Probabilmente non tutti sanno chi è Marco Cassini. Alcuni, che conosco personalmente, lo considerano il loro mito, con la sua storia di editoria coraggiosa, magari un po’ incosciente all’inizio, ma vincente. Perché Refusi, il suo Diario di un editore inCorreggibile, racconta proprio la nascita e le storie quotidiane della casa editrice da lui fondata con Daniele Di Gennaro, la Minimum fax.
A partire dal pretesto della sua diagnosi di stress, che però non mi sembra troppo difficile accettare come realtà e non come finzione letteraria, l’autore scrive della sua avventura e di come ha cambiato realmente la sua vita, ma anche di come sia distante dall’immaginario che ne aveva.
La vita di un editore, infatti, non è fatta di incontri in fumosi bar parigini con autori da nobel a discutere dei massimi sistemi letterari, ma di pragmatiche riunioni in cui discutere di rendiconti, distribuzione, editing, progetti editoriali e una discreta quantità di altri impegni “tecnici”, che poco attengono all’idealizzazione diffusa della figura di editore come grande mecenate ma hanno più a che fare con la figura dell’imprenditore.
Sono episodi che fanno riflettere su come l’editoria viene vista dall’esterno, dal famoso “panettiere” che ti chiede solo un’opinione, come se tu del pane gli chiedessi un campione valutativo gratuito, e come venga vissuta da chi ci lavora con passione, dedizione e orgoglio, spesso arrabbiandosi nella lettura di libri pieni di errori, refusi, cattive traduzioni. Perché una cosa è sicura: l’editore serio non tiene solo al proprio libro, ma ama il libro in generale, apprezzando quelli di buona fattura e infastidendosi per quelli scadenti.
Racconta anche di questioni che fanno parte, in piccolissimo, anche della mia esistenza: la “deformazione professionale” durante la lettura, l’assalto del vicino dell’amico del parente, il calcolo del famoso e funesto break even point (il punto di pareggio: quanti libri devo vendere per rientrare delle sole spese?) e la scelta se farne un cardine o scommettere su prodotti culturali dalla difficile vendibilità. E alla fine, comunque, c’è ampio spazio per rincuorarsi e per ricominciare a sognare almeno un po’, con l’aneddoto su Carver – di cui null’altro vi dirò – che trovate in fondo al libro.
Se avete mai accarezzato l’idea di diventare editori, ispirati magari proprio dalla storia di Minimum fax, e state considerando l’eventualità e i passi da fare, una lettura a questo diario-saggio è d’obbligo: vi toglierà la parte velleitaria del desiderio per darvi un’idea reale di come sia la vita di chi fa questo lavoro con serietà e passione.
Stavolta non ce l’hanno con Tanit o con me, ma con altri editori che conosco più o meno direttamente e della cui onestà sono piuttosto sicura. E mi infastidisce. In questo gruppo FB una signora inizia una discussione, presentandosi così:
Sono Chiara Colussi e sono anche io una scrittrice esordiente. Infatti, al momento ho sigillati “nel mio cassetto” tre piccoli romanzi ed una raccolta di poesie. Ma solo adesso mi rendo conto che, quella che a me inizialmente sembra un’impresa titanica, e cioè scrivere un romanzo, è solo il primo passo di un’estenuante avventura.
Anche io , infatti, ho iniziato a contattare moltissime case editrici alla ricerca di un editore disposto a pubblicare un mio romanzo. Inutile dire che le risposte sono state tantissime anche se contenevano più o meno lo stesso messaggio: “siamo disposti a pubblicare in cambio di un congruo contributo economico”.
Ormai due cassetti della scrivania conservano il triste ricordo di speranze spezzate dalla mercificazione della cultura e da volgari richieste di vile denaro.
Quasi tutti, infatti, mi hanno inviato un contratto più o meno chiaro, senza l’indicazione del numero di copie stampate, in cui non veniva espressamente garantita la promozione e soprattutto nessuno garantiva che il libro alla fine giungesse sugli scaffali di una libreria.
Sono veramente stanca e sconfortata, ma leggendo le vostre pagine capisco che non sono sola e che il mio è un calvario comune a chi come me ha tanta voglia di condividere con gli altri la propria fantasia ed il proprio mondo interiore.
Leggendo le pagine del vostro sito ho deciso quindi di condividere con voi l’esperienza fatta e di inviarvi quindi un elenco di case editrici che mi hanno chiesto un contributo economico in cambio della pubblicazione di un mio romanzo.
Spero così di fare un servizio utile per tutti gli scrittori emergenti che come me sono alla ricerca di un editore che creda nelle mia capacità di raccontare la vita e di trasmettere piccole emozioni.
Subito dopo snocciola una lista in cui mette sia editori notoriamente a pagamento sia editori che lottano contro l’editoria a pagamento. Questa si chiama diffamazione. Bisogna quindi avere delle prove, avendo l’accusatore l’onere della prova. Dato che possiede queste mail e questi contratti, perché non li pubblica? Vorrei vedere quelli di Lavieri, di Zandegù, di :duepunti. Poi, ho i miei sospetti su questo ennesimo affaire, ma questa è un’altra storia: nessuna accusa in assenza di prove.
Peraltro, da una semplice analisi del testo, la signora scrive che “Ormai due cassetti della scrivania conservano il triste ricordo di speranze spezzate dalla mercificazione della cultura e da volgari richieste di vile denaro”: non sono i suoi scritti a non essere validi per la pubblicazione, è il mondo crudele ad esserle avverso. Signora, le dico un’amara verità: se tutti le hanno chiesto contributi, il suo scritto non è pubblicabile. Non si culli nell’illusione dell’autore incompreso.
Signora, noi editori siamo molto più stanchi di lei di Artisti con la A maiuscola che come la proverbiale volpe dicono che gli editori sono acerbi. Ah, come nota di colore, aggiungerei che :duepunti non pubblica esordienti, per cui mi pare proprio difficile che abbia potuto chiedere all’aspirante scrittrice un contributo.
Sembra una vita, invece è solo un anno che passiamo in compagnia di Tanit io ed Emilia. Un anno di fatica, la salita del primo triennio che ancora stiamo percorrendo, le sfide e i piccoli momenti di sconforto o di felicità. I cambiamenti intorno a noi che influenzano il nostro lavoro, il sostegno di chi ci apprezza. Il legame con i colleghi. Tutto questo ha solo un anno, un anno esatto oggi.
E con gli auguri di rito che mi faccio e faccio a tutti gli editori indipendenti e a tutti i lettori indipendenti, un piccolo regalo per tutti voi, un intermezzo inedito da Grill Bill.
Avete mai notato la differenza tra una persona che si sente in difetto e una sicura di quello che fa? La seconda tende a dare risposte precise, nette, immediate, la prima tende a girarci intorno, condendole di giustificazioni. Ecco, questo per dire che quando agli editori viene fatta la domanda fondamentale, “fate pagare gli esordienti” esistono due categorie: i “no, mai!” e i “vede, deve capire che il mercato, i lettori, blablabla“.
I sognatori
Mai. E mai lo faremo. Non siamo speculatori. Abbiamo un’etica e non la tradiremo per alcun motivo. Il giorno in cui “fare soldi” in maniera scorretta diverrà, per noi, più importante degli ideali che ci animano, ci faremo da parte e chiuderemo con stile questa avventura nel mondo editoriale italiano.
Zona
Ci sono libri – belli, interessanti, ottimi – che non vedrebbero mai la luce se lasciati alle sole regole del mercato. E un editore deve porsi questo problema. Vieppiù se è un editore medio-piccolo, che non può incidere più di tanto sul mercato. Lo stesso penso debba fare l’autore che aspira, giustamente, a veder pubblicato il proprio lavoro. [...]
Ma voglio aggiungere una cosa: siamo poi così sicuri che i grossi editori non si facciano pagare, in varie forme, da molti dei loro autori? Quanti sono gli autori, anche di successo, che lavorano o collaborano con le loro case editrici, in una sorta di “scambio”? O che sono in grado di portare più o meno importanti sponsorizzazioni, private o pubbliche? O ampi contatti con la stampa o la televisione, perché magari lavorano da anni in quel settore? Insomma, le forme del “mutuo soccorso” tra autori ed editori sono le più svariate, e non penso ci sia da meravigliarsi di questo, quando si sta dentro – volenti o nolenti – a una logica di mercato. Penso che la cosa più importante sia la serietà del lavoro e il rispetto degli impegni, da entrambe le parti.
Zandegù
No, mai e mai lo faremo!
Creativa
Il mercato editoriale italiano è bloccato, si legge pochissimo ( solo il 6% della popolazione adulta legge con una certa frequenza) ma si pubblica molto ( circa 130 libri al giorno). Questo significa che si scrive più di quanto si legge, il che è grave… C’è una grande speculazione nei confronti degli autori esordienti, anche autori che abbiamo pubblicato noi ci hanno raccontato di proposte oscene… Di fumo negli occhi da parte di alcuni editori che vivono, anzi ingrassano, sulle spalle di ragazzi e ragazze che desiderano esprimere se stessi tramite la scrittura. Noi siamo sempre a dieta perché non è corretto speculare sui sogni altrui… ed investire sull’autore esordiente significa sovente anche perderci. [...]
Rem
Assolutamente no.
Per una volta mi rivolgo agli editori a pagamento, per far loro una domanda: ma se siete davvero convinti che il vostro sia l’unico modo possibile, perché giustificarvi e mascherarvi? In fin dei conti sono quelli che rischiano in proprio a rischiare anche chiusure e fallimenti, voi no, avete la vostra fetta di mercato della vanità, e finché ci saranno scriventi ci sarete anche voi, senza problemi col digitale che avanza, senza variazioni.
Allora, fateci un favore, siate chiari. Perché le vostre giustificazioni non fanno che confondere le acque, tanto che ogni tanto mi sento chiedere: “ma se non fate pagare gli autori, come campate?”. E non è infrequente in questo settore una percezione così distorta di quella che invece sarebbe imprenditoria. Senza di voi, ovvio.
Vi rilancio l’iniziativa del Writer’s Dream per incentivare alla lettura di emergenti e case editrici indipendenti:
Scrittevoli genti,
Natale si avvicina e con la fatidica data arriva anche il momento di fare regali. Quale occasione migliore per far scoprire ad amici e parenti il mondo della piccola e media editoria? Per dar maggior forza al nostro invito, a tutti coloro che nel mese di dicembre compreranno più di un libro da un piccolo o medio editore e a tutti coloro che pubblicheranno due o più recensioni in WDReviewr Writer’s Dream regalerà un libro.
Fotografatevi con i libri in mano e mandateci le foto a forum@writersdream.org (vi promettiamo di eliminarle subitissimo), scannerizzateci le ricevute, inoltrateci le mail degli ordini, fate quel che vi pare basta che ci forniate una prova dell’acquisto del libro e riceverete un libro in regalo.
Il Pisa Book Festival è stata un’esperienza positiva, per noi piccole Tanit: la prima fiera a cui abbiamo partecipato, anche se piccola, e la prima volta che la nostra casa editrice si è trovata a confronto con tutte le altre.
L’atmosfera è stata un po’ quella delle gite tra amici: cene con gli altri editori, chiacchiere, scambi di opinioni e idee comuni, confronto sui problemi e sulle opportunità. E il sabato e la domenica il contatto col pubblico, con andamento alterno tra il galvanizzante e il deprimente: si nota la crisi (e il taglio dei consumi), ma al contempo abbiamo ricevuto molti complimenti per le copertine e i titoli.
Certo, non tutto è stato perfetto (anzi), ma come primo step non ci possiamo proprio lamentare! Approfitto di Liblog, infine, per salutare chi conoscevo già e chi ho avuto modo di conoscere: Aìsara, gemella di stand, Intermezzi, 18:30 e Las Vegas tra i cari amici, Voland e La Nuova Frontiera che già conoscevo, Meridiano Zero, Neo., Edizioni Cosmopolis e Fernandel che ho conosciuto in questa occasione. E un abbraccio a Nino Nonnis, l’autore più divertente che abbia conosciuto fino ad oggi.
Ed eccoci qui, al Palazzo dei Congressi di Pisa per il Pisa Book Festival, quasi una grande rimpatriata tra amici. Abbiamo potuto finalmente conoscere di persona i due editori di Neo. con i loro biglietti da visita inusuali (presto vedrete qualche foto), e abbiamo potuto apprezzare i loro volumi, molto curati e particolari.
Ho dato uno sguardo a editori che non conoscevo e devo dire che sono piacevolmente sorpresa: la qualità delle pubblicazioni è abbastanza alta, non ci fossero i soliti editori pay ad abbassare drasticamente la media.
Per il resto grande simpatia e spirito conviviale, che si spera di trasmettere anche ai lettori che ci vorranno venire a trovare! Ultima notazione, ho incontrato finalmente Nino Nonnis, l’autore di Una donna tutta d’un pezzo (che presenteremo domani), e sono davvero felice di avere scoperto in lui un uomo davvero travolgente.
Ed eccoci qui, già pronte a partire io e Memy – le due “signore Tanit”, come ci chiamano adesso – con la nostra valigia, le prenotazioni e gli amici che già ci attendono al Pisa Book Festival di quest’anno. Potrete trovarci insieme agli altri piccoli e medi editori che avete avuto modo di conoscere in questi mesi, Intermezzi, Aìsara, Las Vegas, 18:30, Lavieri, :duepunti, ma anche a quelli già famosi, come Voland, Marcos Y Marcos e molti altri.
Purtroppo anche qui ci saranno diversi editori a pagamento, ma questo è il sistema fieristico per l’editoria italiana, e probabilmente senza di loro gli stand sarebbero molto pochi. Io continuo a confidare nella saggezza dei lettori, però.
Se cercate la sola parola robin nel campo dell’editoria, avrete almeno due occorrenze; quella di cui parliamo qui è Round Robin, un’altra di quelle case editrici oneste che tanto ci piacciono. Ha da pochi giorni compiuto cinque anni di vita, per la precisione, infatti, è stata fondata il 27 maggio 2004.
Ho chiesto loro il motivo per cui hanno scelto un nome che poteva anche destare un po’ di confusione, e ho ottenuto una risposta molto dettagliata: “il nome deriva da un’antica forma di patto fra pirati, descritta da Björn Larsson nel suo fortunato libro La vera storia del pirata Long John Silver, edito da Iperborea nel 1998. Ci è piaciuto perché fondare una casa editrice dal nulla è sempre un’impresa audace, spericolata, per non dire lievemente folle, e l’idea del patto tra pirati simboleggiava molto bene la cooperazione, la fiducia reciproca e la fedeltà alla causa, e al tempo stesso conteneva quell’elemento sovversivo che è imprescindibile da ogni attività di promozione culturale”. La citazione di Larsson è riportata anche sul loro sito.
La linea editoriale di Round Robin si compone di quattro collane, una di narrativa classica – Parole in viaggio – prevalentemente di autori esordienti, una seconda – Fari – di narrativa alternativa e di sperimentazione, la saggistica impegnata – Fuori rotta – sul nostro secolo e in ultimo la collana in collaborazione con l’associazione daSud onlus – Libeccio – che si occupa di storia e memoria degli eroi dell’antimafia. Ovviamente quindi gli esordienti sono ben accetti.
La redazione è abbastanza ampia, con Luigi Politano – l’editore, Stefano Milani – direttore editoriale, David Scerrati – direttore commerciale, Lucia Sinibaldi – art director, Federico Di Vita – editor, web editor, Davide Martirani – editor e ufficio stampa. Non accettano stagisti, per adesso, ma non è detto che debba sempre essere così, quindi non disperate.
Per chiudere vi lascio con la loro presentazione ufficiale e con una loro frase:
Dall’amore per le storie a una storia d’amore: quella di una casa editrice cresciuta grazie alla testardaggine, alle cure affettuose e all’incoscienza un po’ folle di chi ha voluto accettare la sfida di un mercato già affollato, puntando tutto sulla qualità e la freschezza dei suoi giovani scrittori. Dalla parola parlata dei reading teatrali, alle pagine di denuncia dei nostri giornalisti d’inchiesta, convinti che – sempre e comunque – la scrittura è viva solo se diventa azione.
“Amiamo ripetere che quando siamo arrivati noi a Via Malaga, zona Eur inoltrata, intorno “era tutta campagna”, ma davvero! Adesso, invece, ci “godiamo” la vista dell’Euroma2, il più grande centro commerciale d’Italia…”
Oggi sfrutterò biecamente il caro Moscatelli per le mie divagazioni. Lui, scrittore ed editore (sognatore) affresca una delle tante situazioni tra il comico e il tragico che affrontano gli editori. Qualcuno degli aspiranti scrittori, di quelli sensati, intendo, sicuramente resterà basito e penserà che sono esagerazioni: invito costoro a fare un paio di mesi di stage in case editrici piccole e oneste, giusto per toccare con mano.
La conversazione ricalca con precisione le richieste di taluni (tanti) aspiranti scrittori quando arrivano al contatto con l’editore.
La prima richiesta è: voglio che il mio manoscritto venga letto sul serio.
Ok, io questo lo faccio.
La seconda è: gradirei per una volta un parere che non si risolva nelle solite due righe (del tipo: “siamo spiacenti di comunicarle che il suo lavoro non è stato accettato, le auguriamo maggiore fortuna e bla bla bla”).
Ok, io spedisco schede di valutazione coi fiocchi.
La terza è: non voglio pagare alcun contributo per la pubblicazione.
Fin qui ci siamo, direi.
La quarta è: non voglio essere preso in giro, se sul contratto c’è scritto che non chiedete denaro non dovete poi uscirvene con pretese tipo “mi devi 400 euro per il codice ISBN, per il servizio di editing e così via”.
Benissimo, di editing, ISBN, correzione bozza e tutto il resto me ne occupo io.
La quinta è: il mio libro deve finire in mezzo ad altri libri validi, non voglio restare in compagnia di scribacchini senza alcun talento…
Anche questa richiesta, per quanto un po’ altezzosa, mi pare esaudibile, almeno a giudicare da quel che si dice in giro riguardo i libri dei Sognatori.
Stessa cosa per la sesta richiesta: il libro non deve fare schifo da un punto di vista tecnico ed estetico, ci ho messo l’anima e un mucchio di tempo per poterlo terminare.
Ok, dopotutto sono stato anch’io uno scrittore e so che significa lasciare la propria “creazione” nelle mani di estranei. Per questo ci metto tanta cura e tanta attenzione in quello che faccio.
Ma le richieste fioccano, e da un certo punto in poi – a volte – si perde il senso della misura. Io non voglio che il mio lavoro subisca alcun taglio, e il titolo deve restare quello. Anzi, ho già pronta una copertina che ci starebbe da dio…
Sì, va beh, e allora io che ci sto a fare?
E voglio che il mio libro arrivi in tutte le librerie.
A dire il vero non è così semplice entrare in…
E voglio che nella libreria il mio lavoro sia ben visibile.
Ecco, proprio qualche giorno fa facevo presente che…
E la promozione deve essere reale, non devo fare tutto io.
Posso garantire il massimo impegno sul piano promozionale, ma vorrei sottolineare il fatto che…
E nelle presentazioni ci deve essere un bel po’ di gente, non quattro sfigati.
Si fa quel che si può, ma se i lettori sono refrattari a…
L’editore è un imprenditore, servono grossi investimenti, collane, presentazioni a raffica.
Nient’altro?
E chiaramente bisogna puntare a una ristampa.
Quella è sempre auspicabile, ma a volte con tutta la buona volontà non si riesce davvero a…
L’importante è stampare subito una tiratura rilevante, tipo 5.000 copie.
Quante?
[...] Quindi lei legge tutti i manoscritti, invia schede di lettura, pubblica buoni libri e utilizza materiali di qualità per la stampa?
Così dicono.
[...] Grande! E ovviamente ha collane, distribuzione in libreria, stampa tirature alte e piazza i lavori nelle vetrine più prestigiose.
A dire il vero no.
Ah, si scoprono gli altarini! E perche no?
Così, perché mi piace morire di fame. Ho tendenze masochistiche: respingo le suppliche di tutte le librerie italiane, rifiuto di veder comparire in vetrina i miei libri e nonostante centinaia di migliaia di richieste, stampo 10 copie per opera.
Cosa??? Ma lei è un mostro!
No, caro imbecille, i mostri sono altri.
Sono quelli che parlano di “arte” e “amore per la letteratura” fingendo di voler essere pubblicati per semplice passione, e invece poi pretendono la luna da chi deve tenere i piedi ben saldi su questo pianeta.
Sono quelli che vogliono essere letti e valutati da gente con una certa cultura (perché altrimenti nessuno potrà mai capire il loro Capolavoro) ma non sanno nemmeno coniugare un congiuntivo.
Sono quelli che si definiscono “sognatori come voi” e poi reclamano freddi dati matematici, perché loro devono affidarsi a una casa editrice “di successo”.
Sono quelli che chiedono rispetto per il proprio lavoro senza mostrarlo per quello altrui.
Sono quelli che dicono “a morte l’editoria a pagamento” ma non si degnano di fare qualcosa di concreto per tenere in vita quella NON a pagamento.
Sono quelli che esigono di vendere migliaia di copie del proprio libro, ma quando si tratta di acquistare il romanzo di un collega altrettanto sconosciuto grugniscono schifati.
Sono quelli che vogliono vedere il proprio libro in vetrina ma quando entrano o passano davanti alle librerie adocchiano i soliti nomi (che bello, l’ultimo della Kinsella!).
Sono quelli che hanno tutto da dimostrare ma le credenziali le pretendono solamente dall’Editore.
Sono quelli che tanto gli editori son tutti uguali.
Sono quelli che adesso vi spiego io cosa dovreste fare, e le uniche cose utili che davvero dovrebbero fare (scrivere qualcosa di decente come autori e sostenere anche l’editoria coraggiosa come lettori) vengono seppellite sotto un cumulo di consigli bislacchi (avete provato a vendere i vostri libri nelle stazioni?) e paternalismi d’altri tempi (eh, con gli ideali non si mangia…).
Sono quelli che conoscono (per sentito dire) l’universo editoriale da tre mesi e nonostante questo si improvvisano esperti di marketing e promozione editoriale… ma quando vanno a fare la spesa nemmeno si accorgono di aver ricevuto il resto sbagliato.
Atteggiamenti diffusi.
Ed io la mostruosità, al pari del mio mentore, l’ho sempre vista annidata nel comune, nel normale, nell’ordinario…
Ora, non tutti gli aspiranti scrittori sono in questo modo, ringraziando il cielo. Ma spesso anche io ho avuto scambi di battute simili, fortunatamente limitati a un mero livello teorico: era infatti in momenti di discussione e non di lavoro. E ogni volta ho fatto un’istantanea dell’interlocutore per ricordare che, se mai mi fossi trovata a dover scegliere se pubblicarlo o meno, avrei dovuto rinunciare, a meno di non avere davanti uno scritto da Nobel.