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Per tutti gli scrittori che tendono a distrarsi (e che possiedono un mac) esiste un piccolo programma, OMMWriter, di grande aiuto: un editor testuale che elimina tutte le notifiche automatiche, i trilli, i rumori, le finestre lampeggianti che compaiono mentre si lavora davanti allo schermo, permettendo di restare concentrati su quello che si fa.
Non sono ancora previste versioni per pc, anche se i creatori del programma, Herraiz Soto & Co , confermano che se avrà buon riscontro ne vedremo anche una versione non-mac. Per ora non è possibile stampare direttamente, ma in realtà il OMMWriter è come un grande blocco per gli appunti, in cui buttare giù le prime stesure, quelle che vengono di getto e hanno bisogno di non essere interrotte, per poi passare alla revisione su altri software.
Seguendo un'interessante quanto tediosa discussione su FF ho trovato un intervento di Bgeorg che riassume esattamente quello che io penso.
scrivo lungo, ma almeno una volta sola. abbiamo capito che l'editor serve, è un passo avanti. ma a cosa? l'editor serve in primo luogo a far presente al 99% di chi pensa di poter scrivere che c'è differenza di principio tra la letteratura e l'inanellare micropensierini e quadretti autobiografici e microraccontini tanto supponenti nelle intenzioni quanto pedanti e imbarazzanti negli esiti oltreche scritti in italiano improvvisato, le robe che però piacciono ai blogger democratici, a quanto pare (per non parlare dei maxiraccontoni ugualmente improbabili).
E a investire sul restante 1%, nel quale non c'è per forza grande letteratura, ma ci sono prodotti dignitosi, che stanno in piedi - secondo criteri piuttosto universali - per pubblici diversi, magari anche di poche pretese (rassicuro palmasco: se si legge poco non è perché le case editrici sono suicide e non pubblicano questi geni dei blogger che scrivono la letteratura di domani, quella di mezza cartella, o perché sono espressione di apparati; non servono le primarie. si legge poco perché l'analfabetismo di ritorno in italia è sopra al 50% e nemmeno gli scrittori italiani sono poi tutti questi gran geni che valga molto la pena di leggere. non che nel cinema se la passino meglio. direi che è l'italia il problema).
"Investire" sull'1% significa che è l'editore che paga lo scrittore, cioè rischia del suo e quindi è spinto a fare del suo meglio, anche a costo di scontrarsi con la volontà dello scrittore. guidato da cosa? da una parte dal filtro del mercato e dei lettori, e dall'altra da quello dei "lettori di professione" - addetti ai lavori e critici letterari: il sapere condiviso di una comunità in un determinato momento. perché nemmeno un genio può ...
La settimana scorsa è scoppiata una polemica intorno alla figura dell'editor: da un lato chi ne ha tentato la demolizione, come Carla Benedetti, dall'altro chi ha cercato di fare chiarezza sulla categoria e sul tipo di figura di cui si parla, come Mario Baudino, nella sua chiacchierata con Laura Lepri. Pur non avendo la loro autorità in merito, voglio aggiungere qualche considerazione personale.
In questo dibattito è stupido cercare chi abbia torto e chi, invece, ragione: l'uno sostiene che l'editing sia appiattimento, l'altro che sia una necessità letteraria. Le posizioni contengono ambedue parti di verità, a mio parere.
Esiste l'editing di omologazione, quello che, sfrondando il testo di ogni tentativo di personalità letteraria, lo rende assimilabile, e quindi omogeneizzato al resto degli editi. Leggendo alcuni libri – o meglio, prodotti editoriali – si notano affinità che fanno pensare ad una stessa mano; e, nella gran parte dei casi, è così: un editor ha lasciato la sua personale impronta, modificando il testo come lui lo avrebbe scritto. Questo sostituirsi all'autore, guadagnarsi la ribalta, non è per me un modo di lavorare apprezzato: se proprio si ha il desiderio di intervenire così pesantemente in un'opera letteraria, sarebbe meglio scriverla da sé.
Poi esiste l'editing che rispetta il testo, per il quale è necessario molto tempo e molta dedizione: si legge il testo, si lavora sempre insieme all'autore, si cerca di capire cosa inceppa la comunicazione fra scrittore e lettore. Ed è l'autore che riscrive, dove necessario, non l'editor. L'editor indica, non suggerisce. Spiega, non corregge. Conosco pochissimi editor di questo stampo; è più pratico, più veloce sicuramente operare autonomamente i cambiamenti necessari. Ma non migliore.
Ha ragione chi dice che in Italia si fa troppo editing invasivo: con la mole di opere edite non potrebbe essere diversamente. Ha ragione chi dice che in Italia si ...
Come serendipity vuole, cercando altro ho trovato una lettura di grande interesse per me, e spero anche per voi; è Secondo piano, un blog curatissimo tenuto da una donna (Catriona Potts) che lavora in una casa editrice (non ho ancora scoperto quale, ma ho tempo per leggere tutti i post con calma).
È un'interessante apertura su un altro modo di vivere l'editoria, su altri piaceri, altre idee, altri problemi quotidiani nel rapporto con agenti, autori, con tutti i personaggi del Magico Mondo dell'Editoria. Dalla sua presentazione:
Perché molti pensano che una casa editrice (d'ora in poi CE) sia un luogo in cui si nutre, vive, respira e prospera la Cultura. Perché molti credono che in una CE si parli correntemente di Plotino o, nei giorni di fiacca, di Gadda e, nei giorni di fiacchissima, di Pavese. Perché molti credono che "lavorare coi libri" in una CE sia un immenso privilegio. E che quelli che ci lavorano ne siano assolutamente, orgogliosamente, intensamente consapevolissimi.
Be', forse non è così.
Credetemi, io ci lavoro.
Al secondo piano
Con un sottile umorismo racconta la parte reale del lavorare all'interno della filiera del libro, con le piccole manie che si sviluppano, i tic nervosi, le abitudini e le criticità; nella rubrica soltanto oggi, poi, come faccio spesso anch'io, parla di esperienze reali, riportando stralci di mail ricevute e chiavi di ricerca stravaganti. Molto carino anche il Glossarietto, peccato sia un po' piccolo.
Buona lettura!
Ti giro una domanda che mi fanno in molti e spesso: perché aprire una casa editrice, di quelle oneste, in un periodo di "recessione culturale" nonché economica?
La casa editrice era un mio sogno da tanto tempo, ho avuto la fortuna di incontrare Manuele e Attilio che mi hanno aiutato a realizzarlo. Non abbiamo pensato alla recessione, né a quella economica né a quella culturale, abbiamo fatto quello che ci sentivamo di fare con un pizzico di incoscienza e tanto coraggio. Inoltre non credo ci sia altro modo per combattere la recessione se non quello di mostrarsi coraggiosi e innovativi, e cercare di combattere la deriva culturale che stiamo vivendo.
Tre persone, quindi; ci parli un po' dei vostri ruoli?
Io sono quella che si chiama la "direttrice editoriale": leggo le proposte editoriali che arrivano in redazione e scelgo cosa pubblicare, poi mi occupo dell'editing e della correzione delle bozze. Attilio Scullari è il nostro grafico e webmaster: fa l'impaginazione, le copertine e la grafica dei prodotti multimediali. Manuele Vannucci è il responsabile della comunicazione, organizza le presentazioni, tiene i contatti con la stampa. Poi è chiaro che quando si è in pochi e con una struttura non ancora ben delineata come la nostra, tutti si cerca di fare tutto e di impegnarsi al massimo.
Quali sono le difficoltà iniziali?
Le difficoltà sono tante. La decisione di fondare la casa editrice è avvenuta nel 2007: abbiamo fatto l'atto dal notaio e cominciato allora tutto l'iter burocratico; poi per essere perfettamente attivi ci è voluto un anno. Il primo libro è uscito a giugno del 2008. questo anche perché tutti e tre facevamo altri lavori, e quindi il tempo che potevamo dedicare a questo progetto era molto poco. La difficoltà più grande è quella di capire e muoversi nella burocrazia, nelle leggi che per l'editoria sono ...
No, non ho scordato una e. L'editor è forse il più trascurato, benché essenziale, personaggio della filiera del libro. Quello che vive a contatto con l'autore e cerca, per il bene dell'azienda e dell'autore stesso, di lavorare con quest'ultimo al perfezionamento del testo. Ma è anche colui che viene dimenticato prima.
Un lavoro durissimo, puntiglioso, difficile. Per il quale nessuna scuola ti prepara veramente. Per il quale è l'intuito, affinato dalla lettura continua ed instancabile, a guidarti, e l'abitudine a temprarti. Un lavoro che prevede la rilettura ossessiva dello stesso testo, finché non ha raggiunto la perfezione.
Senza fare discorsi sui massimi sistemi, ecco come funziona. Arriva un testo buono in redazione; buono significa sia leggibile (vi stupireste a leggere cosa le persone riescano ad inviare), sia strutturalmente valido. Strutturalmente. Il che vuol dire in genere che pur avendo una buona trama o uno stile piacevole, abbonda di errori dettati dall'inesperienza.
Stereotipi, iperaggettivazione, dialoghi patinati, descrizioni bucoliche fanno parte del campionario dei difetti comuni. Capita che gli autori dimentichino che vogliono essere pubblicati qui e ora, e che il loro pubblico in questo qui e ora vive. Non si pubblica per la critica, né per riviste ottocentesche: si pubblica per il lettore.
L'editor è un lettore speciale, molto rodato, onnivoro, che identifica i difetti e ci fa lavorare su l'autore, dandogli appoggio e consigliandolo nei punti più difficili. Non è un correttore di bozze, che interviene a verificare gli errori di digitazione o di impaginazione: è una specie di filtro, che lascia passare dello scritto solo le parti migliori.
Questo mestiere può dare molte soddisfazioni, e molti travasi di bile. Le prime, per fortuna, maggiori dei secondi. Sfatiamo un mito: gli autori che abbiamo selezionato fino ad ora (selezioni durissime ma necessarie) sono stati sempre ben disposti ad intervenire sul loro testo, ponendosi criticamente verso ...
Come mi insegnò immediatamente al mio arrivo in redazione il buon vecchio zio Lazarus, ci sono alcuni parametri infallibili per riconoscere un editore a pagamento. Alcuni sono immediati, altri meno, ma l'editore a pagamento si riconosce.
Elemento principe è la fotografia in copertina, nuda e cruda (non elaborata né ritoccata). Perché? Perché un grafico, specie se dotato, costa, costa molto, mentre gli scorci paesaggistici sono gratis, abbondanti, sempre possibili. Fotografare una goccia d'acqua che cade, un paesino, una maschera di pietra non ha praticamente nessun costo. E non consuma nessun tempo.
Vero è che alcune grandissime case editrici utilizzano fotografie: ma quelle sono fotografie di artisti noti, ritoccate, patinate, e pagate profumatamente. La veste grafica in quel caso è curata e pressoché perfetta, con uno studio dell'armonia di composizione quasi maniacale.
Aprendo il libro spesso si nota l'assenza di controllo di orfani e vedove, le righe con due povere lettere lasciate sole a terminare il paragrafo, insomma una incuria generale. E leggendolo si nota l'assenza della mano di un sapiente editor. Perché quasi nessun buon libro pubblicato, per fortuna, è fedele copia dello scritto inviato dall'autore (ma di questo parleremo un'altra volta).
Se poi si ha voglia di approfondire basta una breve ricerca su internet: sicuramente c'è un autore scontento che si lamenta di aver pagato troppo e ottenuto poco. Da ozoz al rifugio degli esordienti il web ha messo molte risorse a disposizione degli aspiranti scrittori.
Un consiglio agli autori: diffidate di chi vi dice che siete dei geni, raramente lo pensa davvero. Fidatevi di chi vi dice che il testo è buono, ma bisogna lavorarci: sicuramente lo ha letto.
E no, nemmeno l'editing si paga.
Non ho ancora letto il libro, ma non so se lo farò mai: difficilmente posso accostarmi ad un titolo che riporta un grave errore grammaticale in prima pagina!
Giusto per segnalarvi che, se non correggeranno prima dell'uscita effettiva lo strafalcione, ripreso da tutte le testate giornalistiche, il titolo manoscritto è Un cappello pieno di ciliege. Peccato che il plurale di ciliegia sia ciliegie. Mi sono accorta dello svarione nel manoscritto ripreso in video oggi sul tg, ma pensavo che gli editor avessero fatto il loro lavoro.
Con stupore noto che, online, moltissimi articoli riportano lo stesso errore, quindi apro la segnalazione, nella speranza che Rizzoli abbia già posto rimedio.
Ma vediamo un po', giusto per diletto, cosa dicono gli amici dell'Accademia della Crusca (siano benedetti per il loro insostituibile lavoro):
Singolare Plurale
l'acacia le acacie
l'audacia le audacie
la camicia le camicie
la ciliegia le ciliegie
la fiducia le fiducie
grigia grigie
malvagia malvagie
la socia le socie
sudicia sudicie
la valigia le valigie
C'è una regola generale, con le dovute eccezioni, presenti sul sito dei cruscanti: il gruppo -ia se preceduto da vocale + consonante diventa -ie, se preceduto da doppia consonante perde la i e diventa -e. Semplice. Per non sbagliare grafìa (grafìe).