Tutti gli articoli su archeologia

L’Uccello del Sole, Smith

Scritto da: il 17.08.10 — 7 Commenti
Per molti anni, sbagliando, ho considerato Wilbur Smith solo come un autore di quelli che chiamo “best seller da supermercato”,  che si trovano anche nel reparto libri in sconto dell’Ipercoop senza brillare per particolare qualità del testo. Devo dire che la lettura del romanzo L’uccello del sole, edito dalla TEA (e trovato, questo sì, all’Ipercoop) mi ha fatto finalmente cambiare idea. La storia si ambienta in Botswana e si dipana su due livelli. L’archeologo Ben Kazin si trova nello stato africano per seguire le ricerche della mitica città di Opet per conto del miliardario, mecenate ed amico Louren Sturvesant. Aiutato dalla brillante studiosa Sally, di cui si innamora, Ben si avvicina alla scoperta della sua vita: i resti della città, dai quali si evincono le vicende che l’hanno portata all’ascesa e alla distruzione, inesorabilmente legate al destino del re Lannon Hycanus, del grande sacerdote Huy Ben Amon e della bellissima sacerdotessa Tanith. Immediatamente il lettore viene portato a ricollegare gli avvenimenti del presente con le vestigia del passato, la cui trama si svela nella seconda parte del libro in una sorta di “romanzo ombra” in cui si muovono coloro che sembrano le incarnazioni precedenti dei protagonisti. Il triangolo amoroso è funzionale ad approfondire la psicologia dei personaggi ed è motore di una serie di intrighi e misteri che tengono il lettore incollato alle pagine. Il rapporto di amicizia e rivalità tra i due personaggi principali Ben – gobbo, intelligente e sensibile – e Louren (bellissimo, ricchissimo, ma arrogante ed impulsivo) è anch’esso un punto di forza del romanzo per quanto riguarda lo sviluppo  della trama perché conferisce al testo una inaspettata profondità e serve a rendere poetica e struggente anche l’eco che se ne ha nel passato, quando il re ed il Grande Sacerdote arrivano quasi ad odiarsi per l’amore di una donna seppur meritevole ...

Ritorno a Pompei, Nothomb

Scritto da: il 30.09.08 — 2 Commenti
Ritorno a Pompei è un libro atipico: non ha l'aria classica del romanzo, quanto quella del testo teatrale, costituito da sequenze di dialoghi ininterrotte e un timido spezzone descrittivo come coordinata iniziale e finale, al di là di ogni corporeità. Ancora, non ha che due personaggi, costantemente in scena, dal principio alla fine; e delle volte è talmente surreale da mettere a dura prova la sospensione dell'incredulità del lettore. O meglio, da lasciargli il dubbio su cosa sia più plausibile. Per una volta, infatti, non sappiamo assolutamente nulla più dei personaggi, non una parola che, dal contesto, ci faccia intuire quale dei due sia nel giusto e quale si dibatta cercando di contestare la realtà. Il tema è dei più vecchi ed utilizzati nella letteratura, e non so dire quanti moderni libri lo abbiano sfruttato; il viaggiare nel tempo, la sua possibilità, l'ipotesi teorica, le aporie. Su queste ultime si concentra la Nothomb, nel sarcastico dialogo con il coprotagonista. Protagonista infatti è la stessa autrice, o comunque un suo alter ego letterario, faccia a faccia con il futuro per fare, come sempre, considerazioni sul presente. Ho avuto l'impressione che, scrivendo di archeologia e futuro, si sia presa delle piccole rivincite sul suo tempo, rifilando al contempo qualche stoccata ai suoi critici. Le domande che pone, i suoi dubbi e le sue curiosità sono le stesse di ciascuno di noi, questioni che non sappiamo e non sapremo mai dirimere, legittime ma errate nella loro formulazione; così affronta il Tempo, la Politica, la Letteratura, senza portarci comunque ad una soluzione. La forma dialogica rende il libro asciutto e snello, e forse l'essenzialità è uno dei caratteri peculiari della Nothomb. Lo stile è quello cui i suoi lettori sono affezionati: caustico e semplice, diretto, un po' surreale. Non mancano vere perle di ironia, che attraversano tutta la narrazione. Mistero per ...

Chi sarebbe il primitivo? – Quando Dio abitava a Ife

Scritto da: il 03.09.08 — Comments Off
Di arte europea e americana si parla spesso, fin troppo: dalla classicità alle avanguardie ci siamo sempre arrogati un primato sia tecnico sia concettuale senza mai riconoscere un posto alle altre forme d'arte diffuse nel mondo, etichettandole sovente come "primitive". C'è una abissale distanza tra il percorso di evoluzione occidentale dell'arte e quello nipponico o africano, ma di rado i nostri critici hanno avuto la preoccupazione di comprendere  le implicazioni di certe forme figurative piuttosto che di altre. Questo prezioso volume fotografico non è solo il catalogo di una mostra toscana ma anche un breve saggio che spiega in maniera semplice la cronologia dei ritrovamenti, il processo di datazione, e il valore artistico dei manufatti nigeriani che sono giunti fino a noi. Le epoche sono varie e tutte piuttosto ricche di produzione artistica, benché il materiale ligneo sia andato irrimediabilmente perduto. Restano a testimoniare la grande perizia tecnica e formale i numerosi bronzi diffusi in tutta l'area che ora prende il nome di Nigeria e che fu Ife, Nok, Owo, per citare qualche nome. Il volume non è esente da una certa logica eurocentrica, che si fonda sulla dicotomia tra società "civilizzata" e primitiva. Ma almeno rende atto agli artisti africani delle loro grandi conoscenze tecniche: la tecnica della fusione a cera persa infatti compare contemporaneamente in Grecia ed in Sudafrica, portando però a sviluppi completamente differenti. Appaiono legittime quindi alcune domande: se una cultura sviluppa una tecnica artistica tanto avanzata non è coerente pensare che sia una precisa volontà stilistica la rappresentazione di determinate forme? Qual è allora il concetto che quelle forme rappresentano? Ovviamente non possiedo le risposte, ma attraverso le immagini e i testi di questo catalogo sto cercando di crearmi una mia personale teoria, che cerchi di dare contezza delle varietà di espressioni che il cervello umano ha saputo creare. Ritengo che ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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