Il mio primo contatto con gli scritti di Barthes risale ai tempi dell'università: fra i tanti autori in programma, è forse l'unico che io legga tuttora e con sincero piacere, dal breve saggio su Arcimboldo ai Miti d'oggi, fino a quest'ultimo letto, La camera chiara.
Col suo abituale approccio semiotico Barthes cerca di dare risposta ad un quesito arduo: quale categoria distintiva possiede la fotografia come forma d'arte autonoma? O, più semplicemente cos'è la fotografia "in sé"? La fotografia parla di un qui e ora, ma ha un valore artistico al di là della pura denotazione.
Citando ed opportunamente riportando numerose fotografie Barthes spiega, seguendo una logica stringente e progressiva, quali siano gli inganni retorici da cui liberarsi per procedere ad una analisi coerente. Primo passo: la selezione del corpus.
L'autore sceglie infatti scatti non incidentali, bensì ragionati, di grandi o sconosciuti Operator (in contrapposizione con lo Spectator, latinismi per definire chi "fa" e chi "fruisce"), senza tentare di scomporre l'immagine per ricavarne il senso: guardandola, come dice, "ad occhi chiusi".
Può sembrare un'assurdità ma è l'unico modo per scindere lo studium dal punctum, da lui definiti inizialmente: mentre lo studium è un tipo di sguardo applicabile ad ogni arte, poiché è la decostruzione per assemblare il senso, il punctum è il reale che irrompe dalla foto involontariamente.
Dopo queste prime distinzioni arriva una bella digressione in cui compara fotografia e cinema e successivamente confronta i caratteri della foto pornografica e di quella erotica, cogliendo aspetti sottili e trascurando gli aspetti evidenti ed ovvii.
Nella seconda parte il saggio attinge alle immagini personali, non pubbliche quindi, per continuare il percorso verso l'eidos (la natura) della Fotografia. È questa la parte in cui la scrittura diventa più sentita e personale, coinvolgendo i ricordi del saggista.
Infine giunge una lunga e bella analisi del rapporto fra Fotografia e morte, ...