Tutti gli articoli su critica letteraria

Fight Club, Palahniuk

Scritto da: il 13.04.10 — 13 Commenti
“La prima regola del Fight Club è che non si deve parlare mai del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è che non si deve parlare mai del Fight Club…” ma io sono coraggiosa e ve ne parlo stesso. Il romanzo d’esordio di Chuck Palahniuk (in Italia edito da Mondadori) era già un caso letterario negli Stati Uniti ben prima che Hollywood ne facesse un successo cinematografico con il bravissimo Edward Norton e Brad Pitt in stato di grazia. La visione del film è stata per me piuttosto utile per la comprensione del libro, benché mi abbia privata del colpo di scena finale. Il fatto è che Fight Club è delirio. Delirio intelligentissimo, secondo me. Il protagonista è un impiegato assicurativo frustrato, con disturbi nevrotici che lo privano del sonno. La sua vita viene sconvolta da due incontri fatali: il primo con Marla Singer, una donna ancora più nevrotica, che lo attrae e allo stesso tempo lo infastidisce per il suo essere così simile a lui, il secondo con Tyler Durden, aitante e anticonformista produttore di sapone, nonché genio antisociale. Con quest’ultimo nasce un’amicizia così intensa da diventare simbiosi: i due vanno a vivere in una casa fatiscente ed insieme creano una sorta di associazione per soli uomini, cioè un “club del dopolavoro” in cui i partecipanti sono indotti a combattere tra loro a mani nude. Il patto solidale tra i due uomini non si rompe nemmeno quando Marla si innamora di Tyler ed il “Fight Club” raccoglie adepti e simpatizzanti un po’ ovunque, tuttavia ben presto l’ex assicuratore si accorge di come il fascino carismatico del suo amico e la fede cieca che ispira nei suoi seguaci non sia privo di pericoli, specie perché ben presto il “Fight Club” si trasforma in un’ organizzazione sovversiva di stampo ecoterrorista. E ...

Re Censori

Scritto da: il 23.11.09 — 26 Commenti
Ogni tanto sbrocco, lo sapete, quindi quello che segue è il mio ennesimo vaneggiamento. Io mi considero un consigliere: non ho il titolo e l'arroganza per considerarmi un recensore, anche se ogni tanto uso – del tutto impropriamente – il termine. Mi piace condividere con gli altri il perché e il quanto mi sono piaciuti dei libri. Mi è capitato, nella scorsa settimana, di cercare informazioni su un libro particolare, il cui titolo mi ha molto incuriosita. Com'è ovvio ho cominciato a fare qualche ricerca sul Web, ma stavolta senza partire da aNobii. Mal me ne incolse. Volevo solo capire un poco di che parlasse e se era piaciuto a qualcuno, e invece mi sono imbattuta in sbrodolamenti dell'ego di chi si crede Re-Censore. Una volta Elfo mi disse che siamo tutti capaci di scrivere una frase come "Questo perché siete legati a realtà idiosincratiche e la vostra psiche è amalgamata in dimensioni pseudomaterialiste, ma archetipiche...". Loro ne riempiono pagine intere, di frasi che nascondono il senso invece di svelarlo. Ma chi cerca una recensione, perché la cerca? Probabilmente, la butto lì, la cerca per capire "di che parla" e "come è scritto", appunto. Per trovare una persona che, senza mettersi su un piedistallo, dica concretamente se quel libro ci può piacere o no; sbagliando, magari, ma dando delle indicazioni. Oggi ho letto una mezza dozzina di recensioni saccenti, scritte da persone fortemente scolarizzate ma – a mio parere – culturalmente povere: la saccenza non è certo un indizio di animo raffinato. Ho deciso di far finta di non averle lette, ma se dovessi giudicare da quelle non sfiorerei il libro in questione nemmeno da lontano. Questi Re Censori partono da pochi assiomi: "Se piace al volgo allora a me non piace". – Per dire, confesso che ho molto amato la saga di Harry Potter. Moltissimo. Citare ...

Le belle storie si raccontano da sole, Fitzgerald

Scritto da: il 07.11.08 — Comments Off
Mi capita sovente, ormai, di comprare libri "per disguido": cerco un libro di un autore e ne trovo uno simile, non ricordo il titolo e vado per associazioni mentali, e così via. In questo modo mi ritrovo per le mani un libro di aforismi di Fitzgerald, Le belle storie si raccontano da sole. Il sottotitolo annunciava Consigli agli scrittori, ai lettori, agli editori, mentre in realtà sono stralci di lettere, di romanzi, organizzati da Phillips, nemmeno citato in copertina (solo in interno), secondo criteri di contenuto. Volontariamente o involontariamente Fitzgerald ha parlato spesso di scrittura, tanto da rendere abbondante e significativo il materiale di questa raccolta; anche lui parte dal consiglio di base che danno sempre tutti, forse perché l'unico efficace: prima di scrivere leggere qualsiasi cosa, buona, scadente o media. Più che il valore dei consigli in sé, più o meno uguali a quelli di ogni altro scrittore e da prendere sempre cum grano salis, è interessante "sbirciare" nelle sue lettere e cogliere parti del suo carattere e della sua storia personale. Mi ha divertita constatare che Fitzgerald, in modo simile a molti altri autori, non credesse nella forza dei titoli scelti per lui: voleva infatti intitolare Trimalchio una delle sue opere, dubitando dell'efficacia del titolo Il grande Gatsby (secondo lui appena passabile, più brutto che bello). Ho sorriso trovandomi davanti ad uno stralcio di lettera a Max Perkins in cui Fitzgerald segnala come promettente un giovane allora pressoché sconosciuto, dimostrando un fiuto eccezionale: parla infatti di Ernest Hemingway, di cui dice "Lo terrei d'occhio fin d'ora: c'è del buono davvero". Un libro da consultare di quando in quando, che siate scrittori, editori o semplicemente lettori.

A Livia: quando un poeta lo è davvero – Per conoscere Ungaretti, a cura di Piccioni

Scritto da: il 28.10.08 — 4 Commenti
Quando la vita di un uomo rispecchia quella dell'umanità, questi è un artista, in molti casi un poeta. Accade poche volte e lo sbaglio di molti è credere che raccontare i fatti propri, in prosa e/o in poesia, sia di per sé cosa degna e soprattutto rappresentativa dei sentimenti dei più; è sovente una illusione più o meno pia, e, spesso, malgrado la buona fede dell'Autore, un pregiato elenco di luoghi comuni e di banalità. E quello che NON è accaduto a Giuseppe Ungaretti (1888-1970) di cui ho ripreso quest'ampia e ottima antologia, Per conoscere Ungaretti, di scritti non solo poetici curata dal suo maggiore studioso: Leone Piccioni. Al di là delle poesie “scolastiche”, Veglia del '15, Sono una creatura del dell'agosto del '16, Natale del dicembre del '16 o Soldati del luglio di due anni dopo, ce ne sono altre posteriori (fine anni '30 e poi, '40) in cui i temi del dolore della condizione umana, della tensione esistenziale frutto di un bramoso soliloquio col Divino danno voce non solo al personale caso del poeta Ungaretti ma anche (e soprattutto) a tutti coloro che a quei temi son sensibili ma non han mai avuto “le parole per dirlo” . Quell'immenso dolore, per esempio, (la morte di un figlio ancor bambino) divenuto universale l'han provato purtroppo molti; e basta leggere Gridasti: Soffoco e poi altre composizioni intorno agli anni 1939/40 e le parole son quelle, brevi, scarne, uniche; così dense e pregnanti che non sembra ce ne possano esser altre. Definitive. E l'altro tema cui si è già accennato, a cui pochi san dare parole proprie: la condizione di creatura, umana, finita che però sente di far parte di un inumano disegno divino: più di una poesia è intitolata Dannazione a cominciare da quella datata 29 giugno 1916 per arrivare alla sconvolgente La Pietà ...

Biblioteca Italiana – Scrittori d’Italia – Laterza

Scritto da: il 18.05.08 — Comments Off
Pochi sanno chi è Aristarco Scannabue. Eppure è un antenato di tutti i bloggers, opinionisti, critici a vario titolo. I suoi contemporanei paventavano di comparire sulla Frusta letteraria, a dire il vero a ragione, poiché era un formidabile fustigatore di scrittori e "scribacchini". Per fortuna Laterza ha aderito al progetto di Biblioteca italiana, che si propone di digitalizzare e diffondere gli autori della classicità italiana, optando per una tecnologia che renda replicabile il testo affrancandolo dal supporto cartaceo, fin troppo deperibile. Molti studenti avrebbero sicuramente preferito "perdere" qualcuno di questi reperti, ma avremmo perso una parte della nostra storia, e della nostra cultura. Non ultimo, appunto, il buon magnanimo Aristarco, ovvero Giuseppe Baretti, che si munì "di una buona metaforica Frusta, e di menarla addosso a tutti questi moderni goffi e sciagurati, che vanno tuttodì scarabocchiando commedie impure [...]". Certo, lui parte dal presupposto contrario a quello di Liblog. Da un manicheismo culturale secondo il quale ci sono letture "giuste" e "sbagliate"; dal necessario rispetto di canoni, e quindi confini, di un determinato tipo di letteratura, Non è molto distante  dalla visione di alcuni nostri contemporanei (ognuno di noi ne conosce qualcuno); come se leggere si dovesse ridurre ad un mero dovere civile, all'ampliare la cultura, al conoscere fine a se stesso. La lettura ha per me un irrinunciabile lato ludico; sarò di bocca buona, ma apprezzo Il circolo pickwick insieme all'Adelchi ed ancora Brand:New . Non mi è possibile distinguerli per il loro valore letterario, ma solo per quello personale. E non mi sento in colpa se mi capita tra le mani un volume della Kinsella. In fondo, per un destino sornione, Baretti diventa testimone del suo tempo, di tutta la letteratura che, esecrando, contribuisce a diffondere e della cui memoria diventa, suo malgrado, paladino.

Della letteratura, Madame de Stael

Scritto da: il 23.04.08 — 2 Commenti
Che cosa possa avere a che fare Della letteratura, un saggio del 1800, con il dibattito odierno sul valore del libro e l'utilità delle traduzioni è domanda giustificabile. Ma se il saggio in questione è di quella Madame de Stael conosciuta in tutti i salotti letterari, francesi e italiani, ottocenteschi, l'obiezione decade. Pur appartenendo ormai al novero degli autori dimenticati, l'attualità e la forza delle sue argomentazioni, unite al forte impegno culturale, riescono ancora a comunicare il messaggio forte e, al tempo, innovatore, della letteratura come veicolo ideologico e sociale. Inoltre, a corollario di questo suo trattato sull'importanza della letteratura nella vita politica e sociale contemporanea, pochi anni dopo pubblicherà un articolo, tuttora oggetto di (poco) studio scolastico, Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni, portando alla ribalta il dibattito tra classicisti e romantici e difendendo la modernità delle letterature straniere. E quel che rende il tutto ancor più straordinario, a distanza di ben 208 anni, è la sua capacità, come donna e come studiosa, di affermarsi negli ambienti culturali élitari del suo tempo e di lasciare un'impronta tanto decisa da arrivare fino a noi.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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