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Il giovane antropologo, Barley

Scritto da: il 16.02.09 — Comments Off
Gli studi antropologici si ammantano di grande austerità, di obiettività e imparzialità; pochi sono gli studiosi che hanno il coraggio di ammettere che la ricerca sul campo non è poi tutta rose e fiori, che non sono imparziali nel momento in cui la sperimentano in prima persona, vivendo in condizioni al limite dell'assurdo. Uno di questi impavidi è Nigel Barley, nel suo libro-reportage Il giovane antropologo, saggio e diario insieme. Barley decide infatti di raccontare i suoi studi non secondo i dati raccolti ma dal suo personalissimo punto di vista, facendone una cronaca molto sincera, includendovi i momenti ingloriosi. E inizia dal momento della decisione di partire per la ricerca sul campo, mettendoci a parte dei suoi motivi; motivi che non sono proprio quelli che ci si aspetterebbe in ambito accademico, e che lascio a voi scoprire. Il percorso di Barley è zeppo di riferimenti quotidiani, compresa la trascurata parte della burocrazia del viaggio, che inizia ancor prima di metter piede nel paese di destinazione. Prima di raggiungere i Dowayo, l'etnia che ha fortunosamente scelto, deve infatti superare innumerevoli ostacoli sia all'ambasciata in patria sia alle dogane, prefetture e uffici statali di ogni ordine e grado. Poi iniziano i problemi di comprensione, non solo riguardanti la lingua orale ma anche su tutto ciò che attiene agli usi quotidiani: il concetto di privacy, l'uso dell'acqua, le feste e il modo di atteggiarsi; insomma la normalizzazione nella vita di un popolo dalla cultura totalmente diversa e molto distante da quella europea. L'Africa, così vicina, ci appare per una volta remota, inconoscibile e inconciliabile. Il libro è una vera miniera di aneddoti, storie, episodi che, pur non avendo alcuna pretesa di scientificità, contribuiscono a fornire un'immagine nitida di quel lavoro così sconosciuto che è l'antropologia. Solitamente, infatti, le relazioni antropologiche sono zeppe di analisi, statistiche, dati raccolti ...

Parola di Nigel Barley

Scritto da: il 11.02.09 — Comments Off
Chi fa ricerca sul campo non può mai sperare di mantenere un buon ritmo di lavoro per molto tempo. Nel periodo che ho trascorso in Africa, ho calcolato di aver passato forse l'un percento del tempo a fare ciò che ero andato a fare. Il resto del tempo, lo passai a organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all'altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa. Presto sarei stato ridimensionato. Nigel Barley, Il giovane antropologo
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