Tutti gli articoli su comunità
Di alcuni non ho letto nulla (e forse scopro l’acqua calda), ma nella mia mente comincia a formarsi l’idea che, del poliziesco e del genere horror e mistero, esista una sorta di scuola emiliano-romagnola. Lucarelli è parmense. Avati e Macchiavelli (Loriano) son bolognesi. Varesi, pur torinese di nascita, ambienta le inchieste del suo Commissario Soneri nel ferrarese (anche se, nell’ultima serie televisiva col bravissimo Luca Barbareschi, i fatti si svolgono a proprio Torino).
Prendendola un po’ alla larga, potremmo nominare anche il bolognese Valerio Evangelisti che col suo Eymerich, di misteri ce ne ha forniti quanto basta. Quindi, benché, non sempre e non tutte le storie abbiano come sfondo l’Emilia-Romagna e la bassa padana, come dicevo, una scuola giallo-horror & mistero di autori di quelle parti ci deve essere. E di essa, un esponente esemplare è, senz’altro, Eraldo Baldini di Ravenna.
Questo suo Come il lupo mi ha ricordato proprio Evangelisti per la sua struttura basata sull’intrecciarsi di epoche diverse. E questo tratto mi ha anche ricordato Varesi: anche nei suoi romanzi spesso i moventi han a che fare se non proprio affondano le radici in un remoto passato solo apparentemente dimenticato. Ed è significativo che i capitoli non abbiano né numero né titolo ma siano semplici ma precise indicazioni temporali “15 novembre 1953” ad esempio.
La vicenda, che ha come protagonista un maresciallo della Forestale – Nazario Minghetti – si dipana iniziando a metà del 1600, investe il suo lavoro ma anche il suo privato: la moglie Angela morta durante sommosse di piazza, la figlia Elisa che, dopo la scomparsa della madre, manifesta fortissime e strazianti crisi epilettiche tanto da impossibilitarla ad andare a scuola.
A questo si aggiungono personaggi bizzarri benché taluni ostentino una normalità che li rende gente comune (o questa “normalità” serve loro a nascondere la bizzarria?), personaggi appartenenti ad una comunità montana sita in una valle – il cui nome non suona affatto casuale: Valchiusa – con pochi e difficili accessi al mondo esterno. Da là nessuno mai se n’è andato e solo negli ultimi decenni qualcuno è entrato: Giuseppe, giovane amico di lunga data di Nazario c’è a fatica riuscito e sta per sposare Carolina.
È una comunità, tutto sommato tranquilla, la cui economia si basa sul buonissimo e raro vino prodotto dalle vigne, la sola pianta che lì si coltivi. L’esperienza e il sapere degli anziani in quel luogo ha ancora un rispettato valore, al punto che la persona cui tutti fan riferimento anche per le – chiamiamole – “comunicazioni esterne” è una vecchia matriarca epilettica pure lei ma che considera la malattia un “dono”.
Oltre che del lavoro nelle vigne, la valle e i valligiani vivono di feste, cerimonie collettive che celebrano antiche tradizioni. Ed è proprio su una di queste che Nazario s’imbatte e nota delle stranezze, stranezze che come funzionario pubblico lo insospettiscono. Ma l’indagine condotta personalmente e in via del tutto ufficiosa lo porterà ad una crisi la cui soluzione soltanto una nota lupa, Veruska, che vive in quei boschi, gli suggerirà nelle ultime pagine, assumendo per alcuni istanti anch’essa un comportamento inaspettato e bizzarro.
E Nazario – maresciallo della Forestale – farà la sua scelta tra i doveri impostigli dal ruolo che ricopre, antiche tradizioni di Morte e le sempre vivide ragioni del Cuore.
[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
Quando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.
Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.
La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.
Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.
Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.
Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.
Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.
Fin dalla premessa, l’Autore – il monaco Enzo Bianchi (1943), fondatore della comunità di Bose – desidera sottolineare che questo suo libro, Il pane di ieri, non è e non vuole assolutamente essere un rimembrar nostalgico di un passato lontano. Prova ne sia che, solo occasionalmente adopera la prima persona (singolare o plurale): nel raccontare usa per lo più il “si” impersonale. È tuttavia inevitabile che ricordi la propria vita ma il suo desiderio più grande e suo scopo precipuo è ritrovare in quel passato quei comportamenti, quei principi, quegli atteggiamenti quell’umano essere che possono e son senz’altro validi ancor oggi e lo saranno anche in futuro.
Le proprie esperienze di vita – principalmente infantile e adolescenziali – son per Bianchi solamente uno spunto per generalizzarne spiegarne il significato profondo che avevano a quei tempi ma che han permesso a lui e alla sua gente – un paese di campagna del Monferrato – di vivere e affrontare le difficoltà esistenziali con maggior forza d’animo e serenità. Gesti, obsoleti, a cui spesso, troppo spesso, da tempo più non si dà importanza e ai giorni nostri passano quindi pressoché inosservati. Ed ecco, allora, fin dal primo capitolo i pochi essenziali valori che quel mondo rurale si dava: senso del dovere, della misura, la sana diffidenza e capacità di lasciar correre, di tollerare.
E poi il modo in cui si considerava il tempo atmosferico e le sue previsioni che non erano attese in una prospettiva “turistica” ma, in quel mondo contadino assumevano (e, in genere, assumono sempre in quell’ambiente) un’importanza vitale: una grandinata, una tempesta, poteva potar via in pochi minuti un faticoso paziente lavoro di mesi. E per scacciare il maltempo o invocarne di propizio anche il parroco dava il proprio contributo il che, mi ha fatto pensare, a diverse religioni e diversi sacerdoti officianti: il parroco e lo sciamano, ma simili son i riti e medesimi gli scopi.
Bianchi ci mostra cosa volesse dire e quale fonte di serenità fossero il pane e il vino, la vendemmia e il preparare e il condividere una stessa tavola. Le parole “condividere” e “amicizia” ricorrono spesso nel suo raccontare. Significati che, per la maggior parte di noi si son persi; per la maggior parte di noi ora il lavoro impone un pasto frettoloso – che tale non sembra nemmeno essere: è considerato una pausa pranzo – non di rado consumato in mense o ristoranti in solitario anonimato.
E, invece, in quel mondo scandito dal gallo e dai diversi rintocchi delle campane, vero e proprio mezzo di comunicazione di massa che scandiva sì le ore e le faccende della giornata, ma che poteva altresì, chiamare in breve tempo un paese a raccolta, dare un allarme o annunciare un evento lieto o triste; adesso le campane son spesso preregistrate o son state anche indicate come fonte d’inquinamento acustico; la vendemmia e fare il vino e la grappa poi e, con il mosto e la frutta, si preparava la mostarda erano tutte occasioni per stare insieme e condividere poi a tavola. Altra cosa importante: ai suoi tempi si nasceva in casa attorniati dagli affetti domestici. E soprattutto – al contrario d’oggidì – attorniati da quei cari affetti si moriva, alla morte ci si preparava e non si passava all’altro mondo da soli.
Parlando di sé ma in maniera discreta, Enzo Bianchi ci mostra un mondo unito solidale, non solo a parole, ma spontaneamente pronto ad accogliere il prossimo, l’”altro”. Il suo era ed è un mondo di valori di cui sarebbe bene riappropriarsi e far sì diventino usuale pratica quotidiana, poiché si fa presto ad accorgersi che, in fondo, riguardano le cose veramente essenziali della vita. Le cose che contano.