Tutti gli articoli su dialogo

La ragazza delle arance, Gaarder

Scritto da: il 18.01.10 — Comments Off
Tempo fa una lettrice di Liblog scrisse per consigliare dei libri; incuriosita, me li procurai ma finirono in mezzo alla pila pericolante che sta sopra e intorno al mio comodino. Finalmente è arrivato il turno del primo, La ragazza delle arance di Jostein Gaarder, che si è rivelato una stupenda conferma. Avevo già apprezzato Gaarder per Il mondo di Sofia, di cui abbiamo parlato in passato, e forse temevo un po' la lettura di un altro suo romanzo: come con tutti gli autori che mi piacciono, un po' mi spaventa che possa essere stata una felice coincidenza mai più ripetuta. Ovviamente non è questo il caso. Il romanzo parte dal pretesto di una "scatola del tempo", un lungo racconto lasciato da un padre in punto di morte a suo figlio  Georg nel futuro, a cui il figlio stesso aggiunge note, riflessioni, puntualizzazioni. Così diventa quasi un dialogo tra il passato e il presente, in cui c'è un Georg lettore quindicenne e un Georg scritto di soli quattro anni, accanto al padre mentre digita la sua storia. Alternando tempo della scrittura e tempo della lettura, consapevolmente, ci si lascia catturare dai piccoli misteri disseminati lungo il testo e, anche se alcuni magari sono prevedibili, ci si trova rapiti a cercare di scoprire cosa sia davvero successo e chi sia questa ragazza delle arance. In realtà al di sotto di questa traccia c'è un interrogarsi profondo su quali sono le influenze che riceviamo in eredità, come si costruisce il nostro io e, soprattutto, che senso abbia. Il mondo di Gaarder è, come nel suo romanzo più famoso, un mondo magico, pieno di sorpresa, fiaba e destino, un mondo incantevole in cui anche ciò che accade apparentemente per caso ha un suo significato profondo, sebbene nemmeno i personaggi riescano a immaginarlo. Una storia che parla ancora una ...

Parola di Platone (Processo e morte di Socrate)

Scritto da: il 05.08.09 — Comments Off
[...] Dobbiamo prima di tutto star attenti che non ci capiti un certo caso poco piacevole. [...] Diventar misologi, cioè che insorga in noi avversione e antipatia per ogni discussione. Allo stesso modo altri diviene misantropo e ha avversione e antipatia per i suoi simili. Oh! davvero, non c'è sventura più grande di questa antipatia per ogni discussione. E l'uno e l'altro morbo, misologia e misantropia, sorgono in noi dalla medesima fonte. La misantropia si infiltra in noi [...] quando le delusioni si rinnovano frequenti, e proprio per opera di chi vorremmo amico intimo e fedele, si finisce, dopo tante delusioni, con un odio generale, ritenendo che assolutamente non ci sia in nessuno nulla di buono. [...] Chi tratta una medesima questione con argomenti in favore e con argomenti contrari finisce per esser convinto d'una sua straordinaria sapienza. Crede d'aver osservato lui solo che nessun fatto è sincero e stabile, che nessun ragionamento nemmeno, nulla di nulla; ma che tutte le cose, precisamente come nell'Euripo, in su e in già si volgono, e giammai in nessun istante, in nessuna occasione, hanno posa. Platone, Processo e morte di Socrate – Fedone

Me parlare donna un giorno

Scritto da: il 07.06.09 — 10 Commenti
Vi è mai successo, nel corso di una relazione, di avere come l'impressione che il vostro partner non capisse una singola parola di quello che intendevate dire? Di condividere i pensieri con gli amici/le amiche del vostro stesso sesso senza faticare ma non riuscire a far passare un semplice concetto dalla vostra testa a quella del vostro compagno/compagna? Ispirato quasi certamente al libro Me parlare bello un giorno, nasce un blog, Me parlare donna un giorno, che si occupa proprio di queste difficoltà comunicative tra i due sessi, partendo dal presupposto che sono effettivamente differenze reali e tangibili nel modo di strutturare lingua e pensiero. Questo dice Giulia Blasi, che si occupa appunto di impartire pratiche lezioni di traduzione tra le due lingue fondamentali, fornendo esempi pratici di dialoghi corretti e scorretti. Il punto della questione è che esiste un limite della comunicazione fra maschio e femmina, e quel limite è la cultura di appartenenza. Il vocabolario è lo stesso, ma il senso delle parole può essere radicalmente diverso a seconda del genere di chi le pronuncia. La cultura maschile, da sempre dominante in società, ha caratteristiche di direttezza e semplicità che non sono proprie della cultura femminile, da sempre avvezza alla discrezione. Una donna viene educata a suggerire, mai a dire: il linguaggio di una donna è un gioco di sponda, che tiene conto del contesto, dei precedenti, dei conseguenti, del tempo, della quadratura di Saturno, dell'indice Dow Jones e della salute di Steve Jobs. Da leggere rigorosamente in coppia, per riuscire a ridere sui propri vizi e sui tic. Valido sia per gli uomini, sia per le donne, comunque: sono convinta che si rispecchieranno esattamente in gran parte delle situazioni raccontate con brio e leggerezza dalla Blasi. E, se aveste qualche dubbio, potrete sempre lasciare una domanda alla docente, sarà ben felice ...

La città del sole, Campanella

Scritto da: il 08.12.08 — 1 Commento
A chiunque voi chiediate di suggerirvi un libro che tratti di utopia, nove volte su dieci avrete in risposta La città del sole, di Tommaso Campanella, benché sia un libro scritto nell'era della controriforma (intorno al 1600) da un ergastolano. Campanella infatti era un "rivoluzionario"; prima, per i suoi scritti, fu processato dall'inquisizione. Poi, per essere passato dalle parole ai fatti, cospirando contro il governo spagnolo perseguendo gli ideali di abolizione della proprietà e di creazione di una democrazia, fu incarcerato a vita. E, nonostante l'ingiustizia che potremmo percepire, questa carcerazione ci ha regalato i suoi scritti migliori, in più di un campo, come appunto questa utopia politica ancora piacevole e interessante da leggere. Come molti trattati dell'epoca si svolge in forma di dialogo, i cui personaggi sono un Cavaliere dell'ordine degli Ospitalieri e Genovese, un semplice nocchiero. Beh, poi, dialogo è una definizione un po' troppo rosea, diciamo che è un lungo monologo con una "spalla", l'Ospitaliere, che mi ricorda la passività degli interlocutori socratici (dici bene, o Socrate). In ogni caso per l'epoca il luogo immaginato da Campanella aveva una portata eversiva: beni in comune, studio diffuso delle arti e delle scienze, meritocrazia, abolizione del concetto di possesso, anche tra persone (fra' Tommaso infatti si addentra persino nelle questioni sessuali della città-stato che descrive). Ovviamente l'impianto filosofico è molto distante dalla sensibilità contemporanea, oscillando tra una forma di democrazia e la tirannide illuminata; ma stupisce quanta modernità riesca a inserirvi contestando gli usi del suo governo e della sua religione, esprimendo dubbi sull'aldilà e sul peccato originale, o in ultimo abbozzando una forma di parità tra sessi e dignità femminile. La città del Sole (che non è qui l'astro ma un appellativo del governante) si basa sulla conoscenza unita alla teologia, all'astrologia declinata come scienza, al rispetto ottenuto senza coercizione, al sacrificio umano volontario. ...

Parola di Nothomb (da Ritorno a Pompei)

Scritto da: il 01.10.08 — 2 Commenti
- Già. Nulla cambia! Per essere considerato un padreterno, basta che un sapientone d'intellettuale proferisca una frase solenne e oscura... - E ci sarà sempre tra la folla un cretino che, non capendo niente, decreterà che non c'è niente da capire. Davvero nulla cambia. Ritorno a Pompei, Amélie Nothomb

Ritorno a Pompei, Nothomb

Scritto da: il 30.09.08 — 2 Commenti
Ritorno a Pompei è un libro atipico: non ha l'aria classica del romanzo, quanto quella del testo teatrale, costituito da sequenze di dialoghi ininterrotte e un timido spezzone descrittivo come coordinata iniziale e finale, al di là di ogni corporeità. Ancora, non ha che due personaggi, costantemente in scena, dal principio alla fine; e delle volte è talmente surreale da mettere a dura prova la sospensione dell'incredulità del lettore. O meglio, da lasciargli il dubbio su cosa sia più plausibile. Per una volta, infatti, non sappiamo assolutamente nulla più dei personaggi, non una parola che, dal contesto, ci faccia intuire quale dei due sia nel giusto e quale si dibatta cercando di contestare la realtà. Il tema è dei più vecchi ed utilizzati nella letteratura, e non so dire quanti moderni libri lo abbiano sfruttato; il viaggiare nel tempo, la sua possibilità, l'ipotesi teorica, le aporie. Su queste ultime si concentra la Nothomb, nel sarcastico dialogo con il coprotagonista. Protagonista infatti è la stessa autrice, o comunque un suo alter ego letterario, faccia a faccia con il futuro per fare, come sempre, considerazioni sul presente. Ho avuto l'impressione che, scrivendo di archeologia e futuro, si sia presa delle piccole rivincite sul suo tempo, rifilando al contempo qualche stoccata ai suoi critici. Le domande che pone, i suoi dubbi e le sue curiosità sono le stesse di ciascuno di noi, questioni che non sappiamo e non sapremo mai dirimere, legittime ma errate nella loro formulazione; così affronta il Tempo, la Politica, la Letteratura, senza portarci comunque ad una soluzione. La forma dialogica rende il libro asciutto e snello, e forse l'essenzialità è uno dei caratteri peculiari della Nothomb. Lo stile è quello cui i suoi lettori sono affezionati: caustico e semplice, diretto, un po' surreale. Non mancano vere perle di ironia, che attraversano tutta la narrazione. Mistero per ...

Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Plastismi

Scritto da: il 08.08.08 — 2 Commenti
Non è una parolaccia, anche se forse un po' lo sembra. I plastismi sono quei "tic" verbali che sono usati e abusati tanto da aver perso la loro connotazione originaria. Parole spesso polisemiche, come roba o cosa, o locuzioni adattabili a qualsiasi conversazione. I plastismi emergono quasi sempre nel linguaggio colloquiale, nel parlato; a volte sono utili semplificazioni per evitare lunghe parafrasi e creare un immediato "sentire comune" tra gli interlocutori. Diverso è il caso della lingua scritta. Se quant'altro, a livello di, nella misura in cui, cosa e roba sono ancora accettabili nei discorsi, non lo sono certamente nella stesura di un testo, sia esso un romanzo o un saggio. Sono anzi una pericolosa scorciatoia che rischia di togliere senso invece di chiarirlo. Quasi sempre la nostra lingua possiede il giusto termine per comunicare un concetto in tutte le sue sfumature. Ricercare la parola più adatta non è un esercizio fine a se stesso ma una forma di rispetto per il proprio lettore; questo non implica, come molti credono, il  ricorso a formule obsolete e termini arzigogolati. Piuttosto si tratta di selezionare tra tutti i lemmi possibili quello che più esprime il proprio sentire, e confidare nella eccellente capacità espressiva della nostra lingua. Ed ecco quello che dice a proposito dei plastismi Ornella Pollidori Castellani nel suo ottimo La lingua di plastica: Tutti i plastismi hanno poi una caratteristica preoccupante: quella di far terra bruciata intorno a sé. Nel senso che, a furia di usare sempre le stesse formule preconfezionate, si disimpara a cercare di volta in volta la soluzione lessicale più adeguata a rendere una particolare accezione o sfumatura: in pratica, si disimpara la lingua, e si lascia che questa, sfruttata così poco e male, appaia impoverita e desolatamente gregaria.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
Design & GUI by Mushin | Many Thanks to FamFamFam (icons) & Komodomedia (icons) & chrfb (icons) | WebStrategist (area test) | Hosted by MediaTemple