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Le pietre magiche di Shannara, Brooks

pietre di shannaraTutti noi che amiamo leggere, abbiamo libri che rileggeremmo all’infinito, mentre altri li rivedremmo solo per noia. Io vado oltre: ci sono libri che amo rileggere spesso… ma solo per metà. Oggi vi propongo un classico del fantasy con cui ho un tale rapporto: Le pietre magiche di Shannara, secondo romanzo della prima trilogia del prolifico Terry Brooks.

La storia inizia due generazioni dopo le vicende del primo libro. Nella terra degli elfi l’Eterea, il mitico albero che ha esiliato i demoni, comincia a morire. Allanon, l’ultimo druido, rivela che il solo modo per salvare il mondo dall’invasione è immergere il seme dell’albero nel fuoco di sangue.

Solo la giovane eletta Amberle può farlo e il solo che può proteggerla è Wil Ohmsford, nipote di Shea e detentore delle pietre magiche. Mentre i due partono per la disperata missione, l’esercito elfo si prepara a rallentare l’immenso esercito di demoni. Ma Allanon non ha detto tutta la verità…

Come vi dicevo ho un rapporto conflittuale con questo libro. La parte che preferisco è la lunga battaglia contro i demoni. Perfetta, quasi epica e dominata da personaggi carismatici come il principe Ander Elessedil o l’irriducibile Stee Jans. Al confronto le avventure di Wil e Amberle tra zingari, mostri e streghe impallidiscono. Ma anche in queste ho trovato scene di un certo pathos, specie quelle in cui sono inseguiti dal terribile Mietitore. Naturalmente è una questione di gusti ma secondo me Brooks dà il meglio nelle scene di combattimento.

L’approfondimento psicologico è molto curato in ogni parte del libro. Dei protagonisti conosciamo continuamente i pensieri e ne possiamo appezzare l’intima maturazione: tutti loro affrontano il loro personale demone interiore e, alla fine, accettare la verità e il loro destino.

Che dire? Questo classico del fantasy ve lo consiglierei solo per le epiche battaglie e gli inseguimenti mozzafiato. Ma ci sono anche altre cose che gente più sensibile di me apprezzerà sicuramente. Nel complesso è un libro che un amante del genere non può che amare… almeno per metà.

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Scritto da: Axel Raven il 21 Gennaio 2010
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Finché non cala il buio, Harris

finché non cala il buioA quanto ci è dato sapere fino ad ora, la serie Southern Vampires della scrittrice americana Charlaine Harris è composta da nove romanzi e se la traduzione italiana continuerà con gli stessi ritmi serrati di adesso, presso la Delos Books raggiungeremo presto la pubblicazione oltreoceano.
I vampiri sono in gran rispolvero, è noto a tutti e credo che ormai siano più di moda di Victoria Beckham.

E anche se conosco a memoria più di una puntata di Buffy e posso perdere un pelo il lume della ragione davanti a due canini (appuntiti), non posso dire di essere una grande fan di quello che è stato scritto sull’argomento negli ultimi anni. Non ho letto molto di quanto è passato in libreria e anche quel poco mi è sembrato per la maggior parte carta per il fuoco: visto che non ritengo giusto annoiarvi su ciò che mi ha schifato vi dirò solo che il libro a mio parere migliore degli ultimi anni sull’argomento è Lasciami entrare di Lindqvist, già recensito dal nostro elfo qua su Liblog.

I vampiri della Harris sono di tutt’altro genere, nel loro modo senza pretese sono una lettura distensiva e piacevole, avvicinandosi forse ai primi – e secondo me migliori – libri di Laurell Hamilton.

Nel primo della saga, Finché non cala il buio, Sookie Stackhouse è una giovane cameriera che vive a Bon Temps, piccola cittadina della Louisiana: ha un corpo strepitoso ma il brutto vizio di riuscire a leggere nella mente delle persone, e questo le crea un sacco di problemi con le relazioni sentimentali.

Il risultato è che non esistono per lei queste relazioni finché non conosce Bill, il suo primo vampiro: come le sottolinea la sua amica Arlene, forse un non-morto non è una scelta sentimentale consueta, ma avete presente provare a fare sesso con una persona quando neanche in quel momento riuscite a uscire dalla sua testa? Sookie scopre che le menti dei vampiri le sono precluse e quando Bill si rivela un immortale in fondo ammodo, sente che per la prima volta nella sua vita ha incontrato una persona con cui potrebbe stare.

A poco a poco finisce per innamorarsi di lui, finendo suo malgrado coinvolta nelle vicende vampiresche: Eric infatti, lo sceriffo di Bill, che non è sopravvissuto diversi secoli perché è stupido, capisce molto presto quanto le capacità di Sookie possano fare comodo alla sua congrega e ne approfitterà senza pietà, facendo leva sull’autorità che ha sul suo ragazzo morto…

Le avventure di Sookie Stackhouse e del gruppo di creature magiche che si muovono intorno a lei sono frizzanti, piene di brio, dal rimo incalzante e dalle trame e dai personaggi ben costruiti. Non potranno forse concorrere per il premio Pulitzer ma sono divertenti, e il divertimento è una delle prime cose che si pretende da libri del genere.

C’è poi da dire che i vampiri della Harris, in controtendenza con le abitudini degli ultimi anni, sono dei pericolosi e bastardi succhiasangue che dormono di giorno, temono la luce, l’argento e i paletti. Cari e vecchi demoni da cui stare alla larga, insomma. Persino Bill, che all’inizio ci fa temere un’altra storia d’amore tra mortale e vampiro da carie ai denti, si dimostra tutt’altro che uno stinco di santo, se mi perdonate il gioco di parole…

Purtroppo anche qua i vampiri hanno l’abitudine di lasciarsi andare ad evoluzioni erotiche evidentemente precluse a noi comuni mortali, ma su questo dobbiamo ormai rassegnarci, con buona pace di Anne Rice e dei suoi vampiri -quasi- asessuati.

Da leggere un libro dopo l’altro, in tante domeniche pomeriggio di questo lungo inverno appena iniziato, per staccare la spina da settimane molto impegnative con delle letture che di impegnativo non hanno nulla.

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Scritto da: Only il 9 Dicembre 2009
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Esbat, Manni

Esbat Esbat, ManniPiù volte navigando in internet mi sono detta che certi ragazzi – autori sconosciuti di fan fiction (abili cioè nello sviluppare trame alternative per serie di anime, telefilm o libri molto amati) – meriterebbero la pubblicazione più di molti nomi che siamo ormai abituati a vedere sugli scaffali delle nostre librerie. Fino ad oggi, però, sembrava che la categoria dei “fanwriters” fosse relegata alla letteratura di serie B, senza alcun riconoscimento se non le dichiarazioni di stima dei lettori dei siti dedicati.

Finalmente questo muro di gomma si è rotto, grazie a Lara Manni ed al suo Esbat, che in origine era una fan fiction su Inuyasha (alzi la mano chi non conosce il mezzo demone con le orecchie canine creato da Takahashi Rumiko. Se proprio non vi viene in mente potete documentarvi su wikipedia), ma che ha finito poi per discostarsi dalla traccia originale per arrivare alla stesura di un racconto particolare ed avvincente.

Esbat è il nome con cui nella wicca viene chiamato un rituale che può compiersi solo con la luna piena e attraverso cui, in questa storia, il demone Hyoutsuki (Luna di ghiaccio) esce dal manga in cui è relegato perché desidera che l’autrice modifichi un finale che lo vedrebbe perdere le sue caratteristiche originali per diventare una spregevole imitazione di essere umano da cuore tenero.

La disegnatrice giapponese, chiamata solo Sensei (maestra), ha infatti il potere di interferire tra le dimensioni e modificare mondi che lei crede di aver inventato ma che esistevano già da prima. La donna non può fare a meno di innamorarsi del demone, così freddo e perfetto da scatenare la follia in chi lo guarda. Allo stesso tempo si intrecciano le storie di alcuni fan giapponesi, e di due ragazzi italiani appassionati al fumetto; in particolare si sviluppa la vicenda di Ivy, un’adolescente infelice, che ha anche lei a sua insaputa il potere di modificare i mondi e potrebbe diventare dunque facile preda per lo spietato Hyoutsuki.

Anche se la trama principale segue l’ossessione della Sensei, sento di poter definire Esbat come un romanzo corale in cui le varie voci si uniscono a creare un insieme omogeneo. Lodevole è il tentativo di combinare due realtà così diverse come l’Italia e il Giappone e a questo proposito devo muovere il mio piccolo appunto (niente più che un’impressione personale, dato che ho studiato giapponese all’università): le ambientazioni ed i personaggi sono ottimi nella loro caratterizzazione; ciò che suonano un po’ troppo “occidentali” sono i riferimenti a cui tali personaggi si rifanno. Si tratta infatti di poesie, canzoni, citazioni italiane o americane e questo – come chi ha vissuto in Giappone ben sa – è un po’ forzato.

Ciononostante, non si ha mai l’impressione di avere tra le mani un testo su cui l’autrice non abbia lavorato, al contrario. È chiaro il processo di studio sulle espressioni, persino sui nomi propri, nonché sulle differenze di linguaggio adatte per trasmettere le disparità culturali e sociali tra i vari personaggi ed infatti l’insieme funziona e si trasforma in una storia cupa, che si affaccia al confine tra l’horror ed il fantastico senza mai acquietarsi, senza mai annoiare.

Anche alcune tematiche come l’opposizione tra il caos e l’ordine (già viste in Pan del bravo Dimitri), la stregoneria, la facilità con cui gli adolescenti possono scivolare in sentieri sbagliati hanno una loro importanza e vengono toccate con serietà, pur seguendo il filo della narrazione principale. E Lara non ci fa mancare nemmeno una strizzatina d’occhio a Stephen King e alla sua “Carrie”, nei personaggi di Ivy e della compagna di scuola, Chris.

In conclusione: Esbat è un bel libro per tutti gli amanti della letteratura fantastica e una prova che la mia generazione – cresciuta a pane e cartoni animati giapponesi – sta affilando le armi per dimostrare che ci sono elementi capaci di buona letteratura. Se questo è un apripista, ho ragione di intravedere un futuro più roseo di quanto avessi osato sperare.

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Scritto da: Elfo il 1 Settembre 2009
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I diavoli di Loudun, Huxley

I diavoli di loudun – Aldous HuxleyAlcuni periodi della nostra storia restano sempre piuttosto oscuri e – forse a maggior ragione per questo – affascinanti. Così è, sicuramente, per la “caccia alle streghe, una pratica non esclusivamente medievale, in questo caso documentata da Huxley nei Diavoli di Loudun.

A metà fra saggistica e narrativa, infatti, racconta gli avvenimenti della città di Loudun, in cui la possessione demoniaca colpisce un intero convento. Basato su vicende reali, sulle quali Huxley compie un’attentissima ricerca storica, il libro è una cronaca piuttosto fedele, con spazio all’immaginazione per i dialoghi e i pensieri dei protagonisti.

La trama sembra essere davvero fantasiosa, salvo poi scoprire che attinge a numerosissimi documenti dell’epoca (circa metà del XVII secolo): un parroco dalla doppia vita diventa il centro dell’interesse della superiora del convento delle orsoline, che resta insoddisfatta, però, nel suo desiderio di licenziosità. Al rifiuto oppostole del prete, che non vuole essere coinvolto, finge che il suo attacco isterico sia una manifestazione di diavoli.

Grande protagonista, in questo caso, è anche la folla, con i suoi propri umori, le sue agitazioni, le parole che, di bocca in bocca, diventano certezze e infine armi. Una collettività che perde ogni caratteristica umana per diventare massa di volta in volta inferocita o mite, a seconda di come viene istigata dal clero o dagli interessi di pochi.

L’autore lascia molti margini di incertezza, o interpretazione personale: non si riesce a stabilire se il comportamento della suora sia frutto di premeditazione o di autoconvincimento; e Grandier, il punto focale dell’inchiesta, è descritto come un uomo turbato ma che, proprio per questo episodio, recupera una sua etica.

Al di sotto di questa narrazione ce n’è una sicuramente più interessante, che racconta delle trame politiche, dell’ascesa dei gesuiti, delle lotte intestine in seno alla chiesa, del potere non solo spirituale, ma soprattutto economico delle diverse curie. Si accenna anche, marginalmente, alla figura di Richelieu, che già nel 1631 (tempo dei fatti) è all’apice della sua carriera temporale.

In ultimo, come accade spesso nei libri di Huxley, troviamo un’appendice che spiega nel dettaglio motivi e temi, il desiderio di “uscire da sé”, la voglia di trascendenza e il ricorso a metodi non ortodossi per ottenere questo stato a cavallo tra l’ebbrezza e il mistico. E, ovviamente, la ricca bibliografia che è stata il fondamento del libro.

È un viaggio nella mente dell’uomo, oltre che in un periodo storico misconosciuto, un viaggio che è piacevole intraprendere per capire il successo di alcol prima, droghe poi, e televisione adesso.

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Scritto da: Livia il 7 Agosto 2009
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Supernatural: origini, Johnson e Smith

Supernatural: originiGli appassionati del telefilm Supernatural che ancora lo ignorano saranno probabilmente felici della notizia: un paio di mesi fa anche in Italia è arrivata, edita dalle edizioni BD, la graphic novel Supernatural: origini, tratta dalla famosa (almeno dagli States) serie televisiva.

Come si intuisce facilmente dal titolo, nasce come prequel della prima stagione per stuzzicare la curiosità dei fan su cosa accadde quando morì Mary e suo marito John Winchester divenne cacciatore di demoni. Ma facciamo un passo indietro e iniziamo dal principio (o per meglio dire dall’inizio del telefilm), per chi è digiuno della storia.

Supernatural ha per protagonisti i due figli di John e Mary, Sam e Dean, che dal padre (disperso e forse morto) ricevono l’eredità scomoda della sua missione. Diventano a loro volta persecutori delle creature infernali; per giustizia ma, soprattutto, per perseguire la vendetta personale nei confronti degli esseri che hanno sterminato la loro famiglia e l’amore della vita di Sam. Questo il telefilm.

Il fumetto invece inizia parecchi anni prima, quando un giovane John Winchester assiste impotente alla morte della moglie per combustione spontanea. Rimasto vedovo con due bimbi piccoli, John apprende l’esistenza dei demoni e, guidato dalla sua sete di vendetta, diventerà loro sterminatore per cercare di arrivare all’unica, sfuggente creatura che gli ha rovinato la vita.

Uno degli aspetti positivi del fumetto è proprio quello di affrontare alcune delle questioni irrisolte in TV: perché Mary è morta? Era lei la vittima designata? Chi era John prima di diventare il freddo assassino votato alla sua causa? Perché iniziò a tenere quel diario poi trovato dai figli?

Le tavole dal tratto un po’ stilizzato (forse troppo, per il mio personalissimo gusto) sono accompagnate da una storia che risponde a queste domande, allacciandosi in maniera molto naturale alla serie televisiva ma senza prenderla come acquisita.

Ha infatti il pregio di rendersi appetibile ai cultori del fumetto horror ma completamente estranei al telefilm perché, partendo dal principio, non dà nessuna conoscenza per scontata. Per i lettori la famiglia Winchester arriva alla prima pagina dell’albo, con dei disegni che si discostano, sono certa volutamente, dagli attori in carne e ossa. Il disegno è messo in risalto dai colori foschi di Mettler, proprie del fumetto del genere, e i cultori del telefilm vi ritroveranno pari pari le stesse atmosfere cupe e un po’ disperate.

Una lettura piacevole, adatta a queste afose sere d’estate. In attesa che arrivi il fresco e con esso la voglia di dedicarsi a libri più impegnativi.

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Scritto da: Only il 5 Agosto 2009
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Melodia, Bonfanti

Melodia, thriller, daniele bonfantiOrmai lo saprete, non sono esattamente una fan dei thriller. Ma quando ho bisogno di staccare, di alleggerire la mia giornata, mi dedico a letture profondamente di genere, come, in questo caso, Melodia di Daniele Bonfanti.

Gli elementi del thriller ci sono tutti, il mistero sulle origini, il pericolo mortale, l’azione concitata che spezza la linearità della vita del protagonista; a questi si va ad aggiungere l’elemento esoterico, la ricerca della Verità celata.

L’intreccio, fedele al suo nome, è molto intricato, formato da un canto ed un controcanto distinti che compongono un unico quadro: da un lato una storia di angeli, demoni e profezie, dall’altro la Storia della terra e il suo senso.

La narrazione procede affrontando i grandi misteri irrisolti della storia umana, dall’Ordine dei Templari alle dettagliate conoscenze astronomiche delle antiche civiltà, ripercorrendo per gran parte anche la storia del cristianesimo.

Presenza importante, come nella vita dell’autore (che si è ritagliato un cammeo nel libro), i felini, che sono non solo comprimari ma personaggi fondamentali nello sviluppo della trama, e il cui ruolo si chiarisce solo al termine del romanzo.

Lo scioglimento infine ha il sapore del sogno o dell’illusione, quella sensazione di avvenimento da dormiveglia, che lascia una patina di sospensione e incertezza aggiuntiva, velando invece di svelare.

La scrittura è sintetica, diretta, rapida, benché alcune volte, data la corposa quantità di informazioni, sia necessario rallentare un po’ il passo della lettura, specie per chi non è particolarmente incline a questi temi o non ne abbia conoscenza.

Nell’insieme un libro intrigante, da leggere, come ho fatto io, in una giornata uggiosa, con una coperta addosso e il proprio animale da accarezzare. In questo caso, meglio se gatto.

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Scritto da: Livia il 27 Novembre 2008
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