Esattamente trent’anni fa usciva per la Biblioteca Umoristica Mondadori Più bello di così si muore, di Antonio Amurri. Ho ripensato a questo divertente romanzo umoristico non a caso, in questi giorni in cui la parola trans è diventata all’improvviso la più usata in telegiornali e quotidiani, giorni in cui anche le nostre nonne stanno diventando esperte e dissertano amabilmente sulle differenze fra viados e transessuali.
Questo libro invece racconta una storia di quando la chirurgia estetica era ancora agli albori, o era comunque meno accessibile, e di quando per i viali delle città auto insospettabili potevano fermarsi a raccogliere, al massimo, un travestito.
E il travestito in questione è il protagonista del romanzo, Spartaco, un bel ragazzo romano di borgata, aspirante attore, aspirante fotomodello, aspirante tutto, squattrinatamente sposato da due anni con l’altrettanto borgatara Amelia. Per fare fronte alla situazione economica disastrosa e alle insoddisfazioni della moglie Spartaco, in breve, viene spinto dai suoi familiari stessi alla ben remunerata carriera in oggetto, ma la sera del “debutto” è anche la sera in cui Spartaco incontra Nereo, un ricco quanto ingenuo quarantenne che se ne innamora perdutamente e questo ovviamente da il la a una commedia degli equivoci narrata col consueto garbo di Amurri e con un umorismo non greve ma che fortunatamente non conosceva ancora l’incubo del politically correct.
Tra considerazioni divertenti sul tema “a chi può interessare andare con un travestito”, spruzzate di critica sociale (la famiglia che si vende per i propri sogni di benessere posticcio) e scorci gustosi di una Roma e di un’Italia dove poco, pochissimo, è cambiato (al massimo si è un pochino aggiornato), Più bello di così si muore si fa leggere ancora oggi col sorriso sulle labbra.
Il libro poi aveva i meccanismi perfetti della commedia all’italiana, tant’è vero che ne fu tratto un film, diretto da Pasquale Festa Campanile e interpretato da un Enrico Montesano che, se non era esattamente il ritratto della bionda bellezza efebica descritta su pagina, era però all’epoca uno degli attori più in luce dello star system nostrano. Il successo del film fece sì che il libro avesse anche un seguito, fatto infrequente nella narrativa italiana, intitolato Dimmi di zì.
Ovviamente anche questo romanzo è introvabilissimo, ma se avete la fortuna di incapparvi, in qualche bancarella o in qualche biblioteca, è consigliato, magari accompagnato dalla vivacità di un Raboso, a tutti gli amanti dell’umorismo su carta.
Torno a parlare di Antonio Amurri, storico autore della tv italiana nonché scrittore ed umorista, con questo prezioso romanzo del 1987, naturalmente introvabile al giorno d’oggi, ma che sarebbe adattissimo ad una lettura estiva col sorriso sulle labbra.
A fianco alla sua produzione dedicata all’analisi al vetriolo della famiglia italiana con i vari Piccolissimo, Piccolissimo vent’anni dopo, e tutta la serie dei Come ammazzare… Amurri scrisse anche alcuni romanzi, di cui questo fu l’ultimo, e il più peculiare. Più di là che di qua infatti è una commedia impregnata di humour nero i cui protagonisti principali sono infatti dei fantasmi.
Fantasmi che assistono, invero molto mondanamente, alla vicende dei loro congiunti viventi: Milena è la ricchissima moglie defunta di Francesco, il quale, oltre ad essersi ritrovato erede di un immenso patrimonio si è risposato con Elvira, che a sua volta però cade ben presto in coma, vittima di una misteriosa malattia tropicale e che si ritroverà ben presto a tu per tu con la rivale deceduta.
Se aggiungiamo che Milena trascorre la sua esistenza ultraterrena in compagnia nientemeno che di Oscar Wilde (che assume il ruolo di una sorta di disincantato Virgilio) e di altre figure di contorno di trapassati celebri che si danno ritrovo in party ectoplasmici alle spalle dei viventi, ci sono tutti gli ingredienti per una messinscena surreale e divertente dove il senso dell’umorismo molto britannico di Antonio Amurri si ritrova a proprio agio, raccontando la vicenda con i suoi toni garbati e i suoi dialoghi sempre brillanti, quasi da sit-com ante-litteram.
L’ambientazione è quella di una villa dell’alta borghesia in una non meglio precisata località della Riviera del Brenta, alle porte di Venezia, ed è il pretesto per farvi fare scalo a defunti celebri in villeggiatura, da Hemingway a Peggy Guggenheim, con alcune trovate gustose come i fantasmi inglesi che non potendo più bere concretamente il tè delle cinque si accontentano di vederlo bere nei salotti terreni di cui sono ospiti.
Un umorismo che sospetto non si scriva più, o così mi pare. Se vi capita, magari scovandolo in qualche bancarella, assaporatelo con un Prosecco di Valdobbiadene, ovvero, citando doverosamente incipit e finale del libro… bianco su bianco.
Antonio Amurri era un grande umorista. Forse il più british fra gli italiani, sicuramente uno dei più dimenticati. Autore televisivo e radiofonico, ha firmato molte trasmissioni popolarissime negli anni ‘70 e ’80, soprattutto varietà del sabato sera, spesso in coppia con Dino Verde, e un certo numero di libri fra i quali romanzi umoristici (“Più bello di così si muore”), cronache familiari (“Piccolissimo”) e soprattutto la serie che gli ha dato maggiore successo commerciale, la serie del “Come ammazzare”, inaugurata nel 1974 da questo Come ammazzare la moglie, e perché e proseguita poi spietatamente con gli altri membri della famiglia.
Il libro in questione è organizzato come un vero e proprio manuale in cui ogni capitolo è dedicato alla descrizione di un particolare tipo di moglie e delle sue manie, con tanto di nome scientifico in latino, e la sua relativa tecnica di eliminazione, ovviamente secondo una ferrea logica di contrappasso che dia all’uxoricida la giusta soddisfazione. Scopriamo così come e perché disfarsi della moglie “foderante”, della “riccaracchia”, “recriminante”, “pubblicitomane” e così via eliminando.
Certo, alcune situazioni oggi suonano giocoforza datate ma nel complesso l’effetto umoristico rimane inalterato. “Oggi, se non si ammazza la propria moglie, non si può parlare di matrimonio riuscito”.
Il successo del libro portò a un secondo capitolo dedicato al marito ma che sotto sotto inevitabilmente strizzava l’occhio al lettore maschilista, a un terzo volume dedicato ai figli ma furbescamente intitolato “Come ammazzare mamma e papà”, e a un ultimo episodio a documentare l’inevitabile, fatale eliminazione della suocera.
Ora che mi pare che questo genere di umorismo non esista quasi più, tantomeno in libreria dove c’è spazio solo per il libro del comico televisivo del momento, i libri di Antonio Amurri mi sembrano dei piccoli gioiellini di ironia e soprattutto di auto-ironia. Si dovrebbe trovare ancora, fra gli Oscar Mondadori.
Si legge in una sera, accompagnato magari da un leggero Novello.