Tutti gli articoli su autobiografia

La metafisica dei tubi, Nothomb

Scritto da: il 11.01.11 — 2 Commenti
I libri di Amélie sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Perciò, come promesso, eccomi qui a consigliarvene un altro. Il titolo può sembrare senza senso: La metafisica dei tubi fa pensare ad un manuale per ingegneri mistici, ma in realtà – terminata la lettura – sembra assai meno singolare che ad una prima occhiata. Questo perché tutto il libro è “strano”. Tanto per cominciare si parla di una autobiografia: l’autrice richiama i suoi primissimi anni di vita, quando il padre era console del Belgio in Giappone. Sfido chiunque a rendere interessante l’autocelebrazione di una bambina di tre anni. Per di più, di una che fino al compimento del secondo anno di vita non si è mossa granché, non ha parlato, non ha registrato alcun ricordo: niente di diverso da un tubo, insomma. Eppure, la Nothomb ci riesce con il consueto stile e l’acuto umorismo. A schiuderle le porte della realtà sensibile e dei ricordi è un pezzetto di cioccolato belga, dono della nonna: la delizia è la chiave che porta Amélie dal mondo dei tubi a quello umano. E, da quel momento, la bambina si dimostra assai più intelligente dei coetanei, dandoci la possibilità di osservare attraverso i suoi occhi uno spaccato di vita familiare, ma anche usi e costumi di un paese lontano ed estremamente diverso dal nostro. La brevità del testo non è un limite per questa brava autrice, perché la cura e l’acume espressivo non hanno bisogno di enciclopedie. La scelta delle parole fa pensare ad un continuo lavoro di modellamento, come se il libro fosse una piccola scultura. Questo è un grandissimo pregio, purtroppo non condiviso da tutti: alcuni pensano che sia una forma di “saccenza” che trasuda dalle righe, io penso sia solo un grande rispetto per il lettore. La parte della storia raccontata è accattivante, perché innaffiata ...

Come le mosche d’autunno, Némirovsky

Scritto da: il 21.10.10 — 2 Commenti
Questo breve romanzo – Come le mosche d’autunno – che la Némirovsky pubblicò nel 1931, è emotivamente denso e triste ed è una rielaborazione di proprie esperienze autobiografiche: anche lei e la sua famiglia, benestanti ebrei russi, con la guerra mondiale e Rivoluzione russa, dovettero emigrare dalla madrepatria fino a stabilirsi in Francia. Qui questa migrazione, quest’abbandono sono principalmente vissuti e visti attraverso gli occhi di Tat’jana Ivanovna, l’anziana balia della famiglia Karin. E le situazioni umane sono sempre le stesse in tempi di guerra (le ritroveremo ancor meglio descritte nei due romanzi componenti l’incompiuta opera Suite francese: giovani che partono (e a volte ritornano, a volte no) e madri, spose (e amanti) che restano con la compagnia dei vecchi e dei bambini. Vita dura, poco cibo, le poche cose di valore che si è riusciti a conservare bisogna tenerle ben nascoste. Oppure, ahimè, venderle per sopravvivere, poiché si è stati o ci si deve spogliare pian piano dio tutto; il poco denaro portato con sé un giorno finisce e bisogna ingegnarsi a sbarcare il lunario. La comunità di ebrei russi emigrati a Parigi può esser di conforto, ma, giorno dopo giorno, s'insinua nella mente e nel cuore sempre più inesorabile e ineluttabile la consapevolezza di qualcosa di irrimediabilmente terminato nella propria vita e nel modo di viverla: non è la giovinezza che se n'è andata e più non tornerà, è comprendere che tutta la nostra storia, personale e collettiva è entrata nel mondo dei ricordi è da lì non potrà mai davvero più tornare: pochi i giovani rimasti a cui affidare la creazione del futuro... Quale futuro poi! Di sradicati che come le mosche d'autunno si aggirano pensosi e inquieti, da una finestra all'altra, da una parete all'altra di appartamentini angusti e poco costosi, con ancora negli ...

Rock, Amore, Morte, Follia (e un paio di altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere), Everett

Scritto da: il 08.06.10 — 2 Commenti
Alzi la mano chi di voi conosce gli Eels. Bravi, avete una cultura musicale più vasta della mia. Lo ammetto, vostro onore, prima di questo libro non avevo mai sentito nominare la band di rock “alternativo” più famosa del mondo. Fatto sta che mi sono messa in tasca l’autobiografia del suo leader, Mark Oliver Everett, e me ne sono innamorata (della biografia, non del leader. Oddio, se ci penso anche un po’ del leader. Quando uno è una vera rockstar lo capisci subito). In Rock, Amore, Morte, Follia (e un paio di altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere), edito dalla Elliot, non c’è alcuna sorta dell’autocompiacimento tipico della biografia. O, se c’è, è ben nascosto dietro il racconto dell’animo inquieto di Mark, che nasce e cresce all’interno di una famiglia davvero sui generis: un padre genio della fisica che passa le giornate completamente immobile, una madre assente psicologicamente, se non fisicamente; una sorella – Liz – che ha scelto la strada della droga e della depressione ( e che finirà suicida). In questo marasma, invece di impazzire o di prendere una brutta strada, il ragazzo si aggrappa alla musica. All’inizio è solo un mezzo per uscire dall’isolamento spontaneo a cui la sua timidezza lo ha condannato a scuola. Poi diviene la cosa più simile ad una ragione di vita. Una magnifica ossessione. Mark compone, incide e invia alle case discografiche. Compone, incide e invia. Per anni. Fino allo sfinimento. Per anestetizzare il dolore, per superare il mal d’amore, per infrangere il muro delle droghe in cui la sorella rischia di trascinarlo. Poi, la svolta: la sua musica arriva alle orecchie giuste. Cominciano a prenderlo sul serio. Ad apprezzarlo. Ma anche qui non tutto è oro quel che luccica: al contrario. La parabola di alti e bassi a cui Everett viene ...

Viaggiare è il mio peccato, Christie

Scritto da: il 06.01.10 — 1 Commento
Chi di voi ha letto la mia recensione sull'autobiografia della Christie apparsa qua su Liblog, si ricorda forse che parlai di come l'essere viaggiatrice avesse condizionato il suo modo di vivere, specialmente a partire dal secondo matrimonio con l'archeologo Max Mallowan. Viaggiare è il mio peccato apparve nel 1946 sotto il nome esteso di Agatha Christie Mallowan, quasi a voler avvertire già da subito come il lettore dovesse aspettarsi qualcosa di diverso dal solito giallo. Il libro viene spesso indicato come la seconda autobiografia della popolare scrittrice, anche se non l'ho mai trovata una definizione propriamente corretta. Siamo negli anni trenta del secolo scorso, il Medio Oriente spartiva i suoi tesori con i paesi disposti a finanziare spedizioni archeologiche nelle sue terre e tra questi l'Inghilterra era ai primi posti. La nostra viaggiatrice impenitente ci racconta episodi sparsi della sua esperienza al seguito degli scavi del marito in Siria ed il risultato, reso con uno stile frizzante e ironico che non troviamo spesso nei suoi gialli, fa più pensare a un taccuino di viaggio che a una biografia vera e propria. Nei lunghi mesi di soggiorno nei luoghi dello scavo, nel deserto tra la Siria e L'Iraq, il gruppo archeologico formato da Max Mallowan, dai suoi aiutanti e da Agatha stessa, viveva a stretto contatto con le popolazioni locali ma ricreava anche quel dorato isolamento, in questo caso soprattutto mentale, che era usuale trovare negli inglesi delle colonie dell'Impero. Le diverse etnie con cui la nostra scrittrice si confrontava vengono raccontate con affettuosa ironia che non è mai scherno, con parecchi pregiudizi scevri però di alterigia e, piuttosto, un po' ingenui (ma di questo ce ne accorgiamo forse solo noi lettori moderni, che prendiamo in mano lo scritto diversi decenni dopo). In tutto questo salta anche all'occhio la sincera ammirazione di un'osservatrice curiosa per le ...

Do something – Garfield minus Garfield

Scritto da: il 15.11.09 — Comments Off
Via Garfield minus Garfield
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