Tutti gli articoli su fantascienza
Siete dei fan sfegatati di Star Trek? Ricordate a memoria tutte le puntate di tutte le serie? Avete portato il lutto al braccio quando il capitano Kirk è morto? Allora dovete leggere Il ritorno, secondo romanzo di William (Capitano Kirk) Shatner.
Il libro inizia un mese dopo i fatti raccontati nel settimo film e nello stesso luogo: Veridiano terzo. L’ambasciatore Spock è assorto accanto alla tomba del suo ex-capitano e amico, quando l’avamposto della federazione è ferocemente attaccato da misteriosi aggressori. Nella confusione il corpo di James T. Kirk viene trafugato e, pochi giorni dopo, un uomo identico a Kirk inizia ad aggredire gli ufficiali della Enterprise 1701-D. Il suo obiettivo è uno solo: uccidere Jean Luc Picard! Ignaro di tutto Picard è impegnato in una pericolosa missione all’interno di un ipercubo Borg. Missione che potrebbe costringerlo a ritrasformarsi in Lucutus…
Come vi avevo promesso nella recensione delle Ceneri del paradiso lo stile narrativo di Shatner è notevolmente migliorato. Questa sua seconda opera è sicuramente più curata e molto più romanzesca. Il ritorno non sembra una puntata del telefilm in forma cartacea (magari con un po’ d’introspezione in più) ma è un vero romanzo di fantascienza ben strutturato e scritto abbastanza bene.
L’ambientazione è sfruttata a dovere e arricchita di qualche particolare originale. Naturalmente abbondano i riferimenti ai vari film e telefilm, camei dei personaggi più apprezzati, citazioni e, dulcis in fundo, è svelato un segreto riguardante il primo lungometraggio (V’Ger vi dice niente?).
Lo stile, rispetto al primo romanzo, è più prolisso e meno spigoloso. Non diviene mai noioso, ma alcune parti mi sembrano ancora troppo melense e auto-celebrative per amalgamarsi bene con l’insieme. Io ho la sensibilità di un Klingon con il mal di testa e magari esagero un poco ma, secondo me, si può migliorare. Buona anche l’introspezione e la caratterizzazione di tutti i personaggi principali e non.
Il ritorno è sicuramente migliore del suo predecessore (in effetti non hanno molto in comune) da tutti i punti di vista. Per i veri trekker è irrinunciabile. Per gli altri potrebbe essere una bella distrazione.
Il tema è noto, l’autrice – Thea Von Harbou (1988-1954) – probabilmente molto meno, il titolo assai di più, visto il film che da questo romanzo della moglie – pubblicato nel 1912 – trasse nel 1927 il marito, il noto regista austriaco Fritz Lang (1890-1976). Il tema noto di Metropolis è quello degli sfruttati e degli sfruttatori senza scrupoli il cui scopo e arricchirsi e di comandare in maniera assoluta creando in questo modo, un sistema solo apparentemente perfetto e immutabile, in realtà alienante e disperato, nel quale viene inserito in modo assai enfatizzato l’aspetto tecnologico, non tanto elettronico quanto meccanico: gli “dei” da adorare e che han creato, fanno funzionare e mantengono questo sistema e questa grande città – Metropolis, appunto – sono le Macchine alla cui guida e controllo vi è il temutissimo e potentissimo Joh Fredersen. I lavoratori – che ricordano un po’ i Morlocks della Wellsiana The Time Machine (1895) – abitano nella cosiddetta Città dei Morti, nel sottosuolo.
Cosa può succedere in un simile sfondo e con simili premesse? Di tutto, verrebbe da pensare e dire. Ma non occorre riflettere molto per comprendere che, in fondo, gli eventi che possono accadere sono in sé limitati sia nel numero che nel genere. Può succedere che a) i lavoratori oppressi si ribellano e, dopo alterne vicende, riescono ad instaurare un diverso ordine sociale a loro più favorevole; b) i lavoratori oppressi si ribellano ma non riescono nel loro intento e, così, dopo varie prove fallimentari, tutto ritorna alla situazione iniziale; c) cosa improbabile (ma non impossibile), gli oppressori si rendono conto del loro operato sino ad ora a dir poco discutibile, si ravvedono e mutano consapevolmente l’ordine sociale tanto da renderlo qualitativamente più vivibile da parte dei lavoratori e moralmente più accettabile da parte loro.
Si è detto che quest’ultima opzione è improbabile benché non impossibile. E non lo è se – come di fatto avviene – s’inseriscono degli elementi personali e sentimentali e, perché no, anche religiosi. Qui non vi è infatti il solito capopopolo che arringa i lavoratori e, facendo prender loro coscienza, li incita alla ribellione… o almeno non vi è solo questo. Chi per primo (o quasi) si rende conto della situazione alienante non è il solito operaio sfruttato bensì il figlio dello spietato sfruttatore: Freder Fredersen che s’innamora, corrisposto, del capopopolo che, lungi dall’avere le sembianze irsute, paffute e baffute alla Peppone, ha quelle miti e graziose di una bella ragazza, Maria, che più che arringare i lavoratori, come si è detto, cerca d’infondere in loro la Speranza per un compromesso, per l’arrivo di un Mediatore tra loro e gli oppressori.
Il nome Maria non sembra affatto essere una scelta puramente casuale. Ma non finisce qui: se il dittatore e governatore delle Macchine è John Fredersen, lui non ne è l’inventore; l’inventore è un tal Rotwang uno uomo che ormai da anni vive appartato – in perenne, ossessivo, delirante ricordo della defunta donna amata – in una casa quasi magica, senz’altro buia, labirintica, misteriosa; un uomo tanto strano e bizzarro quanto geniale che in passato ha avuto rapporti non molto piacevoli con Fredersen e che, per questa ragione, gli porta rancore.
Per sviare le intenzioni ribelli del giovane Freder verso il padre (che tenterà di uccidere) e verso la Società, Rotwang inventa una sosia meccanica di Maria che, ovviamente, non si comporta come la Maria originale, anzi si comporta da vero quanto tradizionale capopopolo, istigando la folla alla ribellione violenta, instillando così seri dubbi nell’innamorato che non la riconosce più. Sarà lei che causerà la fine di Metropolis, delle Macchine. Ma in questa apocalittica distruzione non sarà sola poiché c’è chi la permetterà, cedendo ad impensati moti del cuore. E, nella fine, ciò segnerà un nuovo inizio.
Quello della Donna Artificiale – ginoide, per la precisione, anche se si preferisce il temine più generale e conosciuto androide, che fu coniato ventisei anni prima di Metropolis dallo scrittore francese Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889), il cui romanzo più noto è L’Ève future del 1886 – non era un tema nuovo nel panorama ottocentesco. L’Ève future è certamente l’esempio più eclatante, ma ci sono dei precedenti illustri, basti pensare a quell’Olimpia del famoso racconto L’uomo della sabbia di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), pubblicato nel 1815. (E che dire di quel magistrale racconto del nostro Landolfi -1908-1979 – La moglie di Gogol (più o meno del 1942 se non ricordo male)? E, dato che ci siamo, menzioniamo pure anche Il grande ritratto (1960) di Dino Buzzati – 1906-1972).
In fondo, Metropolis è un romanzo semplice nella trama e nelle situazioni. Anche la simbologia è facile da capire: gli oppressori che comandano col pugno di ferro, gli oppressi che subiscono rassegnati e intimamente scontenti, la Religione che tuona contro i maligni, l’inganno, l’Amore e la fede in un auspicabile cambiamento.
Lo stile non è privo di una certa retorica immaginifica che, pur esaltando le situazioni e gli stati d’animo dei protagonisti, talvolta non rende sciolta e immediata la comprensione del testo. È forse il modo in cui si scriveva agli inizi del ‘900.
Metropolis è certamente, sotto il profilo della narrativa fantascientifica, un romanzo anticipatore; oltre al tema della Donna Artificiale, c’è anche quello, già nel titolo, della Grande Città: immensa, disumana, alienante anche se viva e desiderosa di dare un’impressione di un meccanismo perfetto a prova di malfunzionamento, regolato da macchine scevre da passioni umane.
Metropolis della Von Harbou è, altresì, una curiosità per bibliofili e cinefili, il tempo per leggerlo non è in ogni caso mal speso.
Tutti conoscono la serie di telefilm StarTrek e tutti sanno che ha ispirato anche film, fumetti, opere teatrali e cartoni animati. Quelli che frequentano librerie e bancarelle sanno anche che esiste un discreto numero di romanzi ambientati nello stesso universo. Oggi, per appassionati e non, vi propongo il primo di una trilogia imperniata sul capitano Kirk, scritta da lui medesimo: William Shatner!
Le ceneri del paradiso inizia (tra il sesto e il settimo film) con Kirk in piena crisi esistenziale: è troppo vecchio per comandare un’astronave ma non si sente ancora pronto al pensionamento. Così quando una bella e misteriosa aliena gli chiede aiuto per salvare il suo pianeta non può fare a meno di accettare.
La ricompensa è qualcosa che l’anziano (ma ancora pimpante) capitano non può assolutamente rifiutare: l’eterna giovinezza. In realtà non si rende conto di essere coinvolto in una macchinazione che potrebbe far precipitare la federazione spaziale in una nuova guerra. Per fortuna gli altri membri dell’Enterprise accorreranno in suo aiuto.
Il romanzo contiene tutti gli ingredienti tipici della serie: un pianeta sconosciuto, un mistero, colpi di scena, un problema interno da risolvere insieme con quello esterno, il tutto condito da tecnologia, avventura e un pizzico di umorismo. Parecchie sono le citazioni alla serie classica che faranno la gioia dei fan.
Quello che c’è in più è l’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del capitano Kirk che c’è mostrato sotto nuovi aspetti della sua personalità. Non più un eroe indistruttibile, ma un uomo con le normali paure che affliggono tutti: invecchiare, essere messo da parte, restare solo.
Il libro è scritto abbastanza bene, soprattutto tenendo conto che è il primo di Shatner. Lo stile è molto semplice e diretto, alcune parti avrebbero potuto avere una cura maggiore ed anche l’ambientazione poteva essere sfruttata meglio. Tuttavia la lettura è gradevole e, vi assicuro dopo aver letto tutta la trilogia, migliorerà negli altri libri.
Se, come me, siete appassionati di StarTrek, non potete perdervi quest’opera, dove troverete tutto ciò che vi piace della serie più qualcosa che sullo schermo non può apparire: il capitano Kirk visto da colui che lo conosce meglio. Lui stesso!
[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
Quando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.
Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.
La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.
Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.
Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.
Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.
Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.
Un nuovo premio letterario, dedicato ai cultori della fantascienza, si affaccia nel già affollato panorama dei concorsi in Italia: è il Premio Giulio Verne, associato alla manifestazione LevanteCon a Bari. Il concorso, indetto dall’Associazione Culturale “Giulio Verne” insieme ad alcuni Enti Patrocinanti è completamente gratuito e il primo premio è un riconoscimento in denaro di 500 euro.
Ecco alcuni estratti del bando, disponibile sul sito:
Luogo di assegnazione: Manifestazione nazionale “Levante Con” Bari marzo 2010
Modalità di partecipazione: la partecipazione alle selezioni è aperta ad autori di ogni età e ovunque residenti che abbiano composto racconti a tema fantascientifico e in lingua italiana. Sono ammessi esclusivamente racconti, massimo uno per partecipante, mai pubblicati.
Non possono partecipare: i membri della Giuria, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I membri del Consiglio Direttivo dell’Associazione Giulio Verne, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I membri della Comitato Organizzatore della LevanteCon, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I responsabili delle società sponsorizzatrici, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado. Coloro i quali hanno collaborato alla stesura del suddetto bando, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado
Quota di partecipazione: non é richiesta nessuna quota di partecipazione né tassa di iscrizione.
Il concorso scade il 31 dicembre, affrettatevi!
Recentemente mi sono accorto di essere un lettore metereopatico: quando c’è freddo mi piace leggere romanzi fantasy (sarà per l’alito dei Draghi?) e quando il sole picchia impietoso è nei mondi del futuro che mi rifugio, mondi pieni di fredda tecnologia ma non privi di mostri sbavanti! Direttamente dal vecchio carretto tarmato ecco un romanzo di fantascienza scritto da un vero maestro del genere!
Alien:dentro l’alveare è ambientato in un lontano futuro dove gli Aliens (si proprio quelli dei film con Sigourney Weaver), hanno devastato la Terra ma sono stati cacciati. Durante la susseguente ricostruzione una bella ladra, uno scienziato sfigato e un capitano alcolizzato partono alla volta del pianeta Ar-32 per rubare la pappa reale degli Aliens. Come se non bastasse l’astronave è piena di galeotti ed un’ industria farmaceutica interplanetaria ha deciso che solo lei può mungere (si proprio mungere) i mostri dal sangue acido!
La prima metà di questo breve romanzo di Robert Sheckley sembra, sorprendentemente, più simile ad un libro di spionaggio che ad uno di fantascienza. Non che ci siano spie ma, in compenso è pieno di elementi tipici di quel genere: avventurieri senza scrupoli, imprese disperate, scontri acrobatici a mani nude, esistenze al limite e (non poteva assolutamente mancare) una protagonista tanto bella quanto micidiale.
Nella seconda parte (quella sul pianeta alieno) questa impressione si stempera gradatamente sino a quando la fantascienza prende il sopravvento con l’inevitabile scontro con le creature fameliche. Il tutto narrato con stile gradevole, mai noioso e venato di ironia e umorismo. I protagonisti, ognuno dotato di proprio background, a voler essere pignoli sono un po’ troppo tipici del genere spionistico, ma decisamente accattivanti e simpatici.
Dunque quello che vi consiglio oggi è un libro originale per la sua mescolanza di generi, ben scritto, e dalla gradevole lettura. Adatto a quasi tutti: c’è chi trova sgradevole un mostro che usa gli umani come incubatrice (non capisco proprio perché).
Una fresca lettura a tutti!
Quello che vi consiglio oggi è un libro perfetto da leggersi – non solo – in vacanza, ma anche una piccola perla del filone cyberpunk ad opera del padre stesso del genere, William Gibson.
Luce Virtuale è ambientato in un futuro non troppo lontano (il libro è del 1993) dove lo sviluppo tecnico-scientifico non sembra affatto aver migliorato le cose. La trama ruota intorno ad un paio di avveniristici occhiali per la realtà virtuale che contengono un segreto per cui una misteriosa multinazionale è disposta ad uccidere chiunque. A cominciare dai due protagonisti: Chevette Washington, orfana, abitante del ponte e messaggera, che li ha rubati per ripicca, e Barry Rydell ex-poliziotto, ex-poliziotto nei guai, ex guardia di sicurezza che ha avuto l’incarico di ritrovarli.
Come nella maggior parte delle opere di questo filone (e di Gibson in particolare) l’ambientazione è preminente sulla trama. L’autore presenta al lettore una visione del futuro dove buona parte delle paranoie odierne si sono avverate: multinazionali strapotenti, periferie sempre più ampie e degradate, proliferazione di sette e culti vari, fuga nella realtà virtuale e, soprattutto, la constatazione che la scienza non risolverà tutti i problemi. Nonostante tutto questa non è un’opera pessimistica: la gente si adatta e cerca di vivere al meglio, magari dandosi una mano vicendevolmente come avviene per i poveri che vivono sopra il ponte…
Lo stile della narrazione è sintetico e volutamente impreciso, come se a raccontare la storia fosse qualcuno che non riesce mai a trovare le parole giuste e ha problemi con quella cosa degli scrittori, quella che si dice una cosa per un’altra ma si capisce lo stesso… metafora? Ciò rende la lettura più divertente e gradevolmente leggera anche durante le riflessioni più tetre.
Vale la pena leggere Luce Virtuale per la sua disincantata visione del futuro (sia positiva che negativa), per la simpatia dei personaggi e per la usa narrazione ironica ed allegra. Gli appassionati del genere non possono farselo scappare, gli altri lo troveranno un buono svago sotto la luce (non virtuale spero) del sole d’estate.
Pur essendo un appassionato di fumetti confesserò che non sono mai stato un grande lettore di manga. Pur essendo cresciuto con i primi robottoni di Go Nagai, Il Grande Mazinga, Goldrake… e tutto quello che in Italia è arrivato in seguito, il manga non mi ha mai conquistato. E però. E però ogni tanto leggi che rappresenta la felice eccezione alla regola. È il caso di Pluto, di cui ho letto il primo volume e di cui esce in questi giorni il secondo.
L’autore, Naoki Urasawa, fa con quest’opera un omaggio, sentito e riuscitissimo, al mitico Osamu Tezuka, altro autore storico del fumetto jappo, e nello specifico al suo celeberrimo Astro Boy, di cui rielabora una storia (Il più grande robot del mondo) e ne fa la vicenda narrata in questo bellissimo volume.
Sì perché ve lo dico subito, Pluto è molto bello, e potete leggerlo anche se non avete letto mai un manga in vita vostra… stando solo attenti che si legge da destra a sinistra – ovviamente!
Il mondo raccontato in Pluto è un mondo in cui robot intelligenti convivono con gli esseri umani in una società futuribile che ispira tematiche le quali richiamano da vicino tutta la letteratura e il cinema che hanno sviluppato l’argomento nel corso degli anni, da Asimov a Blade Runner.
In maniera peraltro molto intelligente. La vicenda ha per protagonista l’ispettore Gesicht, un robot chiamato a indagare sulla morte di due robot molto importanti, entrambi assassinati con le caratteristiche di un delitto rituale: sulle teste di entrambe le vittime vengono poste dall’assassino delle specie di lunghe corna.
Da qui prende le mosse il racconto, che sviluppa abilmente diverse sottotrame, fino a svelare che l’omicida ha designato ben sette vittime, i sette robot più potenti del mondo, fra i quali – sorpresa, sorpresa – lo stesso Gesicht.
Ottimamente narrato e disegnato, caratterizzato da un pathos tutto nipponico, Pluto è una lettura coinvolgente e non banale, che porta con sé tutte le domande che il genere porta in dote: qual è il confine fra l’uomo e la macchina? Può un robot provare emozioni? Alcune pagine toccanti di questo volumetto sembrano suggerirci di sì. Ancora meglio se letto in compagnia di un fresco Tocai friulano… Se si può ancora dire.
Vi siete mai chiesti come sarebbe vivere sulla Luna? Gli abitanti della Luna si chiamerebbero lunestri o lunatici? Che cultura si svilupperebbe dopo secoli di colonizzazione? E se uomini spaventati dal malocchio sostituissero le macchine? Clelia Farris in Rupes Recta si è fatta queste domande e ha dato delle risposte piuttosto originali.
Rupes Recta, come avrete intuito, è ambientato sulla Luna, un luogo dove fissare la gente in faccia è reato, i bambini giocano a “rubasesso” e la manipolazione genetica è la norma. Su questo sfondo variegato e a tratti grottesco il protagonista, Mikhail Stefanovic Beltrami è coinvolto in una misteriosa serie di omicidi e sarà costretto ad usare tutte le sue abilità per scoprire l’identità dell’assassino. Perché lui è un Ricordante, un umano in grado di ricordare TUTTO meglio di un computer e addirittura capace di “camminare” indietro nel tempo!
A differenza di ciò che avviene in molti racconti di fantascienza, dove la trama (poco curata) è solo la scusa per prospettare incredibili visioni di quello che potrebbe essere il futuro dell’umanità, l’opera della Farris abbina ad una ambientazione raffinata una trama ben congegnata ed a tratti coinvolgente.
L’una e l’altra abbondano di idee originali, tra queste è da menzionare il capovolgimento di un cliché del genere fantascientifico: non sono le macchine che sostituiscono gli uomini ma è il contrario! Questo perché “l’uomo è la macchina più economica”!
Solo il finale mi è sembrato un po’ troppo “a sorpresa” per un giallo ma perfettamente adatto ad un romanzo di fantascienza.
Lo stile della scrittrice è incisivo, ma gradevole, spesso sopra le righe nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nella descrizione di situazioni scabrose: matrimoni tra gay, ostentazione della diversità genetiche, sesso libero… scabrose per noi ma non per gli abitanti del futuro. Tutte queste qualità hanno fatto vincere a questo libro il premio “Fantascienza.com” del 2004.
Mi è molto piaciuto questo Rupes Recta e mi sento di consigliarlo ad un pubblico sia di neofiti che di appassionati ma, a causa di alcune situazioni un po’ forti, rigorosamente maturo! Può anche essere una buona lettura mentre siete sdraiati a prendere la tintarella… di Luna.
Un libro illustrato, un’anteprima in uscita tra pochissimi giorni, un racconto unico da un autore inaspettato. Questo e molto altro è Grand Central Terminal, scritto da Leo Szilard e interpretato magnificamente da GiPi. Szilard non sarà noto come Einstein ma è uno scienziato dal “multiforme ignegno”, tanto da essere stato eminente fisico e altrettanto esperto biologo, nonché uno scrittore niente affatto male.
E qui occorre una breve premessa: Szilard, fra i padri dell’atomica, si oppose con forza all’uso della stessa contro il Giappone, ma la Storia ci dice chiaramente che non fu ascoltato, né lui né i molti altri della sua stessa opinione. Da questa sua sconfitta prende avvio invece la sua carriera come scrittore e, più direttamente, questo racconto.
La storia si regge su due se: cosa pensereste della terra se, come studiosi, veniste a visitarla e se, inoltre, fosse totalmente deserta e lievemente radioattiva? Quali congetture vi verrebbero in mente sulla vita degli abitanti, verso quali teorie vi spingereste? I nostri eroi, alieni, come avrete capito, sono alle prese proprio con questi quesiti.
Atterrati in una New York post conflitto atomico, interrogheranno luoghi, simboli e oggetti per cercare di comporre un quadro scientifico che possa spiegare la totale assenza di forme di vita, di qualunque ordine e specie. Dalle monete ai quadri, tutto entrerà a far parte del loro studio.
La scrittura è elementare, pulita, e si lascia andare di tanto in tanto per farci sorridere, ma sempre con quel retrogusto amaro dato dalla rappresentazione degli aspetti più grotteschi dell’umanità. Colpisce perché non è necessaria una grande sospensione dell’incredulità: gli eventi che l’autore descrive, sebbene fantascientifici, entrano nel campo di quelli probabili, oltre che possibili.
Le illustrazioni che accompagnano il testo hanno un che di amaro anch’esse e al contempo onirico, sia nella scelta delle forme sia in quella del colore: è come un’altra traduzione, stavolta da scrittura a immagine. Non avrei saputo pensare un accostamento parola-immagine più perfetto e armonico.
Da leggere agli adulti, questa favola al contrario.