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Tra i film in uscita nel mese di gennaio c’era Il riccio, tratto dal bestseller della francese Muriel Barbery. Il trailer sembrava accattivante ed ero decisa ad andare al cinema, ma non prima di aver letto il romanzo, così mi sono affrettata a tirare fuori dallo scaffale L’eleganza del riccio (Edizioni e/o) e mi sono immersa nella lettura, incentivata anche dall’enorme risonanza che mi parlava di un successo congiunto di pubblico e critica.
Effettivamente, né pubblico né critica si sono sbagliati: il libro si gioca tutto sulla contrapposizione tra la raffinatezza delle piccole cose e la barbara quotidianità, presentandoci un intreccio semplice, ma allo stesso tempo toccante.
Il tutto si svolge in un ambiente assai ristretto: un condominio in uno dei quartieri più rinomati di Parigi. In questo microcosmo si muove Renée, la portinaia, la quale, dietro un’apparenza dimessa e ben al di sotto della mediocrità, nasconde una vastissima cultura ed un animo fine e sensibile. La donna, mantenendo una sorta di “incognito”, recita il ruolo della persona ignorante e priva di ambizioni e da questo nascondiglio morale può osservare lo scorrere della vita dei condomini, per la maggior parte vacui rappresentanti dell’alta borghesia alle prese con le piccole e grandi ipocrisie di ogni giorno. L’unica a distinguersi sembra essere Paloma, la figlia dodicenne di un ministro, dotata di un’intelligenza geniale, ma per questo già disillusa dalla vita e decisa a porvi fine il giorno del suo tredicesimo compleanno.
Nei diari di queste due particolari personalità, che appaiono a capitoli alternati, si possono leggere riflessioni a volte serie, a volte malinconiche, altre volte grottesche o divertenti sulla vita e su tutto ciò che ne fa parte ed in particolare sui concetti del Bello, dell’Arte, della raffinatezza e dei loro contrari, spesso rappresentati da personaggi che gravitano attorno alle protagoniste: amici, parenti, incontri occasionali. I giorni sembrano susseguirsi tutti simili, finché nel condominio non arriva monsieur Ozu, un ricco giapponese che riuscirà a capire la vera essenza di Renée e metterla in connessione con la piccola Paloma, tirando fuori il meglio dell’una e dell’altra.
Scritto con uno stile garbato, misurato e scorrevole, L’eleganza del riccio appare ad una lettura superficiale come un insieme di piccole perle che vanno a formare una collana preziosa. I concetti espressi non sono sempre immediati, ma alla fine si amalgamano in riflessioni profonde, non banali, che spesso strappano il sorriso. Tali riflessioni riguardano temi universali e sono quindi sempre degne di grande interesse, nonostante talvolta qualche dissertazione della protagonista sul piano filosofico rallenti un po’ il ritmo.
In realtà si tratta di un difetto trascurabile in un libro che si legge con piacere per via dell’originalità dei personaggi, per la squisitezza delle descrizioni e la delicatezza con cui ogni termine sembra volersi far assaporare sulla lingua. Non potendo considerare il testo in lingua originale non saprei giudicare il lavoro di traduzione, tuttavia mi sento di affermare come le pagine scivolino via una dietro l’altra con grande scioltezza, nonostante il registro si mantenga quasi sempre elevato.
Una nota che mi ha colpito, come orientalista, è l’attenzione ed il rispetto con cui viene trattata la cultura giapponese, qui vista come esempio di eleganza pur nella sua semplicità: monsieur Ozu è infatti il personaggio che racchiude in sé le migliori qualità e ne è un po’ l’incarnazione.
Emblematici e ben pennellati sono anche i personaggi secondari, come Manuela, la donna delle pulizie, l’unica vera amica di Renée, che pur nella sua umiltà è molto più signorile delle inquiline del condominio, tanto ricche quanto superficiali ed arroganti. Tra queste anche la madre e la sorella di Paloma, che sanno vivere praticamente solo di luoghi comuni.
In conclusione, credo che andrò a vedere il film ben motivata: grazie al libro so già in partenza che troverò una storia delicata, emozionante ed accattivante ed è un peccato che nelle sale non servano un buon tè verde per poterlo gustare durante la visione.
Citerò Zu, e il suo dialogo immaginario tra amante della carta e amante del digitale:
“No no no, la lettura a schermo no, io sono per la carta e basta.” “E per i link, come la mettiamo?” “Per i link… dunque, ehm… Ci sono!”

Opera e immagine di Dan Collier via Visual Complexity
“Che cosa fa uno quando si dice che fa dell’arte? Beh, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, perché in questo campo se uno impara il mestiere, allora meglio che smetta.”
Com’è che uno si mette a dipingere o a scrivere? cosa spera da questo l’umanità? E l’arte? questa parola così pomposa che promette un pezzo di eternità; forse dovrebbe essere piuttosto un’umile cosa, una forma tra le tante di maniacalità. Forse. Questo libro tratta di tali questioni: di come possa essere un guaio far carriera nell’arte, e di come al contrario sia benefica la libera attività di fantasticazione; di come un buon romanzo cresca come cresce il pattume; se gli angeli potrebbero essere dei romanzieri (ma sembra di no), e da dove prendono i critici la loro autorità (non si sa); del perché l’incendio sia il destino degli zombi e dei libri; dell’uso dei numeri in letteratura; e poi il comico, che cosa sia, detto qui per la prima volta comicamente, come tutto il libro d’altronde, che sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico.
Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni [via Pensieri spettinati]
Romanzo del 2002, tutto sommato di una certa complessità, con qualche eco letterario piuttosto impegnativo. Un po’ surrealista anche se la vicenda narrata in prima persona, pone una questione assai attuale e tutt’altro che leggera: quella dell’Arte “costruita”, risultante non tanto dalla profondità concettuale di ciò che l’Artista ha voluto esprimere (o denunciare), quanto piuttosto dalla sua capacità di manipolare, d’influenzare i mass media.
Detto in parole povere, se so farmi la giusta pubblicità e mantenere vivo l’interesse dei media su di me e le mie opere (che piacciano o no, non ha alcuna importanza), sarò un grande, indiscusso Artista. È il caso di uno dei protagonisti dal nome quanto mai emblematico: Zeus-Peter Lama, pittore e scultore, il quale offre al protagonista (il narratore che colloca gli avvenimenti vent’anni prima), Tazio Firelli – disperato, letteralmente sull’orlo del precipizio del suicidio, una vita “nuova”, piena di successo e di ammirazione nei suoi confronti.
Lui – fratello, a parer suo, insignificante e, diciamo, esteticamente fallito dei bellissimi e, per questo, famosissimi gemelli Rienzi ed Enzo Firelli che tra contratti pubblicitari e cinematografici conducono da anni una vita ricca di tutto, soldi, fama e glamour che molti dei loro ammiratori vorrebbero vivere – accetta conquistato dall’ascendente del grande pittore non comprendendo bene, tuttavia, le intenzioni di quest’ultimo che, con un’operazione che va ben oltre la chirurgia plastica e fa pensare al wellsiano Dottor Moreau (L’isola del Dottor Moreau, 1896), rende Tazio di fatto un opera d’Arte.
E qui si ha un altro facile rimando: Tadzio (differisce di una sola lettera) è il giovane della cui bellezza s’innamora Aschenbach in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann (1875-1955; e vedi anche il film di Luchino Visconti del 1971). La sua vita precedente viene del tutto cancellata inscenando persino un suo finto funerale (con morto vero, però che, alla fine, sarà la sua salvezza). Morto Tazio, dovrà rinascere come opera d’Arte (vivente) non solo con connotati del tutto nuovi ma anche con un nome altrettanto nuovo e significativo tenendo conto del suo Creatore, Zeus-Peter Lama: Adam Bis. (È evidente la tematica del demoniaco Creatore e non aggiungo altro).
Esser belli può anche far comodo in talune situazioni e compagnie, ed esser ammirato come opera d’Arte può inizialmente far piacere quand’anche comporti delle scomodità e delle fatiche onerose. Ma, neanche tanto a lungo andare, spersonalizza, svuota, rende privi di scrupoli e coscienza, trasforma in oggetti da esposizione ed, eventuale, vendita. Disumanizza. E qui vengono (ripro)poste tematiche sulla funzione dell’Arte, la sua utilità, la sua Moralità già affrontate alla fine dell’Ottocento dall’Estetismo: si pensi soltanto al Ritratto di Dorian Gray (1891).
È col casuale incontro con Hannibal, un anziano quanto sconosciuto pittore cieco (non dalla nascita) – il quale, pur con tale menomazione, continua a dipingere grazie all’assidua assistenza della figlia Fiona (di cui, ricambiato, Adam s’innamora) – che la nostra opera d’Arte comincerà la lenta riconquista della propria identità e della propria umanità. E verrà svelata anche la caducità della “grande” arte di Zeus-Peter Lama le cui sculture viventi inizieranno dopo non molto a… perdere i pezzi, rivelando così quanto quell’arte fosse davvero, di nome e di fatto, tutta una montatura. Mentre verrà riconosciuta l’arte di Hannibal (che diverrà il suocero di Adam), un’Arte priva di facili e frettolose ambizioni, venuta dal cuore, e, come tale, reale e duratura.
Un’ultima nota in chiusura. Il tema e l’espediente narrativo della cecità che “vede oltre” cose che altri non vedono e dell’artista che fa comprendere la bellezza – propria, interiore e del mondo circostante - a chi – pur vedente – non se ne era ancora accorto, che qui troviamo nel rapporto Hannibal-Adam, la si ritroverà nel racconto La guarigione contenuto in La sognatrice di Ostenda del 2007.
In questo racconto, l’infermiera brutto-anatroccolo viene iniziata alla vita e ad aver una sicura autostima proprio da un paziente, fotografo, che per un incidente è momentaneamente e, poi, purtroppo, definitivamente, privo della vista. Più che un espediente, sembra essere un topos narrativo tipico di Schmitt. Che continua a piacere proprio per questo saper trasmettere un incrollabile ottimismo e buona disponibilità verso la vita che deriva proprio dalla bellezza di questa che egli con la sua Arte sa comunicarci E di Artisti come lui non sa il Mondo quanto ne ha bisogno.
Anche quest’anno Sicilia Poetry Bike coinvolgerà la provincia di Messina per diffondere un po’ di sano sport e cultura, anche durante un’estate così torrida; da giorno 1 fino al 7 agosto 2009, infatti, intrepidi bikers, poeti e artisti animeranno la vita di Milazzo, Tindari e zone limitrofe per mostrare questa insolita unione di ecologia, letteratura e turismo.
Riporto il programma:
Sabato 1 agosto 2009, alle ore 18.30, presso il Circolo del Tennis e della Vela di Messina prende il via il nuovo tour ciclistico poetico, per l’occasione interverranno, tra gli altri, Maria Froncillo Nicosia, Vitaldo Conte, Mike Zodda, Giovanni Querci, Giusto Misiano, Maria Costa, Francesca Guglielmo, Amos Maurizio, Carlo Barbera, Mario Carpa, Rosanna Affronte, Salvatore Ruggiano, Roberto Lopresti, Licia Velardi, Vincenza Di Vita, Pippo Pagano, Enzo Salsetta e Caterina Papalia. Per l’occasione, coinciderà anche un vernissage degli artisti del Kafka.
Domenica 2 agosto 2009, alle ore 18.00, evento a Palazzo D’Amico (Milazzo), dove interverranno, tra gli altri, Rocco Amato, Demetrio Zumbo, Rocco Rando, Mariella Chiaromonte, Francis Rivel, Giuseppe Giunta, Giovanni Zullo, Giuseppe Caldarella, Carmelo Coppolino, Elvira Alberti, Giuseppe Anania, Rita Garofano, Giovanni Sanò, Olga Sanò, Marisa La Cava, Nicola Schepis e Maria Luisa Tomarchio con reading ed una contemporanea collettiva di pittura.
Successivamente, alle ore 21.30, l’appuntamento si sposta al Caffé Puck, per un ulteriore incontro più ravvicinato con i protagonisti del tour e tutti gli amici artisti e poeti.
Lunedì 3 agosto 2009, alle ore 18,00, il tour toccherà il Caffé Galante di Patti per un incontro riservato ad inviti con reading trasmesso in streaming.
Alle 21,30 l’appuntamento apre al pubblico spostandosi a Villa Pisani, dove interverranno, tra gli altri, Andrea Trimarchi (Direttore Rivista Letteraria NoiAltri), Vittoria Arena, Andrea Ingemi, Anna La Rosa, Concetta Maria Peluso, Nino Foti, Rocco Fodale e Paola Cozzubbo. Si ricorda che, nel contesto generale della rassegna e con particolare riferimento a questa tappa, tutti coloro che interverranno si assumono piena responsabilità individuale di portare materiali di cui sono in pieno possesso dei diritti e che comunque non risultino vincolati a regimi da parte di enti o terzi essendo il Sicilia Poetry Bike occasione d’incontro e non struttura organizzativa preposta all’evento stesso, quale momento di aggregazione spontaneo e privo di fini di lucro, compensi ed oneri partecipativi, rivolto esclusivamente alla valorizzazione culturale, soprattutto quella del luogo, con finalità pedagogiche determinati, in quanto di per sé propedeutico a tematiche come quelle ambientali, culturali e sportive.
Martedì 4 agosto 2009, alle ore 17.00, l’appuntamento è in piazza Getifaranda di Rocca di Caprileone con la carovana della locale Associazione ciclistica La Madonnina per arrivare tutti insieme a S. Salvatore di Fitalia.
Alle ore 21,00, l’incontro previsto è davanti alla basilica del Salvador Mundi di S. Salvatore di Fitalia, con un intervento dello storico Antonello Pettiniano interposto tra culture ed espressioni del luogo ed i poeti itineranti.
Mercoledì 5 agosto 2009 il Sicilia Poetry Bike approda a Randazzo per incontrare la Rassegna di poesia gallo-italica, in una suggestiva cornice etnea che ha preservato una propria cultura attraverso secoli (N.B. per gli orari bisognerà attenersi ai calendari del locale festival).
Giovedì 6 agosto 2009, alle ore 18.00, il tour torna a Taormina, per un appuntamento nel giardino del Palazzo Duchi di S. Stefano dove interverranno, tra gli altri, il critico Maria Teresa Prestigiacomo, Fabio Orlando, Luca Frudà, Carmelo Ariosto, Franco La Pica, Paola Consoli, Angela Vecchio, Pasquale Vinciguerra, Anneli Berndt, Carmine Elisa Moschella, Alessandra Rende, Simona Nolfo, Antonio Munafò, Nico Zancle e Salvatore Puglia.
Venerdì 7 agosto 2009, alle ore 18.30, si ritorna al punto di partenza, ovvero il Circolo del Tennis e della Vela di Messina, per un incontro con aperitivo happening di congedo all’evento, interverranno, tra gli altri, Aldo Di Blasi, relazionando sull’interazione tra salute, cultura e sport, Giusalba Zappalà, con la sua video-poesia, e Nino Principato con un inserto storico sulla poetica siciliana.
Di recente ho ricevuto un regalo – un libro, chiaramente – da parte di una persona che mi conosce abbastanza bene; è Leggere, una raccolta di aforismi e immagini che riguardano, appunto, la lettura.
Frammenti di pensiero di Rex Stout, che non sa decidersi tra il piacere della scrittura e quello della lettura, frasi accompagnate da immagini come la fotografia della scultura La leggitrice, di Pietro Magni: il volumetto è pieno di interessanti scoperte artistiche, non solo letterarie.
Più di cento citazioni e più di cento immagini, per la maggior parte dipinti, che illustrano l’atto del leggere, nella maggior parte dei casi solitario; e le raffigurazioni coprono l’arco di almeno sei secoli, segno che la parola scritta ha sempre avuto un posto di rilievo nell’immaginario degli artisti.
Non tutti i toni della raccolta, curata da Stefano Zuffi per Electa, sono sempre seri; ogni tanto, per puro divertimento, sono inserite citazioni da autori più leggeri, come una delle mie favorite (ne ho persino una maglietta!): “Al di fuori del cane il libro è il miglior amico dell’uomo; dentro il cane fa troppo buio per leggere”, che non poteva appartenere ad altri che a Groucho Marx.
Un excursus completo, da Seneca a Gandhi, da Marziale ad Asimov, per lasciarsi coinvolgere e confrontarsi col pensiero di artisti della parola e della tela su quello che, per chi legge il libro, di sicuro è più che un saltuario passatempo. Il tutto in una splendida veste grafica, sia per la cura estetica sia per l’oggetto in sé, raffinato ed elegante.
Un libro da consultare, da sfogliare e, perché no, da regalare a chi già è contagiato dal piacere della lettura, ma anche a chi, per ora, lo rifugge: chissà che non scocchi la scintilla.
Una delle rivelazioni avute a Roma è la casa editrice Lavieri, di cui ricordo con molto piacere sia il direttore sia l’addetto stampa; ed è loro uno dei più bei libri che io abbia preso durante la Fiera, La Bottega dei Sogni Perduti, da considerare più un pezzo d’arte che un fumetto vero e proprio.
Sembra infatti realizzato con tecniche miste, tra cui credo di aver rintracciato anche il collage; il risultato, in ogni caso, è un volumetto di grande cura sia tecnica che stilistica, apprezzabile non solo dai bambini ma, anzi, soprattutto dagli adulti.
Il contenuto è infatti una favola moderna che, per i lettori analitici, segue proprio l’antico schema codificato da Propp; una favola narrata con poche, semplici e comprensibili parole e magnificamente illustrata a tutta pagina. Il racconto è perfettamente comprensibile anche solo “guardando le figure”, proprio come farebbe un bambino.
Ed è questo a costituire il maggior pregio, il soffermarsi a scoprire tutti i dettagli, le sorprese, i colori e gli effetti disseminati nella manciata di pagine del libro. I personaggi poi, si apprende in ultimo, sono ritagliati su figure reali, persone (e animali) esistenti che hanno il loro riconoscimento.
Quella del Signor B., il protagonista, è un’avventura atipica, connotata dall’unica ricerca ormai possibile, la ricerca di sé e della propria felicità. Niente tesori qui che non siano quelli interiori, niente obiettivi che non siano i propri sogni; anche l’antagonista è immateriale e interiore.
La scrittura semplificata è quella che è necessaria alla favola per essere compresa, apprezzata e ragionata. L’unica nota un po’ stonata in questo volume gioiello (solo per me che sono una pignola fatta e finita) è qualche piccolo errore nel verso degli accenti, che probabilmente verrà corretto alla prima ristampa.
Comunque questo non ha tolto nulla al piacere della lettura, che in questo caso è anche il puro piacere di osservare. Consigliato davvero a tutti, grandi, piccoli, lettori accaniti o meno.
[...] e quello è tenuto di più gran nobiltà, che più arti impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi che gli artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica.
Tommaso Campanella, La città del Sole
Qualche tempo fa, per il venticinquesimo anniversario, la Taschen, famosa casa editrice dedicata alla fotografia, all’arte ed al design, ha deciso di ripubblicare a prezzi decisamente contenuti alcuni dei suoi magnifici volumi illustrati.
Così anche Japanese Gardens, un ottimo libro che coniuga saggi e grandi fotografie, ha avuto la sua riedizione, a pochi anni dalla prima pubblicazione. Come chiaramente espresso dal titolo, l’argomento è il giardino nelle sue varie forme, pietra, acqua e vegetazione.
Del resto nell’arcipelago nipponico il giardinaggio non è un hobby ma una vera espressione di arte e spiritualità, un impiego in grado di elevare lo spirito, un modo per conciliare umanità e natura; è un’attività quindi vissuta con grande rispetto e preparazione.
Con una carrellata dei vari stili e delle epoche, il testo ci introduce alla lettura delle immagini scattate in alcuni dei più bei giardini giapponesi. Purtroppo la parte testuale è interamente in inglese, quindi non perfettamente ed universalmente fruibile, benché sia davvero interessante.
Le immagini sono meno di quante legittimamente potremmo aspettare, dato il grande spazio concesso al commento, ma senza quest’ultimo sarebbe solo una sterile sequenza, indecifrabile per l’occhio occidentale, non abituato a cogliere le stesse sfumature espressive dei nipponici.
La stampa è piuttosto accurata e anche la qualità della carta è buona, sebbene non eccelsa, ma questo forse proprio per l’esigenza di un prezzo adatto al grande pubblico, appena una decina di euro per quasi 240 pagine di volume illustrato.
Consigliato come primo approccio ed ispirazione per un bel viaggio in Giappone, alla scoperta di arte e natura.
Tempo fa (non troppo), uscendo la sera, raccoglievo un esemplare per ogni promocard esposta, le cartoline pubblicitarie tanto diffuse (e presto imitate) nei locali italiani. Amo la pubblicità quando è creativa, quindi mi ha sempre fatto piacere raccogliere “campioni di creatività”. Indimenticabile la radiografia dell’ippocampo, ad esempio, o le campagne motorola su cartolina.
Ma c’è un prodotto in particolare che ha fatto proprio della cartolina il suo mezzo distintivo, riunendo intorno ad un unico mezzo espressivo artisti di fama mondiale: la vodka Absolut. Che ha saputo coinvolgere, stupire e comunicare lasciando campo libero alla sperimentazione, giocata sempre intorno alla silhouette inconfondibile della bottiglia.
Absolut Mail Art ripercorre una storia fatta di autori italiani, quali Chiari, Del Pezzo, Rotella, Tadini, e del loro contributo artistico. Notevole come ciascun autore abbia interpretato in maniera unica ed univoca un semplice oggetto, declinandolo in infinite forme, esplorandone tutte le possibilità.
Il volume consta di tre parti, una prima sezione che potremmo considerare un percorso attraverso la storia del supporto, la cartolina, e delle sue possibilità espressive, una seconda con schede biografiche e riproduzioni delle opere, ed una terza ed ultima documentale, con accenni di critica.
Interessante la storia della cartolina che la Corgnati propone in apertura, a partire dal suo inventore, e molto ben dettagliate le schede sugli autori, concise eppure significanti. Non di facile comprensione la sezione di critica, che necessita di più attenzione che una semplice lettura.
Un bel saggio, per gli appassionati di pubblicità e di Absolut. Anche se, contrariamente alla vodka, non è necessario consumarlo con moderazione.