Tutti gli articoli su borghesia

Il commissario Pepe, Facco De La Garda

Scritto da: il 17.11.10 — 2 Commenti
Il commissario Pepe di Ugo Facco de Lagarda, si colloca in maniera un po' atipica rispetto al giallo italiano (ma forse potremmo dire rispetto al giallo in generale): uscito nel 1964 per la Neri Pozza, presenta alla scena italiana il commissario Gennaro Pepe che, al contrario di quanto il nome possa far pensare, si muove in una non meglio identificata cittadina settentrionale. Uomo tormentato e problematico come saranno altri poliziotti dopo di lui (convive con il lutto per la scomparsa della moglie e dell'unico figlio maschio) conduce il suo non difficile lavoro di commissario in un piccolo borgo dove, per sua stessa ammissione, non succede mai nulla. Ma il 20 aprile 1964 due voluminose quanto spinose pratiche vengono depositate sulla sua scrivania: “Villa Norma” e “piazza Cavour 113” sono fastidi e guai di cui chiunque vorrebbe dimenticarsi e sono state gettate con fastidio sul tavolo di Pepe. Dietro un velo di ipocrisia che nessuno vuole davvero sollevare, Villa Norma si staglia nel tranquillo e ricco borgo settentrionale come una casa d'appuntamenti per le personalità bene del luogo, dove a concedere i loro favori sessuali, per noia e spirito di trasgressione più che per denaro, sono anche minorenni a loro volta appartenenti alla stessa buona società. Parlavo di giallo atipico, o almeno così l'ho percepito io, per almeno alcuni motivi. Anzitutto rimane una creazione isolata nel panorama letterario di Lagarda: non ci saranno (purtroppo, lasciatemele dire) altre indagini del commissario Pepe. Inoltre, a fare da leit motiv all'intera vicenda non è un fatto di sangue: nessuno viene ucciso. C'è uno scandalo che forse, negli anni seguenti il secondo dopoguerra di un'Italia che stava premendo sull'acceleratore della propria rinascita economica, era peggio di un assassinio. Ne esce un giallo forse sul filo della trasgressione, sicuramente particolare, di certo scritto con vera maestria. Pubblicato per la prima volta ormai quaranta ...

Suite Francese, Némirovsky

Scritto da: il 30.09.10 — 1 Commento
Molte cose già sappiamo su questa scrittrice morta prematuramente a 39 anni e venuta alla ribalta, tutto sommato, da pochi grazie alla volontà di farla conoscere delle figlie Denise e Élisabeth. Questi di cui qui parliamo sono i primi due di un’opera che, nelle intenzioni e nel progetto dell’autrice, avrebbe dovuto esser costituita da cinque romanzi. Tratta, nel primo – intitolato Temporale di giugno – della fuga da Parigi e da altre città dei civili a seguito dell’invasione tedesca della Francia. Nel secondo – intitolato Dolce – tratta dei rapporti degli abitanti di Bussy, un provinciale paesino di campagna, con l’invasore. Temporale di giugno presenta i vari personaggi, famiglie alto, medio borghesi e le loro vicende utilizzando splendidamente la tecnica narrativo-filmica del montaggio alternato; d'altronde, l'autrice già l'aveva annotato nel proprio diario nel 1942: «La mia idea è che la vicenda si svolga come in un film» e al cinema e al suo ritmo nel raccontare più volte farà cenno nel diario. Ne risulta, dal punto di vista del lettore, una sorta di meravigliosa treccia di episodi e di esistenze che s'incontrano, si sfiorano, mentre l'Autore, onnisciente, si nasconde o si presenta e agisce sotto forma del Caso: la forma più classica, più tradizionale e, probabilmente, la migliore per certi tipi di romanzi. La descrizione dei personaggi è talmente misurata, plastica, realistica, che li sentiamo subito vicini e ci pare addirittura di esser loro magicamente accanto. Ce n'è per tutti gusti: l'altolocata Famiglia Péricand, imparentata con altre grandi Famiglie francesi, con le sue manie, le sue pretese, con i figli idealisti anche fino alla morte. Oppure i Michaud, gente semplice, semplici impiegati di banca, laboriosi, sottomessi, un po filosofi. O il grande scrittore che cerca di trarre il meglio dalla propria notorietà; o le amanti di uomini tanto ben sposati quanto facoltosi, ...

52 anni dopo a New York: Un giorno questo dolore ti sarà utile, Cameron

Scritto da: il 26.08.10 — Comments Off
Le parole che più mi ricorrevano nella mente leggendo questo romanzo del 2007 – Un giorno questo dolore ti sarà utile (Someday This Pain Will Be Useful To You) – dell’americano Peter Cameron (1959) sono “garbo” e “distacco”. Questo autore ebbe notorietà mondiale grazie al film che nello stesso anno ne trasse James Ivory dal suo romanzo del 2002: Quella sera dorata (The City of Your Final Destrination). Un giorno questo dolore ti sarà utile è il diario – da fine luglio all'ottobre del 2003 – del diciottenne James Sveck, un giovane turbato, disturbato, silenzioso, colto e solitario a cui il mondo e i rapporti sociali non piacciono, tanto sono il più delle volte volgari e senz'altro superficiali entrambi ma soprattutto i secondi. Finite le superiori e in attesa di andare all'Università (che non vuol frequentare), vive con la madre (reduce all'inizio del libro dal fallimento del suo terzo matrimonio) e con la sorella Gillian che intrattiene una relazione con un professore universitario coniugato. Per guadagnarsi la “paghetta” la madre l'ha “assunto” nella Galleria d'Arte di cui è proprietaria e che è diretta da John Webster. James sembra tanto atterrito dalla vita che ha avuto anche comportamenti davvero preoccupanti per i genitori,i quali lo mandano da una “brava” strizzzacervelli. Ma la persona cui è più affezionato e che sembra accettarlo e volergli bene per quello che è, è sua nonna con cui si sente a proprio agio e si confida. Dicevo, le parole che più mi ricorrevano nella mente mentre leggevo questo libro sono state “garbo” e “distacco”: “garbo” perché lo stile non scade mai nella volgarità, nella sciatteria, magari per presunte ragioni di “realismo narrativo”; rimane sempre molto gradevole e, nel contempo, appunto, “distaccato” un distacco molto “British” a causa del quale – chissà se e quanto involontariamente da parte dell'autore – ...

Valentina Melaverde, Nidasio

Scritto da: il 22.03.10 — Comments Off
Ogni volta che c'è una partita della squadra per cui tifa mio marito, il rituale prevede di andare in casa di amici e seguirla; tra le cose scaramantiche che fanno, la mia preferita è che mi diano bei fumetti da leggere mentre loro guardano energumeni dietro a un pallone. Stavolta è stato il caso di Valentina Melaverde, la raccolta edita da Coniglio editore del fumetto pubblicato dal 1969 in poi sul Corriere dei Piccoli. Essendo un po' troppo in là nel tempo rispetto a me non ricordavo affatto questo personaggio, benché credo di averlo incrociato in qualche cassetto dei ricordi familiari; eppure è un'ottimo fumetto, che ritrae alla perfezione una normale famiglia italiana del tempo, e che mi spiace sinceramente non vada oltre il 1976. In questa normalità fatta di madre, padre, "antipatico" fratello maggiore e sorella minore impicciona, si sviluppano le storie di Valentina, piccoli e grandi problemi quotidiani, ansie comuni ai suoi coetanei (età compresa tra i dodici e i quindici anni, direi), desideri legati alla crescita e voglia di scoprire il mondo. Il fumetto li affronta senza censure, ovviamente adattandoli a un pubblico di piccoli e preadolescenti, in un quadro abbastanza pulito ma nonostante tutto chiaro. Pervase da una certa morale, non sempre in linea col pensiero del periodo, Valentina identifica un periodo della crescita, con le sue fantasie, la tendenza a idealizzare le famiglie altrui per poi scoprire di amare la propria, la voglia di "essere grandi" – magari agghindandosi con ciglia finte – e le piccole marachelle – come farsi accompagnare in motorino di nascosto. Alcune tavole sono perfettamente attuali, mentre altre fanno sorridere per l'ingenuità – ormai perduta – di quest'adolescente ancora acerba. L'autrice, Grazia Nidasio, si ritaglia un cammeo col personaggio di zia Dina, la mente creativa della famiglia che è sempre pronta ad accogliere i dubbi ...

L’eleganza del riccio, Barbery

Scritto da: il 09.03.10 — 3 Commenti
Tra i film in uscita nel mese di gennaio c’era Il riccio, tratto dal bestseller della francese Muriel Barbery. Il trailer sembrava accattivante ed ero decisa ad andare al cinema, ma non prima di aver letto il romanzo, così mi sono affrettata a tirare fuori dallo scaffale L’eleganza del riccio (Edizioni e/o) e mi sono immersa nella lettura, incentivata anche dall’enorme risonanza che mi parlava di un successo congiunto di pubblico e critica. Effettivamente, né pubblico né critica si sono sbagliati: il libro si gioca tutto sulla contrapposizione tra la raffinatezza delle piccole cose e la barbara quotidianità, presentandoci un intreccio semplice, ma allo stesso tempo toccante. Il tutto si svolge in un ambiente assai ristretto: un condominio in uno dei quartieri più rinomati di Parigi. In questo microcosmo si muove Renée, la portinaia, la quale, dietro un’apparenza dimessa e ben al di sotto della mediocrità, nasconde una vastissima cultura ed un animo fine e sensibile. La donna, mantenendo una sorta di “incognito”, recita il ruolo della persona ignorante e priva di ambizioni e da questo nascondiglio morale può osservare lo scorrere della vita dei condomini, per la maggior parte vacui rappresentanti dell’alta borghesia alle prese con le piccole e grandi ipocrisie di ogni giorno. L’unica a distinguersi sembra essere Paloma, la figlia dodicenne di un ministro, dotata di un’intelligenza geniale, ma per questo già disillusa dalla vita e decisa a porvi fine il giorno del suo tredicesimo compleanno. Nei diari di queste due particolari personalità, che appaiono a capitoli alternati, si possono leggere riflessioni a volte serie, a volte malinconiche, altre volte grottesche o divertenti sulla vita e su tutto ciò che ne fa parte ed in particolare sui concetti del Bello, dell’Arte, della raffinatezza e dei loro contrari, spesso rappresentati da personaggi che gravitano attorno alle protagoniste: amici, parenti, incontri occasionali. ...

Chi ha ucciso Sarah?, Longo

Scritto da: il 21.10.09 — 1 Commento
Chi ha ucciso Sarah? di Andrej Longo da una frettolosa lettura della quarta di copertina sembra il classico giallo ambientato a Napoli. Sembra. Perché se è vero che è un giallo ed è vero pure che si svolge nella capitale partenopea, di sicuro non è classico. Nel nuovo libro di Longo infatti l'evento delittuoso avviene “nella parte sbagliata della città”: è in un elegante palazzo di Posillipo che il giovane poliziotto protagonista della storia rinviene in una torrida giornata di agosto il corpo di Sarah, sua coetanea. Così la storia tocca solo marginalmente la Napoli della Camorra e dei quartieri allo sfascio della sua periferia per concentrarsi sui rioni borghesi della città, quelli che ospitano le case signorili e i negozi prestigiosi. È in queste vie infatti, deserte e quasi spettrali nella calura ferragostana, che qualcuno sembra aver sovvertito l'ordine naturale delle cose: abbandonata presto la pista dell'ex ragazzo di Sarah, un giovane spacciatore della Sanità, le indagini si concentrano proprio sul palazzo dove abitava la famiglia della ragazza, insieme a tante altre persone tutte perbene. È così il titolo del romanzo non è altro che l'interrogativo martellante nella mente del giovane poliziotto: chi ha ucciso Sarah se non è stato il pregiudicato detto il Pianista, l'ex fidanzato la cui colpevolezza sembrava scontata e in fondo anche comoda? Sarah aveva solo vent'anni e una vita come tante. I suoi genitori, il suo nuovo ragazzo erano tutte brave persone. Quale mistero si nasconde dietro la sua morte? L'apparente mancanza di spiegazione del delitto diventa l'ossessione del giovane poliziotto, che per la prima volta nella sua carriera appena iniziata si trova di fronte alla morte. Non riesce a smettere di cercare la verità, sia al seguito del suo capace Commissario che da solo, in un'indagine che non conosce sosta. E la conclusione della vicenda, se vogliamo ...

Revolutionary road, Yates

Scritto da: il 03.04.09 — 8 Commenti
I lettori italiani devono ringraziare l'uscita nelle sale del film che ne è stato tratto, interpretato da Leonardo di Caprio e Kate Winslet, per rivedere in libreria il capolavoro di Richard Yates, Revolutionary road, ristampato dalla Minimum fax in un'edizione molto curata. Siamo nella primavera del 1955. Revolutionary Hill è un quartiere residenziale poco distante da New York, uno come tanti, dove belle case dal giardino curato convivono una accanto all'altra mentre i loro proprietari conducono l'esistenza benestante e un po' monotona propria della middle class a cui appartengono. April e Frank Wheeler apparentemente si inseriscono alla perfezione in questo contesto: trentenni, due figli piccoli, una bella casa, una coppia di amici un po' succubi con cui passano serate all'insegna dell'alcool e di vacui discorsi sulle amare disillusioni della loro generazione. I Wheeler cercano di sfuggire a questa insoddisfazione cullandosi nell'autoesaltazione: la loro coppia è unita dal disprezzo generalizzato verso tutto ciò che li circonda, a cui si sentono superiori. Con ipocrisia danno la colpa della loro condizione alla società in cui vivono, responsabile di non essere in grado di sviluppare le loro potenzialità, affrancandosi così da ogni scelta consapevole che potrebbero fare al riguardo. Trasferirsi in Europa diventa il sogno illusorio che entrambi coltivano, un progetto idealizzato che ha il solo scopo di mantenere vivo il loro autoinganno: quando questo cadrà, a causa di vicissitudini esterne di cui saranno a volte artefici e a volte vittime, la rovina delle loro vite sarà dietro l'angolo. Yates, in questo che la critica osanna unanime come una delle pietre miliari della letteratura americana del novecento, cerca a suo modo di dare il ritratto di un'epoca e di una classe sociale, la borghesia americana che si risveglia dopo la seconda guerra mondiale. Lo fa con toni cupi, pessimistici, presentandoci questo risveglio come illusorio. Frank e April, di fatto, ...

Marco Buratti, l’Alligatore – Dimmi che non vuoi morire, Carlotto e Igort

Scritto da: il 11.07.08 — Comments Off
In Dimmi che non vuoi morire Marco Buratti, alias l'Alligatore, abbandona la monodimensionalità del romanzo per approdare, grazie ad Igort, alla bidimensionalità propria della graphic novel. L'ex bluesman ed ex carcerato nato dalla penna di Massimo Carlotto, gestore di un locale dove ovviamente si suona blues e investigatore senza licenza, è qui alle prese con la scomparsa di una donna, Joanna, sosia-cantante di Patty Pravo e con le imprevedibile conseguenze che seguiranno il suo ritrovamento. La storia ambientata tra la Sardegna, Parigi e il Nordest, rielabora alcuni elementi classici dell'hard boiled, e si muove tra gli spazi bui dell'alta e ricca borghesia italiana. Ad affiancare Buratti, protagonista già di cinque romanzi, sono gli amici/soci di sempre: Beniamo Rossini, contrabbandiere e rapinatore vecchia scuola e Max la Memoria, ex membro di un gruppo della sinistra rivoluzionaria. La narrazione è molto piacevole da seguire, e gioca sempre sul filo della suspense. Collaborano attivamente alla creazione dello stato di sospensione, le tavole di Igort, che qui riprende lo stile messo a punto per il suo 5 è il numero perfetto, altra graphic novel dal sapore noir. La bicromia utilizzata da Igor Tuveri (vero nome di Igort), riesce a restituire al meglio le atmosfere cupe e intrise di calvados e blues della storia. Graficamente Marco Buratti, Joanna, Rossini, Max e tutti gli altri personaggi sono davvero ben caratterizzati, meglio di quanto potrebbe fare qualunque trasposizione cinematografica, e paradossalmente le tavole che Igort ha realizzato per questo fumetto rendono giustizia alla sua arte meglio di quanto non facciano altri lavori realizzati in proprio, in cui il disegnatore si era fatto carico anche della sceneggiatura. Non ho ancora avuto modo di leggere i romanzi di Carlotto, ma credo che Dimmi che non vuoi morire sia un buon viatico per la conoscenza dei suoi lavori che, a breve, finiranno ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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