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Spesso gli esseri umani ci stupiscono per le loro trovate ingegnose, ma più spesso ancora per quelle assurde; tra queste anche un certo numero di associazioni, consorzi e simili che non si capisce bene cosa facciano in realtà. Fino a quando Paolo Albani non ha deciso di farne un elenco abbastanza esaustivo nel suo Dizionario degli istituti anomali nel mondo.
Organizzato in sezioni a seconda del tipo di istituto (accademie, fondazioni, musei, società e così via), il saggio raccoglie i casi più singolari di associazioni umane, sia fisicamente esistenti sia create dalla fantasia degli scrittori, fornendo la descrizione delle attività insieme a estratti della storia di ognuna.
Si viene così a scoprire di un Istituto dell’Aeropatatina, che si è seriamente occupato di provare le proprietà aerodinamiche delle patatine compiendo per anni ricerche scientifiche. Insomma, una cosa da annali dell’Improbable research, con tanto di acceleratore di Pringles.
O ancora, sempre meglio, l’interessantissima Ditta Lalande, che con i suoi reparti standardizzati aveva creato una filiera per la produzione industriale del romanzo, con i reparti trame, personaggi, accidenti e figure di collegamento. Curiosamente buona parte dei lavoratori citati sono donne.
Quali siano reali e quali immaginarie, di queste società, è difficile a dirsi: un po’ per le fonti da cui attinge l’autore, un po’ per la voglia di pensare che le azioni umane siano sempre coerenti e organizzate, è difficile credere che alcuni gruppi possano esistere concretamente. Ciononostante è divertente leggerli tutti ed esplorare quanto le persone possano stupirci, alcuni con la loro estrema ironia e portata farsesca, altri con la loro serietà, altrettanto estrema e farsesca.
Poco da dire sulla scrittura, che è lineare e analitica come dovrebbe. Un po’ farraginosa, invece, la divisione tra i vari enti, tante volte non chiarissima e con rimandi interni leggermente caotici: da un dizionario mi aspettavo una struttura più chiara e uniforme.
Un buon elenco da spulciare per capire che, per quanto strampalata sia un’idea, qualcuno ha già fatto di peggio.
Giorni fa, su friendfeed, qualcuno (Vix) ha fatto un commento in cui citava surripedia. E siccome il contesto era interessante e la segnalazione degna di fiducia, sono andata a dare uno sguardo.
Ben me ne incolse: surripedia è «circolo in perenne completamento delle umane invenzioni, e quindi opera che contiene tutte le variazioni, invenzioni, giochi linguistici et similia prodotti da un circolo completo d’inventori lessicali e paroliberi».
Insomma, un posto in cui parole e senso girano “diversamente accompagnati” fra loro, una sorta di dizionario dell’assurdoo del surreale. Per capirci vi trascrivo qualche esempio:
Porchetta
Porchetta sost.s.f. posata per salumi.
Grotteschi
Grotteschi agg.pl.m. crani di cavernicoli.
Ecco, se vi dilettate coi giochi di parole, con i giochi di senso, surripedia è il posto giusto per voi. Buon divertimento!
Appassionati enigmisti, fatevi sotto! La sfida del dizionario De Mauro sicuramente vi conquisterà come ha conquistato me. In fin dei conti sono cresciuta con la magnifica settimana enigmistica, quindi i giochi di parole sono miei fidati compagni.
Questo gioco sembra semplice: 200 secondi e una parola da indovinare; 10 secondi sottratti per ogni tentativo fallito o per ogni suggerimento che si richiede. Sottolineo che sembra facile, ma non è così: i lemmi non sono immediati, e necessitano di un minimo di riflessione.
Ci sono più categorie di suggerimenti: la lunghezza della parola, una lettera, un sinonimo o un contrario, Certe volte avrei voluto contestare la scelta dei suggerimento: tra artistico ed estetico ce ne passa, ma il buon gioco non ha la mia stessa percezione.
Il rischio, come al solito, è di lasciarsi prendere dal vortice e dall’accanimento: non si può sopportare di perdere contro una “macchina”, meno che mai quando si ha la sensazione che il suo meccanismo non sia perfetto.
In ogni caso è un buon passatempo domenicale per cimentarsi, ancora una volta, con la nostra lingua. Ah, a proposito, il mio best score per una singola parola è stato 195 (secondi rimasti). Non penso di saper fare di meglio, eppure sono arrivata solo al 317° posto in classifica!
Qual è il vostro record?
Entrambe e succube: due parole che mi hanno perseguitata a lungo durante l’adolescenza. Avevo grosse difficoltà a ricordare se fossero invariabili o meno. E anche oggi ho dei momenti di dubbio in cui devo sforzarmi di ricordare la regola per farne un uso corretto.
Questo promemoria è quindi più per me che per voi, anche se suppongo di non essere la sola in Italia a soffrire di questa amnesia selettiva (benché del tutto involontaria).
Entrambe è un aggettivo/pronome numerativo per due (del tipo “ambo”, “ambedue”); pertanto, come per ogni altro aggettivo, prevede una forma maschile “entrambi”, usata quando i due oggetti a cui si riferisce siano di genere maschile o anche uno di genere maschile e uno femminile (es. Giuseppe e Carla non mangiano carne: entrambi sono vegetariani”), e una forma femminile “entrambe”, da utilizzare se il sostantivo cui si applica è di genere femminile (es. “entrambe le volte”) o nel caso in cui si considerino due oggetti diversi, ma ambedue di genere femminile (es. Daria e Carla non mangiano carne: entrambe sono vegetariane).
Succube è abbastanza diffuso nella forma invariabile, dovuta ad un influsso francese; eppure, risalendo brevemente alla sua etimologia si scopre che è un aggettivo derivato dal latino. Per cui, a rigor di logica, dovrebbe seguire il genere del sostantivo cui fa riferimento.
In questo però la norma non è rigida, accettando la forma invariabile perché più diffusa, quindi più vicina al sentire comune.
Infine un lemma per cui la “perplessità” è legittima: esiste in italiano il verbo perplimere? La risposta, per quanto possa essere enigmatica, è ancora no.
L’origine è davvero recente: merito di una interpretazione di Corrado Guzzanti, che nello “storpiare” la lingua cercando un effetto comico ha creato una parola in grado di colmare una lacuna del nostro idioma. Infatti perplesso, che viene percepito come participio passato, non ha in italiano un verbo di riferimento.
Ancora no significa solo che la parola verrà ammessa nei dizionari se i linguisti riterranno, alla loro prossima revisione, che sia entrata a far parte in modo non effimero del vocabolario italiano.
Confermando, in tutti i casi, che l’italiano sia una lingua soggetta a modifiche, quindi viva.