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Più di là che di qua, Amurri

Più di là che di qua - Antonio AmurriTorno a parlare di Antonio Amurri, storico autore della tv italiana nonché scrittore ed umorista, con questo prezioso romanzo del 1987, naturalmente introvabile al giorno d’oggi, ma che sarebbe adattissimo ad una lettura estiva col sorriso sulle labbra.

A fianco alla sua produzione dedicata all’analisi al vetriolo della famiglia italiana con i vari Piccolissimo, Piccolissimo vent’anni dopo, e tutta la serie dei Come ammazzare… Amurri scrisse anche alcuni romanzi, di cui questo fu l’ultimo, e il più peculiare. Più di là che di qua infatti è una commedia impregnata di humour nero i cui protagonisti principali sono infatti dei fantasmi.

Fantasmi che assistono, invero molto mondanamente, alla vicende dei loro congiunti viventi: Milena è la ricchissima moglie defunta di Francesco, il quale, oltre ad essersi ritrovato erede di un immenso patrimonio si è risposato con Elvira, che a sua volta però cade ben presto in coma, vittima di una misteriosa malattia tropicale e che si ritroverà ben presto a tu per tu con la rivale deceduta.

Se aggiungiamo che Milena trascorre la sua esistenza ultraterrena in compagnia nientemeno che di Oscar Wilde (che assume il ruolo di una sorta di disincantato Virgilio) e di altre figure di contorno di trapassati celebri che si danno ritrovo in party ectoplasmici alle spalle dei viventi, ci sono tutti gli ingredienti per una messinscena surreale e divertente dove il senso dell’umorismo molto britannico di Antonio Amurri si ritrova a proprio agio, raccontando la vicenda con i suoi toni garbati e i suoi dialoghi sempre brillanti, quasi da sit-com ante-litteram.

L’ambientazione è quella di una villa dell’alta borghesia in una non meglio precisata località della Riviera del Brenta, alle porte di Venezia, ed è il pretesto per farvi fare scalo a defunti celebri in villeggiatura, da Hemingway a Peggy Guggenheim, con alcune trovate gustose come i fantasmi inglesi che non potendo più bere concretamente il tè delle cinque si accontentano di vederlo bere nei salotti terreni di cui sono ospiti.

Un umorismo che sospetto non si scriva più, o così mi pare. Se vi capita, magari scovandolo in qualche bancarella, assaporatelo con un Prosecco di Valdobbiadene, ovvero, citando doverosamente incipit e finale del libro… bianco su bianco.

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Scritto da: tomtraubert il 16 Luglio 2009
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I ragazzi di Anansi, Gaiman

I ragazzi di Anansi – Neil Gaiman***ATTENZIONE il recensore non ha mai bevuto un bicchiere di nessun alcolico, ma sembra riesca a provvedere con ormoni naturali ad essere costantemente sbronzo; il senso del romanzo potrebbe leggermente deviare***

Tutti quando siamo ubriachi compiamo azioni insensate come, che so io, parlare con un ragno.
Solo che di solito questo non ha effetti collaterali come ritrovarsi in casa un fratello sconosciuto, perfettissimo, che ti vuole rubare la vita; né ha effetti come ritrovarsi coinvolti nell’omicidio compiuto dal tuo capo (e va bene delegare il lavoro ai sottoposti, ma non esageriamo), o dover cantare in pubblico facendo una terribile malacumparsa (o no?).

Ah, I ragazzi di Anansi andrebbe letto solo per il soprannome del protagonista, Ciccio Charlie, che lo perseguita tutta la vita solo perché a dieci anni era un po’ “morbido”, e perseguita anche me che non riesco a togliermelo dalla testa.

Certo, quando uno indaga poi un minimo sul suo passato e scopre, improvvisamente, che suo padre è un dio, l’etiologia della sbronza risulta chiara e si passa al resto del libro senza interrogarsi troppo sul vizio del bere e anche con un po’ di indulgenza riguardo agli incontri ravvicinati del ragno tipo.
Anche perché, mica è un dio buono tipo quello a cui ci hanno abituati al catechismo.

Anansi è l’individuo allo stesso tempo più affascinante e più imbarazzante che Ciccio Charlie possa concepire, sembra sia morto e, sebbene ci siano centomila modi rispettabili di morire, lui ha deciso di farlo beccandosi un infarto durante un karaoke, piombando con tutto il microfono tra le tette di una biondona in ascolto.
Insomma, se in realtà Neil Gaiman è uno degli pseudonimi del papa ed era un modo per dire che ubriacarsi e frequentare locali pieni di donne e malcostume porta a mala strada, l’intento è abbastanza riuscito; ma tutto questo succede solo nelle prime pagine e il senso del libro, mi dicono dalla regia, è un altro.

Il libro procede con elementi banalissimi come incontri con divinità in sedute spiritiche tenute dalle comari del vicinato, una fantasma che gliene dice quattro al marito precedentemente morto e torna a vendicarsi, un lime dai poteri insospettati, che apre mille strade, e tante, troppe altre cose.
In tutto con uno stile impeccabile, un brio irresistibile, una capacità narrativa e descrittiva rara.

Insomma, ‘mbriaconi che non siete altro.
Posate quel bicchiere e andate a comprare il libro.
I risultati sono i medesimi, il fegato ringrazia e vi fate una cultura.

L’edizione è anche gradevole: bella copertina, carta fantastica, formato carino, carattere ben leggibile.
Unica pecca del libro, almeno nell’edizione Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, è che anche l’editor o il correttore di bozze o chi per loro era evidentemente ubriaco: ci sono degli errori di battitura pazzeschi, parole che mancano, lettere in più. Compl…hic!menti!

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Scritto da: noemi il 5 Giugno 2009
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Lettura in corso – Storie di spettri, Soldati

Copertina @aNobii“È certo difficile supporre che una persona cresciuta alla cultura latina ‘capisca’ un fantasma, che ne rabbrividisca”; così scriveva Edith Wharton (1862-1937) nella prefazione alla propria raccolta di Storie di fantasmi. Come non crederle!

È quindi stato per questa ragione che mi ha incuriosito questo libro del 1962 di Mario Soldati (1906-1999), Storie di spettri, trovato casualmente tra i tanti libri della libreria. Mi son messo a leggerlo, considerando anche l’autore che, dai ricordi che ho di lui, non mi sembrava il tipo da scrivere racconti di questo genere.

Genere di per sé particolarissimo. Mi chiedevo al contempo se, nella letteratura nostrana, fosse possibile individuare un filone di ghost stories (tradizione sarebbe già una definizione piuttosto impegnativa).

Di racconti fantastici anche noi italiani ne abbiamo di assai validi e belli, si pensi a Landolfi (1908-1979), Bontempelli (1878-1960) o Buzzati (1906-1972); ma anche Papini (1881-1956) e Palazzeschi (1885-1974) ne hanno scritti, per non tornare più indietro nel tempo e parlare dello scapigliato Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) i cui Racconti fantastici escono proprio nell’anno della morte. Qualcuno può anche essere una ghost story ma credo che la cosa sia puramente occasionale.

Invece Mario Soldati intitola espressamente una sua raccolta di racconti Storie di spettri. Andiamo a vedere. La prima – Il tarocco numero 13 – lo è. Proseguendo, si nota come il ghost sia inteso come l’inaspettata e inequivocabile presa d’atto del manifestarsi dell’evento soprannaturale casualmente quanto involontariamente scoperto dal o dai protagonisti della storia tra le pieghe del quotidiano. Così è anche nei racconti di fantasmi inglesi Almeno i migliori, quelli che rifuggono i luoghi comuni.

Scrive ancora la Wharton nella sua prefazione: “[i fantasmi] li vedo più volentieri infestare l’abituro di una tetra strada periferica, che non il castello merlato con il suo teatrale ma risaputo armamentario”.

Ma gli spettri di Soldati non sono sempre veri e propri esseri eterei: spesso son anche quelli a cui il destino ha riservato un’esistenza inconsistente, diafana, un’esistenza che avrebbero voluto avere o che inseguono nell’immaginazione ma che, ahimè, è loro preclusa; un’esistenza in cui loro sono spettri, appunto.

È un modo originale d’intendere la ghost story. Molto italiano, molto “latino” se vogliamo. E come avrebbe potuto essere altrimenti con un autore così multiforme come Soldati, oltre che scrittore, regista, giornalista e autore di programmi televisivi?
Penso che continuerò a leggerlo!

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Scritto da: sfranz il 11 Ottobre 2008
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