Tutti gli articoli su bellezza

Mercurio, Nothòmb

Scritto da: il 29.03.11 — 1 Commento
Spero non mi taccerete di essere monotematica; sto passando un periodo un po’ incasinato (in positivo, niente paura) e tutto ciò che riesco a leggere sono riviste, fumetti e libri come sottilette. Per questo Amélie Nothomb fa per me. È con estremo piacere che oggi vi presento Mercurio, una fiaba dark dai risvolti drammatici che, per un paio d’ore (il tempo che si impiega a leggerla), mi ha catapultata in un’atmosfera onirica e del tutto spiazzante. Questa la trama: in un’isola sperduta, c’è una casa priva di specchi e di qualsiasi superficie riflettente (perfino il lavabo è costruito in modo che l’acqua non vi possa ristagnare). Qui vive Hazel, una fanciulla che è stata sfigurata da un’esplosione durante la Prima Guerra Mondiale. Di lei si prende cura il vecchio capitano Loncours, che ha instaurato con lei una relazione amorosa che si regge sulla gratitudine e sul bisogno della fanciulla. L’equilibrio va in frantumi quando il capitano assume Françoise, un’infermiera graziosa e volitiva, affinché si occupi della ragazza. Françoise si accorge subito che qualcosa non va come dovrebbe. Il rapporto di Hazel con il capitano è morboso ed oscuro, le trame che lo reggono sono intricate; non si sa bene se il vecchio sia vittima o carnefice e il fascino oscuro di Hazel porta l’infermiera addirittura a diventare parte di un triangolo amoroso. Il finale doppio non è che una riflessione sull’amore in tutte le sue forme, compresa quella che nessuno di noi è disposto a sostenere. Tra i libri della Nothòmb letti finora, questo è quello con l’atmosfera più cupa: potrebbe essere materiale per un film di Tim Burton e, secondo me, sarebbe un successo. L’ambientazione è volutamente sfumata pur senza essere improbabile né indefinita ed anche la collocazione temporale ci riporta ad un periodo in cui le bombe erano pane quotidiano, ...

L’eleganza del riccio, Barbery

Scritto da: il 09.03.10 — 3 Commenti
Tra i film in uscita nel mese di gennaio c’era Il riccio, tratto dal bestseller della francese Muriel Barbery. Il trailer sembrava accattivante ed ero decisa ad andare al cinema, ma non prima di aver letto il romanzo, così mi sono affrettata a tirare fuori dallo scaffale L’eleganza del riccio (Edizioni e/o) e mi sono immersa nella lettura, incentivata anche dall’enorme risonanza che mi parlava di un successo congiunto di pubblico e critica. Effettivamente, né pubblico né critica si sono sbagliati: il libro si gioca tutto sulla contrapposizione tra la raffinatezza delle piccole cose e la barbara quotidianità, presentandoci un intreccio semplice, ma allo stesso tempo toccante. Il tutto si svolge in un ambiente assai ristretto: un condominio in uno dei quartieri più rinomati di Parigi. In questo microcosmo si muove Renée, la portinaia, la quale, dietro un’apparenza dimessa e ben al di sotto della mediocrità, nasconde una vastissima cultura ed un animo fine e sensibile. La donna, mantenendo una sorta di “incognito”, recita il ruolo della persona ignorante e priva di ambizioni e da questo nascondiglio morale può osservare lo scorrere della vita dei condomini, per la maggior parte vacui rappresentanti dell’alta borghesia alle prese con le piccole e grandi ipocrisie di ogni giorno. L’unica a distinguersi sembra essere Paloma, la figlia dodicenne di un ministro, dotata di un’intelligenza geniale, ma per questo già disillusa dalla vita e decisa a porvi fine il giorno del suo tredicesimo compleanno. Nei diari di queste due particolari personalità, che appaiono a capitoli alternati, si possono leggere riflessioni a volte serie, a volte malinconiche, altre volte grottesche o divertenti sulla vita e su tutto ciò che ne fa parte ed in particolare sui concetti del Bello, dell’Arte, della raffinatezza e dei loro contrari, spesso rappresentati da personaggi che gravitano attorno alle protagoniste: amici, parenti, incontri occasionali. ...

Miss Galassia, Benni e Gutierrez

Scritto da: il 01.12.09 — 1 Commento
È andata all’incirca così: io giravo tra gli stand in cerca di libri e facce nuove, quando mi trovo in coda per qualcosa – o qualcuno. Entrambi. Insomma, d’angolo c’era Orecchio Acerbo, e nell’angolo dello stand d’angolo c’era Stefano Benni, e nell’angolo di stand accanto a dov’era appoggiato Stefano Benni, c’era Miss Galassia. E allora ho fatto la fila come alle poste, ma più contenta, e ho comprato Miss Galassia. Un libro, mi dicono, per bambini dall’età di otto anni. Forse è un mio problema, ma il rapporto che ho con i libri detti “per bambini” è morboso. Forse sono scema, o forse una bambina. Oppure sento che alle volte, certe cose, vadano dette in maniera semplice, perché possano essere davvero recepite da chiunque. Grandi e piccini, ma soprattutto grandi. La copertina rigida, in nero opaco, già promette bene. Il titolo è al mezzo, in un carattere originale che, come tutte le illustrazioni, esce come un coniglio dal cappello dalla mente di Luci Gutiérrez . Il connubio tra le parole di Stefano Benni e l’operato di questa giovane artista spagnola è esatto, nel senso più proprio del termine. Nessuno ruba e nessuno e entrambi danno qualcosa al lettore. Non c’è lotta tra l’immagine e la parola, e se i colori si vivacizzano in maniera quasi fastidiosa, le parole subito ci costruiscono un castello sopra e tutto si bilancia. Ogni pagina del libro è, quindi, soddisfacente. Tutto si svolge e stravolge nel paese di Vanesium, che dal centro della Via Lattea gestisce la bellezza interstellare. È lì che la gente più che in ogni altro luogo è ossessionata dalla bellezza, ed è lì che doverosamente si svolge il concorso per l’elezione di Miss Galassia. Così la storia ci racconta dei sei concorrenti al titolo, che si mostrano ai loro giudici cosmici in tutta la loro ...

Quando ero un’opera d’arte, Schmitt

Scritto da: il 08.10.09 — Comments Off
Romanzo del 2002, tutto sommato di una certa complessità, con qualche eco letterario piuttosto impegnativo. Un po' surrealista anche se la vicenda  narrata in prima persona, pone una questione assai attuale e tutt'altro che  leggera: quella dell'Arte “costruita”, risultante non tanto dalla profondità concettuale di ciò che l'Artista ha voluto esprimere (o denunciare), quanto piuttosto dalla sua capacità di manipolare, d'influenzare i mass media. Detto in parole povere, se so farmi la giusta pubblicità e mantenere vivo l'interesse dei media su di me e le mie opere (che piacciano o no, non ha alcuna importanza), sarò un grande, indiscusso Artista. È il caso di  uno dei protagonisti dal nome quanto mai emblematico: Zeus-Peter Lama, pittore e scultore, il quale offre al protagonista  (il narratore che colloca gli avvenimenti vent'anni prima), Tazio Firelli - disperato, letteralmente sull'orlo del precipizio del suicidio, una vita "nuova", piena di successo e di ammirazione nei suoi confronti. Lui – fratello, a parer suo, insignificante e, diciamo, esteticamente fallito dei bellissimi e, per questo, famosissimi gemelli Rienzi ed Enzo Firelli che tra contratti pubblicitari e cinematografici conducono da anni una vita ricca di tutto, soldi, fama e glamour che molti dei loro ammiratori vorrebbero vivere – accetta conquistato dall'ascendente del grande pittore non comprendendo bene, tuttavia, le intenzioni di quest'ultimo che, con un'operazione che va ben oltre la chirurgia plastica e fa pensare al wellsiano Dottor Moreau (L'isola del Dottor Moreau, 1896), rende Tazio di fatto un opera d'Arte. E qui si ha un altro facile rimando: Tadzio (differisce di una sola lettera) è il giovane della cui bellezza s'innamora Aschenbach in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann (1875-1955; e vedi anche  il film di Luchino Visconti del 1971). La sua vita precedente viene del tutto cancellata inscenando persino un suo finto funerale (con morto vero, però che, ...

Il processo di Frine, Scarfoglio

Scritto da: il 10.11.08 — Comments Off
Di recente ho riscoperto un autore ormai quasi obliato, coevo di D'Annunzio ma senza la stessa fama; Scarfoglio infatti è un nome che non molti conoscono, né si conosce il suo bel romanzo breve (o racconto lungo) Il processo di Frine. Eppure trovo sia molto più moderno di quanto la sua radice ottocentesca lasci pensare: il processo, un racconto comparso originariamente nel 1883 all'interno di una raccolta omonima, ha una lingua vivace, un argomento che potrebbe essere contemporaneo e che si riflette anche sullo stile. L'argomento è una cronaca giudiziaria: il colpevole si conosce dal principio, il delitto ha già la sua soluzione e non c'è alcuna necessità investigativa; è più una analisi che chiameremmo al giorno d'oggi sociologica, uno scorcio del funzionamento delle nostre aule processuali. Veniamo in contatto quindi con l'umanità che gravitava, e nelle realtà paesane ancora gravita, intorno al tribunale: l'avvocato, i giudici, il parroco, i curiosi, nonché alla nostra Frine, che stavolta si chiama Mariantonia. La vicenda richiama dal titolo quella della classicità greca, in cui una donna accusata di empietà, Frine appunto, viene giudicata dall'areopago e difesa con metodi oratori piuttosto teatrali (e non dirò di più sul processo per non togliervi il piacere di scoprirlo da voi). La differenza immediata è sia il tipo di crimine, sia la dichiarazione di colpevolezza dell'accusata, che in un caso si professa innocente e nell'altro è rea confessa; mentre poi la Frine classica attiene alla politica, la vicenda della seconda è più passionale. La scrittura, come annunciavo, è moderna, mista di ottimo italiano e dialetto strettissimo, quasi indecifrabile, semplice e descrittiva, di ampio respiro. Lo stile alterna una varietà di registri, da quello più elevato al più umile, per tener conto degli aspetti differenti dei vari personaggi. Quel che potremmo definire una lettura attuale, in un'epoca di processi mediatici, da scoprire (o riscoprire) sorridendo ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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