Tutti gli articoli su autobiografie

Parola di Dimitri

Scritto da: il 17.12.09 — 11 Commenti
Non c'è niente di peggio, poi, dei libri in prima persona con protagonisti giovani, diciamo tra i quindici e i trent'anni. Di solito sono opera di gente che, non avendo nulla da raccontare, tenta di trasfigurare una vita banale in qualcosa di mitologico. Studentelli universitari diventano poeti bohème, donne che vivono a colpi di reni s'illudono che darla in giro sia tantrismo pret-à-porter. Sono racconti pieni di riflessioni a buon mercato, di filosofia da cioccolatino e, immancabili, considerazioni sulla gioventù che è bella ma difficile e viene una volta sola e non te la restituisce nessuno. Il mondo è pieno di pessimi romanzi, ma quelli in prima persona con protagonisti giovani meritano un posto d'onore nella biblioteca dell'inferno. Francesco Dimitri, La ragazza dei miei sogni

Infanzia di Nivasio Dolcemare, Savinio

Scritto da: il 26.08.09 — 2 Commenti
Prendi un romanzo che hai sentito all'università e che si intitola: Infanzia di Nivasio Dolcemare. Ok, e chi è questo Nivasio Dolcemare? Beh, bisognerebbe sapere innanzitutto chi è l'autore, Alberto Savinio. Già, ma per saperlo si dovrebbe passare per i nomi di Albert Sauvin e prima ancora di Andrea De Chirico. Un momento... non si chiamava Gorgio? Eh sì, ma il famoso pittore metafisico aveva un fratello (Andrea, appunto) e che fratello! Uno che a dodici anni si è diplomato in pianoforte, una decina d'anni dopo è stato indicato da Apollinaire come padre della pittura surrealista e negli ultimi quindici è passato di penna in penna tra i critici contemporanei che vedono in lui una delle vette della letteratura italiana del Novecento. Uno che, insieme al fratello, è nato in Grecia figlio di italiani, è cresciuto in Germania ed ha studiato in Francia. Si è scelto la nazionalità Italiana andando in guerra, e ha voluto far di testa sua anche col nome. Alberto Savinio, più che uno pseudonimo, è il suo nome più vero (tanto che ha passato il cognome ai figli) e l'ha preso a prestito da un tale Sauvin poligrafo francese. Poligrafo come lui insomma, che con una penna in mano è stato poeta, drammaturgo, critico musicale e di pittura, giornalista e romanziere. Vita intrigante? E allora l'infanzia di questo Nivasio (capito il gioco di anagramma?) va proprio letta, perché quella di Nivasio altro non è che l'infanzia di Savinio, di Andrea De Chirico e, in ultima analisi, anche la nostra. È difficile fare di un lungo racconto autobiografico sulla propria fanciullezza un'immagine nitida e sincera fino all'imbarazzo della fanciullezza tout court. Savinio ci riesce, e se agli appassionati di Novecento piacerà scoprire dettagli da pettegolezzo sugli anni ad Atene della famiglia De Chirico (chi abbia insegnato il tedesco al giovane Savinio, ...

Educazione siberiana, Lilin

Scritto da: il 27.05.09 — 7 Commenti
Colombi, santi, KGB, ospitalità, picca, tè, Voluti da Dio: sono parole chiave per parlare di Educazione Siberiana e le lascio qui, all’inizio di tutto, per non rischiare di abusarne. Mi tengo invece la parola “kol’shik” – con questo termine si indica la figura del tatuatore che, all’interno della comunità siberiana e soprattutto nelle prigioni, ha un ruolo fondamentale di narratore. Nell’immagine incisa sul corpo si racconta un’azione, si traduce il verbo in immagine, e viceversa. “Scrivere” nel suo mondo voleva dire accoltellare, e Lilin – che oggi di mestiere fa il tatuatore nel nostro paese – ha smesso di scrivere per cominciare a raccontare. Non me ne vogliate se preferisco quindi considerarlo un narratore, piuttosto che uno scrittore. La storia di Nicolai Lilin è grande. Il suo corpo, già pieno di tatuaggi, non bastava più. Necessitando di una nuova forma d’espressione l’autore, fortunatamente, ha scelto di affidare questa prima sezione di memoria al romanzo. Educazione Siberiana è il ricordo di un’infanzia che ci apre le porte del mondo della criminalità siberiana, con le sue regole, i suoi codici e i suoi limiti. Lì in Transnistria, e Lilin lo dice chiaramente, il governo russo “scaricava” tutti coloro che venivano ritenuti scomodi. Lilin-bambino, discendente degli Urka, cresce nel quartiere di Bender e combatte per la supremazia degli ultimi criminali onesti, quelli che come lui hanno la possibilità – attraverso i “nonni” – di conoscere le regole fondamentali di rispetto e onore, e la saggezza di attenersi a quelle antiche regole di distacco verso il denaro e profondo amore per chiunque nella comunità. In un gelido angolo di mondo le bande si contendono il predominio, gli Urka vivono e uccidono secondo i valori della gente onesta: ladri, assassini, trafficanti. L’attaccamento all’etica di questi uomini, attraverso la narrazione ricca di particolari ma sempre leggera di Lilin, permette a ...

Le cose che contano – Il pane di ieri, Bianchi

Scritto da: il 16.04.09 — Comments Off
Fin dalla premessa, l'Autore – il monaco Enzo Bianchi (1943), fondatore della comunità di Bose – desidera sottolineare che questo suo libro, Il pane di ieri, non è e non vuole assolutamente essere un rimembrar nostalgico di un passato lontano. Prova ne sia che, solo occasionalmente adopera la prima persona (singolare o plurale): nel raccontare usa per lo più il “si” impersonale. È tuttavia inevitabile che ricordi la propria vita ma il suo desiderio più grande e suo scopo precipuo è ritrovare in quel passato quei comportamenti, quei principi, quegli atteggiamenti quell'umano essere che possono e son senz'altro validi ancor oggi e lo saranno anche in futuro. Le proprie esperienze di vita – principalmente infantile e adolescenziali – son per Bianchi solamente uno spunto per generalizzarne spiegarne il significato profondo che avevano a quei tempi ma che han permesso a lui e alla sua gente - un paese di campagna del Monferrato – di vivere e affrontare le difficoltà esistenziali con maggior forza d'animo e serenità. Gesti, obsoleti, a cui spesso, troppo spesso, da tempo più non si dà importanza e ai giorni nostri passano quindi pressoché inosservati. Ed ecco, allora, fin dal primo capitolo i pochi essenziali valori che quel mondo rurale si dava: senso del dovere, della misura, la sana diffidenza e capacità di lasciar correre, di tollerare. E poi il modo in cui si considerava il tempo atmosferico e le sue previsioni che non erano attese in una prospettiva “turistica” ma, in quel mondo contadino assumevano (e, in genere, assumono sempre in quell'ambiente) un'importanza vitale: una grandinata, una tempesta, poteva potar via in pochi minuti un faticoso paziente lavoro di mesi. E per scacciare il maltempo o invocarne di propizio anche il parroco dava il proprio contributo il che, mi ha fatto pensare, ...

La mia vita, Christie

Scritto da: il 08.04.09 — Comments Off
Alzi la mano chi non conosce Agatha Christie e almeno alcuni dei suoi più celebri gialli: Assassinio sull'Orient-express e Dieci Piccoli Indiani per citare nel mucchio due delle sue opere più riuscite, anche nelle loro trasposizioni cinematografiche. Quello che forse non tutti sanno è che uno dei libri meno noti ma più belli della famosa giallista è la sua autobiografia, La mia vita, uscita postuma nel 1977. Con uno stile fresco e vivace Agatha Christie, classe 1890, racconta la sua vita rivelandosi molto diversa dalle tante dame inglesi, tutte case di campagna e tè delle cinque, che popolano i suoi gialli. Lettrice accanita che diventò scrittrice per scommessa (la sorella Madge la sfidò a scrivere un libro che fosse all'altezza di quelli di sir Conan Doyle, che entrambe adoravano), dalla fine della prima guerra mondiale iniziò a viaggiare, prima con il marito Archibald Christie e, dopo il doloroso divorzio da quest'ultimo, da sola. Fu proprio durante uno dei suoi solitari viaggi in Medio Oriente, nel 1930, che conobbe e in seguitò sposò Max Mallowan, un archeologo più giovane di lei di quattordici anni. Dopo le nozze la sua vita divenne veramente itinerante, al seguito degli scavi archeologici del marito nei moderni Siria e Iraq: la maggior parte dei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi prendono così vita su tavoli di fortuna in alberghi del Medio Oriente, lontani dai salotti inglesi dove nelle sue storie fa muovere l'auto ironico alter ego letterario, la scrittrice di gialli Adriane Oliver. Nel libro parla di tutto questo, e di molto altro ancora. Della sua infanzia (fortunata, come la definisce lei stessa nell'incipit del libro) nell'adorata casa di Ashfield, probabilmente la parte migliore di tutta l'opera. Dell'esperienza come infermiera al dispensario dell'ospedale durante il primo conflitto mondiale, dove maneggiando i veleni le viene l'idea per la sua prima opera, “Poirot ...

Memorie di Adriano, Yourcenar

Scritto da: il 27.01.09 — 1 Commento
Ci sono libri che ogni tanto viene voglia di rileggere, libri che tornano alla memoria con potenza per l’impatto che hanno avuto alla prima lettura, ma che a distanza di anni ci si chiede che effetto farebbero… se sono cambiati anch’essi, con noi, e come noi. Il libro che riprendo in mano in questi giorni è uno di quelli per cui la parola capolavoro una volta tanto non è sprecata. Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar è l’autobiografia fittizia dell’imperatore romano, in cui la scrittrice lo immagina, quasi sessantenne, malato e prossimo alla morte, comporre una lunga lettera al giovane erede Marco. In questa lettera Adriano ripercorre la sua vita, interrogandosi su vari aspetti dell’esistenza e soffermandosi a lungo in profonde riflessioni sulla natura umana e sulla vita. Adriano parla d’amore e di morte, di ricerca del piacere e di politica, di guerra e di amicizia. Fra saggio storico, diario e meditazione filosofica la potenza di queste Memorie sta non solo nelle folgoranti intuizioni, nella lucidità del pensiero, ma anche nella straordinaria prosa della Yourcenar, capace di vertici poetici di grande bellezza, seppure con un’asciuttezza e una raffinatissima (quanto apparente) semplicità che ne fanno una lettura assolutamente affascinante. Se l’Imperatore infatti ci propone un’interessante e precisa rievocazione storica, densa di particolari quotidiani, l’uomo Adriano ci regala riflessioni senza tempo, venate dalla malinconia delle ore finali, ma che si riverberano piene di vita nei ricordi che si susseguono come lampi nel corso del romanzo. Quello che si compone così dinanzi ai nostri occhi è un affresco popolato di persone e di eventi, ma il miracolo che riesce alla Yourcenar è la credibilità del tutto. Mai per un attimo dubitiamo che sia davvero Adriano a parlare, talmente densa di umanità e di empatia è la scrittura, e fin dalle prime righe ci si ritrova partecipi ...

Una goccia di splendore – Fabrizio De André, Harari

Scritto da: il 07.10.08 — 4 Commenti
Quando è morto Fabrizio De André l’ho saputo dal televideo. Quando tre settimane fa è morto Rick Wright l’ho saputo dal televideo. Mi viene da non accenderlo più, capirete. In entrambi i casi è stato un lutto, la morte di uno che ti ha dato tanto, magari senza saperlo, ma uno che ti ha segnato la vita. A Faber ho avuto la fortuna di poterlo dire, di poterlo ringraziare per la sua musica e per il suo pensiero... A Rick Wright no, ma questa è un’altra storia. Questo libro è invece la storia di Fabrizio De André, narrata attraverso le sue parole e le sue immagini. Guido Harari, curatore del volume e celebre fotografo e giornalista rock, ha messo assieme con intelligenza e competenza una sorta di autobiografia postuma, raccogliendo e ordinando frasi, pensieri, dichiarazioni, interviste e quant’altro Fabrizio ci ha lasciato nel corso degli anni, riuscendo così a riprodurre un quadro affascinante e fedele di una personalità così straordinaria. Perché straordinario Faber lo era veramente, fin dalla sua infanzia borghese ma contadina allo stesso tempo, dalla sua adolescenza piratesca nei vicoli di Genova, fino ad arrivare al cantautore idolatrato e timoroso del palcoscenico che abbiamo conosciuto e amato in tanti. E ci viene restituito così vivo in questo libro, con il suo pensiero vibrante, anarchico, con la sua arguzia, la sua cultura, la sua umanità, il suo umorismo e la sua autoironia… e con le sue immagini, una raccolta di foto belle, bellissime: le foto di famiglia, dell’infanzia, così come le foto dei professionisti che lo hanno ritratto sul palco e fuori. Parla di tutto De André in questo volume, certamente di sé ma anche di filosofia, di religione, di storia e di politica, di musica e letteratura. Parla del rapimento, parla della sua fattoria dell’Agnata, parla delle sue donne e dei suoi figli. ...

La fine è il mio inizio, Terzani

Scritto da: il 04.09.08 — Comments Off
Dal suo ultimo eremo nel cuore della collina toscana un uomo racconta della sua vita, dalle cronache di guerra ai grilli in scatola, passando dalle fumerie d’oppio fino alla ricerca della Verità. Tiziano Terzani è stato un giornalista atipico, che ha speso la maggior parte della sua vita in svariati paesi dell’Asia dove ha lavorato come corrispondente e inviato, compiendo viaggi ed esperienze che lo hanno portato a scrivere numerosi libri dei quali questo è stato l’ultimo prima della scomparsa. E di fatto, di tutti i suoi viaggi, La fine è il mio inizio è il racconto del più grande, il racconto fatto al figlio Folco della propria esistenza quando la consapevolezza della malattia non lasciava che il tempo di quest’ultima narrazione. Narrazione raccolta in presa diretta e pertanto va da sé che il libro ha il linguaggio immediato del racconto colloquiale, l’autenticità data dalla assoluta mancanza di ricercatezze formali non necessarie. Quasi un libro-intervista in certi momenti, quando è Folco a punteggiare il racconto del padre di domande e interventi, ma è sempre Terzani a portare avanti la sua storia con la stessa lucidità e determinazione con cui sembra averla vissuta. E la rievocazione parte dall’infanzia, da Firenze, parte da un racconto autobiografico che poi mano a mano che ci si avvicina al presente parla di Cina, di Cambogia, di Gandhi e Mao, si arricchisce sempre di più di considerazioni storiche, etiche e, nella parte finale, filosofiche che costituiscono poi la parte più interessante del libro. Pur senza mai ergersi al ruolo di dispensatore di verità universali Terzani racconta infatti anche un personalissimo percorso spirituale, e forse il pregio maggiore di questo racconto è proprio di non pretendere verità assolute o tanto meno dogmatiche. “Occorre trovare un equilibrio, cercare la Via di mezzo” ama ripetere. Poi non mancano le pagine toccanti, quelle dedicate agli affetti, alla famiglia, ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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