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La solita solfa

Avete mai notato la differenza tra una persona che si sente in difetto e una sicura di quello che fa? La seconda tende a dare risposte precise, nette, immediate, la prima tende a girarci intorno, condendole di giustificazioni. Ecco, questo per dire che quando agli editori viene fatta la domanda fondamentale, “fate pagare gli esordienti” esistono due categorie: i “no, mai!” e i “vede, deve capire che il mercato, i lettori, blablabla“.

Tiro giù qualche esempio:

  • I sognatori
    Mai. E mai lo faremo. Non siamo speculatori. Abbiamo un’etica e non la tradiremo per alcun motivo. Il giorno in cui “fare soldi” in maniera scorretta diverrà, per noi, più importante degli ideali che ci animano, ci faremo da parte e chiuderemo con stile questa avventura nel mondo editoriale italiano.
  • Zona
    Ci sono libri – belli, interessanti, ottimi – che non vedrebbero mai la luce se lasciati alle sole regole del mercato. E un editore deve porsi questo problema. Vieppiù se è un editore medio-piccolo, che non può incidere più di tanto sul mercato. Lo stesso penso debba fare l’autore che aspira, giustamente, a veder pubblicato il proprio lavoro. [...]
    Ma voglio aggiungere una cosa: siamo poi così sicuri che i grossi editori non si facciano pagare, in varie forme, da molti dei loro autori? Quanti sono gli autori, anche di successo, che lavorano o collaborano con le loro case editrici, in una sorta di “scambio”? O che sono in grado di portare più o meno importanti sponsorizzazioni, private o pubbliche? O ampi contatti con la stampa o la televisione, perché magari lavorano da anni in quel settore? Insomma, le forme del “mutuo soccorso” tra autori ed editori sono le più svariate, e non penso ci sia da meravigliarsi di questo, quando si sta dentro – volenti o nolenti – a una logica di mercato. Penso che la cosa più importante sia la serietà del lavoro e il rispetto degli impegni, da entrambe le parti.
  • Zandegù
    No, mai e mai lo faremo!
  • Creativa
    Il mercato editoriale italiano è bloccato, si legge pochissimo ( solo il 6% della popolazione adulta legge con una certa frequenza) ma si pubblica molto ( circa 130 libri al giorno). Questo significa che si scrive più di quanto si legge, il che è grave… C’è una grande speculazione nei confronti degli autori esordienti, anche autori che abbiamo pubblicato noi ci hanno raccontato di proposte oscene… Di fumo negli occhi da parte di alcuni editori che vivono, anzi ingrassano, sulle spalle di ragazzi e ragazze che desiderano esprimere se stessi tramite la scrittura. Noi siamo sempre a dieta perché non è corretto speculare sui sogni altrui… ed investire sull’autore esordiente significa sovente anche perderci. [...]
  • Rem
    Assolutamente no.

Per una volta mi rivolgo agli editori a pagamento, per far loro una domanda: ma se siete davvero convinti che il vostro sia l’unico modo possibile, perché giustificarvi e mascherarvi? In fin dei conti sono quelli che rischiano in proprio a rischiare anche chiusure e fallimenti, voi no, avete la vostra fetta di mercato della vanità, e finché ci saranno scriventi ci sarete anche voi, senza problemi col digitale che avanza, senza variazioni.

Allora, fateci un favore, siate chiari. Perché le vostre giustificazioni non fanno che confondere le acque, tanto che ogni tanto mi sento chiedere: “ma se non fate pagare gli autori, come campate?”. E non è infrequente in questo settore una percezione così distorta di quella che invece sarebbe imprenditoria. Senza di voi, ovvio.

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Scritto da: Livia il 5 Gennaio 2010
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Perché esistono gli editori a pagamento?

La risposta è ovvia, lo so, ma nessuno lo dice mai: gli editori a pagamento, che io chiamo tipografi (anche se i veri tipografi detengono la mia massima considerazione) soddisfano una domanda del mercato. La domanda di coloro che, pur di sentirsi scrittori, pagherebbero qualunque prezzo.

Un libro è un prodotto. D’arte, ma sempre un prodotto. Un editore ha il compito di capire quali, fra tutti i prodotti possibili, sono quelli che il suo particolare “club di lettori” potrebbe apprezzare. Si chiama linea editoriale. Ciò comporta una quantità di rifiuti, secchi e in poche righe, o, su richiesta, circostanziati. Ma quanti autori sono disposti ad accettarlo?

Quasi nessuno, direi. Sono tutti sicuri di aver scritto un gran libro. Libro, lo chiamano. Come se io, prendendo una tela e lanciandoci del colore su, possa dire “ho dipinto un quadro”. Eppure sono “dannatamente sicuri” che sia un testo valido, ottimo addirittura, e che meriti di essere pubblicato. A tutti i costi.

Esauriti i rifiuti presso gli editori onesti, scrivono ad altri, che rispondono solleciti: “ho capito subito il valore della sua opera, non leggevo un xxx così da moltissimo (xxx romanzo, racconto o raccolta poetica), ma sa, è un periodo di crisi, siamo obbligati a chiederle un aiuto, le spese, ma non si preoccupi….”.

Ed ecco con un esborso consistente, buono a coprire il doppio della tiratura effettiva, vedere la luce il capolavoro letterario, rifiutato dai recensori seri, distribuito per poco e in punti invisibili. E si sente molta gente dire “in Italia la cultura non si può fare”.
Ritengo sia vero, e spesso sono gli autori i primi a non volerne fare.

blogdo small
Scritto da: Livia il 22 Luglio 2008
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Mi scusi, lei che mestiere fa?

Non è un mistero che io sia un editore, qualunque cosa questo significhi. Ho la fortuna di avere quindi un punto di vista privilegiato sul mondo della scrittura, lettura, pubblicazione. Ma sembra che il mio mestiere sia tutto sommato un po’ anonimo e un po’ idealizzato.

Quando si parla di editori sembra che istintivamente la gente si figuri un uomo dietro una scrivania, imperioso, che decide le sorti degli autori, un pezzo grosso; oppure che pensi ad una specie di tipografo, da cui andare per trasformare il proprio scritto in “libro”. Quasi nessuno pensa a gente che fa un mestiere, quello dell’imprenditore, per essere esatti.

In realtà un motivo c’è: in Italia esistono migliaia di imprese registrate come “editrici”, ma a ben guardare sono pochi grandi gruppi con produzioni che spaziano in ogni settore (penso a Feltrinelli, Mondadori, Mauri Spagnol), qualche medio editore ostinato, ed una selva di piccoli editori, onesti e meno. Noi apparteniamo alla categoria piccoli e onesti, e la vita quiggiù non è facile.

A me ed ai miei tre compagni di (s)ventura capitano sempre episodi un po’ strani. Sarà la nostra Maori way o le facce che evidentemente ispirano la pazzia, ma le situazioni in cui ci troviamo passano dal comico al grottesco, in genere nell’arco di pochi secondi. E la maggior parte delle volte succede con gli autori specie negli incontri faccia a faccia, cui non ci neghiamo.

Ancora mi sorprendo, ma va così:

- Buongiorno sono XYZ, ho pubblicato ABC e DEF e vorrei che valutaste il mio libro.
- Certo, nessun problema. Per chi ha pubblicato prima?
- Per Questo e Quello (in genere due editori a pagamento). A proposito, qual è il vostro costo?
- Non capisco cosa le interessi quello che spendiamo come editori…
- No, quanto mi costa pubblicare con voi?
- Guardi, siamo editori, noi paghiamo l’autore, non viceversa. L’editore è un imprenditore che rischia il capitale su un progetto.
- Vabbé, ma quante copie mi devo comprare?
- Nessuna. Lei ha diritto per contratto ad un tot di copie a suo uso.

A quel punto fanno una faccia allibita: allora non è vero che si pubblica sempre pagando, non è normale! Poi, ancora increduli, ti squadrano meglio, e sembra proprio stiano pensando “Chissà quando arriva la fregatura“.  E se ne vanno, confusi. Non ti considerano quasi più un editore: non hai fatto grandi promesse di successo assicurato, non hai detto che il loro testo è perfetto.

Ma io, allora, che mestiere faccio?

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Scritto da: Livia il 15 Luglio 2008
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