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Quando ero un’opera d’arte, Schmitt

Scritto da: il 08.10.09 — Comments Off
Romanzo del 2002, tutto sommato di una certa complessità, con qualche eco letterario piuttosto impegnativo. Un po' surrealista anche se la vicenda  narrata in prima persona, pone una questione assai attuale e tutt'altro che  leggera: quella dell'Arte “costruita”, risultante non tanto dalla profondità concettuale di ciò che l'Artista ha voluto esprimere (o denunciare), quanto piuttosto dalla sua capacità di manipolare, d'influenzare i mass media. Detto in parole povere, se so farmi la giusta pubblicità e mantenere vivo l'interesse dei media su di me e le mie opere (che piacciano o no, non ha alcuna importanza), sarò un grande, indiscusso Artista. È il caso di  uno dei protagonisti dal nome quanto mai emblematico: Zeus-Peter Lama, pittore e scultore, il quale offre al protagonista  (il narratore che colloca gli avvenimenti vent'anni prima), Tazio Firelli - disperato, letteralmente sull'orlo del precipizio del suicidio, una vita "nuova", piena di successo e di ammirazione nei suoi confronti. Lui – fratello, a parer suo, insignificante e, diciamo, esteticamente fallito dei bellissimi e, per questo, famosissimi gemelli Rienzi ed Enzo Firelli che tra contratti pubblicitari e cinematografici conducono da anni una vita ricca di tutto, soldi, fama e glamour che molti dei loro ammiratori vorrebbero vivere – accetta conquistato dall'ascendente del grande pittore non comprendendo bene, tuttavia, le intenzioni di quest'ultimo che, con un'operazione che va ben oltre la chirurgia plastica e fa pensare al wellsiano Dottor Moreau (L'isola del Dottor Moreau, 1896), rende Tazio di fatto un opera d'Arte. E qui si ha un altro facile rimando: Tadzio (differisce di una sola lettera) è il giovane della cui bellezza s'innamora Aschenbach in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann (1875-1955; e vedi anche  il film di Luchino Visconti del 1971). La sua vita precedente viene del tutto cancellata inscenando persino un suo finto funerale (con morto vero, però che, ...
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