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Tutte le storie di Alberto Ongaro, oltre ad essere prima di tutto delle letture appassionanti, sono delle esplorazioni delle possibilità del romanzesco, di come questo si intersechi con la vita quotidiana, di come la letteratura sia sempre un incrocio di piani, quello letterario appunto, e quello reale.
E cosa c’è di più romanzesco dell’espediente narrativo che dà vita al Segreto dei Ségonzac? A Parigi, ai giorni nostri, qualcuno prende in affitto una grande soffitta, già dimora, due secoli e mezzo prima, di artisti, di pittori, di musicisti. E vi rinviene un grande dipinto. Nel quadro, incompiuto, una grande figura di un giovane uomo, a grandezza naturale, e numerose figure di contorno, alcune appena sbozzate, altre appena indicate da dei nomi segnati sulla tela. Il giovane è un tale Philippe Ségonzac.
Al protagonista del ritrovamento questi personaggi, questi nomi, suscitano un’immediata curiosità: chi sono? O meglio, chi sono stati? Quali vite si celano dietro quelle macchie di colore? La ricerca porta ad alcuni risultati, ma, così come il dipinto, traccia solo i margini di un racconto abbozzato da pochissime notizie certe. Come riempire i vuoti del quadro e della storia se non con la fantasia? Se non con un romanzo?
I personaggi raffigurati nel dipinto diventano così i protagonisti di un racconto d’avventura in piena regola: avventurieri, assassini, nobildonne, ladri, cortigiane, tutti a ruotare attorno alla figura di Philippe Ségonzac, un giovane medico abile con la spada e la pistola, che si ritrova, dopo essere sfuggito fortunosamente all’agguato di due sicari, a scoprire di essere sotto la minaccia di qualcuno che lo vuole morto.
La ricerca del misterioso mandante e del suo movente lo porta ad indagare nel suo passato, nella Francia dove incrocerà il suo destino con un imprevedibile Giacomo Casanova e a vivere un’avventura di amori, passioni e vendette avvincente e assai ben raccontata.
È evidente che sebbene si tratti di uno dei più lineari romanzi di Ongaro, questi non rinuncia nemmeno qui al consueto gioco delle parti col lettore e all’esporre di tanto in tanto con maestria i meccanismi svelati del romanzesco, proprio come avviene nella cassa trasparente di un orologio automatico. Fino ad arrivare ad un finale che con un tocco semplice quanto geniale ci riporta ai giorni nostri con un sorriso di soddisfazione.
Consigliatissimo, con un buon Beaujolais, a tutti quelli che apprezzano uno stratagemma letterario ben riuscito.
Marked, di primo acchito, ricorda un po’ Harry Potter e le sue (dis)avventure: la nostra protagonista, Zoey, è una giovane liceale normalissima, con una vita non esattamente felice, una famiglia a pezzi e il disperato bisogno di sentirsi accettata e parte integrante di un gruppo che un giorno viene marchiata da un Ricercatore di vampiri, costringendola a lasciare la sua scuola per la Casa della Notte, la scuola speciale per vampiri.
La peculiarità del vampirismo nel mondo costruito dalle due autrici – madre e figlia – è che non si diventa vampiri per il morso di un altro vampiro: la trasformazione avviene biologicamente durante lo sviluppo dell’adolescenza.
È una cosa normale, tant’è che la trasformazione è una cosa che si studia nei comuni licei, nelle ore di biologia; nonostante ciò, e nonostante il fatto che molti attori di successo siano vampiri, la maggioranza delle persone vede i vampiri come mostri – e la mentore di Zoey, la somma sacerdotessa della Casa della Notte ne attribuisce la colpa a Dracula di Stoker.
Non tutti coloro che iniziano la trasformazione riesce a portarla a termine: uno su dieci muore prima di aver raggiunto l’ultimo anno della scuola.
Zoey, tuttavia, non è una vampira come tutte le altre: la dea venerata dai vampiri, Nyx, la sceglie come suoi “occhi e orecchi” sulla Terra. Questa scelta, dovuta al fatto che Zoey è di sangue cherokee e ha in sé un miscuglio di antico e moderno, la porta ad avere dei poteri fuori dall’ordinario e ad essere la naturale rivale di Afrodite, la candidata a divenire la nuova somma sacerdotessa della Casa della Notte. Pensate a Draco Malfoy al femminile, con una buona dose di libertinaggine in più e avrete un ritratto molto simile di questo personaggio.
Il libro è scritto in prima persona ed è narrato dalla viva voce di Zoey: il linguaggio è colloquiale, fresco, infarcito del gergo giovanile ed è aderentissimo al carattere e all’età della protagonista.
Marked è stata una lettura molto piacevole: scorre velocemente, ha un ritmo incalzante, uno stile spesso ironico e dei buoni personaggi che, anche se non del tutto originali, sanno coinvolgere e creare una certa empatia. Se c’è una cosa che può risollevare anche il più stereotipato dei romanzi è una scrittura avvincente, e le due Cast ne hanno pieno possesso.
La storia si conclude con diversi punti interrogativi e con molte zone d’ombra sull’universo dei vampiri, che scopriamo mano a mano assieme a Zoey: non c’è da stupirsi, visto che ho scoperto che i libri saranno in totale sette. Chi ha detto Harry Potter?
In definitiva, nonostante non sia del tutto originale e appartenga a un filone super sfruttato (o forse proprio per questo) Marked è un libro che si divora in pochi giorni, molto gradevole e che dà una ventata di freschezza a un genere che sta lentamente sommergendosi nelle stesse storie.
Non parlerò mai abbastanza, e abbastanza bene, di Alberto Ongaro. Quando la libreria piange e ho voglia di leggere un bel romanzo, ben scritto, originale, avvincente, vado a cercare fra i suoi titoli qualcuno di quelli che non ho letto, sapendo che ben difficilmente ne sarò deluso. È successo così anche con Il segreto di Caspar Jacobi.
Ottimo racconto incentrato sul rapporto fra realtà e rappresentazione, fra vero e romanzesco, Il segreto ci presenta Ongaro ancora una volta alle prese con un gioco di specchi fra autore e personaggi, impegnato in una partita a scacchi col lettore che può ricordare per certi aspetti La taverna del Doge Loredan.
Il protagonista qui è Cipriano Parodi, un giovane scrittore veneziano che ha da poco pubblicato un romanzo d’avventura e che sembra essere all’inizio di una promettente carriera. Ma ben presto il destino ha in serbo per lui una svolta imprevedibile: quando Cipriano trova nella cassetta della posta una lettera di Caspar Jacobi, la sua vita è destinata a cambiare per sempre.
Jacobi è infatti uno scrittore di enorme successo, vive negli Stati Uniti, pubblica in tutto il mondo, vende milioni di copie. E invita Cipriano a New York per incontrarlo. Il perché è presto svelato: al giovane scrittore viene infatti chiesto di unirsi alla squadra di ghost writer che lavora per Caspar Jacobi, il quale, come un novello Dumas, è a capo di una “bottega” che produce incessantemente romanzi, commedie, sceneggiature, racconti, che archivia storie, trame, intrighi e personaggi, costruiti, ricostruiti e assemblati da una macchina creatrice implacabile.
Fra i due si crea ben presto un rapporto ricco di ambiguità e di contrasti, la figura di Caspar Jacobi è misteriosa e vampiresca, si ammanta di segreti che per Cipriano diventano poco a poco un’ossessione: la foto di una bellissima e sconosciuta moglie, un passato oscuro e impenetrabile celato dietro le poche righe di una biografia ufficiale, gli ineffabili legami che sembrano unire i due in un destino sempre più indissolubile.
Il meccanismo di scatole cinesi che Ongaro mette in scena è piuttosto abile; giocando col lettore come il gatto col topo l’autore ci mette di fronte agli ingranaggi scoperti del racconto, fino a condurci a un finale assolutamente spiazzante, tanto più soddisfacente quanto più nega e sconfessa le nostre attese tanto abilmente sobillate. La vittoria finale del narratore.
Da leggersi in scioltezza, con un assai romanzesco Recioto di Soave.
Li vedi in treno che tengono compagnia a sconosciuti. Ti scrutano a branchi numerosissimi dagli scaffali del supermarket, mentre tu stai cercando la Baffo Moretti in offerta speciale. Ti saltano addosso dalla tv all’ora del telegiornale, ti assalgono dal tuo social network di riferimento, dalle conversazioni degli amici e degli insospettabili. E tu non sai precisamente che dirne, ma sai che sei di fronte a un CFE, un Clamoroso Fenomeno Editoriale.
E allora un po’ t’incuriosisci, un po’ ti sale la diffidenza innata… mah sarà mica il solito bidone? Sarà mica come quando ho letto la Meyer che lo sapevo già prima che mi faceva schifo ma l’ho letta lo stesso? Sarà mica che non lo leggo ma tanto poi mi tocca vedere il film e dio sa cosa è meglio? E se invece è bravo? Ma di investire la somma non se ne parla, lo si legge a prestito da qualcuno (ché qualcuno prima o poi si trova) e poi si vede. Se ci si appassiona magari poi, nel caso, si comprano anche gli altri.
Ed è successo più o meno così per me con questo CFE di prim’ordine, L’ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafòn, romanzo d’avventura si potrebbe dire vecchio stile, con personaggi dal volto sfigurato che si aggirano sinistri nella notte barcellonese, efferati delitti, storie d’amore, giovani protagonisti che si affacciano alla vita, storie di vendetta… e storie di libri.
Ora, questa recensione si rivolge ai quattro gatti che ancora non l’hanno letto, ovvero togliendo me ne resterebbero solo tre, ma tant’è. Dicevo, non entro più di tanto nella trama, dirò solo che al centro di questo romanzo c’è uno scrittore, o forse il suo fantasma, e i libri che ha lasciato dietro di sé.
C’è un ragazzo che seguendo le tracce di quei romanzi perduti scopre storie e verità sepolte, scopre soprattutto legami con la sua vita, vita che viene naturalmente sconvolta in maniera determinante oltre che, altrettanto ovviamente, messa a repentaglio. C’è una Barcellona del dopoguerra appena abbozzata ma sicuramente suggestiva a fare da inconsueto scenario. Ci sono infine anche ottimi comprimari, a dimostrazione dell’ottimo mestiere che Zafòn, che è anche sceneggiatore, evidentemente possiede.
Le premesse per una lettura appassionante ci sono insomma tutte e vengono rispettate. Il racconto prende ritmo e velocità poco a poco ma parte piano e diventa avvincente davvero solo nella seconda parte, quando i fili cominciano a essere tirati e Zafòn serra i ranghi e rende più compatta la narrazione.
Forse manca un po’ di personalità a livello stilistico, non c’è una scrittura particolarmente riconoscibile, ma credo ci sia quello che più conta e che spesso manca, una bella storia che si fa leggere (con uno scorrevole Morellino di Scansano) e anche ricordare. E non è poco.
P.S. Che qualcuno non se n’abbia a male, io comunque la Meyer non l’ho mai letta…
Qualche recensione fa vi ho parlato della serie di Anita Blake, la sterminatrice di vampiri. La stessa autrice, Laurell K. Hamilton, ha dato il via in seguito ad un’altra saga con protagonisti che stavolta sono esseri fatati e di cui Un bacio nell’ombra (Edizioni TEA) rappresenta il primo libro.
Innanzi tutto è importante sottolineare che le fate di cui parliamo non hanno nulla a che fare con le minuscole creature a cui le fiabe ci hanno abituato: non sono cioè personcine alte un palmo che svolazzano a destra e a manca, ma esseri soprannaturali (sia maschi che femmine) dotati di una bellezza e di una forza ultraterrene, oltre ai vari poteri magici propri di ogni individuo.
La protagonista è la principessa Meredith NicEssus, che all’inizio del libro troviamo esiliata a Los Angeles con il nome di Merry Gentry, detective del soprannaturale di professione. Ben presto la ragazza viene contattata dagli emissari della regina Andais, sua zia, che la rivuole a corte per un motivo preciso: il regno ha bisogno di una discendenza, perciò se Merry genererà un figlio prima del legittimo pretendente al trono, il pazzo e crudele principe Cel, potrà avere la corona ed il potere su tutte le fate.
Merry può scegliere, per portare a buon fine l’impresa, tra le ventisette guardie della regina, ovvero un manipolo di fighi di eroi che da millenni sono rimasti casti e puri per i voti imposti loro dalla sovrana e che solo con Meredith potranno essere infranti.
Il resto lo potete immaginare. A fronte di un’esilissima trama “giallo-fantasy”, i tentativi della principessa di restare incinta fanno la parte del leone e vengono descritti con una terminologia quasi del tutto priva di edulcoranti.
Ciò che separa Un bacio nell’ombra da un libro di chiara matrice erotica è la capacità dell’autrice di non prendersi troppo sul serio, il che rende il tutto divertente e stimola la curiosità. La sfilza di amanti a cui la protagonista si concede ogni notte sono descritti come fossero modelli, ma ognuno ha un colore ed un elemento a cui essere associato e questo li rende più simili a cartoni animati e toglie ogni volgarità alla vicenda: c’è il nero Doyle, chiamato la Tenebra, c’è l’argentato Frost, freddo come il ghiaccio, c’è il verde Galen spontaneo come l’erba… una miriade di personaggi come questi vanno a costruire un mondo parallelo al nostro in cui le fate fanno parte della società e devono seguire le leggi americane.
Un mondo pieno di intrighi e tradimenti, duelli di astuzia e di magia, di fascino e sentimenti contrastanti che proprio per questo riesce a non annoiare mai, nonostante la saga prometta di continuare ancora a lungo.
L’unica pecca delle edizioni italiane è il ritmo lento con cui i romanzi vengono tradotti e pubblicati: un libro all’anno è decisamente poco per una serie le cui avventure non sono autoconclusive. I fans sono quasi costretti a cercare spoiler in rete e questo potrebbe rovinare il gusto della lettura. Dico “potrebbe” perché anche la ricerca di notizie si rivela difficile ed è molto più comodo, per chi conosce un po’ l’inglese, leggere le uscite in lingua originale.
Chi non ha dimestichezza con questa lingua, invece, dovrà attendere i tempi della casa editrice Nord, sperando che i responsabili decidano di accelerare almeno un poco.
Nel giugno del 1975 usciva il primo numero di Mister No, fumetto edito da quell’Editoriale Cepim, oggi conosciuta come Sergio Bonelli Editore, celebre per avere prodotto e pubblicato serie storiche come Tex e Zagor. Scritto dallo stesso Sergio Bonelli, sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta, Mister No voleva però essere un prodotto a suo modo innovativo, sia nel panorama del fumetto seriale italiano in generale sia, in particolare, per gli standard della casa editrice.
Mister No, al secolo Jerry Drake, è infatti un avventuriero sui generis – perché pur sempre di fumetto d’avventura si parla – un avventuriero suo malgrado, un pilota americano che dopo aver combattuto per il suo Paese durante la Seconda Guerra Mondiale (anche in Italia fra l’altro) si ritira in cerca di pace a vivere nella Manaus degli anni ’50, in Brasile, in piena foresta amazzonica, lavorando come pilota turistico alla guida di un piccolo piper.
Un antieroe assai lontano dalla retorica dei protagonisti del comic classico, calato in pieno nell’ondata di rinnovamento degli anni ’70 insomma, un protagonista disilluso, disincantato e anticonformista di storie che gli capitano sulla testa suo malgrado. E per essere un tipo alla ricerca di tranquillità, un bicchiere di cachaca con gli amici e qualche bella donna, bisogna dire che gliene capitavano: indios tagliatori di teste, trafficanti d’armi, zombi e dark lady, e tutto un campionario di avversari e dis-avventure che però iniziavano a portare in campo tematiche ecologiste legate alla salvaguardia della foresta pluviale e a un profondo rispetto della cultura indigena. A testimonianza del sincero amore che l’autore nutriva, e nutre tuttora, per quelle terre.
La serie ha concluso le sue pubblicazioni da qualche anno ma a testimonianza della vitalità e del valore del personaggio continuano a essere ripubblicate in libri e ristampe periodiche, come nel caso di questo volume, edito dalla bolognese Comma 22, e intitolato Il Dio vendicatore. Viene qui infatti riproposta una storia classica, a firma Guido Nolitta e con i disegni di Roberto Diso. Diso che era il disegnatore principe della serie: se infatti il personaggio all’inizio era stato creato graficamente da Gallieno Ferri e Franco Donatelli, già al fianco di Nolitta/Bonelli sulle pagine dello storico Zagor, ben presto fu lo stile elegantissimo e dinamico di Roberto Diso a imporre il look definitivo del pilota e a far sì che l’ottimo illustratore diventasse il copertinista definitivo della serie.
Grande merito va quindi a case editrici come questa, che fanno conoscere anche ai più giovani una perla del nostro fumetto “popolare” che ha vantato fra i suoi autori anche nomi illustri, oltre a quelli già menzionati basta citare Tiziano Sclavi, il padre di Dylan Dog, lo scrittore veneziano Alberto Ongaro, o Ferdinando Tacconi fra i disegnatori.
Da riscoprire e (ri)assaporare ovviamente – a trovarla – con una cachaca originale.
Un certo tipo di romanzo d’avventura che riscuote oggi un certo successo commerciale ha sempre trovato in Italia scarsa rappresentativa, vuoi per l’amore dei nostri scrittori per temi più pomposi, vuoi per una scarsa tradizione narrativa nostrana in tal senso.
Alberto Ongaro ha rappresentato negli anni forse la più felice eccezione a questa mancanza. Veneziano, già giornalista e autore di fumetti, con alle spalle molti anni trascorsi in Sudamerica e in Inghilterra, Ongaro è il brillante autore di questo La taverna del Doge Loredan, romanzo risalente agli anni 80 e che rispolvero perché è sicuramente un lavoro emblematico della sua produzione, caratterizzata ancora oggi da storie avvincenti e soluzioni narrative sempre sorprendenti, incastri temporali e giochi del destino a guidare e sparigliare le sorti dei personaggi.
In questo caso ci troviamo di fronte all’ormai classico espediente del libro nel libro: un volume ritrovato da un antiquario veneziano racconta e riporta alla luce una storia di molti decenni prima, la picaresca vicenda di Jacob Flint e del suo antagonista, il contrabbandiere maledetto Fielding.
In un sapiente gioco di rimandi fra passato e presente, di cui non voglio svelare assolutamente niente, le due vicende si intrecciano, fra avventure condite di duelli ed erotismo, amore per la letteratura e gioco a viso aperto col lettore. La scrittura di Ongaro è elegante ma concreta, popolare e raffinata allo stesso tempo, sa affascinare come una delle corti veneziane in cui si muovono i protagonisti del racconto e sa ammantare di mistero una narrazione fluida e appassionante.
Come può del resto un appassionato di storie d’avventura sfuggire al fascino di una frase come “Quella sera guidato da capitan Viruela mi diressi verso la “Taverna del Doge Loredan”. Devo anche dire che il cuore mi batteva forte come se sapesse, lui il cuore e non io, che stavo andando incontro al mio destino?”. Tale è infatti la frase del libro ritrovato che attrae per prima l’antiquario Schultz e che ha il potere magico di innescare la fascinazione e di trascinarlo nella vicenda. E ovviamente, noi con lui.
Da gustare con un vino Veneto, magari di un certo lignaggio, come un ottimo Amarone.
PREMESSA: l’autrice informa di essere una fan sfegatata del signor Neil Gaiman. Nel senso che, se anche costui scrivesse le istruzioni di un medicinale, le leggerebbe con avidità trovandole interessanti. Il vostro Elfo si scusa, perciò, se la seguente recensione risulta “un tantino di parte”.
Periodo di grande fermento per i fan di Neil Gaiman: mentre nei cinema sta esplodendo il successo di Coraline e la porta magica, nelle librerie è uscita l’ultima fatica dell’autore britannico: Il figlio del Cimitero, per le edizioni Mondadori. A chiunque trovasse il titolo un po’ troppo macabro per proporlo al proprio figlio/nipotino/cuginetto suggerisco di gettarsi alle spalle il pregiudizio: come è specialità di Gaiman, il punto di vista slitta in continuazione e in molteplici occasioni si ribalta addirittura, perciò il cimitero di cui parliamo è tutt’altro che un luogo cupo e terrorizzante.
La storia si apre con l’assassinio di un’intera famiglia, narrato dal punto di vista… del coltello; un particolare che allenta la tensione facendo intuire l’orrore senza mai mostrarlo (siamo pur sempre alle prese con la letteratura infantile). L’unico superstite è il figlio minore che, nonostante abbia appena imparato a camminare, riesce a raggiungere il cancello del vicino cimitero.
Qui i morti, una combriccola di allegri fantasmi, si accorgono di lui e decidono di adottarlo, dandogli il nome di Nobody. Attraverso le quasi trecento pagine del romanzo, i (piccoli?) lettori possono seguire l’infanzia e la prima adolescenza di Bod, che vive in una realtà protetta e sospesa tra la vita reale e il mondo dei defunti, che è molto più divertente di quanto chiunque possa aspettarsi. Purtroppo l’assassino della sua famiglia è ancora alla sua ricerca per “finire il lavoro” e il ragazzino non potrà ritenersi al sicuro finché non lo avrà affrontato ed avrà compiuto il suo destino, ma ancora più difficile sarà resistere al richiamo della vita che si svolge oltre i confini solidi del cimitero.
Ora, potrei tediarvi con una trentina di righe in cui lodo sperticatamente lo stile di Neil Gaiman e…pensandoci bene credo che lo farò, perciò se detestate le sviolinate passate oltre. Scherzi a parte, mi capita raramente di sorridere durante una lettura per una trovata intelligente che non riguarda tanto la trama in sé, ma la trasposizione su carta di un concetto. Nel caso di questo autore le pennellate di genio abbondano e Il figlio del cimitero non fa eccezione.
I personaggi sono tutti, o quasi, sul limite del surreale. Qui l’eroe è un ragazzino solitario che ha come unici amici dei fantasmi, i quali sono uno più bizzarro dell’altro. Poi c’è Silas, il Tutore, una creatura misteriosa né viva né morta, che segue il cammino di Nobody con l’affetto di un padre; ci sono gli antagonisti, ovvero la Confraternita dei Fanti, un gruppo di assassini che si chiamano tutti Jack e infine c’è una ridda di personaggi “vivi”, a cui il protagonista si accosta con sempre maggiore fervore, capendo di non appartenere al mondo di lapidi e mausolei in cui suo malgrado è cresciuto.
Parlando di morti e di fantasmi, Gaiman ci regala – come solo lui sa fare – un inno alla vita: le avventure, la suspence ed i piccoli spaventi che affollano queste pagine si amalgamano in un unico, positivo messaggio e cioè che, nonostante non tutto sia rose e fiori, vivere a pieno i giorni che ci vengono donati è la sfida più avvincente che possa esistere e che tutti dobbiamo accettare: in fondo per fare i pigri e riposare c’è un’eternità intera che ci aspetta!
Ènotizia recente che da questo libro verrà tratto un film diretto da Neil Jordan, già regista di La moglie del soldato ed Intervista col vampiro, segno che dopo buone prove come Stardust e Coraline il cinema – come me – si sta innamorando sempre di più di questo grandissimo (!!!) scrittore.
Il ciclo legato a re Artù e ai cavalieri della Tavola Rotonda è stato spesso oggetto di riletture e revisioni più o meno riuscite e fantasiose. Pur non ritenendomi esperta sull’argomento, ho letto parecchio materiale in merito e devo dire che, salvo poche eccezioni, ho sempre trovato un po’ superfluo il ritrattare argomenti e personaggi sui quali grandi autori del passato come Malory e De Troyes hanno costruito delle vere e proprie leggende. Le eccezioni, per fortuna, non mancano ed è il caso di Re per sempre, scritto a quattro mani dalla coppia Molly Cochran e Warren Murphy ed edito per l’Italia da TEA.
I due autori affidano il ruolo di protagonista ad Hal, un alcolizzato con un passato da agente dell’FBI, che nella New York dei nostri giorni si trova a proteggere un orfano di dieci anni, Arthur Blessing, da un pericolo che giunge da molto lontano nel tempo e nello spazio. Il ragazzino, infatti, è venuto accidentalmente in possesso di una ciotola di materiale sconosciuto che sembra avere la proprietà di guarire qualsiasi ferita.
All’inseguimento della Coppa vi è un essere soprannaturale chiamato Saladin, il quale ha attraversato i secoli senza essere invecchiato di un giorno, grazie alla magia del preziosissimo oggetto. Arthur ed Hal sono costretti a fuggire in Inghilterra e lì trovano l’aiuto di un vecchio molto particolare. Questi svela loro di essere il Mago Merlino, tornato a nuova vita per proteggere la reincarnazione di Artù, “il re che fu e sarà”, secondo le leggende bretoni.
Arthur scopre così di essere destinato a tenere con sé la coppa che un tempo era chiamata Graal, ma anche di avere “portato con sé” l’anima del suo cavaliere più fedele, Galahad, che ha trovato rifugio nel cuore dell’ex poliziotto. La lotta per impedire al demoniaco Saladin di tornare in possesso della Coppa si rivelerà più dura del previsto e i nostri tre eroi dovranno mettere alla prova tutto il loro coraggio e la loro fede.
Scritto con linguaggio moderno e scorrevole, costellato di immagini vivide e sostenuto da un ritmo quasi cinematografico, “Re per sempre” è un libro godibilissimo sia per chi conosce bene il ciclo arturiano, sia per chi ne é completamente digiuno. I personaggi sono calati nella nostra realtà (o, per meglio dire, in quella americana) e l’eco della loro vita precedente li ammanta di un gusto epico che non sfocia mai nel banale e nel noioso.
Hal, o Galahad, è un duro dal cuore tenero, con un grosso trauma alle spalle che lo ha costretto ad abbandonare la polizia e a rifugiarsi nell’alcool; l’incontro fortuito con Arthur, troppo intelligente per avere solo dieci anni, si rivela per lui un’ancora di salvezza e lo scoprire di avere di fronte l’incarnazione del re leggendario è l’apice di una ricerca durata per un millennio. Merlin, incarnatosi invece nell’archeologo inglese Bertram Taliesin, è un vecchio arzillo, colui che ha il compito di tenere gli altri due con i piedi per terra.
A fare da contrappunto al bizzarro trio c’è un magnifico avversario: è Saladin, il Cavaliere Nero di arturiana memoria, qui descritto come un uomo di lucida crudeltà ed intelligenza, con una cultura plurimillenaria e un disprezzo fatale per gli altri esseri umani, datogli dall’immortalità acquisita grazie alla misteriosa Coppa. A lui sono dovute le parti più interessanti del libro, quando i suoi ricordi riportano il lettore alle due occasioni nelle quali il Graal gli era sfuggito dalle mani: la prima volta in Palestina, dove era finito sulla tavola di un profeta chiamato Gesù, e la seconda in Britannia, circa cinquecento anni dopo, dove il segreto era stato svelato da un vecchio mago al servizio di un re giovane ed idealista chiamato Arthur.
Passato e presente si fondono in un intreccio armonioso, che tiene i lettori incollati alla pagina grazie anche a parecchi spunti polizieschi. Su tutto lievita un’aura quasi malinconica, per un’era perduta dove cavalieri in armatura scintillante combattevano le ingiustizie.
Il finale, volutamente aperto, lascia il respiro per un seguito che purtroppo, per quel che ne so, non è mai arrivato. Da un lato, però, è meglio così: è piuttosto chiaro che l’intento degli autori non fosse quello di creare una saga, come oggi va tanto di moda, ma di celebrare l’immaginazione e il fantastico attraverso una delle leggende più radicate nella nostra cultura.
Eccoci al nuovo appuntamento col concorso indetto da Edizioni XII per la narrativa di genere, che cerca due inediti, un thriller e un romanzo d’avventura, da pubblicare nel 2010. La partecipazione alle selezioni è gratuita. Ed ecco un po’ di indicazioni da rispettare:
Possono partecipare al bando i romanzi che soddisfino i seguenti requisiti:
• Genere: il romanzo deve appartenere a uno dei due generi ricercati, thriller o avventura (consultare le FAQ per la definizione di questi due generi)
• Inediticità: il romanzo non deve essere stato pubblicato in precedenza da un altro editore
• Diritti: l’autore deve essere proprietario di tutti i diritti sull’opera
• Lunghezza: il romanzo deve essere lungo un minimo di 180.000 caratteri, spazi inclusi.
• Lingua: il romanzo deve essere in lingua italiana
• Scadenza: il romanzo deve essere inviato entro e non oltre il 31 luglio 2009
C. Come inviare il romanzo
L’invio del romanzo prevede la spedizione di due file distinti: uno per il romanzo vero e proprio e uno contenente la sinossi del romanzo (consultare le FAQ per la definizione di sinossi).
Il romanzo e la sinossi devono essere inviati come allegati in formato .rtf all’indirizzo e-mail: inarratori@xii-online.com
Si indichi in oggetto della mail: “Romanzo per il premio iNarratori 2009″.
I file in allegato non possono superare i 3 MB di dimensione totali.
D. Dati Personali
Nel documento contenente la sinossi inserire in apertura i seguenti dati personali:
• nome e cognome dell’autore/autrice
• recapito postale
• indirizzo e-mail
• titolo dell’opera
• genere (thriller o avventura)
• breve dichiarazione di inediticità e di possesso dei diritti sull’opera
• la dicitura “Autorizzo il trattamento dei dati personali contenuti nel mio romanzo in base art. 13 del D. Lgs. 196/2003.”
Il documento contenente il romanzo dev’essere invece anonimo.
La valutazione durerà diversi mesi e prevederà un livello di complessità crescente. Gli autori dei romanzi selezionati dalla Commissione per la pubblicazione saranno contattati via e-mail, e il risultato pubblicato sul sito Web di XII, sul blog e sul forum. A tutti gli autori finalisti verrà consegnata una scheda di valutazione redatta dalla Direzione Editoriale.
Trovate tutti i dettagli sul sito di XII, che potrete visitare per gli aggiornamenti.