Tutti gli articoli su dubbi

Come si pronuncia?

Come si pronuncia?Dite la verità: tante volte siete in imbarazzo nel dover usare nomi stranieri, ma anche termini italiani inconsueti, perché non sapete quale sia l’esatta pronuncia. Io per prima tante volte non so scegliere il giusto accento, e radio e tv non sono di grande aiuto – si veda il caso KGB e Schumacher – col marasma di errori. Non siete soli.

In nostro aiuto viene un ottimo sito, Come si pronuncia, composto da un team di italiani che danno l’esatta pronuncia di vocaboli dubbi; ecco cosa dice la loro home page:

Comesipronuncia.it mette ordine nella grande confusione fonetica che regna in Italia. Gente comune e professionisti della comunicazione si affidano all’intuito o alle reminiscenze scolastiche per citare nomi e termini stranieri che infarciscono quotidianamente l’attualità.

Risultato? Queste pronunce, anche se sbagliate, diventano “ufficiali” perché convalidate da radio e televisione. Con un click puoi ascoltare la corretta articolazione dei suoni e verificare lo spelling esatto dei nomi comuni e propri messi a disposizione degli utenti.

Si sopravvive anche con un Financial Times mal pronunciato o un Frankfurter Allgemeine Zeitung scritto approssimativamente, ma se ci vuole così poco per evitare una figuraccia, perché non approfittarne?

Allora, come si dice Chuck Palahniuk?

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Scritto da: Livia il 2 Ottobre 2009
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Grammatica di base per tutti – Femminile o maschile?

Ricordo ancora qualcosa della mia prima settimana al liceo, un po’ per l’emozione un po’ per la stranezza di essere l’unica ad avere un compagno di banco e non una compagna di banco. Molti si conoscevano da prima, io non conoscevo nessuno.

E trovai un compagno di banco che iniziò subito a prendermi in giro (eppure non avevo l’aria da “secchiona”). Così, quando arrivammo a leggere non so più quale poesia, trovando l’eco seguito da un aggettivo, trovò risibile la mia ignoranza, dato che sostenevo che l’eco fosse femminile.

Finisce in -o, quindi è maschile. Nessun appello. Da quest’episodio cominciai ad avere il suo rispetto, quando con pazienza l’insegnante gli spiegò anche il motivo per cui eco è femminile (motivo anche mitologico).

Vero è che gran parte delle parole che terminano in -o sono maschili, e in -a femminili. Ma non possono sfuggire esempi contrari che hanno un uso quotidiano. Basti pensare alla mano, femminile, o al gorilla, maschile.

La presenza di nomi femminili in -o oppure di maschili in -a ha diverse ragioni: in alcuni casi dipende dalla loro etimologia, in altri dall’essere abbreviazioni di sostantivi. Alla prima categoria appartengono ad esempio poeta, virago e problema; alla seconda cinema, foto, radio.

So che suona noioso, ma anche qui un buon metodo, oltre a cercare autonomamente di ricostruire l’etimo o la derivazione, è tenere sempre il vocabolario a portata di mano, per ogni dubbio.

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Scritto da: Livia il 28 Novembre 2008
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Le ciliege e la Crusca della Fallaci

Riporto qui l’interessante ed esaustivo articolo dell’Accademia della Crusca sull’uso del plurale ciliege invece dello standard ciliegie. Dato che è stato proprio su questo blog motivo di grande dibattito mi pare corretto inserire un parere tanto autorevole.

Da quando è uscito nel luglio di quest’anno il volume postumo di Oriana Fallaci dal titolo Un cappello pieno di ciliege, Rizzoli editore, ci sono giunti molti quesiti a proposito del plurale dei nomi uscenti in -cia e -gia; alcuni in particolare fanno esplicito riferimento all’uso della scrittrice, che appare in contrasto con la regola grammaticale appresa nella scuola primaria.

Sul plurale dei nomi in -cia e -gia e su una scelta d’autore

La difficoltà che sorge al momento di scegliere l’esatta grafia del plurale di una forma che esce in -cia o -gia è attribuibile al fatto che ormai in italiano quella i davanti ad a è solo un segno grafico, necessario per indicare che la c o la g rappresentano l’affricata palatale, sorda o sonora (come in cena e gelo), e non l’occlusiva velare corrispondente (come in casa e gatto). Quando però la forma è al plurale, questa funzione diacritica della i decade, dal momento che la vocale che segue, la e, essendo palatale, implica la pronuncia palatale della consonante. Chi è nato dopo gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha appreso la regola secondo cui il plurale è reso con la grafia  -cie o -gie, se la consonante c o g è preceduta da vocale, e -ce o -ge, se è preceduta da segno di consonante, come ricordato su questo stesso sito nella scheda sui plurali difficili tratta dal volume Il salvaitaliano di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota. Come si legge in quella stessa scheda però “accanto ai plurali considerati corretti, anche forme come ciliege, valige, e provincie sono ormai usate e largamente accettate”; la ragione dell’esistenza di “deroghe” alla norma generale, si trova nella evoluzione della lingua e nel conseguente adeguamento della formulazione delle regole che ne descrivono la morfologia.

Ciò che adesso è una norma accettata nelle grammatiche scolastiche, in realtà è una innovazione proposta in modo definitivo da Bruno Migliorini nel 1949 nel suo articolo Il plurale dei nomi in cia e gia pubblicato su  “Lingua Nostra”; precedentemente si operava una distinzione basata su criteri etimologici: se la forma latina da cui derivava la voce presentava il nesso ci/gi seguito da vocale, come prov?nc?a(m), la i doveva essere conservata anche nel plurale; se invece la forma base non presentava la i, come il latino tardo cer?s?a, si sarebbe dovuta omettere; questa regola era ancora sostenuta all’inizio degli anni ’40 da Amerindo Camilli nel suo Pronuncia e grafia dell’italiano: “Circa l’omissione o la conservazione della lettera i di «c, g, sc + ia, io, iu», quando a, o, u si trasformano in e, i, tutte quelle regole che non si fondano su la distinzione (l’unica che valga) tra i semplicemente diacritica e che deve sempre scomparire, ed i vocale o che può ritornar vocale, la quale rimane o può rimanere, sono false. Si dice che con quelle regole si semplifica l’ortografia. Ma anzitutto avremmo bigie, camicie in contrasto con bigello, camicetta, che non semplifica ma imbroglia maggiormente il problema. […] Non si può storpiare un fenomeno linguistico per amor di semplicità. Veramente necessario sarebbe nel caso nostro che le grammatiche e i dizionari distinguessero accuratamente i valori della i” (p. 169).

Come faceva notare Migliorini nell’articolo sopra citato, il mantenimento della i etimologica implicava qualche difficoltà: “Il postulato è quello di rispettare i latinismi […] Ma, come ho accennato, ad applicare il postulato con coerenza occorre molto coraggio: esso implicitamente porta con sé l’affermazione che per applicare l’ortografia italiana delle singole parole bisogna conoscere quella latina” (p. 25). La questione non era ancora del tutto risolta negli anni ’60 tanto che nella terza edizione del testo di Camilli, edita a cura di Piero Fiorelli, si legge le seguente nota del curatore: “Non tutte, ma certo molte grammatiche insegnano appunto che i femminili in -cia o -gia hanno il plurale in -cie o -gie se il -c- o -g- è preceduto immediatamente da vocale, in -ce -ge se è doppio o preceduto da un’altra consonante (compresa l’-s- del digramma -sc-). Ora, questa regola è in fondo una semplificazione pratica dell’altra sostenuta dall’Autore, secondo la quale, con rigorosa aderenza a un criterio di fonetica storica si conserva nel plurale la -i- dei latinismi e grecismi (in quanto, da segno diacritico, può ritornare vera vocale nella pronunzia oratoria o poetica), e si sopprime invece l’-i- di formazione popolare (che è sempre stato un semplice segno diacritico e come tale non ha ragion d’essere davanti a un’e). I casi di contrasto tra le due regole non sono molti, riguardano in tutto circa sessanta vocaboli di fronte a circa ottocento in cui l’applicazione dell’una o dell’altra porta agli stessi risultati […]. Le discordanze […] sono poca cosa di fronte ai casi di concordanza […]. In conclusione le due regole posson coesistere senza danno: chi sa il latino si troverà bene colla regola più propriamente storica, che vuole conscie e socie (come il latino consciae e sociae, e come coscienza e società) ma valige e cosce (come valigeria e coscetto, e senza riscontro immediato nella lingua madre); chi non sa il latino si troverà meglio con la regola analogica, che pareggia consce a cosce così come valigie a socie” (nota 271 al par. 108, p. 169).

Fin qui per spiegare l’oscillazione nella grafia del plurale di vocaboli come provincia o ciliegia; a proposito dell’uso di ciliege nel titolo del romanzo da parte di Oriana Fallaci si possono aggiungere alcune riflessioni: è senz’altro probabile che la scrittrice, nata nel 1929, abbia appreso a scuola la grafia basata sulla regola etimologica sostenuta da Camilli;  è altrettanto ipotizzabile che la scelta rispecchi anche quel “certo atteggiamento fiorentino […] di maggior sicurezza – e anche di permissività nei riguardi della lingua”, ricordato da Teresa Poggi Salani in Minima di italiano regionale attraverso le guide del telefono (nota 11, p. 109), che si affida senz’altro alla pronuncia toscana come base della scrittura; ma crediamo ingenuo ritenere un’autrice così attenta a fatti linguistici (si pensi al lessico tradizionale impiegato soprattutto nelle pagine in cui si rievocano le radici fiorentine della famiglia) non consapevole della risonanza che la scelta avrebbe suscitato. Più che imputare tale scelta a una volontà di provocazione della Fallaci, ci sembra sostenibile un richiamo al carattere di ricostruzione documentaria condotta attraverso una appassionata ricerca, che la scrittrice attribuisce al romanzo e che la spinge a riportare fedelmente brani dalla provenienza più varia. Le parole del titolo sono parte di un messaggio che la giovane Caterina Zani nella primavera del 1785 affida al sensale di matrimoni incaricato di trovar moglie a Carlo Fallaci: “Allora ditegli [al Fallaci] di venire alla fiera di Rosìa, il 22 maggio […] Lo aspetterò lì. E per farmi riconoscere porterò un cappello pieno di ciliege”(p. 71). Ciò che caratterizza Caterina Zani, oltre a uno spirito ribelle, è il suo desiderio di imparare a leggere e a scrivere, cosa che riuscirà a fare grazie alla dedizione del marito e all’acquisto di «uno scarno fascicolo di neanche venti pagine, scritto da un sacerdote d’Apta Julia, pubblicato dalla stamperia Pagliarini di Roma, e intitolato così: Metodo italiano per imparare speditamente a legger nonché a scrivere, senza compitare le lettere e per mezzo di cinquantaquattro figure diverse. Sul retro del frontespizio, la spiegazione: “Il presente metodo è facilissimo, stante che porta seco la maniera con la quale ciascheduno può adoperarlo. Non v’ha che da osservare le figure pronunziandone il nome ad alta voce, e poi da guardare le parole che spiegano come quel nome si scrive. Giacché le parole son l’eco delle figure, e le cose che si vedono fanno sulla mente più pronta impressione di quelle che si sentono, tal sistema si accomoda alla capacità d’una persona la meno intelligente. Financo sorda, e muta.” Dopo la spiegazione, le pagine con le figure: sempre doppie per indicare il singolare e il plurale, e accompagnate dai vocaboli corrispondenti nonché dagli articoli. “La fibbia, le fibbie. La tromba, le trombe. La fiamma, le fiamme. Il fungo, i funghi”». L’autrice non lo scrive, ma chiunque abbia in mente i disegni appesi alle pareti delle aule della scuola elementare, è tentato di integrare la serie con “La ciliegia, le ciliege” senza la i, perché nel XVIII secolo così doveva essere, perché così e solo così era nel Vocabolario degli Accademici della Crusca alla sua quarta edizione (1729-1738) e così doveva averlo imparato per forza Caterina Zani in Fallaci. Se si considera poi che quel cappello “pieno di ciliege”,  era per l’antenata, in quanto portato in aperta sfida al severo bando emanato nel 1781 da Pietro Leopoldo per ridurre l’eleganza delle suddite, anche il simbolo del “suo totale rifiuto delle regole e delle imposizioni” (p. 65), adeguare il titolo del romanzo alla regola introdotta nella seconda metà del Novecento, forse per Oriana Fallaci avrebbe significato non tanto, o non solo, contraddire il proprio apprendimento scolastico, ma piuttosto quello faticoso e appassionato dell’antenata Caterina.

Per approfondimenti

  • A. Camilli, Pronuncia e grafia dell’italiano, 3a ed. riveduta a cura di Piero Fiorelli (1a ed. 1941), Firenze, Sansoni, 1965, rist. 1971
  • B. Migliorini, Il plurale dei nomi in cia e gia, “Lingua Nostra”, X 1949, pp. 24-26
  • T. Poggi Salani, Minima di italiano regionale, “Lingua Nostra”, XXXVII 1976, pp. 106-110

A cura di Matilde Paoli

Redazione Consulenza Linguistica

Accademia della Crusca

14 novembre 2008

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Scritto da: Livia il 21 Novembre 2008
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Grammatica di base per tutti – Ausiliari

Moltissime persone sono perennemente in dubbio su quale sia l’ausiliare giusto, ricorrendo a vere e proprie forme di contorsionismo verbale pur di non utilizzarne. Essere, avere, e in qualche caso eccezionale venire, mettono in crisi nei tempi composti.

Facciamo prima di tutto una panoramica generale, per poi approfondire qualche caso particolare o dubbio.

  • Verbi transitivi

Si usano sia essere sia avere: essere per formare il passivo, avere per i tempi composti. Esempio banale: Mario ha picchiato GiovanniGiovanni è stato picchiato da Mario.

  • Verbi intransitivi

Questa categoria è quella con maggiori problemi, da dirimere in genere con un vocabolario. Ma alcuni linguisti hanno proposto una tassonomia che io trovo efficace, e che utilizzo nei casi dubbi, formulata a partire dal participio passato. Se il participio può essere utilizzato come asserzione bisogna utilizzare l’ausiliare essere, altrimenti avere. Esempio: Rimasto – Il quadro è rimasto qui (l’oggetto rimasto si può dire); digiunato – l’eremita ha digiunato a lungo (l’uomo digiunato non si può dire). Non pretende di essere un criterio esaustivo, ma finora per me ha funzionato.

Alcuni verbi poi si possono considerare ed utilizzare con valore sia transitivo sia intransitivo, passando dall’essere per il passivo all’avere per i composti – Pietro è stato cresciuto dai nonniLa nonna ha cresciuto Pietro.

Venire, come ausiliare, sostituisce l’essere nel caso in cui ci sia una differenza fra azione in svolgimento da parte di qualcuno e azione svolta. C’è una sostanziale differenza tra “il regalo è scartato” e “il regalo viene scartato“. Ovviamente questo funziona esclusivamente nei tempi semplici.

Fra quelli di più difficile attribuzione troviamo in prima posizione i verbi di tempo meteorologico: piovere, nevicare, grandinare. Sono tutti difettivi e generalmente intransitivi, se non per qualche uso eccezionale. E anche se è invalso l’uso dell’ausiliare avere, per le forme impersonali, essere invece si può utilizzare per tutte le forme, e quindi, per me, è preferibile.

Per i verbi servili invece è sufficiente scoprire quale sia l’ausiliare del verbo che regge, ed utilizzare quello. Particolarità vuole che nel caso in cui un servile regga il verbo essere il suo ausiliare sarà necessariamente avere.

Direi che la panoramica si può chiudere qui; e comunque, per tutti i casi dubbi o eccezionali, il mio fedele Devoto-Oli è sempre al mio fianco.

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Scritto da: Livia il 3 Ottobre 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Entrare o centrare

Sull’italiano non mi rassegno facilmente. Così, nonostante a volte per troppo zelo commetta anche io degli errori, non desisto davanti a quelle forme lessicali che, benché ormai nell’uso comune, sono da considerarsi storpiature o dialettismi.

Tanto quanto non amo l’uso, tutto toscano ma ormai dilagante, del te in luogo di tu come soggetto, non apprezzo neanche tutte quelle forme, tipiche del parlato, che vengono ormai confuse con le locuzioni corrette nello scrivere.

Una di queste abnormi contaminazioni tra scritto e parlato riguarda la forma c’entra. Leggo ormai troppo frequentemente centra, centrarci, riferito all’avere attinenza. Da questo uso hanno origine frasi a dir poco obbrobriose, come “Che ci centra?” (sic).

Facciamo un po’ di chiarezza, utilizzando un semplice dizionario e senza ricorrere a glottologi o linguisti; per comodità ed anche per una facile verifica online, cerchiamo sul De Mauro.

en|tràr|ci
v.procompl. (io ci éntro)
CO
1 con valore intens., trovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qcs.: in questa macchina c’entrano quattro persone, in questi pantaloni non c’entro più | essere contenuto: il due nel quattro c’entra due volte
2 avere parte, attinenza, relazione con qcs.: che c’entra questo con quanto è accaduto?, non c’entra niente, io non c’entro!

cen|trà|re
v.tr. (io cèntro)
CO
1 colpire nel centro: c. un bersaglio, c. il boccino
2 fig., cogliere, individuare con acutezza e precisione: c. un problema, c. l’argomento; c. un personaggio, di attore o regista, interpretarlo o rappresentarlo correttamente evidenziandone le caratteristiche fondamentali | conseguire in pieno: c. l’obiettivo
3 fissare nel centro: c. il compasso; in fotografia e sim., inquadrare nel centro dell’obiettivo, del fotogramma o dello schermo: c. un soggetto, un’immagine sullo schermo
4 TS mecc., equilibrare rispetto a un asse di rotazione: c. un’elica, una ruota
5 TS sport ?crossare

Ora, sembra evidente che se scrivessi “La tua affermazione non c’entra con il contesto”, sarei colpevole, magari, di avere utilizzato una forma colloquiale ed imperfetta, ma avrei scelto almeno la corretta grafìa. Se scrivessi invece “La tua affermazione non centra con il contesto”, probabilmente starei cercando di utilizzare il contesto come bersaglio di un ipotetico lancio di affermazioni.

Per lasciarvi citerò il mio anziano insegnante di Armonia (che non è una disciplina new-age ma una normale materia degli studi musicali nei conservatori), Padre Vincenzo Bernardo Modaro, il quale soleva dire:

Chi parla il dialetto scrivendo traduce, e il parlar di colui non isgorga, ma cola.

Dall’uso della i prostètica potete capire quanto sia vetusta e quale sia l’età del mio docente.  Tuttavia, pur non sapendo di chi sia originariamente la frase, la condivido in pieno.

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Scritto da: Livia il 12 Settembre 2008
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