Tutti gli articoli su cattolicesimo

Il Papa e il diritto d’autore

Scritto da: il 10.07.09 — Comments Off
Piovono rane qualche giorno fa ha segnalato una frase a mio parere molto interessante: «Ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale [...]». Enciclica "Caritas In Veritate", pagina 32. Non avete letto male: la frase è di Benedetto XVI, e, che siate cattolici o anticlericali, il fatto che una delle più influenti autorità – al mondo – si pronunci sull'argomento è fatto non solo notevole di per sé ma anche positivo. Vero è che più avanti si riferisce direttamente alla sfera della sanità e quindi posso immaginare che parlasse di brevetti farmaceutici, ma la frase iniziale ha una portata molto ampia. Accennare, sebbene in una riga, al problema del diritto d'autore è una conquista per chi, come me, vorrebbe vederlo tornare a quel che fu all'origine: un metodo per tutelare l'autore dallo sfruttamento quasi gratuito della sua opera. Che ne debbano godere poi i bisbisbisnipoti per il solo fatto di essere nati con un dato cognome, mi sembra tuttora assurdo, considerando che l'effetto è stato fare sparire rapidamente molti autori dal nostro retroterra culturale. Speriamo che sia un segnale di positivo cambiamento e serva ad aumentare l'attenzione, già crescente, su questi temi. «La corruzione e l’illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori. Anche nell’ambito delle cause immateriali o culturali dello sviluppo e del sottosviluppo possiamo trovare la medesima articolazione di responsabilità».

Le cose che contano – Il pane di ieri, Bianchi

Scritto da: il 16.04.09 — Comments Off
Fin dalla premessa, l'Autore – il monaco Enzo Bianchi (1943), fondatore della comunità di Bose – desidera sottolineare che questo suo libro, Il pane di ieri, non è e non vuole assolutamente essere un rimembrar nostalgico di un passato lontano. Prova ne sia che, solo occasionalmente adopera la prima persona (singolare o plurale): nel raccontare usa per lo più il “si” impersonale. È tuttavia inevitabile che ricordi la propria vita ma il suo desiderio più grande e suo scopo precipuo è ritrovare in quel passato quei comportamenti, quei principi, quegli atteggiamenti quell'umano essere che possono e son senz'altro validi ancor oggi e lo saranno anche in futuro. Le proprie esperienze di vita – principalmente infantile e adolescenziali – son per Bianchi solamente uno spunto per generalizzarne spiegarne il significato profondo che avevano a quei tempi ma che han permesso a lui e alla sua gente - un paese di campagna del Monferrato – di vivere e affrontare le difficoltà esistenziali con maggior forza d'animo e serenità. Gesti, obsoleti, a cui spesso, troppo spesso, da tempo più non si dà importanza e ai giorni nostri passano quindi pressoché inosservati. Ed ecco, allora, fin dal primo capitolo i pochi essenziali valori che quel mondo rurale si dava: senso del dovere, della misura, la sana diffidenza e capacità di lasciar correre, di tollerare. E poi il modo in cui si considerava il tempo atmosferico e le sue previsioni che non erano attese in una prospettiva “turistica” ma, in quel mondo contadino assumevano (e, in genere, assumono sempre in quell'ambiente) un'importanza vitale: una grandinata, una tempesta, poteva potar via in pochi minuti un faticoso paziente lavoro di mesi. E per scacciare il maltempo o invocarne di propizio anche il parroco dava il proprio contributo il che, mi ha fatto pensare, ...

La città del sole, Campanella

Scritto da: il 08.12.08 — 1 Commento
A chiunque voi chiediate di suggerirvi un libro che tratti di utopia, nove volte su dieci avrete in risposta La città del sole, di Tommaso Campanella, benché sia un libro scritto nell'era della controriforma (intorno al 1600) da un ergastolano. Campanella infatti era un "rivoluzionario"; prima, per i suoi scritti, fu processato dall'inquisizione. Poi, per essere passato dalle parole ai fatti, cospirando contro il governo spagnolo perseguendo gli ideali di abolizione della proprietà e di creazione di una democrazia, fu incarcerato a vita. E, nonostante l'ingiustizia che potremmo percepire, questa carcerazione ci ha regalato i suoi scritti migliori, in più di un campo, come appunto questa utopia politica ancora piacevole e interessante da leggere. Come molti trattati dell'epoca si svolge in forma di dialogo, i cui personaggi sono un Cavaliere dell'ordine degli Ospitalieri e Genovese, un semplice nocchiero. Beh, poi, dialogo è una definizione un po' troppo rosea, diciamo che è un lungo monologo con una "spalla", l'Ospitaliere, che mi ricorda la passività degli interlocutori socratici (dici bene, o Socrate). In ogni caso per l'epoca il luogo immaginato da Campanella aveva una portata eversiva: beni in comune, studio diffuso delle arti e delle scienze, meritocrazia, abolizione del concetto di possesso, anche tra persone (fra' Tommaso infatti si addentra persino nelle questioni sessuali della città-stato che descrive). Ovviamente l'impianto filosofico è molto distante dalla sensibilità contemporanea, oscillando tra una forma di democrazia e la tirannide illuminata; ma stupisce quanta modernità riesca a inserirvi contestando gli usi del suo governo e della sua religione, esprimendo dubbi sull'aldilà e sul peccato originale, o in ultimo abbozzando una forma di parità tra sessi e dignità femminile. La città del Sole (che non è qui l'astro ma un appellativo del governante) si basa sulla conoscenza unita alla teologia, all'astrologia declinata come scienza, al rispetto ottenuto senza coercizione, al sacrificio umano volontario. ...

Weir di Hermiston, Stevenson

Scritto da: il 24.10.08 — 2 Commenti
L'incompiuta sarebbe stata un capolavoro anche se  Schubert l'avesse conclusa? Il Requiem di Mozart, terminato dai discepoli, potrebbe mai essere all'altezza della partitura che il genio mozartiano aveva nella mente? E Weir di Hermiston sarebbe stato davvero il capolavoro di Stevenson? Bene, non so rispondervi con decisione alle prime due domande (alla prima direi sì, alla seconda  no), ma credo fermamente, riguardo al Weir, che sia già un capolavoro, anche tronco e aperto com'è. O che lo sia  forse proprio per questo. Solitamente tutti conoscono Lo strano caso del dottor Jekill e Mr.Hide, grande romanzo, oppure L'isola del tesoro. Ma la mia preferenza va, nonostante il mio amore per il tema del doppio, a questa manciata di pagine, ancora abbozzo ma già perfette. Già dal principio vengono presentati i personaggi, ed in poche pagine ce ne formiamo un ritratto completo benché essenziale. Il giudice Weir, la moglie, il figlio Archie, la domestica, pur senza volto sono figure precise e delineate, ognuna col suo carattere ed atteggiamento. La trama un po' si intuisce, ci si trova a far congetture su cosa potrà succedere, si segue il filo logico ideale che porta dal severo giudizio iniziale su alcuni personaggi alla comprensione, maturata nel protagonista e contemporaneamente nel lettore. Ci si sposta poi dalla città alla campagna scozzese, e qui la narrazione prende tutt'altra piega, contaminandosi con lo "spirito del luogo" e riportandoci tradizioni, leggende, racconti da focolare; poi, con un accenno d'amore, il romanzo si tronca. La prosa delicata e austera riesce a descrivere, mai verbosa, luoghi e stati d'animo con levità; persino gli eventi più cupi diventano leggeri alla lettura, ed in pochi passaggi viene facilmente evocato un mondo intero. In definitiva un vero capolavoro, che, restando aperto, non ha la possibilità di deluderci.

Celibe in nome di Dio, La Paglia

Scritto da: il 02.10.08 — Comments Off
Alcuni argomenti attraversano i secoli creando dibattiti che non sono ancora sciolti; tra questi occupa un posto di rilievo il celibato per i sacerdoti cattolici, che ha sempre trovato sostenitori e detrattori. Al di là delle posizioni personali, questo saggio è stato una piacevole scoperta: in Celibe in nome di Dio La Paglia percorre venti secoli di storia cattolica ritrovando quegli elementi pro e contro nei documenti storici. Il lavoro deve essere stato certosino: date, sequenze, Concili non ecumenici, testimonianze filosofiche non sono sempre facili da reperire, specie quando devono andare a coprire l'arco di ben due millenni. Per fortuna il testo principe su qualsiasi argomento inerente la religione cattolica è uno dei best-sellers di tutti i tempi. Ho constatato, attraverso l'aiuto di una valente teologa cattolica, che proprio la documentazione citata e riportata è corretta e accurata, frutto di ampio studio; questo elemento, lungi dall'appesantire il testo, rende il lavoro molto più apprezzabile, per la ricchezza di argomentazioni analizzate. Ammetto che ignoravo gran parte delle informazioni messe in luce, e che ho trovato una miniera di dati su un argomento in grado di suscitare il mio interesse; la questione del matrimonio dei sacerdoti, infatti, è per me di grande importanza, come anche la questione del sacerdozio femminile. Attraverso questo libro ho guadagnato strumenti validi per argomentare in qualunque senso, sia positivo sia negativo. Va dato atto all'autore di aver dato ampio spazio alle due posizioni, nonostante dichiari la sua posizione fin dal principio. Inoltre nell'incipit vengono riportati documenti scritti da Milingo, famoso non solo per le sue pratiche spesso contestate nell'alveo del cattolicesimo, ma specialmente per aver portato alla ribalta il tema del celibato nel sacerdozio in maniera eclatante (e sicuramente non convenzionale). Purtroppo la veste grafica è terribile e contiene errori di impaginazione dovuti, forse, alla particolarità della casa editrice presso cui è stato pubblicato. ...

Lungo e travagliato cammino – La montagna dalle sette balze, Merton

Scritto da: il 01.10.08 — 4 Commenti
Per noi cattolici dalla nascita è difficile comprendere le travagliate crisi che accompagnano e portano ad una conversione al Cattolicesimo. Eh sì che, restando tra scrittori, nello scorso secolo - a memoria - abbiamo esempi illustri, il più illustre dei quali è forse quello di G.K. Chesterton (1874-1936) nel '22. Un altro cattolico ben noto era J.R.R. Tolkien (1892-1973). Ecco questo libro del 1948 di Thomas Merton (1915-1968), La montagna dalle sette balze, già brillante professore di Letteratura Inglese alla newyorkese Columbia University, raccontare in circa cinquecento pagine tutto il suo cammino non solo nel farsi cristiano ma nel decidere di farsi monaco trappista. Uno stile scarno, asciutto e duro non privo di un certo fascino. Tutto da leggere, ammirare e rispettare. Certo non è semplice (o forse sì in alcune circostanze) neanche comprendere come si possa rinunciare al mondo, perché farsi monaco trappista questo significa; non è farsi prete o frate e agire per servire Dio e il prossimo. Farsi monaco trappista vuol dire entrare nel mondo contemplativo del Silenzio, del Lavoro, della Preghiera; perché l'Ordine Cistercense della Stretta Osservanza fondato nel 1664 da Armand Jean Le Bouthillier De Rancé abate del monastero di Notre-Dame-de-la-Trappe - di qui il nome: trappisti - si basa principalmente sulla regola di San Benedetto. Dopo questo, Thomas Merton scrisse altri libri sulla vita comtemplativa e monastica ma anche su altri argomenti. Scrisse anche poesie. Qualche titolo: Semi di contemplazione (1949), Le acque di Siloe ('49), Nessun uomo è un'isola (1955). Verso la fine degli anni '60 si occupò anche del monachesimo e della mistica orientale, titoli come Mistici e maestri zen (1967) e Lo zen e gli uccelli rapaci (1968) sono inequivocabili. Nel '68 incontrò anche il Dalai Lama che ebbe parole di grande stima nei suoi confronti. Proprio durante il suo soggiorno in oriente, a Bangkok trovò la morte ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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