Tutti gli articoli su critica

Dov’è la Letteratura? Scritture a perdere, Ferroni

Scritto da: il 17.06.10 — 8 Commenti
Che sberle, ragazzi! Degne dei migliori Bud Spencer & Terence Hill. E non sono finte. In questo suo Scritture a perdere Ferroni mette a nudo senza delicatezze e pudori alcuni aspetti della macchina letteraria, sottolineando il connubio in essa insito tra marketing, mass-media e tutto quanto possa servire (e asservire) il consumismo editoriale (e non solo), lasciando in questo modo alla Letteratura (con la L maiuscola), e chi la produce il tempo che trovano o un lento immiserirsi fin quasi a sparire. Ad essere “postuma”, come dice l'autore. Non che la produzione letteraria odierna e recente sia tutta da buttare ma è piuttosto dettata dalle leggi dell'apparire, piuttosto che da quelle dell'essere. È chi riesce in qualche modo a “far notizia”, audience, ad apparire, appunto, in TV, nei talk show, nei dibattiti l'Autore che viene pubblicato e ha successo e – ancora apparentemente – qualcosa da dire al mondo. Se lo scrittore è in balìa di questi meccanismi produttivo-mediatici, anche la sua funzione pedagogica nei confronti del pubblico e, quindi, della società, viene meno. A sostegno di questa sua tesi, Ferroni menziona e parla di alcuni autori che negli anni recenti han molto fatto parlare di sé. In questo contesto, anche la funzione della Critica è smorzata e, lungi dall'esser “militante”, non si perita neanche di offrire una guida, un confronto. Tutto questo toglie spazio ad altri scrittori che, pur non essendo forse tanto noti, avendo certamente meno visibilità, offrono prodotti di maggior sensibilità, spessore e profondità. La produzione letteraria, soprattutto di romanzi, è inflazionata ed eccessiva al punto da rendere pressoché impossibile distinguere ciò che è valido da ciò che non lo è. È non solo “tanta” ma, in più, è appiattita sull'estetica imposta dai mass-media che “plasmano” il mondo e, con esso, il gusto del pubblico. C'è qualche possibilità di uscita? Dopo ...

Lei m’insegna, Goldoni

Scritto da: il 21.01.10 — 3 Commenti
A metà degli anni ‘80 Luca Goldoni era uno scrittore molto popolare. Firma nota del Corriere della sera, parmigiano, giornalista brillante ed arguto, con un passato di cronista ed inviato di guerra, divenne piuttosto famoso per una serie di libri che raccoglievano considerazioni ed aneddoti sugli italiani, sui loro costumi e malcostumi, in maniera garbata ma puntuale, sempre sul filo dell’ironia se non dell’umorismo vero e proprio. Li pubblicava Mondadori prima, Rizzoli poi, con cadenza annuale, e anche se poi cambiò un po’ obiettivo, spostandosi su argomenti più specifici, l’appuntamento con I libri di Luca Goldoni fu per un certo numero di anni un mio appuntamento fisso con la libreria. Lo scrivo con la maiuscola, "I libri di Luca Goldoni", perché presso Mondadori vi era proprio una collana dedicata così intitolata. C’erano poi le sovraccoperte, bellissime, illustrate da Ferruccio Bocca, altro nome strettamente legato a quell’epoca e a quei libri. Vi parlo in questa occasione di Lei m’insegna, che è un titolo paradigmatico di quella produzione e credo anche uno dei più fortunati commercialmente. Il titolo era preso, come d’abitudine, da un modo di dire, da una formula retorica usata ed abusata, di quelle che si impiegano per farsi dare ragione in una discussione. Sì perché il tono è quello dell’amabile conversazione, del brillante scambio di vedute, un racconto ironico con cui smascherare, con acume e humour, i vizi eterni degli italiani. Certo vi si racconta l’Italia degli Eighties, l’Italia degli yuppie, del debito pubblico, dell’inflazione a due cifre, un Paese dove gli anni ‘70 erano ancora molto presenti ma anche il riflusso, la Prima Repubblica, Jerry Calà già uscito dai Gatti di Vicolo Miracoli, il craxismo, il Mondiale di Spagna appena vinto, l’Avvocato, noi che diventavamo grandi… tutte cose che non ci sono più. O almeno in parte. C’è in questo libro lo spirito ...

Il successo di aNobii, da Antefatto

Scritto da: il 04.01.10 — Comments Off
A che imputare questo successo? Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un Paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre più oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione è quanto meno rivitalizzante. Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la “morte della critica militante”. Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori (“e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale”? mi sono spesso domandato). Antefatto, aNobii: critici addio, la recensione la facciamo noi

Il bello, il brutto e il sublime – Attentato, Nothomb

Scritto da: il 29.06.09 — Comments Off
Ogni tanto ho bisogno di leggere un autore collaudato, sulla cui arte e qualità essere tranquilla a priori. Così sono di nuovo alle prese con Amélie Nothomb, stavolta attraverso il romanzo Attentato, breve e denso come d'abitudine. A dispetto del titolo non si parla né di terrorismo né di rivolte armate. Questa volta il tema centrale è il rapporto tra bello, brutto e sublime, dilemma filosofico antico e mai risolto – meglio ancora, irrisolvibile. Attualizzato, però, è tutt'altro che una dissertazione sui massimi sistemi: è reso vivo attraverso le incarnazioni dei personaggi principali, Ephiphane, Ethel e Xavier. Da un lato Ephiphane Otos, il cui nome è più che simbolico, dato che la sua faccia somiglia in modo tragicomico a un grande orecchio; Otos è il brutto per antonomasia: deforme, piagato, inguardabile. Viene spesso accostato al brutto per antonomasia, Quasimodo, di cui però non possiede la purezza d'animo e l'ingenuità. A fargli da contraltare Ethel, che è il sublime: non bellissima, non perfetta secondo canoni stabiliti, ma in grado di suscitare sentimenti "alti" nel nostro osservatore". Infine Xavier, canonicamente bello e al contempo pieno di difetti morali, intellettuali e sentimentali che portano a disdegnarlo subito. Arrogante, presuntuoso, vacuo, falso, egoista; potete continuare aggiungendo altri appellativi deteriori, andranno bene quasi tutti. Come sempre nei romanzi della Nothomb sono figure forti, intorno alle quali figurano di tanto in tanto piccole comparse. Dall'interazione di questi tre personaggi si dispiega un intero discorso sull'amore, una critica pungente alla superficialità della nostra società, un'analisi impietosa dei costumi del jet-set e dell'élite culturale, con una sagacia e leggerezza cui ormai siamo avvezzi. Leggendo il diario di Otos, la sua lunga confessione a cuore aperto, finiamo col condividere il suo punto di vista, il suo modo, persino il suo amore. Finché non arriva la spiazzante parte finale, l'unica possibile (che per ovvie ragioni ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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