
E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.
Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?
Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.
Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.
Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.
Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.
E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.
Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.
Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.
Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.
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Cosa hanno in comune un presentatore televisivo molto famoso, una ragazza problematica e forse un po’ tocca, un giovane musicista fallito e una signora di mezza età con un figlio disabile? Probabilmente nulla, a parte che tutti loro, sconosciuti l’uno all’altro, scelgono lo stesso preciso momento per suicidarsi. Così, quasi con imbarazzo, si ritrovano, la sera di Capodanno, in cima a un palazzo londinese con l’intento di buttarsi di sotto…
In Non buttiamoci giù di Nick Hornby, i nostri non si butteranno e inizieranno invece un percorso collettivo verso il recupero delle loro vite allo sfacelo: un percorso casuale, assolutamente non premeditato, da alcuni di loro neppure voluto eppure, incredibilmente, terapeutico per tutti.
Non fatevi ingannare dal contesto drammatico della vicenda: lungi dall’essere un lacrimevole racconto di vite disperate, Non buttiamoci giù è piuttosto la vivace e brillante introspezione di quattro personalità molto particolari.
Così troviamo Martin, una volta ricco e famoso, caduto in disgrazia per un’avventura sessuale che gli è costata famiglia e carriera. Quasi sua coetanea, la timida Maureen ha vissuto una vita di ragazza madre con un figlio disabile che l’ha stremata, soprattutto nell’anima. È questo che un bel giorno la conduce sull’orlo di un cornicione.
Jesse è la figlia tutt’altro che accomodante di un politico, che sceglie di reagire a modo suo al dramma che ha segnato la sua famiglia. Per lei tutto è un gioco, anche il suicidio. JJ è un giovane americano ha visto fallire il sogno della sua vita: il suo gruppo musicale si è sciolto e la sua ragazza l’ha lasciato per un altro.
Nick Hornby sceglie di raccontarci la storia alternando i vari punti di vista dei protagonisti, introducendo ogni capitolo con il nome di colui che parlerà ai lettori. Il risultato è che cambia ogni volta sensibilmente il modo di scrivere, che seguirà inevitabilmente il flusso dei pensieri- a volte non coerente- del narratore.
Ma soprattutto, ne seguirà il lessico: esso diventerà per esempio scurrile e un po’ sgrammaticato, se parliamo di Jesse. Pomposo e a tratti artefatto, quando la palla passa a Martin. E così via via nel susseguirsi nella vicenda, tanto che introdotti un po’ nella lettura vi sarà facile capire chi parlerà anche senza leggere il titolo del capitolo.
Nonostante il tema all’apparenza deprimente, ve la consiglio come lettura in un momento no. Se temete di trovare buonismo e morale spicciola su quanto la vita sia preziosa, vi tranquillizzo: non ne troverete traccia. Piuttosto, avrete tra le mani una gran bella storia scritta ancora meglio e con tanto, tanto senso dell’umorismo. Che forse, di questi tempi, non è poi così poco.