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Come scrivere a un editore

Sono un po’ seccata, oggi. Ho passato già due ore (e almeno altrettante me ne toccheranno) a rispondere cortesemente a mail di persone ingenue, disinformate o maleducate. Ma invece di sfogarmi cercherò di dare alcune nozioni pratiche di come si scrive a un editore, approfondendo i temi di un vecchio post.

Partiamo dalle basi; sei, senti di essere, ritieni possibile definirti, nel tuo intimo ti ritieni uno scrittore. Hai finito, si suppone con grande cura, il tuo romanzo/racconto/silloge, e non vedi l’ora di condividere con il mondo i tuoi pensieri, sentimenti, esperimenti letterari. È questo il momento in cui si decide se sarai nel 97% dei cestinati o nel 3% dei letti (e da lì nello 0,5% dei pubblicati).

Devi sapere che in Italia gli scriventi sono un’infinità ma gli scrittori pochi. Quindi la tua mail sarà letta in sequenza insieme ad altre 40 o 60 mail per una selezione preventiva. Devi sapere anche che ciò che per te è un’esperienza unica, aver partorito un’opera, per chi si troverà a leggere sarà nulla più che un altro numero, il testo 237 di 2000. Considera che un editore piccolissimo, come me, riceve più di 500 testi al mese.

Come fare per darti qualche possibilità in più? Prima di tutto, conoscere il tuo possibile editore: trovare informazioni sulle linee editoriali al giorno d’oggi è facile; non pensare che per chi le riceve sia questione di un minuto capire se scartarti o no: stai usando il tempo di una persona che lavora, se non sei accurato lo usi male.  Quindi trova gli editori che potrebbero essere interessati e concentrati solo su quelli. Fatto questo dovrai costruire una bella mail; non avvantaggerà la tua opera in fase di valutazione, ma nella preselezione sicuramente sì.

L’oggetto della mail

Cerca di essere sintetico ma specifico. Usa la parola “valutazione” e non “proposta”: la proposta te la farà, eventualmente, l’editore. Poi cerca di condensare in una parola o due il genere: “romanzo fantasy”, “racconti horror”. Infine, metti il titolo, o una parte del titolo. Quindi, più o meno, “Valutazione romanzo gotico L’errore di Nani“. Questo è il tuo oggetto della mail. Ricorda di non usare mai il comando inoltra (o forward), è un segno di rispetto creare una mail unica per ogni editore, come io creo una mail unica di risposta per ogni scrittore.

Non lasciare il campo oggetto vuoto: non aiuta a identificare il tuo scritto o memorizzare il tuo nome. E come alias della tua mail non usare “puffolosbaciucchino@puffolandia.puff” ma qualcosa che faccia ricordare l’individuo, anche uno pseudonimo, ma che dia l’idea di un Nome e Cognome. Non scrivere “proposta editoriale” né “invio manoscritto”: sono indicazioni sbagliate e comunque generiche. Ti stupiresti di leggere quante siano le mail con questo oggetto che vengono ricevute quotidianamente.

Il testo della mail

Il testo deve essere sintetico e incisivo. Che sei uno scrittore non lo devi “dire” ma fare emergere dalla scelta delle parole e dalla costruzione dei periodi. Evita il burocratese e gli eccessivi formalismi, l’aggettivazione estrema e le auto-recensioni, evita anche di lodarti. Cerca di essere sincero il più possibile. Spiega perché ti sei rivolto a quell’editore (linea editoriale, condivisione dei principi, altro), due parole su chi sei e sul perché scrivi; il tutto senza essere vago: chi legge si accorge subito se è una mail preconfezionata e adatta a ogni editore possibile. Elenca gli allegati. Soprattutto leggi più volte il testo della mail e assicurati che non ci siano errori sintattici e, per quanto possibile, di battitura (siamo imperfetti, una lettera sbagliata può scappare a chiunque). Non proporre copertine o evoluzioni immaginarie del “libro”: non è il momento di stabilire se ne verrà tratto un musical.

Gli allegati

Nomina chiaramente gli allegati. Vietato scrivere “romanzo”, “inedito”, “sinossi”: come ti dicevo non c’è solo il tuo file e capita, spiacevolmente, che le sinossi si confondano fra loro nell’archivio mail. Se possibile tieni file separati per l’opera e per la presentazione. Lascia l’impaginazione in comodo formato A4, anche se ti piacerebbe dare la forma di libro al tuo testo: sarà più pratico stamparlo e, quindi, leggerlo. Usa un font standard e il colore nero, non appesantire di fronzoli, separatori, bordini e simili.

Bene, a questo punto hai fatto tutto il possibile. Magari non sarai pubblicato mai, ma sarai certo di aver messo la giusta attenzione e determinazione in quello che hai fatto.

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Scritto da: Livia il 4 Febbraio 2010
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Apparenti contraddizioni

Oggi grazie a Buoni presagi ho scoperto quest’articolo di Nazione Indiana, di cui vi riporto uno stralcio e che vi invito a leggere per intero:

Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avvallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.

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Scritto da: Livia il 20 Gennaio 2010
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La posta dell’editore III

Non c’è due senza tre:

Mi chiamo XXX e ho finito da poco di scrivere un racconto che vorrei dare alle stampe, in questa fase sto cercando un editore che vorrei potere considerare come un partner allo scopo di pubblicare e diffondere il mio lavoro in maniera opportuna.
Ho visto sul sito internet il vostro progetto editoriale che trovo molto interessante, vi contatto perché prima di mandarvi il mio scritto da valutare vorrei avere evidenza di un vostro potenziale interesse, come si sa alcune case editrici cestinano direttamente i manoscritti non richiesti.

Il titolo del libro e’ “XXX” e si tratta di un thriller e sfondo esoterico [...], l’idea è quella di cavalcare in maniera assolutamente originale un filone che commercialmente sta avendo molto successo che è quello dei libri di Dan Brown.

Nel mio caso, ho deciso di limitare la lunghezza del libro in maniera da rendere più facile e poco onerosa la pubblicazione, avendo come riferimento i romanzi brevi di Arthur Schnitzler, opere condensate in circa 100 pagine che trasmettono immagini potentissime.
Il racconto ha un estensione tra le 35000 e le 40000 parole e ritengo quindi che qualunque casa editrice potrebbe ritenere interessante la sua pubblicazione.

Vorrei quindi sapere se potenzialmente potreste essere interessati, e in caso affermativo vorrei porvi le seguenti domande:
1) Potreste occuparvi della tutela della mia proprietà intellettuale senza che debba farlo io in prima persona?
2) Come eventualmente intendereste diffondere il libro? Avete un network esteso?
3) Che tipo di contratto potreste proporre,qualora foste interessati?
4) Dato che l’opera è stata da me pensata soprattutto per il mercato inglese/americano, avete contatti con case editrici di quei paesi per potere vagliare un’ipotesi di traduzione in lingua inglese e diffusione in loco?
Io conosco molto bene la lingua ma non mi sono avventurato a scrivere in inglese perché non voglio lasciare spazio all’approssimazione.
Mi rendo conto che alcune delle domande poste pocanzi possono essere ritenute premature in questa fase, vi prego di considerarle come i naturali interrogativi di un creativo che da poco si confronta con gli editori.

Attendo un vostro gentile riscontro in tempi ragionevolmente brevi.
Cordiali saluti
XXX

Cosa rispondere? Direi che sono alta 1,61 e ho capelli corti e castani, come risposta dovrebbe andar bene. Quello che io come editore sono è un dato pubblico: non fosse altro perché il mio lavoro si concretizza in oggetti, chiamati “libri”, che stanno nella categoria “romanzi” e sottocategoria “non di genere”.

Io non sono e non voglio essere partner dei miei autori. Loro sono prima di tutto (rapporto umano, lavorativo, personale) fornitori, pagati, della materia prima per il mio lavoro: forniscono testi con un certo grado di potenzialità, e fanno l’editing con me o Emilia. E poi un autore che ci ha conosciute via internet e non ha capito che “thriller” e “non di genere” sono termini inconciliabili, beh, forse è meglio perderlo.

La parte più divertente, comunque, è l’esamino finale, perché è fuor di dubbio che la sua opera vada pubblicata, bisogna solo trovare una casa editrice abbastanza seria/importante per diffondere il Verbo. Ah, e quasi dimenticavo… ma se questo benedetto romanzo è pensato per il pubblico straniero, perché mai dovrei pubblicarlo in Italia?

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Scritto da: Livia il 21 Ottobre 2009
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Della traduzione della traduzione, ovvero lo strano caso del giapponese

Premetto di essere consapevole di stare per affrontare un discorso assai più ampio di quanto una pagina di blog possa permettere e che il mio non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di nessuno.

Come ex studentessa di lingua e letteratura giapponese, mi sono trovata spesso a cercare libri di autori del Sol Levante e non solo per doveri scolastici. Finché mi sono limitata ai testi richiesti dall’Università non ho avuto problemi, naturalmente: i grandi classici sono ampiamente studiati e tradotti da professori esperti, il cui lavoro è inappuntabile.

La scelta ha iniziato a restringersi quando, dopo la laurea, avrei voluto leggere qualche autore giapponese che non si chiamasse Yoshimoto Banana o Murakami Haruki. A dirla tutta, mi sono trovata nel buio. Eppure, mi sono detta, importiamo ogni giorno centinaia di titoli inglesi ed americani con traduzioni più o meno buone, ma quasi sempre sopra la media. Possibile che i traduttori dal giapponese siano così pochi? Eppure, che io sappia, le lauree in lingue e letterature orientali sono in aumento, per lo meno dai tempi in cui io mi sono iscritta.

Non è possibile che quasi tutti i laureati disertino la carriera di traduttore, soprattutto considerando che questo mestiere è al primo posto nella top ten dei lavori ideali, tra coloro che intraprendono un percorso di studi linguistici. Cosa può allora circoscrivere la possibilità di tradurre la lingua giapponese ad un numero così limitato di eletti?

Come “persona informata dei fatti” posso dire che la lingua giapponese presenta grosse difficoltà anche per chi ne affronta lo studio con dedizione e passione; tuttavia la difficoltà non è un ostacolo insormontabile, se non fosse che – in generale – l’università italiana non conferisce una preparazione sufficiente. Nei quattro anni accademici sono troppi gli esami che non sono inerenti con la materia studiata.

Personalmente, mi sono trovata ad affrontare filologia germanica, o storia delle religioni, mentre avrei tanto voluto dedicare quelle ore all’approfondimento della lingua parlata, che mi è tanto mancato. (È risaputo che un traduttore deve conoscere la lingua viva e non può fossilizzarsi su regolette di grammatica imparate per lo più a memoria). Non mi si fraintenda: anche se avessimo dedicato tutto il tempo allo studio della lingua, forse, non avremmo avuto la padronanza necessaria ad una buona traduzione letteraria, ma di certo avremmo avuto basi più solide.

Oltre alle mancanze del sistema universitario, mi sono domandata se le case editrici non investano in traduttori specializzati anche per via della scarsità della richiesta di mercato. Eppure, della già misera quantità di testi di letteratura moderna giapponese, se ne contano molti tradotti dalla lingua inglese. Questa trafila è un vero spreco di ingegno e, soprattutto, rischia di far perdere di vista molte sfumature, dato che si tratta di tre lingue che hanno poco o niente in comune. Sono anche certa che i costi di un traduttore specializzato in giapponese siano superiori a quelli richiesti da un inglesista, tuttavia non mi sembra possibile né corretto ridurre il tutto ad una mera questione di denaro.

C’è inoltre un’osservazione che vorrei fare e che forse verrà tacciata di essere una sterile polemica, ma, per il poco che ho visto, mi è sembrato che ci fosse un certo ostracismo da parte degli accademici stessi, nei riguardi di coloro che arrischiano una traduzione personale e osano proporla ad una casa editrice. Certo, essere stroncati al primo tentativo da un esperto può essere segno di incompetenza e minare la fiducia in se stessi, ma per quanto ne so anche la traduzione è un mestiere che si impara. E, come la scrittura, si impara continuando a provare.

Ecco, l’impressione che si ha dall’esterno è che la fascia dei traduttori professionisti sia molto ristretta e badi a restarlo. Questo significherà certo un’altissima qualità delle traduzioni accademiche, ma implicherà anche una scarsità di testi tradotti e, soprattutto, mancate possibilità per molti ragazzi di imparare e continuare a lavorare con una lingua difficilissima ma affascinante come poche altre al mondo e soprattutto dotata di una letteratura viva e fiorente.

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Scritto da: Elfo il 14 Settembre 2009
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Se non sai come si fa…

Non farlo. Dovrebbe essere una semplice regola, sia da imparare sia da applicare. Ma forse no. Mi scuso in anticipo per i toni duri e/o apocalittici e/o [aggettivo a scelta] che so già assumerò, ma sento una mezza ulcera crescere, quindi corro ai ripari.

Oggi: quindicesima mail che richiede informazioni. Su cosa? Ovviamente su come aprire una casa editrice. Non ci sarebbe niente di male se la mail, nell’ordine:

  • fosse scritta con una corretta ortografia;
  • avesse almeno una parvenza di sintassi italiana;
  • denotasse non “una certa conoscenza” ma almeno una conoscenza di base delle leggi sull’editoria;
  • non contenesse una locuzione di qualsiasi tipo dal significato “così semplice fare l’editore?”.

Aprire un’impresa è, persino in un paese burocratico come il nostro, un affare semplice. Tenerla in piedi no. Fammi un favore, tu che pensi a quanto figo sarebbe essere un editore. Iscriviti a un corso per fare la velina, su. Loro sono più fighe. Ci hai visti, no? Hai visto la mia faccia, quella della mia socia, di Andrea Malabaila, di Chiara Fattori? Noi non andiamo al Billionaire, eh.

O quel che vuoi tu, fai parapendio, apri un negozio di Hello Kitty, ma non diventare l’ennesimo parassita che infesta l’editoria italiana. Che fa sembrare incompetenti tutti i piccoli editori, dato che gli incompetenti, notoriamente, fanno massa e si notano di più. Sgombra il campo per chi fa il lavoro con preparazione, dedizione, rischio proprio.

Meglio ancora, se hai soldi da spendere, finanzia una casa editrice fatta da gente competente: paga un povero editor, un impaginatore, gente così, che conosce il suo lavoro. Te l’avevo già detto. Ma lo so, tu, nel tuo mondo di sogno, non mi ascolti.

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Scritto da: Livia il 21 Luglio 2009
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Le segnalazioni di Liblog – dal 27/06 al 4/07

Da oggi e per i mesi estivi la pagina eventi sarà più scarna: i grandi eventi letterari riprendono infatti tutti a settembre, mentre luglio e agosto sono lasciati più allo svago e al dolce far nulla. Beh, comunque abbiamo i nostri libri da spiaggia, no?

  • da sabato 27 giugno – Roma

Alle 18 di oggi, con l’inaugurazione a Piazza del popolo, si apre Roma si libra, la festa dell’editoria romana, al suo primo appuntamento. Promossa dalla Federlazio, con il Patrocinio dell’Unesco e del Ministero dei Beni Culturali, per nove giorni animerà la vita culturale romana con esposizioni e appuntamenti.

  • sabato 4 luglioSettimo Milanese (MI)

Anche quest’anno il XII+LTN Party si terrà  a Palazzo Granaio, a partire dalle 21 per proseguire fino a esaurimento eventi: si svolgeranno durante la festa le premiazioni dei concorsi Circo Massimo 2009, INarratori 2008, Rondò Veneziano e l’ultima edizione del NeroPremio. Il tutto condito con buona musica, ottima compagnia, scherzi crudeli, birra e cibarie a volontà.

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Scritto da: Livia il 27 Giugno 2009
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Intervista a Daniele Pinna – Agenzia Kalama

Il mestiere dell’agente letterario è piuttosto sconosciuto e non troppo chiaro nemmeno a chi ne sa qualcosa. Per questo ho chiacchierato un po’ con Daniele Pinna, di Kalama che è stato così gentile da voler rispondere anche alle mie domande più banali.

Che cosa fa, esattamente, un agente letterario?

L’agente letterario si occupa di gestire i rapporti contrattuali tra gli autori rappresentati e gli editori e, qualora l’autore non abbia ancora un editore si occupa di cercarne uno. Un agente svolge quindi questa funzione fondamentale ma in più può offrire tutti i servizi accessori dell’attività editoriale: editing, correzione bozze, valutazione inediti, ufficio stampa per autori ed editori, rappresentanza editori per diritti esteri, organizzazione e consulenza per eventi culturali etc.

Perché scegliere questo mestiere, che competenze e doti sono necessarie?

Questo lavoro si può fare solo se si ha una vera passione per i libri. Occorre conoscere il mercato editoriale studiandone cambiamenti e tendenze e non è un male avere competenze in campo strettamente letterario in modo da poter valutare nel miglior modo possibile le potenzialità di un testo.

La situazione italiana rispetto al tuo settore?

Agiamo in un mercato meno remunerativo rispetto a quello straniero. Ci sono parecchi agenti: alcuni svolgono il ruolo di agente in senso stretto ed altri, come noi, sono anche agenzie di servizi editoriali.

Come viene selezionato un autore che verrà rappresentato?

Nel nostro caso gli autori esordienti vengono selezionati dopo una lettura e valutazione del testo dietro compenso. Solo qualora la nostra agenzia ritenga valida l’opera proposta, viene offerta all’autore un contratto di agenzia.

Qual è la fonte economica da cui guadagna un agente?

L’agente guadagna una quota percentuale sui ricavi spettanti agli autori rappresentati. A questo si deve aggiungere l’insieme dei servizi che l’agenzia offre. Proprio per questo la semplice lettura e valutazione è a pagamento: si impegnano ore di lavoro e si offre una prestazione professionale.

Una tua scoperta di cui vai orgoglioso?

La nostra agenzia è molto fiera di avere tra i suoi autori nomi come Michela Murgia, Gianluca Floris, Bepi Vigna che negli anni hanno visto consolidare la loro presenza sul mercato editoriale ma ognuno degli autori da noi rappresentati ha la sua forza e la sua importanza. Pensiamo che tra poco usciranno fuori altri interessanti nomi tra cui alcuni giovanissimi di grande talento.

In ultimo volevo chiederti anche se hai la licenza di uccidere (gli autori), ma non so se la stupidità della domanda sia esagerata, quindi ti lascio la scelta se rispondermi o meno…

In merito alla licenza di uccidere: no, purtroppo no, ma sarebbe utile per combattere il fenomeno dei finti editori (sovvenzionati ed a pagamento) e dei non scrittori che in realtà ci parlano solo del loro ombelico.

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Scritto da: Livia il 8 Giugno 2009
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Una donna tutta d’un pezzo, Nonnis

Una donna tutta d'un pezzo – Nino NonnisCome può la vita di un normale bancario diventare un soggetto interessante? Tra cifre, routine, vita di corridoio e frecciatine ai colleghi non sembra proprio lo spunto ideale da cui iniziare una narrazione. Eppure, come rendere tutto questo più che vivo lo illustra Nino Nonnis, con il suo romanzo Una donna tutta d’un pezzo.

Una narrazione che tutta d’un pezzo non è: il libro infatti si divide in due ampie parti, delle quali la seconda fornisce la chiave interpretativa per la prima. Il tutto senza che il lettore avverta alcunché di questa dualità, sin dal principio. Per tutta la prima sezione seguiamo ignari Marco, uomo apparentemente ordinario, con i suoi diverbi arguti col direttore dell’agenzia, promosso in vece sua, e i suoi abboccamenti con la collega seducente mentre si scoprono parti di cadavere di una donna che potrebbe essere sua moglie, scomparsa da qualche mese.

Impossibile non pensare a Dexter, la famosa serie televisiva, anche per l’uso del punto di vista e la possibilità di seguire i pensieri del protagonista, anche se il contesto è totalmente diverso e la soluzione del giallo è più che inaspettata. In questa prima parte Nonnis usa una suspense alla Hitchcock: sappiamo che c’è una bomba sotto il tavolo, e vediamo i personaggi conversare amabilmente, incoscienti del pericolo.

Nella seconda parte, quella della scoperta e dell’interpretazione, l’autore diventa una presenza più tangibile, utilizzando uno dei personaggi (non vi posso svelare quale) come suo diretto portavoce, e disquisendo di editoria, di critica, di arte e di mercato culturale con sagacia e senza presunzione ma, ancora più importante, con un linguaggio diretto, pulito, chiaro. E rovesciando con ironia tutto ciò di cui il lettore si era convinto strada facendo.

In questo Nonnis dimostra una grande abilità, compiendo alcune escursioni nel giallo classico per poi virare verso una storia che non appartiene ad alcun genere specifico: riflessione, qualche elemento da thriller, sguardo sornione, capacità di critica sono gli ingredienti fondamentali che mescola per ottenere il giusto equilibrio narrativo. L’espediente di cui si serve nella transizione tra le parti è antico e molto usato, ma inquadrato questa volta in un’0ttica moderna che gli toglie la patina del cliché.

Lo stile si avvia lentamente, per poi diventare sempre più ritmato; lungi però dall’essere un difetto, è un tratto funzionale, che permette di entrare in poche pagine nell’ambientazione ed essere introdotti gradualmente ai personaggi, tanti, troppi per un inizio incalzante. La scrittura sa essere pungente quando necessario, mai neutra sebbene sempre schietta e comprensibile.

Un libro soprendente, avvincente dalla prima all’ultima pagina. Da leggere con l’occhio attento alle numerose citazioni.

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Scritto da: Livia il 11 Maggio 2009
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Lavorare in casa editrice – Secondo piano

Come serendipity vuole, cercando altro ho trovato una lettura di grande interesse per me, e spero anche per voi; è Secondo piano, un blog curatissimo tenuto da una donna (Catriona Potts) che lavora in una casa editrice (non ho ancora scoperto quale, ma ho tempo per leggere tutti i post con calma).

È un’interessante apertura su un altro modo di vivere l’editoria, su altri piaceri, altre idee, altri problemi quotidiani nel rapporto con agenti, autori, con tutti i personaggi del Magico Mondo dell’Editoria. Dalla sua presentazione:

Perché molti pensano che una casa editrice (d’ora in poi CE) sia un luogo in cui si nutre, vive, respira e prospera la Cultura. Perché molti credono che in una CE si parli correntemente di Plotino o, nei giorni di fiacca, di Gadda e, nei giorni di fiacchissima, di Pavese. Perché molti credono che “lavorare coi libri” in una CE sia un immenso privilegio. E che quelli che ci lavorano ne siano assolutamente, orgogliosamente, intensamente consapevolissimi.
Be’, forse non è così.
Credetemi, io ci lavoro.
Al secondo piano

Con un sottile umorismo racconta la parte reale del lavorare all’interno della filiera del libro, con le piccole manie che si sviluppano, i tic nervosi, le abitudini e le criticità; nella rubrica soltanto oggi, poi, come faccio spesso anch’io, parla di esperienze reali, riportando stralci di mail ricevute e chiavi di ricerca stravaganti. Molto carino anche il Glossarietto, peccato sia un po’ piccolo.

Buona lettura!

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Scritto da: Livia il 10 Maggio 2009
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Editoria 2.0 – Librai

Quando si lavora in editoria la lista delle lamentazioni è infinita. Gli editori se la prendono con gli autori bizzosi (mea culpa), con i distributori rapaci (mea culpa), con i librai incapaci (mea culpa). Gli autori si arrabbiano con gli editori fannulloni, con i distributori incapaci e con i librai pigri. Potete continuare la lista all’infinito, cambiando gli aggettivi e i ruoli, ma alla fine il discorso è sempre quello: la filiera del libro è un gran caos, e ognuno pensa di conoscere tutto.

Dimenticavo: comunque ce l’hanno un po’ tutti con i lettori (la massa dei lettori), perché snobbano i piccoli editori, perché vogliono titoli irreperibili, perché non capiscono la genialità di una data opera. Presentandomi a volte in veste di editore e altre come “Liblog” mi ritrovo spesso a sorridere delle nostre reciproche cecità, del fatto che ognuno di noi cerchi di spostare un po’ più in là le cause dei problemi (dell’insuccesso, della crisi). Come se spingere la pattumiera nel giardino del vicino risolvesse il problema della sovrapproduzione di rifiuti.

Oggi vorrei esaminare le lamentazioni dei librai sul Web 2.0, per riequilibrare un po’ le cose, dato che ho già parlato (male) di loro in passato; prendo spunto da Liberi librai, un’associazione in fase progettuale, e Yabooks, un’idea di social network.

I primi rilanciano l’idea del protezionismo, di creare una legge che porti la percentuale di sconto a una misura standardizzata, che, insomma, riequilibri i piatti tra grande distribuzione organizzata (supermercati, ma anche grandi librerie di catena) e il libraio indipendente. I secondi invece hanno creato un vero pot-pourri editoriale, che comprende recensioni, librerie tradizionali e virtuali, selezione e pubblicazione di testi. Ovviamente io sono più a favore dei secondi che dei primi. Credo che il mestiere del libraio vada ripensato dalla base, come andrà a breve ripensato il mestiere dell’editore (in realtà è un processo già in atto).

Pensate a come staremmo se avessimo inserito leggi a tutela dei mestieri oggi scomparsi (o se ci comportassimo come i luddisti): avremmo solo abiti sartoriali e niente pret-a-porter, ad esempio. Tuttavia l’esistenza di negozi in cui comprare abiti confezionati  a prezzi più che accessibili non ha eliminato la sartoria, anzi: ha selezionato solo i migliori artigiani, che hanno ottenuto un riconoscimento sia economico sia in immagine per l’eccellenza del loro lavoro.

Ragionando in ottica protezionistica, invece del libro cartaceo, avremmo adesso un limitato numero di codici miniati l’anno, e la cultura, anche sul fronte librario, come appannaggio di pochi. Ben venga invece ogni tentativo di integrarsi con la dimensione digitale e social della comunicazione; da poco hanno iniziato a crearsi nuove figure, i personal reader, che fanno un po’ il lavoro di Liblog, e che sono un buon punto d’inizio.

Attualmente viviamo nel periodo storico della transizione tra un modo di fare e pensare l’editoria e un altro. Fra pochi anni ci dovremo confrontare con le prime generazioni di digital native, che non avranno confidenza con il libro stampato, non più di quanta ne abbiamo noi col codice miniato. Il libro è destinato a diventare un oggetto vintage, come il vinile, per soli amanti e collezionisti, per quanto sia una prospettiva che mi entusiasma poco.

La nuova prospettiva ha però dalla sua un grande vantaggio: l’erosione della Vanity Press, già iniziata con la nascita dei Pod, e contemporaneamente la drastica riduzione del volume di libri stampati, di cui una larghissima fetta non vende neppure una copia ma serve a occupare spazio in scaffale. Per gli editori che puntano alla qualità è un cambiamento auspicabile. Per tutti gli altri, librai inclusi, è una criticità: trovare un nuovo modo di concepire un lavoro che, magari, si fa da anni, non è semplice.

Ricollocarsi, cambiare il taglio che si dà al proprio mestiere, crearsi una propria nicchia; la vera concorrenza non sono le catene di librerie o i portali in cui le persone acquistano i libri con sconti altissimi, un libraio ha il valore aggiunto, rispetto a tutti gli altri, d’essere una persona, di avere memoria dei suoi clienti, di poter intrattenere una relazione personale. È un po’ in nuce quello che vuole fare Yabooks, anche se le buone idee lì si disperdono nel marasma della quantità di obiettivi fissati.

Dal mio punto di vista non bisogna proteggere il vecchio sistema, obsoleto nell’era del web 2.0; volendo vedere il web 2.0 come una grande glaciazione, gli adatti sopravviveranno e svilupperanno strategie evolutive, gli altri sono condannati all’estinzione. Bisogna quindi elaborare rapidamente una nuova strategia, o a limite farsi un bel piumino!

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Scritto da: Livia il 28 Aprile 2009
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