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Accabadora, Murgia

Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:

Accabadora – Michela MurgiaMi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.

Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.

D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.

Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.

D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.

La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.

È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.

L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).

Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.

Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.

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Scritto da: L'Ospite Inatteso il 11 Giugno 2009
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Vita intermittente – Le intermittenze della morte, Saramago

 Vita intermittente   Le intermittenze della morte, SaramagoCopertina @EinaudiBisogna essere più che abili a riproporre un motore narrativo usato ed abusato senza farne un testo scadente o banale. Abilità tanto più grande quando si innestano nella trama riflessioni di portata e carattere universale che vadano al di sopra del lapalissiano. Saramago sembra possedere quest’abilità e molte altre.

Le intermittenze della morte è il primo che leggo, non per pigrizia ma per scelta: tanto quanto sono convinta che ci sia un libro giusto per ognuno sono altresì convinta che ci sia un momento giusto per ogni libro, ed ho aspettato che per me lo fosse. Mi aveva incuriosita il triangolo virtuoso che compie con il mio autore prediletto, chiaramente Borges, e con un altro che apprezzo molto, Pessoa; ma di questo parlerò in un’altra recensione.

Il tema stavolta è esplicito, a cominciare dal titolo e dall’incipit. Scorre lungo le duecento pagine di scrittura torrenziale, trascinato da un linguaggio intricato senza essere ostico. Più d’ogni altra è questa la peculiarità del libro, un lingua densa, pastosa, fluida, singificante.

La morte ha sempre generato riflessioni, dall’eutanasia alla demografia. Ma raramente aveva condotto con sé pensieri sulla politica, sul rapporto stato/mafia, sui simboli sterili, utilizzati con opportunismo quando è necessario distogliere l’attenzione, sulla chiesa come distributore di “analgesico spirituale”.

Ho indugiato a lungo durante la lettura. Come quando mi accade di inciampare in un grande autore mi chiedo come abbia fatto a tradurre il mio sentimento personale in un sentimento universale. E farlo sembrare così semplice. Non lo si cavalca, questo romanzo. Non è immediato. Non fa nulla per piacere al suo lettore.

Tuttavia mi ha affascinata, affabulata. L’ho chiuso con una indefinita inquietudine, con la certezza che lo riaprirò. Non so per quale meccanismo della mente mi ha ricordato Ungaretti, nel suo “l’uomo è un punto tra due infiniti oblii”. Ecco, questo romanzo mi ha fatta sentire un punto.

Ammetto che non è una buona sensazione da addurre consigliando un libro: la verità non si può sempre ammantare di bello. Forse questo è il quid in più che me l’ha fatto amare, e considerare sublime: il non-bello che va verso l’infinito.

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Scritto da: Livia il 4 Giugno 2008
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