Tutti gli articoli su famiglia

Amabili resti, Jackson

locandina amabili resti Amabili resti, JacksonComincio col sottolineare che non sono tra coloro che vivono sul luogo comune “il libro è sempre meglio del film”. Ci sono casi in cui, secondo me, le pellicole sono di tutto rispetto e qualche volta anche più divertenti dei romanzi da cui sono tratte (un esempio per tutti: Il diavolo veste Prada). Quando ho saputo che Amabili Resti sarebbe stato trasposto per il cinema da Peter Jackson, di cui ho amato tantissimo la trilogia su Tolkien (ve l’ho detto che non sono una “purista”!), non stavo più nella pelle all’idea. Forse, però, è stato uno di quei casi in cui l’aspettativa era troppa.

Laddove il romanzo è un’intensa riflessione sulle sfaccettature del dolore, qui abbiamo una sorta di pubblicità del Mulino Bianco lunga più di due ore, in cui la protagonista saltella in una specie di radura sconfinata dove ogni tanto appare un gazebo sicuramente riciclato dal set della “Compagnia dell’Anello”. Critici ben più navigati di me hanno voluto vedere in questo la tematica della “Terra di Mezzo” tanto cara al regista e fin qui ci può stare; peccato, però, che a questo mondo alternativo sia dedicato troppo spazio, togliendo spessore alle vicende dei vivi attorno ai quali la storia originale era incentrata.

Questo spostamento del focus è il difetto principale della pellicola: nel libro Susie resta imprigionata in una specie di limbo tra la terra e il cielo, da cui può vedere ciò che accade a coloro che sono rimasti. Sono la sua famiglia ed i suoi amici, nonché il suo assassino, che con le loro vicende portano avanti l’intreccio. Nel film questa percezione non si ha ed infatti la psicologia dei personaggi resta appena abbozzata, nonostante gli attori mettano tutta la loro buona volontà. Il cast, devo dire, sarebbe stato all’altezza se avesse avuto una direzione meno confusionaria da seguire.

Saoirse Ronan, esordiente, è una credibile Susie Salmon, ma la parte del leone la fa Stanley Tucci – finora sempre visto in ruoli di contorno più che positivi – che è davvero inquietante nei panni del maniaco George Harvey (lo ammetto: un paio di sere dopo me lo sono sognato).

Purtroppo, cast volenteroso e fotografia brillante non bastano a salvare l’opera nel suo intero: i buchi lasciati nella sceneggiatura sono troppi e troppo profondi; per esempio una delle scene che avrebbe dovuto essere più toccante, cioè quando Susie trova il modo di incarnarsi per poche ore nel corpo dell’amica sensitiva e dare il sospirato bacio al ragazzo dei suoi sogni, diventa comica involontaria: il film non spiega né il rapporto tra questi due adolescenti (nel libro si incontrano cercando tracce di Susie e diventano amici per superare il trauma), né perché il giovanotto non si stupisca dell’ingresso di un fantasma nel corpo della sua migliore amica (quando invece nel libro è ben descritto come i due ragazzi passassero il tempo interessandosi di occultismo). Lo spettatore ignaro è costretto a bersi situazioni di questo tipo, ma qualcosa non si incastra nel modo giusto ed è impossibile non accorgersene.

In conclusione, penso che Amabili Resti sia un’occasione sprecata; benché io sia un’amante del fantasy, in questo caso avrei preferito che Peter Jackson avesse messo un po’ da parte il suo gusto per l’irreale e si fosse concesso di approfondire l’introspezione. Mi aspetterei un’interpretazione del genere da qualcuno che non ha capito il libro, non da un regista reduce da undici Oscar.

blogdo small
Scritto da: Elfo il 16 Marzo 2010
1 rss

Amabili Resti, Sebold

amabili resti Amabili Resti, SeboldPer chi se lo stesse chiedendo, mi sono persa – al cinema – il film L’eleganza del Riccio. Per non ripetere l’esperienza, anche se sul mio comodino c’è una Torre Pendente di libri che fa invidia a Pisa, ho piazzato in pole position Amabili Resti di Alice Sebold (Edizioni E/O), in quanto la fascetta strilla che a breve uscirà la trasposizione cinematografica ad opera di Peter Jackson.

Me lo sono letto d’un fiato, dunque, e, se ci penso, mi salgono ancora le lacrime agli occhi.

La prima cosa che vorrei sottolineare è che ammiro molto autori come Alice Sebold, perché sono in grado di narrare anche il più efferato dei crimini senza eccedere mai nei termini, né nel sentimentalismo: in questo senso Amabili Resti poteva essere un libro molto rischioso. Si tratta infatti di una storia di morte e dolore che, nelle mani sbagliate, avrebbe potuto risultare di una pesantezza insostenibile. Invece è un gioiello.

La storia comincia nel 1973. “Comincia” è forse un termine improprio, in quanto l’inizio vede lo stupro e la morte della protagonista, la quattordicenne Susie Salmon. Quindi possiamo dire che la storia parte con una fine, una fine per di più cruenta e dolorosa. Il corpo di Susie viene fatto a pezzi e gettato in una discarica dall’assassino, un vicino di casa dall’aria insospettabile di nome George Harvey.

Il suo spirito, però, sopravvive in una sorta di mondo soprannaturale che la ragazzina chiama “il Mio Cielo” e da cui può osservare il proseguire della vita sulla terra. Susie sceglie di restare in qualche modo vicina alla sua famiglia e ai suoi amici ed assiste così allo svolgersi della vita nel suo quartiere, dove tutti in qualche modo sono stati coinvolti dalla sua tragedia e cercano come possono di farvi fronte.

La famiglia Salmon, in particolare, è il fulcro del romanzo, in cui sono magistralmente inserite le dinamiche dell’accettazione del dolore, la crisi, il superamento della stessa, ma anche le fratture più profonde che un lutto simile può creare e il sorgere di dubbi e paure mescolati con la voglia di passare oltre e cercare la serenità che è stata strappata.

La gamma dei sentimenti umani è coperta quasi per intero in un intreccio che non perde un colpo; il substrato mistery (riuscirà il coraggioso signor Salmon a trovare le prove per incastrare il maniaco della porta accanto? E Lindsey, la sorella minore di Susie, è in pericolo? Riusciranno i familiari e gli amici a ritrovare il corpo della ragazzina?) porta il lettore a divorare il libro pagina dopo pagina senza mai avvertire un filo di pesantezza. Ciò è dovuto anche alle descrizioni, sempre nitide e convincenti, anche quando si parla della sfera soprannaturale che era forse la più difficoltosa da delineare.

Una nota di plauso va ad Alice Sebold anche nel metodo di tratteggio psicologico dei personaggi: ben pochi scrittori sono in grado come lei di penetrare la psiche nelle sue molteplici sfaccettature e allo stesso tempo rendere la lettura lieve ed appassionata come una carezza. In Amabili Resti c’è un po’ di tutto: spaccato sociale, introspezione, elaborazione del lutto, superamento del dolore e quel tocco di magia che rende l’insieme unico nel suo genere.

Lo consiglio caldamente, anche se lascia un senso di malinconia che vi accompagnerà per qualche giorno; libri come questo non capitano di frequente.

Immagine anteprima YouTube

blogdo small
Scritto da: Elfo il 16 Marzo 2010
0 rss

Indietro tutta

Il ruolo biologico della donna è quello di madre, sposa ed educatrice. Il lavoro è secondario, viene dopo. Penso che nella crisi di valori attuale e nell’emergenza educativa che viviamo, molto abbia a vedere il fatto che la donna esce molto di casa, reclami una sfrenata indipendenza dal marito e vada a lavorare. (…) Da questo punto di vista il femminismo esasperato ha creato danni e lo si vede nella scarsa educazione anche cristiana dei figli. La donna è biologicamente deputata al ruolo di madre che è quello primario ed una buona madre educa i figli. Ora mi domando come possa svolgere quelli che sono i suoi doveri fondamentali andando a lavorare. (…) Una volta quando la donna badava a quello che è la sua missione, faceva recitare le preghiere, accompagnava i bambini alla scuola e al catechismo tante storture non accadevano, bisogna riconoscerlo.

Queste affermazioni non provengono da un paese islamico o da qualche Imam, ma dal Monsignor Oddo Fusi Pecci, vescovo Emerito di Senigallia.

Ricapitoliamo: sposarsi, fare figli, non uscire di casa, non lavorare, obbedire al marito, insegnare le preghiere ai figli, accompagnarli al catechismo.

Ma non erano gli islamici e il burqa, quelli che mortificavano la dignità femminile?

via Metilparaben: La serva del focolare, via Bastet



blogdo small
Scritto da: Livia il 8 Marzo 2010
7 rss

Settimo Anno, Lloyd e Rees

settimo annoNon c’è due senza tre.
Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei lettori di Chissà se stai dormendo e Chissà se sono svegli chiedeva a gran voce un seguito alle avventure dei loro beniamini Amy e Jack. Così Josie Lloyd ed Emlyn Rees non hanno esitato a riprendere in punta di penna i personaggi che hanno dato loro la possibilità di affermarsi come scrittori e ci hanno regalato la terza puntata della love story più simpatica d’Inghilterra.

Peccato che il sottotitolo sia Chissà se stanno ancora insieme e si riferisca alla tipica crisi del Settimo Anno, di cui appunto stiamo per parlare.

Eccoli, dunque, i nostri Amy e Jack: alla boa dei sette anni di matrimonio sono arrivati peggio di quanto le premesse ci avessero fatto credere. Hanno un magnifico bambino, Ben, ma per il resto la loro vita non ha percorso esattamente il binario dei sogni. Il talento di Jack come pittore non è bastato a farlo sfondare perciò lui sbarca il lunario lavorando per una ditta di fertilizzanti.

Ad Amy non è andata meglio: la sua occupazione nel campo della moda è sfumata quando la sua ditta è stata venduta e adesso che ha un figlio è molto difficile tornare nel campo, perciò si limita a fare la mamma, benché la situazione le vada stretta. Quel che è peggio è che anche la vita a due ha subito dei danni da queste singole insoddisfazioni e della coppia spumeggiante che abbiamo imparato a conoscere ed amare nel primo libro non è rimasta che l’ombra.

Se detta così vi sembra una catastrofe, non temete: il fatto che Amy e Jack siano piombati dalle stelle alla dura realtà non è affatto un demerito per gli autori che, anzi, ci offrono uno spaccato di vita meno glam, ma molto più simile al vero e quindi insaporiscono questo seguito in maniera inaspettata. Riusciranno i nostri eroi a ricomporre il loro equilibrio e nello stesso tempo a trovare nel loro amore la forza per andare avanti in una società cinica, in cui il tradimento sembra essere sempre dietro l’angolo? O, peggio, i nostri eroi si amano ancora?

Scritto con il consueto stile diretto, umoristico ma anche con un tocco di intensità in più, stavolta, Settimo Anno è forse un boccone amaro per tanti sognatori, ma allo stesso tempo è una prova di come questi due scrittori siano cresciuti nel tempo, e si siano resi capaci di portare avanti i loro personaggi senza ripetersi fino in fondo. Certo, la formula della famigliola felice ed invidiata avrebbe potuto funzionare, ma avrebbe reso il sequel del tutto inutile.

Così invece entriamo in contatto con due “nuovi” protagonisti: li ritroviamo diversi da come li avevamo lasciati, ma ugualmente simpatici e capaci di suscitare il nostro senso di identificazione. Grazie a loro e ai personaggi che li circondano (ritornano H e Matt, i migliori amici, più sfrontati che mai, ma ci sono anche una serie di “new entries”) ci facciamo domande sui rapporti uomo-donna, un argomento che non smetterà mai di interessare perché su di esso si può scrivere tutto ed il contrario di tutto.

Lloyd & Rees cercano di narrarci una storia semplice e allo stesso tempo di infonderci fiducia in quel sentimento di cui tutti parlano e che oggi sembra essere passato di moda, in favore di piaceri usa e getta molto più abbordabili: l’amore, sostenuto dalla fedeltà.

Come avrete intuito, vi consiglio caldamente l’intera trilogia: si tratta di una lettura divertente e leggera, che esce dai canoni della chick-lit e ci regala una storia appassionante con personaggi che sembrano davvero vivere e respirare e che, dopo pochissimo, sembrano diventare nostri amici.

blogdo small
Scritto da: Elfo il 19 Gennaio 2010
0 rss

Zia Mame, Dennis

Quest’oggi il nostro ospite inatteso è Fabiola, che condivide una sua lettura (di cui avevamo già parlato):

zia mameHo riso per 354 pagine leggendo Zia Mame, il romanzo di Dennis Patrick che narra le vicende di un ragazzino che alla morte di un padre avido di affetti viene affidato alle cure della zia.

Il personaggio, completamente agli antipodi rispetto alla figura del padre, è una donna stravagante che ho sognato di impersonare durante questa mia lettura.
E quando ho finito il libro ero triste, ho rimpianto i tuffi nell’America degli anni ‘20 e degli anni ‘30 tenuta per mano da zia Mame, una donna prima ricca e poi povera e poi dinuovo ricchissima.

Zia Mame è dentro e nello stesso tempo fuori dai suoi tempi, perchè se da una parte lei è l’immagine modaiola di ogni tempo e luogo protagonisti  del romanzo con i vestiti a tema e le ambientazioni a tono con contorno di amici stravaganti e pieni di cultura, dall’altra è il concetto supremo dell’outsider, pura anche nelle monellerie.

Il piccolo undicenne comincia la sua avventura in una scuola all’avanguardia di nudisti per finire in collegio ed assistere volente o nolente, con occhio razionale, agli alti e bassi della zia, prima giapponese, poi cavallerizza, ed ancora crocerossina, artista, commerciante, zitella, scrittrice, sposa del sud, vedova nera e vedova bianca, fino a divenire mami Mame ed infine indiana Mame.

Un’altalena di emozioni e storie espresse con una scrittura semplice e mai pretenziosa eppure ricco di citazioni colte. E bravo Dennis Patrick che ha partorito zia Mame nel 1955, dopo anni di lavoro e dopo essere stato rifiutato da 19 editori, contraddetti da 2 milioni di copie vendute alla sua prima uscita.

E come è giusto nel 1958 venne prodotto anche il film:

Immagine anteprima YouTube

blogdo small
Scritto da: L'Ospite Inatteso il 11 Gennaio 2010
0 rss

Niente libri gratis alle scuole elementari

Riporto da Rete Scuole:

Il Governo ha soppresso con la Finanziaria lo stanziamento di 103 milioni di euro per la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola dell’obbligo, «l’ultimo scippo del Governo alle famiglie, alla scuola e agli enti locali». Lo rende noto Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, chiedendo l’immediato intervento del ministro Gelmini.

«Il ministro Gelmini intervenga immediatamente per porre rimedio a questo ennesimo scippo. La gratuità dei libri nella scuola elementare – ricorda la parlamentare – è prevista per legge dal 1964. Dal 1998 e con le successive leggi finanziarie, fino a quella del 2007 del governo Prodi, la gratuità è stata estesa alle scuole secondarie in forme legate al reddito. Di segno opposto la politica del governo Berlusconi che ha completamente cancellato queste risorse”.»

Leggendo queste notizie continuo a chiedermi: che futuro ha uno stato in cui non sia prioritaria la formazione?

blogdo small
Scritto da: Livia il 28 Novembre 2009
1 rss

La ballata di John Reddy Heart, Oates

ballata di John ReddyL’estate del 1967 rimarrà nella memoria collettiva per molto tempo a Willowsville, piccola cittadina nello Stato di New York. È una torrida giornata di luglio quando il giovane John Reddy , di soli 11 anni, arriva nella città con i suoi strambi parenti al seguito, guidando lui stesso la vecchia Cadillac Bel-Air, seduto su diverse guide del telefono per riuscire a vedere oltre il parabrezza.

La Willowsville del romanzo La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates assomiglia a molte altre cittadine americane della Costa Atlantica di quegli anni: l’arrivo degli originali Heart crea un’inevitabile subbuglio e molti mormorii tra i nuclei familiari del luogo, benestanti ma un po’ bigotti.

Tanto per cominciare provengono da Las Vegas, The Sin City.
Poi la mamma di John è troppo bella. E dov’è suo marito, il padre dei tre bambini? I due più piccoli poi, sembrano animaletti selvatici e ritrosi.
Che dire di nonno Aaron, un personaggio un po’ alienato dalla vita vera, con qualche rotella, sospetta la brava gente di Willowsville, decisamente fuori posto.

E poi c’è Johnny.

“Nella cittadina di Willowsville (…) vi fu un tempo in cui ogni ragazza tra i dodici e i vent’anni (e molte altre in segreto) era innamorata di John Reddy Heart. John Reddy fu il nostro primo amore. E il primo amore non si scorda mai.”

Il giovane con il suo aspetto un po’ da zingaro e un po’ da indiano, che sembra più vecchio della sua età, getta nello scompiglio le ragazze del piccolo centro, inserendosi con violenza nei sogni adolescenziali e non di ognuna di loro. Anche i ragazzi ne subiscono il fascino, fatto di uno schietto senso di inadeguatezza che non diventa quasi mai velenosa invidia (perché lui è troppo gentile con ognuno di loro).

Questi ragazzi di buona famiglia, con tracciato davanti a loro un futuro cosparso di lustrini, subiscono l’inevitabile fascino dell’outsider. John è bello e all’apparenza dannato: dietro al suo totale disinteresse per qualsiasi ragazza della scuola, al suo reale senso di cameratismo verso i suoi compagni che non diventa mai confidenza vera, sembrano nascondersi turpi segreti che non possono che celare una vita affascinante.

Neanche il fattaccio che un giorno si abbatte su di lui sembra scuotere alla fondamenta il sogno adolescenziale ormai collettivo: l’amante della madre di John viene assassinato nella camera da letto della donna e John viene accusato dell’omicidio. Dopo una spietata e molto mediatica caccia all’uomo tra le montagne intorno a Buffalo finisce in prigione ma, come spesso accade, questo non fa che accrescere la sua fama: anche se non tornerà più nella piccola cittadina, il ragazzo si trasfigurerà in un mito che per molto tempo rimarrà nei sogni innamorati di molte donne e in quelli ammirati di molti uomini, arrivando ad ispirare la canzone di un gruppo rock ed uno sceneggiato televisivo.

Solo molti anni dopo capiremo, incontrando un John Reddy adulto, come questa fama non fu da lui voluta né tanto meno capita fino in fondo: in un certo senso lui ne fu vittima esattamente come tutti gli altri.

Da leggere se amate la letteratura americana di ampio respiro: prendete una bella boccata d’aria e… via.

blogdo small
Scritto da: Only il 25 Novembre 2009
4 rss

Candy Kane, Lambert

candy kane - Janet LambertEccoci di nuovo presso il nostro vecchio baule; anche stavolta ad emergere è un libro che ho amato molto verso i quindici anni e che ancora adesso mi fa piacere sfogliare quando mi sembra di non avere niente di meglio sul comodino. E anche stavolta attingo alla fortunata serie creata da Janet Lambert, anche se Candy Kane ha a che fare con la saga della ormai nota famiglia Parrish solo in parte.

Il nome della protagonista, Candy, non vi tragga in inganno: non stiamo parlando della sfortunata orfanella che ha imperversato per anni ed anni nell’anime omonimo; tuttavia, in quanto a jella, anche la “nostra” Candy si difende bene. Figlia di un militare, come Penny e Tippy Parrish, al contrario di loro ha una famiglia che non la ama e la fa sentire costantemente indesiderata.

Candy non ha la perfezione dei Parrish, non è niente più che graziosa, ma è molto buona ed ha il dono di una voce strepitosa. Il libro segue la ragazza dall’adolescenza fino a dopo il matrimonio e devo ammettere che è quest’ultima parte quella che ricopre maggiore interesse. Il motivo è che il matrimonio di Candy è ben lontano dall’essere quello delle favole.

Suo marito, il capitano Barton Reed, è decisamente il personaggio meglio riuscito della storia, con i suoi continui errori, l’egoismo malcelato, le gelosie e le insicurezze che ne fanno un uomo molto più simile alla realtà di quelli a cui la Lambert ci ha generosamente abituate.

Nonostante i toni siano come sempre edulcorati (tutti insieme: uno, due, tre… MISERICORDIA!) stavolta l’autrice si è resa capace di rompere il suo schema e proporci un percorso di vita complesso in cui non tutto torna e in cui le cose funzionano solo dopo aver pagato un prezzo. Per mantenere saldo il suo matrimonio, per esempio, Candy rinuncia al canto, la sua grande passione di sempre. Ma riuscirà a soffocare la sua personalità in maniera così totale? Quando poi i Reed incontrano i giovani Parrish (Tippy e suo marito), la nostra protagonista avrà modo di riflettere e con lei le signorine a cui il libro è dedicato.

C’è un germe di sano femminismo, in Candy, che, benché nemmeno lontanamente paragonabile alle fiammate di una Zimmer Bradley, non guasta affatto: se si pensa che il libro è stato scritto negli anni ’50, il fatto che l’eroina sia combattuta tra il marito e le proprie scelte personali suona attuale anche oggi.

Con i suoi personaggi ben definiti, lo stile sempre scorrevole e brillante, il linguaggio piacevolmente datato ed una trama avvincente, Candy Kane è il libro che ci vuole in queste serate piovose, in cui i primi freddi ci invogliano a rannicchiarci sul divano con un plaid sulle ginocchia e rilassarci con una lettura leggera e tuttavia capace di emozionarci ancora.

blogdo small
Scritto da: Elfo il 17 Novembre 2009
1 rss

Piccoli crimini coniugali, Schmitt

piccoli crimini coniugaliLeggendo questa pièce del 2003, si verrà a sapere che il titolo dato, Piccoli crimini coniugali, è quello di un romanzo poliziesco scritto dal protagonista Gilles il quale, per un incidente domestico, banale ma non per questo privo di conseguenze, ha perso la memoria a medio termine. Ricorda eventi e saperi di molto tempo fa, ma di essere un giallista, di avere una casa, una moglie, abitudini, manie proprio non rammenta.

“L’amnesia è strana”, afferma, “è come una risposta a una domanda che si ignora”. Ma sotto il profilo drammatico, il suo non ritrovarsi – in casa, fra quelle che erano le sue cose, con la moglie Lisa – a cui inizialmente dà del lei benché se ne senta fisicamente attratto – pone in essere mille situazioni e ipotesi che agiscono nel tempo: “Cammino sul filo,” afferma ancora Gilles, “mi mantengo nel presente, non ho paura del futuro, ma temo questo passato.”

Chi era veramente lui prima? E questa bella donna che “dice” di esser sua moglie, lo è veramente o è qualcuna che vuole plasmare il suo passato per dargli un presente (e futuro) a proprio piacimento? Che desidera tenergli nascosto qualcosa di orrendo del suo o del proprio passato?

L’amnesia di Gilles (vera o presunta?), grazie a ben dosati colpi di scena determinati da repentini quanto inaspettati ribaltamenti di prospettiva, rende possibile formulare tutte le ipotesi della vita di coppia e dei sentimenti e delle più tacite, nascoste, abiette, tenere, inespresse intenzioni dei singoli componenti fino ad una conclusione che è poeticamente anche un nuovo inizio e un ennesimo ribaltamento di situazione se non, anche, di ruoli.

E, come ho già accennato parlando di un altro dramma dello stesso autore qui in Piccoli crimini coniugali forse ancor di più che ne Il visitatore, è possibile vedere in azione l’aspetto pragmatico della lingua nel senso che basta una battuta o due e una situazione che sembrava ormai certa, assodata, definita nei suoi contorni, muta, perde consistenza, si ribalta, sfuma facendone intravvedere un’altra possibile e logica… vera?

Forse anche i sentimenti e tutto ciò che ci sta e gira intorno, per usare le parole di un altro grande drammaturgo, sono fatti “della stessa sostanza dei sogni” perché, osserva Gilles “Una coppia non è la realtà. È prima di tutto un sogno che si fa insieme, no?”

blogdo small
Scritto da: sfranz il 24 Settembre 2009
0 rss

Zia Mame, Dennis

zia mameProbabilmente dovrei iniziare questa recensione scusandomi per alcuni eccessi, perché Zia Mame di Patrick Dennis ha suscitato in me un innamoramento talmente cieco che ho scritto una recensione densa di lodi sperticate. Questo avvertimento è rivolto soprattutto a coloro che, magari convinti dalla sottoscritta, compreranno il libro.

Se dedicherete qualche minuto a una blanda ricerca in Internet, vedrete che alterna recensioni entusiastiche ad altre di deluso tepore. Ebbene, questa che vi apprestate a leggere appartiene al genere entusiastico. Né poteva essere altrimenti, visto che cinque minuti dopo aver finito il libro l’ho subito ricominciato, rileggendolo da cima a fondo una seconda volta. Potere di alcune storie. Per me Zia Mame è stata una di queste.

La chiave di volta dell’intera vicenda si cela proprio in quella protagonista che le dà il titolo, spacciata per reale da un autore con un grande senso dell’umorismo e probabilmente un grosso fiuto per gli affari. È lei il personaggio incredibile che accoglierà ancora bambino il narratore/fittizio autore, un decenne il cui testamento di un padre austero e assente affida all’unica sorella: “Norah[...] mi aveva portato da papà, che con voce rotta ci aveva dato lettura del testamento. Quindi aveva aggiunto che essere affidato a una donna molto, molto particolare come zia Mame era un destino che non avrebbe augurato neanche a un cane, ma per disgrazia non avevo altri parenti e se uno era un derelitto come me non poteva fare tanto lo schizzinoso.”

All’apparenza, la storia – peraltro non straordinaria – che ci viene raccontata tratta degli Stati Uniti dai dorati e spensierati anni venti fino al secondo, difficile, dopoguerra. In apparenza. Nella realtà il sig. Dennis usa la storia per irretire l’ingenuo lettore e farlo innamorare-perdutamente- della sua geniale protagonista, e del modo nient’ affatto ordinario stavolta in cui conduce sé stessa e il nipote attraverso vent’anni e più di storia americana.

Mame Dennis è personaggio talmente peculiare, specie nei suoi eccessi, che può essere solo fittizio, frutto di un parto letterario o di una perspicace idealizzazione (se la vera zia dello scrittore ha in qualche modo ispirato la nostra come si racconta…). Donna dotata di vasta cultura ma dalle attitudini eccentriche, zia Mame affascina chiunque le capiti a tiro; l’autore, lasciandosi prendere la mano dal suo personaggio, esaspera certe pose al punto da rischiare talvolta la caricatura, eppure salvandosi in extremis riesce a non cadere mai nel dozzinale. Zia Mame ci guida attraverso le vicissitudini della sua vita con la leggerezza e lo humour di un personaggio dal carisma così indiscusso che sappiamo che saranno sempre gli eventi a piegarsi a lei, piuttosto che il viceversa.

Intorno alla protagonista si muove un nugolo di personaggi che è, forse per scelta, puramente di contorno. Lo stesso nipote Patrick, molto devoto e quasi passivo, non lascia trasparire un carattere ben definito, e anche se è l’unico comprimario di un certo spessore non convince davvero come perfetto contraltare della nostra eroina, che brilla sempre di luce indiscussa.

Patrick Dennis si guadagna con questo libro, per fortuna riscoperto da Adelphi a cinquant’anni dal suo grande successo d’oltreoceano, un posto nella libreria di chiunque ama i classici della letteratura americana, accanto a nomi forse più grandi ma magari non toccati davvero da quello stato di grazia che a volte conduce uno scrittore a inventare i Personaggi con la p maiuscola, che diventano leggendari oltre la storia che raccontano.

blogdo small
Scritto da: Only il 23 Settembre 2009
1 rss