le librerie per due anni alla ricerca di questo libro ma, e gli appassionati di fantasy mi daranno ragione, ne valeva la pena!
Buona (ricerca) lettura!
Tutti noi che amiamo leggere, abbiamo libri che rileggeremmo all’infinito, mentre altri li rivedremmo solo per noia. Io vado oltre: ci sono libri che amo rileggere spesso… ma solo per metà. Oggi vi propongo un classico del fantasy con cui ho un tale rapporto: Le pietre magiche di Shannara, secondo romanzo della prima trilogia del prolifico Terry Brooks.
La storia inizia due generazioni dopo le vicende del primo libro. Nella terra degli elfi l’Eterea, il mitico albero che ha esiliato i demoni, comincia a morire. Allanon, l’ultimo druido, rivela che il solo modo per salvare il mondo dall’invasione è immergere il seme dell’albero nel fuoco di sangue.
Solo la giovane eletta Amberle può farlo e il solo che può proteggerla è Wil Ohmsford, nipote di Shea e detentore delle pietre magiche. Mentre i due partono per la disperata missione, l’esercito elfo si prepara a rallentare l’immenso esercito di demoni. Ma Allanon non ha detto tutta la verità…
Come vi dicevo ho un rapporto conflittuale con questo libro. La parte che preferisco è la lunga battaglia contro i demoni. Perfetta, quasi epica e dominata da personaggi carismatici come il principe Ander Elessedil o l’irriducibile Stee Jans. Al confronto le avventure di Wil e Amberle tra zingari, mostri e streghe impallidiscono. Ma anche in queste ho trovato scene di un certo pathos, specie quelle in cui sono inseguiti dal terribile Mietitore. Naturalmente è una questione di gusti ma secondo me Brooks dà il meglio nelle scene di combattimento.
L’approfondimento psicologico è molto curato in ogni parte del libro. Dei protagonisti conosciamo continuamente i pensieri e ne possiamo appezzare l’intima maturazione: tutti loro affrontano il loro personale demone interiore e, alla fine, accettare la verità e il loro destino.
Che dire? Questo classico del fantasy ve lo consiglierei solo per le epiche battaglie e gli inseguimenti mozzafiato. Ma ci sono anche altre cose che gente più sensibile di me apprezzerà sicuramente. Nel complesso è un libro che un amante del genere non può che amare… almeno per metà.
Marked, di primo acchito, ricorda un po’ Harry Potter e le sue (dis)avventure: la nostra protagonista, Zoey, è una giovane liceale normalissima, con una vita non esattamente felice, una famiglia a pezzi e il disperato bisogno di sentirsi accettata e parte integrante di un gruppo che un giorno viene marchiata da un Ricercatore di vampiri, costringendola a lasciare la sua scuola per la Casa della Notte, la scuola speciale per vampiri.
La peculiarità del vampirismo nel mondo costruito dalle due autrici – madre e figlia – è che non si diventa vampiri per il morso di un altro vampiro: la trasformazione avviene biologicamente durante lo sviluppo dell’adolescenza.
È una cosa normale, tant’è che la trasformazione è una cosa che si studia nei comuni licei, nelle ore di biologia; nonostante ciò, e nonostante il fatto che molti attori di successo siano vampiri, la maggioranza delle persone vede i vampiri come mostri – e la mentore di Zoey, la somma sacerdotessa della Casa della Notte ne attribuisce la colpa a Dracula di Stoker.
Non tutti coloro che iniziano la trasformazione riesce a portarla a termine: uno su dieci muore prima di aver raggiunto l’ultimo anno della scuola.
Zoey, tuttavia, non è una vampira come tutte le altre: la dea venerata dai vampiri, Nyx, la sceglie come suoi “occhi e orecchi” sulla Terra. Questa scelta, dovuta al fatto che Zoey è di sangue cherokee e ha in sé un miscuglio di antico e moderno, la porta ad avere dei poteri fuori dall’ordinario e ad essere la naturale rivale di Afrodite, la candidata a divenire la nuova somma sacerdotessa della Casa della Notte. Pensate a Draco Malfoy al femminile, con una buona dose di libertinaggine in più e avrete un ritratto molto simile di questo personaggio.
Il libro è scritto in prima persona ed è narrato dalla viva voce di Zoey: il linguaggio è colloquiale, fresco, infarcito del gergo giovanile ed è aderentissimo al carattere e all’età della protagonista.
Marked è stata una lettura molto piacevole: scorre velocemente, ha un ritmo incalzante, uno stile spesso ironico e dei buoni personaggi che, anche se non del tutto originali, sanno coinvolgere e creare una certa empatia. Se c’è una cosa che può risollevare anche il più stereotipato dei romanzi è una scrittura avvincente, e le due Cast ne hanno pieno possesso.
La storia si conclude con diversi punti interrogativi e con molte zone d’ombra sull’universo dei vampiri, che scopriamo mano a mano assieme a Zoey: non c’è da stupirsi, visto che ho scoperto che i libri saranno in totale sette. Chi ha detto Harry Potter?
In definitiva, nonostante non sia del tutto originale e appartenga a un filone super sfruttato (o forse proprio per questo) Marked è un libro che si divora in pochi giorni, molto gradevole e che dà una ventata di freschezza a un genere che sta lentamente sommergendosi nelle stesse storie.
Erano giorni che pensavo ad una recensione sul Signore degli Anelli. Dopo l’uscita nelle sale della trilogia cinematografica, però, su questa storia è stato detto tutto ed il contrario di tutto e quindi il mio commento potrebbe risultare del tutto inutile. È per questo che non intendo “descrivere” il libro: stavolta vorrei provare a dare una risposta alle obiezioni più comuni che mi sono state fatte quando ho parlato di Tolkien ad amici e conoscenti.
1) Un libro di mille pagine è un mattone assurdo.
La lunghezza del testo, lo ammetto, scoraggia molti. Ma…hei, chi vi sta inseguendo? Per entrare nella Terra di Mezzo ognuno ha i suoi tempi: c’è chi impiega una settimana e chi un anno. Personalmente ho fatto fatica a finire le prime cento pagine: trovavo le minuziosità con cui è descritta la Contea quasi irritanti. E tuttavia qualcosa mi spingeva ad andare avanti (probabilmente lo stile misurato e coinvolgente). A pagina 101 ci ero dentro con tutte le scarpe.
2) Preferisco vedere il film.
Sono tra coloro che hanno apprezzato moltissimo la trasposizione cinematografica e non mi ritengo una purista, tuttavia mi sento di affermare che la sola visione del film è limitante. Non è giusto che la visione di Peter Jackson, per quanto azzeccata, imbrigli un’opera creata per far volare la fantasia dei lettori in tutte le direzioni possibili. Abbiate il coraggio di sfogliare il libro e ne sentirete la magia.
3) Sai che c’è? Faccio fatica con i nomi. Non me li ricordo e perciò perdo un sacco di tempo e volontà a tornare indietro e cercare chi è chi…
Nessuno nega che “Il Signore degli Anelli” sia una lettura non sempre semplicissima. Tolkien era anche un linguista ed il solo fatto che per gli Elfi abbia creato ben due linguaggi quasi completi dovrebbe dare l’idea di quanto tenesse a questo aspetto. Forse qualcuno di voi mi considererà una pazza completa, ma io uno sguardo alla grammatica elfica l’ho dato e la trovo superba. È un linguaggio musicale, che riprende le radici dell’Indoeuropeo e che per tanto trova riscontri nelle lingue attuali parlate in Europa (ad esempio la parola Valar = gli dei, i luminosi si ritrova nel finlandese moderno con Valo che significa “luce”). Insomma, vale la pena di approfondire un po’.
4) Considero il fantasy roba da ragazzini.
Posto che sui gusti non si discuta, qui non stiamo parlando di una favoletta, ma di un libro in grado di ricostruire un intero mondo. Non a caso è la base del genere e chiunque scriva fantasy paga a questo testo un tributo più o meno importante. Ogni minimo particolare ha un criterio, ogni personaggio ha una sua profondità psicologica. Quando Tolkien affermò di voler costruire una mitologia per l’Inghilterra che – di fatto – non ne aveva una, non peccava di presunzione. Attingendo a piene mani dalle leggende nordiche riuscì a costruire un’epopea che non ha nulla da invidiare a quelle di più consolidata tradizione ed allo stesso tempo ha le rifiniture di un racconto storico.
5) Noooo, a me Orando Bloom sta sulle palle!!!
Ehm, come dicevo poche righe fa, il libro non è il film. Troverete dei personaggi capaci di restare incisi nel vostro cuore e molti di essi non sono mai apparsi sul grande schermo (un esempio per tutti: Tom Bombadil). Troverete avventura, sacrificio, battaglie, magia e amicizia, tutti portati alla massima potenza descrittiva. Troverete paesaggi incantati, terre desolate, paludi e foreste. Troverete il Bene e il Male in lotta perenne e la sfida più appassionante si svolgerà nel cuore dei protagonisti…infine troverete persino un pizzico di ecologia: si sa che il Professore fosse un estimatore di questa tematica.
Per concludere: ad ognuno è dato il privilegio di poter leggere ciò che più aggrada e su questo non si può sindacare. Tuttavia evitare la lettura di Tolkien è una perdita, secondo me, per il vostro mondo interiore.
Con tutta questa pioggia non posso far altro che starmene a casa a leggere. E quando il tempo è così le mie letture non possono che essere fantasy: nei mondi di cavalieri e draghi splende sempre il sole (al massimo è coperto)! Vi ho già detto che sono un lettore metereo(psico)patico!
Ritorniamo ancora nel mondo di DragonLance guidati stavolta da Barbara e Scott Siegel. stavolta potremo curiosare nel passato del mio personaggio preferito: Tanis mezzelfo. In questo romanzo, L’ordalia di Tanis, il nostro eroe accetta di partire per un pericolosissimo viaggio nella mente di un mago morente.
La sua missione è salvare dall’oblio il ricordo di un vero amore. La sua ricompensa sarà l’opportunità di incontrare il suo vero padre, l’umano che ha violentato sua madre! Tra cruente battaglie, magie arcane e mostri famelici Tanis, farà i primi passi nel cammino che lo farà divenire un grande eroe.
Tralasciando l’ambientazione di cui vi ho parlato nelle precedenti recensioni, l’opera offre in pari misura avventura ed introspezione. La prima è quella che ho trovato più riuscita nonostante il fatto che le vicissitudini del protagonista sono un po’ episodiche, quasi da gioco di ruolo.
L’approfondimento psicologico dei (pochi) personaggi è sufficientemente curato ma un po’ ripetitivo: tutti (Tanis in testa) sono animati da un amore purissimo o da nobili sentimenti. Sarò pure una persona arida ma alla lunga tutto questo amore sdolcinato fa male ai denti!
Lo stile narrativo è discretamente buono e la trama non banale. Ho trovato evocativa l’idea di un viaggio nella memoria per far sopravvivere almeno il ricordo della persona amata (ahia i molari!).
Posso dire che L’ordalia di Tanis è un romanzo fatto discretamente bene. Non un capolavoro ma un’opera valida e divertente. Perfetta da leggere in poltrona in una o due lunghe giornate di pioggia.
Se, come me, siete appassionati di fantasy ed in particolare della saga di DragonLance vi sarete almeno una volta fatti una domanda: che aspetto ha Kendermore, la città dei kender? Ovvero, come si vive in un posto abitato da bambini-cleptomani privi di qualunque paura? La risposta c’è l’ha data la brava Mary Kirchoff!
La dannazione di Kendermore fa parte della trilogia I preludi di DragonLance che racconta le avventure dei nostri eroi nei cinque anni precedenti le Cronache di Dragonlance ed ha come protagonista il simpatico Tasslehoff Burrfoot. Il nostro kender preferito stavolta l’ha fatta grossa: si è dimenticato di onorare la sua promessa di matrimonio!
Accompagnato dalla nana Gisella Hornslager parte alla volta della sua città natale in un viaggio pieno di imprevisti ed avventure. Inoltre la sua ingenua dimenticanza ha messo in moto un turbine di eventi che coinvolgeranno un medico ciarlatano, il suo zio preferito, un losco figuro e l’intera città di Kendermore! Alla fine tutto l’universo di Krynn correrà un grave pericolo…
Nonostante il titolo italiano così drammatico La dannazione di Kendermore è un romanzo allegro, pieno di avventure esilaranti ed umorismo. L’autrice ha sfruttato la ben nota ambientazione popolandola di buffi personaggi delineati con poche sapienti pennellate. Su tutti merita menzione Gisella Hornslager la nana più sexy e maliziosa (si avete letto bene) che si sia mai vista in un fantasy, forse troppo maliziosa per un romanzo che sembra scritto per un pubblico di giovanissimi. Molteplici le trovate originali come, ad esempio, la descrizione della vita quotidiana nella città di Kendermore ed il mammut parlante.
Lo stile narrativo è semplice ma gradevole, decisamente adatto al tono dell’opera. La trama è ben curata presentando un interessante intreccio di personaggi ed una certa varietà di locazioni e situazioni.
Se non fosse per un paio di ammiccamenti e doppi sensi (cos’è un lavoro di paranco?) consiglierei questo romanzo anche come fiaba ma può anche darsi che sono troppo all’antica. Di sicuro lo propongo a tutti gli appassionati del genere che vogliono provare qualcosa di più leggero e umoristico del solito.
Vi auguro una lettura spensierata!
Qualche recensione fa vi ho parlato della serie di Anita Blake, la sterminatrice di vampiri. La stessa autrice, Laurell K. Hamilton, ha dato il via in seguito ad un’altra saga con protagonisti che stavolta sono esseri fatati e di cui Un bacio nell’ombra (Edizioni TEA) rappresenta il primo libro.
Innanzi tutto è importante sottolineare che le fate di cui parliamo non hanno nulla a che fare con le minuscole creature a cui le fiabe ci hanno abituato: non sono cioè personcine alte un palmo che svolazzano a destra e a manca, ma esseri soprannaturali (sia maschi che femmine) dotati di una bellezza e di una forza ultraterrene, oltre ai vari poteri magici propri di ogni individuo.
La protagonista è la principessa Meredith NicEssus, che all’inizio del libro troviamo esiliata a Los Angeles con il nome di Merry Gentry, detective del soprannaturale di professione. Ben presto la ragazza viene contattata dagli emissari della regina Andais, sua zia, che la rivuole a corte per un motivo preciso: il regno ha bisogno di una discendenza, perciò se Merry genererà un figlio prima del legittimo pretendente al trono, il pazzo e crudele principe Cel, potrà avere la corona ed il potere su tutte le fate.
Merry può scegliere, per portare a buon fine l’impresa, tra le ventisette guardie della regina, ovvero un manipolo di fighi di eroi che da millenni sono rimasti casti e puri per i voti imposti loro dalla sovrana e che solo con Meredith potranno essere infranti.
Il resto lo potete immaginare. A fronte di un’esilissima trama “giallo-fantasy”, i tentativi della principessa di restare incinta fanno la parte del leone e vengono descritti con una terminologia quasi del tutto priva di edulcoranti.
Ciò che separa Un bacio nell’ombra da un libro di chiara matrice erotica è la capacità dell’autrice di non prendersi troppo sul serio, il che rende il tutto divertente e stimola la curiosità. La sfilza di amanti a cui la protagonista si concede ogni notte sono descritti come fossero modelli, ma ognuno ha un colore ed un elemento a cui essere associato e questo li rende più simili a cartoni animati e toglie ogni volgarità alla vicenda: c’è il nero Doyle, chiamato la Tenebra, c’è l’argentato Frost, freddo come il ghiaccio, c’è il verde Galen spontaneo come l’erba… una miriade di personaggi come questi vanno a costruire un mondo parallelo al nostro in cui le fate fanno parte della società e devono seguire le leggi americane.
Un mondo pieno di intrighi e tradimenti, duelli di astuzia e di magia, di fascino e sentimenti contrastanti che proprio per questo riesce a non annoiare mai, nonostante la saga prometta di continuare ancora a lungo.
L’unica pecca delle edizioni italiane è il ritmo lento con cui i romanzi vengono tradotti e pubblicati: un libro all’anno è decisamente poco per una serie le cui avventure non sono autoconclusive. I fans sono quasi costretti a cercare spoiler in rete e questo potrebbe rovinare il gusto della lettura. Dico “potrebbe” perché anche la ricerca di notizie si rivela difficile ed è molto più comodo, per chi conosce un po’ l’inglese, leggere le uscite in lingua originale.
Chi non ha dimestichezza con questa lingua, invece, dovrà attendere i tempi della casa editrice Nord, sperando che i responsabili decidano di accelerare almeno un poco.
Uno dei miei fumetti preferiti, non so nemmeno da quanto, è dedicato a un supereroe tutto particolare, un uomo… di più, un topo! Rat-man, al secolo Deboroh La Roccia, è l’irresistibile personaggio partorito, ormai vent’anni fa, dalla mente di Leo Ortolani. E queste ripubblicazioni a colori, come Cinzia la barbara e La Gabbia, sono il giusto tributo alla vita di un personaggio che ha saputo sempre farci ridere.
Quante avventure al grido di “Fletto i muscoli e sono nel vuoto”! Quanta allegria nel leggere le sue storie, la nascita della sua squadra di supereroi, le sue disavventure amorose. E quante parodie azzeccate, da quella del film 300 a quella del Signore degli anelli.
Queste due che sono state ripubblicate a colori di recente negli albi speciali, sono due azzeccatissime parodie/omaggi, una di Conan il barbaro (chi non lo ricorda può farsi un’idea da questa recensione) e l’altra di Star Trek.
Protagonista della prima è, in realtà, Cinzia Otherside, per questa volta nei panni (si fa per dire) del muscoloso personaggio del famoso heroic fantasy Conan. Starà a lei salvare Rat-man, alla soglia del matrimonio con Leganzia, in un’avventura piena di ambiguità e fraintendimenti, animata dalla sua grande passione per l’uomo in calzamaglia gialla.
La seconda storia invece si rifà alle tante saghe di Star Trek utilizzando tutti i personaggi abituali di Rat-man, tra cui Brakko, la stessa Cinzia e il Capitano Krik – che già per il solo nome trova un posto più che adeguato in questa parodia. Stavolta i nostri sono a confronto col creatore, con l’uomo armato di matita e gomma che deciderà, tra le molte idee, quali resteranno ingabbiate su carta e quali, scartate, saranno libere di andare.
Non vi dico di più sulla trama, pur non essendo questa la parte migliore dei fumetti di Ortolani: l’ironia, la sagacia di certe battute, l’inettitudine dell’eroe sono il sale di tutta la serie. In particolare, poi, questi due metafumetti raccolti nell’albo sono un graditissimo omaggio a due dei più classici fantasy della vecchia scuola.
Piacevole per chi non conosce i classici a cui fa riferimento, ancora più godibile per chi, conoscendoli, potrà riconoscere le numerose citazioni.
Più volte navigando in internet mi sono detta che certi ragazzi – autori sconosciuti di fan fiction (abili cioè nello sviluppare trame alternative per serie di anime, telefilm o libri molto amati) – meriterebbero la pubblicazione più di molti nomi che siamo ormai abituati a vedere sugli scaffali delle nostre librerie. Fino ad oggi, però, sembrava che la categoria dei “fanwriters” fosse relegata alla letteratura di serie B, senza alcun riconoscimento se non le dichiarazioni di stima dei lettori dei siti dedicati.
Finalmente questo muro di gomma si è rotto, grazie a Lara Manni ed al suo Esbat, che in origine era una fan fiction su Inuyasha (alzi la mano chi non conosce il mezzo demone con le orecchie canine creato da Takahashi Rumiko. Se proprio non vi viene in mente potete documentarvi su wikipedia), ma che ha finito poi per discostarsi dalla traccia originale per arrivare alla stesura di un racconto particolare ed avvincente.
Esbat è il nome con cui nella wicca viene chiamato un rituale che può compiersi solo con la luna piena e attraverso cui, in questa storia, il demone Hyoutsuki (Luna di ghiaccio) esce dal manga in cui è relegato perché desidera che l’autrice modifichi un finale che lo vedrebbe perdere le sue caratteristiche originali per diventare una spregevole imitazione di essere umano da cuore tenero.
La disegnatrice giapponese, chiamata solo Sensei (maestra), ha infatti il potere di interferire tra le dimensioni e modificare mondi che lei crede di aver inventato ma che esistevano già da prima. La donna non può fare a meno di innamorarsi del demone, così freddo e perfetto da scatenare la follia in chi lo guarda. Allo stesso tempo si intrecciano le storie di alcuni fan giapponesi, e di due ragazzi italiani appassionati al fumetto; in particolare si sviluppa la vicenda di Ivy, un’adolescente infelice, che ha anche lei a sua insaputa il potere di modificare i mondi e potrebbe diventare dunque facile preda per lo spietato Hyoutsuki.
Anche se la trama principale segue l’ossessione della Sensei, sento di poter definire Esbat come un romanzo corale in cui le varie voci si uniscono a creare un insieme omogeneo. Lodevole è il tentativo di combinare due realtà così diverse come l’Italia e il Giappone e a questo proposito devo muovere il mio piccolo appunto (niente più che un’impressione personale, dato che ho studiato giapponese all’università): le ambientazioni ed i personaggi sono ottimi nella loro caratterizzazione; ciò che suonano un po’ troppo “occidentali” sono i riferimenti a cui tali personaggi si rifanno. Si tratta infatti di poesie, canzoni, citazioni italiane o americane e questo – come chi ha vissuto in Giappone ben sa – è un po’ forzato.
Ciononostante, non si ha mai l’impressione di avere tra le mani un testo su cui l’autrice non abbia lavorato, al contrario. È chiaro il processo di studio sulle espressioni, persino sui nomi propri, nonché sulle differenze di linguaggio adatte per trasmettere le disparità culturali e sociali tra i vari personaggi ed infatti l’insieme funziona e si trasforma in una storia cupa, che si affaccia al confine tra l’horror ed il fantastico senza mai acquietarsi, senza mai annoiare.
Anche alcune tematiche come l’opposizione tra il caos e l’ordine (già viste in Pan del bravo Dimitri), la stregoneria, la facilità con cui gli adolescenti possono scivolare in sentieri sbagliati hanno una loro importanza e vengono toccate con serietà, pur seguendo il filo della narrazione principale. E Lara non ci fa mancare nemmeno una strizzatina d’occhio a Stephen King e alla sua “Carrie”, nei personaggi di Ivy e della compagna di scuola, Chris.
In conclusione: Esbat è un bel libro per tutti gli amanti della letteratura fantastica e una prova che la mia generazione – cresciuta a pane e cartoni animati giapponesi – sta affilando le armi per dimostrare che ci sono elementi capaci di buona letteratura. Se questo è un apripista, ho ragione di intravedere un futuro più roseo di quanto avessi osato sperare.