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Il Maestro e Margherita, Bulgakov

Il maestro e margherita1967. I Beatles, in piena era psichedelica, registrano Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, album di importanza seminale. Pochi passi più in là, negli stessi giorni e negli stessi studi EMI di Abbey Road, i Pink Floyd stanno incidendo il loro folgorante album d’esordio, The piper at the gates of Dawn. Chi influenza chi è tuttora oggetto di appassionate discussioni fra musicofili. Syd Barrett canta visioni acide, in casa sua si dà l’LSD perfino al gatto, John Lennon vede Lucy in the sky e perfino gli Stones vivono la loro stagione lisergica nell’incarnazione delle Loro Maestà Sataniche.

In Italia il panorama musicale era molto più provinciale e quieto, certamente meno visionario: il giovane Guccini al massimo cantava le notti ed il fiasco e il resto era Rita Pavone – fate voi – ma il nostro modesto contributo a quella fatidica stagione di “espansione della mente” fu come minimo la prima edizione integrale, presso Einaudi, del capolavoro postumo di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita.

Scritto almeno una trentina d’anni prima il romanzo è oggi giustamente ritenuto un classico, ma è soprattutto, anche per chi, come me, lo leggesse con colpevole ritardo, un libro di una modernità sorprendente. Il Diavolo che giunge a Mosca sotto le spoglie di un prestigiatore, è proprio lo stesso di cui canta Mick Jagger in Simpathy for the Devil.

Beffardo e istrionico, man of wealth and taste, il Satana di Bulgakov si presenta nella Russia staliniana in compagnia del demone Azazello e di un enorme gatto nero bipede, un terzetto che già da solo oltre ad anticipare di molto le più fortunate creazioni di Stefano Benni, mette a soqquadro la città scoperchiando, in un crescendo di situazioni fra il magico e il grottesco, le ipocrisie e i grigiori della società dell’epoca.

E il sabba onirico descritto a metà del romanzo è davvero un capolavoro di psichedelia pura, frutto di una scrittura visionaria e intrisa di sarcastica ironia. Ma esistono almeno altri due piani narrativi: quello centrale, la storia d’amore proibito fra il Maestro e Margherita, magica e romantica, ma anche la storia che avviene duemila anni prima, ai piedi del Calvario e in casa di Ponzio Pilato, con un demoniaco testimone della Passione che giunge fino ai giorni in cui si svolge il racconto.

Fra poesia e satira, Bulgakov mette in scena un affresco stregonesco a tinte forti, un volo notturno da leggere con un robusto Falerno, un teatro di maschere di cui il mago Woland, indimenticabile incarnazione del Maligno, è il magistrale capocomico, interprete primo dell’eterna e ambigua lotta di Bene e Male.

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Scritto da: tomtraubert il 4 Febbraio 2010
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Videorecensione di Accabadora, Murgia

Alessandro Giammei raddoppia e ci regala anche una videorecensione di Accabadora:

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Scritto da: L'Ospite Inatteso il 11 Giugno 2009
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Accabadora, Murgia

Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:

Accabadora – Michela MurgiaMi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.

Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.

D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.

Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.

D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.

La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.

È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.

L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).

Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.

Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.

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Scritto da: L'Ospite Inatteso il 11 Giugno 2009
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Storia dell’editoria italiana, Cadioli e Vigini

Storia dell'editoria italiana - Alberto Cadioli e Giuliano ViginiQuesta settimana torno ad occuparmi di editoria, ma lo faccio da una prospettiva leggermente differente da quelle utilizzate sinora, poiché Storia dell’editoria italiana ripercorre, dagli albori ai giorni nostri, un’avventura culturale, economica e sociale fondamentale nel contesto della storia del nostro paese, così come in quella di ogni stato civilizzato.

Scritto da Alberto Cadioli e Giuliano Vigini, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Milano il primo, editore, saggista e tra i massimi esperti di editoria il secondo, Storia dell’editoria italiana, ha il merito di ripercorre brevemente, ma con intelligenza e precisione, gli eventi che hanno caratterizzato le alterne fortune degli editori italiani.

Il libro è suddiviso in tre sezioni principali che permettono un’agevole consultazione. La prima si occupa dell’Ottocento e dei due sistemi editoriali presenti all’epoca: il modello milanese e quello fiorentino. La seconda parte della prima sezione è invece incentrata sulla nascita dell’editoria nazionale, dall’Unità a fine secolo. Assistiamo allo svilupparsi di un mercato del libro «popolare», alle difficoltà nel gettare le basi per un mercato nazionale unitario, in quanto l’Italia era ancora costituita da mercati locali e caratterizzata da arretratezza industriale e basso tasso di alfabetizzazione.

La seconda sezione ha per oggetto la prima metà del Novecento, periodo in cui il sistema editoriale formatosi nel secolo precedente si consolida.
Nei primi vent’anni del Novecento persiste la divisione tra editoria di narrativa, di consumo, facente capo a Milano, ed editoria di cultura, storicamente legata a Firenze. Seguono poi gli anni Venti, caratterizzati dall’inizio dell’«era fascista», dallo sviluppo di nuovi sistemi editoriali e dal modello Mondadori, ossia manifesto interesse per una produzione attenta alle letture di un pubblico di massa, ma senza trascurare titoli di qualità, purché non eccessivamente sperimentali e con un mercato sicuro.

Altri temi trattati in questa seconda parte del libro sono la nascita degli «editori protagonisti» (Bompiani, Rizzoli, Garzanti, Einaudi), l’adozione del libro unico per le scuole, la censura fascista e gli anni Quaranta con il fervore del dopoguerra, fino alla nascita nel 1949 della BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), che segna un punto di svolta importante nell’editoria nazionale.

La terza ed ultima sezione copre un periodo che va dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, e si occupa della nascita dei tascabili, delle dispense, dei turbolenti anni Sessanta e Settanta, dell’accentramento del potere editoriale (a livello mondiale), del fenomeno «Millelire» e del mercato degli allegati, senza tralasciare le frontiere dell’e-book e le nuove tendenze del mercato.

Ad oggi, per l’importanza capitale che l’editoria riveste, ed ha rivestito, nel mondo, credo sia impossibile avere un approccio completo alla letteratura, e alla cultura in generale, senza occuparsi anche di storia dell’editoria, che svela le sottili trame che stanno dietro la pubblicazione di un libro o la nascita della collana, eventi fortemente influenzati dalle condizioni storico-politiche del momento; ecco perché consiglio agli attenti amici di Liblog di dedicare un po’ del loro tempo a questo agile volumetto.

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Scritto da: maxvicius il 19 Febbraio 2009
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Eventi di mezz’agosto

Un po’ di eventi sparsi per l’Italia, così da conciliare lettura ed uscite:

  • Sabato 16 agosto

Lavarone (TN), dalle ore 17.00
Giulio Cavalli, coautore con Fabrizio Tummolillo, presenta Linate 8 Ottobre 2001, la strage – Edizioni XII
nell’ambito di Lavaronestate, il lago in un libro
In veste di “guastatori”, saranno presenti anche Massimo Cirri e Filippo Solibello (dal programma di Radio 2 Caterpillar)

  • Domenica 17 agosto

Roma, ore 21
Carlo D’Amicis presenta La guerra dei cafoni – Minimum fax
In collaborazione con la libreria Altroquando
ai viali dei Giardini di Castel Sant’Angelo
durante la manifestazione Letture d’estate lungo il fiume e tra gli alberi

Calasetta (CI), ore 22
Andrea Bajani presenta il suo libro Se consideri le colpe – Einaudi
presso la Torre Piemontese.
Interviene Paolo Lusci.
L’incontro fa parte del programma diParole sotto la Torre

Savona, ore 18:00
Fortezza del Priamar
presentazione del libro di Andrea Novelli, Giampaolo Zarini Per esclusione – Marsilio

  • Lunedì 18 agosto

Serra De Conti (AN), ore 21:00
ex Convento dei Benedettini
presentazione del libro di Giuseppe Lupo La carovana Zanardelli – Marsilio

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Scritto da: Livia il 16 Agosto 2008
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