Tutti gli articoli su distopia

Bambini nel bosco, Masini

Scritto da: il 15.06.10 — 4 Commenti
Non mi era mai capitato, prima di oggi, di tifare per qualcuno ad un premio letterario. Sarà che non ne ho i mezzi intellettuali, sarà che non mi metterei mai a sindacare sui giudizi di certa critica. Però, da oggi, ho una mia preferita per il “Premio Strega”. Si tratta di Beatrice Masini e della sua delicatissima opera: Bambini nel Bosco, edito da Fanucci. Un romanzo per ragazzi al Premio Strega è già un elemento che mi predispone positivamente. Inoltre, ho letto questo libro in una giornata (eh sì, sono a casa con la febbre) ed è stata una compagnia molto piacevole. Beatrice ci racconta di un mondo post atomico, che forse non è più la Terra. Il tempo è imprecisato e scandito da un sole verdognolo chiamato Aster. Qui, in una sorta di campo di concentramento, sono tenuti dei gruppi di bambini. I piccoli sono lasciati a se stessi e alla legge di natura, che è quella della violenza e del più forte. Non sono altro che bestiole private di tutto, persino dei ricordi: alcuni sono sopravvissuti all’Armageddon, altri sono nati in provetta e tenuti in vita solo per alimentare il desiderio di ricchezza di alcuni adulti che li osservano attraverso telecamere e che fingono di avere per loro un progetto di vita che costruisca un futuro per il pianeta e per l’umanità. Ma si può parlare di umanità, quando i bambini non conoscono altro che l’orrore e la sopraffazione? In tutta questa desolazione, un giorno, tra i bambini del tredicesimo gruppo qualcosa sembra mutare. Alcuni di loro, il piccolo Tom in testa, cominciano a smettere di prendere la medicina che li priva della coscienza e il cambiamento si fa tangibile: all’improvviso non sono più animaletti privati della volontà. Tom trova durante una breve esplorazione un libro di fiabe. Ricorda di ...

Sirene, Pugno

Scritto da: il 20.04.10 — 1 Commento
Questo è uno dei libri in cui mi sono imbattuta per caso, cercando tutt’altro su internet. Strano che non ne avessi sentito parlare prima, perché è da quando riesco a ricordare che le sirene sono creature che esercitano su di me un particolare fascino. Ho letto l’incipit sul sito dell’autrice, Laura Pugno, ed ho deciso di ordinarlo in libreria. Sirene, edito da Einaudi, si presenta come un volumetto sottile, liscio… asettico. In qualche modo, benché di certo non si tratti di un fattore voluto, mi ha introdotta all’atmosfera del laboratorio subacqueo che è uno degli sfondi principali della vicenda. Ma andiamo con ordine: la storia si svolge in un indeterminato futuro in cui il Sole, da fonte di vita, si è trasformato in killer e provoca negli esseri umani un cancro della pelle che è simile alla lebbra. Il protagonista, Samuel, si muove in un Giappone post- apocalittico, in cui gli umani abbienti si rifugiano in bunker sottomarini e gli altri vengono lasciati a morire. Il ragazzo si guadagna da vivere come guardiano di un laboratorio sottomarino di proprietà della Yakuza in cui vengono allevate per la riproduzione ed il macello le sirene menzionate nel titolo. Queste creature, recente scoperta zoologica, hanno caratteristiche fisiche umane nella parte superiore del corpo, ma sono viste esclusivamente come bestiame, oppure come oggetti sessuali da parte di alcuni ricchi depravati. In qualche modo, esse esercitano un’attrazione sensuale sugli esseri umani e Samuel, che ha da poco perso la sua compagna per via dell’epidemia, cede ed in un momento di follia si accoppia con una sirena. Dalla loro unione nasce Mia, una creatura a metà tra i due mondi in cui però la parte animale è insieme sfuggente e, forse pericolosa… Nei ringraziamenti, in fondo al libro, l’autrice cita come riferimento diretto il manga di Takahashi Rumiko La saga ...

La fine dei giorni, De Roma

Scritto da: il 24.06.09 — 6 Commenti
Alessandro De Roma scrive bene, e questo è già un buon motivo per comprare i suoi libri. Lo so io e lo sapete anche voi che oggi non è così scontato che una pubblicazione abbia dietro un bravo autore, o dentro una buona storia. La fine dei giorni è una buona storia, De Roma si conferma un talento. A Torino gli uomini sono morti dentro, privi di memoria ripetono gesti metodici radicati dal tempo nelle loro giornate fino a perdersi, definitivamente. La Torino apocalittica che De Roma descrive è in un futuro così simile al nostro presente da risultare pressante. L’inquietudine dell’ambiente che si asciuga intorno al protagonista è insopportabile, l’uomo dimentica la sua condizione di uomo e si abbandona alla strada. Ceresa Giovanni, tristemente definibile un poveraccio, si aggrappa a quel che gli resta e pavido si fa avanti poco alla volta. Tiene un diario, per non dimenticare che il mondo intorno sta sparendo e lui con esso. Un prezioso diario di bordo in un viaggio che mette i brividi. Gli uomini tornano in strada e vivono in gruppi, o soli, a spese del prossimo. Lo attaccano come animali inferociti, ciechi di rabbia, senza coscienza del loro status in regressione. Ceresa viene sfiorato dalla malattia, osserva gli altri esserne travolti e sceglie come via di fuga un discreto e continuo annotarsi avvenimenti, luoghi, dialoghi. Per il terrore, un giorno, di dimenticare anche lui la strada di casa, il proprio nome, o il bisogno di mangiare. Perché nessuno sa quanto si prende di te la malattia, se dopo la ragione ti prosciuga anche l’istinto. Oltre i confini territoriali va tutto bene, ragazzi francesi guidano di notte fino a Sanremo per prendersi gioco di questi italiani che vivono il giorno del giudizio. Ma chi punta il dito contro la società, e con che scopo? ...

Il signore delle mosche, Golding

Scritto da: il 27.11.08 — 6 Commenti
È sempre complicato parlare di un classico, una seccatura a dirla tutta, un po’ perché con ogni probabilità si è già detto tutto, un po’ perché hai sempre il dubbio che oh, comunque l’hanno letto tutti, dai. Invece poi parli un po’ in giro e scopri che non proprio tutti l’hanno letto, Il signore delle mosche. Che è naturalmente un gran libro, scritto da William Golding nel 1954. E altrettanto naturalmente un libro assolutamente inquietante. La vicenda comincia con un incidente aereo, in un periodo di tempo imprecisato nel mezzo di una qualche guerra mondiale, incidente dal quale si salvano alcuni ragazzi che si ritrovano così su di un’isola deserta senza alcun adulto a organizzarne l’esistenza e a garantirne la sopravvivenza. Le premesse di un ottimo romanzo d’avventura ci sono tutte e vengono comunque rispettate ma qui c’è molto di più perché ben presto il romanzo si trasforma in una cupa riflessione sulla natura umana… non solo sulla perdita ma sull’impossibilità dell’innocenza. I ragazzi sull’isola scoprono il lato più buio dell’animo umano, e nel giro di poco più di duecento pagine l’omicidio, il sangue, l’istinto brutale hanno la meglio su ogni tentativo di istituzione sociale. È chiaramente una meditazione fortemente pessimista sulla profonda natura dell’uomo e sulla possibilità che la razza umana stessa possa essere salvata dal progresso e dalla ragione ma, per quanto disturbante, suona profondamente vera. C’è una bella pagina in Cuori in Atlantide di Stephen King (un altro gran bel romanzo, by the way) in cui al giovanissimo protagonista, Bobby, viene regalata una copia del libro di Golding: “Che cosa c’è qui dentro che potrebbe mettermi nei guai?” Contemplava Il signore delle mosche con un’emozione nuova. “Niente da far schiumare la bocca”. Rispose sbrigativo Ted. Schiacciò la sigaretta in un posacenere di latta, andò al piccolo frigorifero e ne prese due bibite. Non ...

La possibilità di un’isola, Houllebecq

Scritto da: il 17.11.08 — 2 Commenti
Quando ho chiesto agli amici cosa leggere per approcciarmi ad Houllebecq due titoli sono stati suggeriti costantemente: Le particelle elementari e La possibilità di un'isola. Allora, guidata dal solo titolo, ho deciso di appropriarmi del secondo romanzo, date le discussioni sulla somiglianza tra il primo e La solitudine dei numeri primi di Giordano. Volevo infatti iniziare senza avere in mente diatribe. Così l'inizio è riuscito a spiazzarmi completamente: i miei amici sono stati tanto saggi da non dirmi nulla sul libro, per cui l'effetto sorpresa è stato perfetto; sin dalle prime pagine Houllebecq annuncia di essere un autore fuori dai soliti schemi, se mi può esser perdonato un cliché del genere. I titoli dei capitoli hanno un che di biblico, anche se nessuna attinenza poi con i testi sacri; distanza rafforzata dal continuo argomento sessuale, espresso però come dato quotidiano e obiettivo, meccanico. La descrizione di queste scene procede impassibile, senza brutalità o voyeurismi inutili tanto di moda: è già brutale l'argomento in sé. Ci si mette un po' a capire quale sia il protagonista, ma entro poche pagine si capisce che stiamo leggendo almeno due diari: il diario di un uomo che legge il diario di un suo avo. Da questo contrappunto di voci narranti si ricostruisce la trama di due uomini ed una umanità. Da un lato abbiamo il racconto di una vita durante la nostra società in declino, dall'altro quello di una vita successiva che tenta di immaginare, capire i suoi predecessori per trovare la propria via per l'ascesi. E, ovviamente, capire il funzionamento dei sentimenti umani. Il testo oscilla tra la fantascienza e la distopia, con rimandi che mi ricordano un po' i raeliani di qualche anno fa, fonte quasi certa di ispirazione considerando la data del romanzo  e le evidenti convergenze. Le conclusioni cui arriva, amare com'è giusto che sia, ...

Viaggio nell’oscurità – Un oscuro scrutare, Dick

Scritto da: il 01.09.08 — Comments Off
Aprendo qualsiasi romanzo di Dick si è portati a cercare quegli elementi fantascientifici che ne hanno caratterizzato l'opera. Nel caso di Un oscuro scrutare sarebbe una ricerca vana, nonché superficiale. Perché è vero che contiene qualche elemento futuribile, ma è solo una maschera metaforica per camuffare la contemporaneità che descrive. Il romanzo è infatti largamente autobiografico, il protagonista non è che uno dei volti dell'autore, nelle sue sfaccettature. Persino i comprimari sono ritagliati, per stessa ammissione di Dick, su suoi amici reali e sul loro vissuto comune. Il contesto, anche se sullo sfondo di un ipotetico futuro, o, più correttamente, di una ucronia distopica, è quello della cultura americana del '70, con i perbene da una parte e i tossici dall'altra. Questi ultimi, come paria moderni, vicini e intoccabili. E qualche persona, confusamente, a fare da ponte fra due realtà che desiderano primeggiare moralmente l'una sull'altra. Bob Arctor (actor, attore), il protagonista, è un personaggio manicheo, con un forte senso di giusto e ingiusto, e che sceglie, per seguire il giusto, il sentiero che lo porterà alla perdita di se stesso, rinunciando ad essere un individuo senziente; più che perdita, però, si tratta di perdizione. Perdizione è in effetti il termine esatto: il romanzo è infatti pervaso dal senso di colpa, di punizione e castigo divino, da un complesso impianto teologico di stampo cattolico, dichiarato dal principio sia nel citare i santi, sia nelle scelte ed argomentazioni dei personaggi. Bob si sdoppia e sceglie di stare tra i "peccatori", per scoprire la fonte del peccato, impersonato dalla Sostanza M. Se vogliamo è del libero arbitrio che si parla, il regalo e la condanna della scelta del proprio percorso. Nessuno dei personaggi è predestinato, anche se per tutti esiste un disegno. Nel progressivo smarrimento, dovuto alla droga M, Arctor perde la sua individualità, diventando molti sé, separati ...

Il condominio, Ballard

Scritto da: il 08.08.08 — Comments Off
Cosa succede quando si costringono gruppi più o meno eterogenei di persone in un macro-ambiente impersonale, forzandone la contiguità? E nella sottrazione sistematica di ogni moderna comodità, quali sono le tensioni primitive che affiorano? Questo tipo di domande ha tenuto occupati in passato sia saggisti, del calibro di Edward T. Hall, per citarne uno, sia romanzieri di grande valore, come William Golding. A domande del genere prova a rispondere anche Ballard nel romanzo Il condominio, riportandole non a studi prossemici né alla sociologia della tribù, bensì nell'alveo della contemporaneità, utilizzando come ambientazione un grattacielo. Il grattacielo, che di per sé è un gigantesco non-luogo, si pone già dalle prime pagine come microcosmo della società umana, fedele replica delle gerarchie sociali, che si rispecchiano nelle gerarchie abitative. Un mondo con raggruppamenti orizzontali e contrapposizioni verticali. Al vertice un creatore capriccioso, nelle vesti dell'architetto che ha progettato l'edificio, alla base l'antieroe, l'uomo primitivo; a riempire le zone di separazione una umanità sempre più "perfezionata". Ed un campionario di violenze, rappresaglie, ostilità che sembrano grottesche. Procedendo nella lettura il romanzo assume la forma di una forte distopia, volutamente caricaturale, ma dal sapore di vissuto. Cambia anche il rapporto tra sessi, passando da un dominio maschile ad una organizzazione matriarcale, fatta di donne succube da alcuni punti di vista e al contempo potenti. Un interessante contrappunto è quello tra trama e scrittura: più la prima scivola verso il tribale più la seconda si fa distaccata, quasi analitica, scientifica. Ad un mondo sempre più deformato corrisponde uno stile sempre più limpido, che funge da lente pulita dietro la quale osservare. Alcune atrocità narrate mi hanno lasciato un senso di disgusto forte, benché non diretto verso il libro quanto verso la società rappresentata, che ritengo non sia impossibile. Anche se per fortuna abbastanza lontana da farmi dire che non è ancora plausibile. Non sento di ...

Ineffabili teste d’uovo, Ferruzzi

Scritto da: il 08.07.08 — 3 Commenti
Non vi lasciate fuorviare quando vi diranno che la Ferruzzi scrive come la Nothomb, che il suo Ineffabili teste d'uovo somiglia a Orwell. Io l'ho fatto e ho sbagliato, perché la Ferruzzi, pur trattando argomenti "affini", ha uno stile tutto suo, particolare, pulito, sorprendente. Veramente notevole. Anche perché di cloni non si sente proprio il bisogno, le scritture imitative non hanno forza, cosa che invece questo romanzo ha in abbondanza. La scrittura qui è moderna, tagliente e a volte cruda, la costruzione è un continuo contrappunto di voci interiori ed esteriori, detto e pensato, che diverte mentre fustiga, parlando dell'altrove, il nostro mondo e tempo. La storia infatti è ambientata in un mondo che si intuisce contemporaneo ma dissimile, una ucronia appena accennata che fa da contorno ad un duello tra intelligenze; un mondo comunque vagamente distopico, indesiderabile ma anche piuttosto normale. La distopia però è quasi pretestuosa: è vero che nella realtà non esiste un sistema statale di repressione della cosiddetta "intelligenza eversiva", ma è anche vero che la nostra società impone pesanti sanzioni a tutti coloro che non sono "allineati". I personaggi sono caricaturali, tirati al massimo nei loro difetti; durante la Settimana Lavorativa si intrecciano matrone, giullari, servi, arrivisti, ognuno volto a trarre il massimo vantaggio personale dalla situazione in cui si sono forzatamente trovati. Solo la protagonista, Erma, è al di sopra, ha un obiettivo, uno solo, da cui non si lascia distogliere. In virtù di questo suo fine riesce a non farsi toccare, corrompere, lusingare, si mantiene salda e distaccata, assaporando ogni giorno il suo sforzo, spesso dal sapore amaro. fino allo scioglimento, che, personalmente, mi ha colto alla sprovvista. Mi ha ricordato l'abilità della Christie nel disseminare indizi e lasciare che il lettore si inganni da sé, giunga a conclusioni legittime ma false, colpendolo poi con la verità. Avevo ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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