Tutti gli articoli su anni ’70

Valentina Melaverde, Nidasio

Scritto da: il 22.03.10 — Comments Off
Ogni volta che c'è una partita della squadra per cui tifa mio marito, il rituale prevede di andare in casa di amici e seguirla; tra le cose scaramantiche che fanno, la mia preferita è che mi diano bei fumetti da leggere mentre loro guardano energumeni dietro a un pallone. Stavolta è stato il caso di Valentina Melaverde, la raccolta edita da Coniglio editore del fumetto pubblicato dal 1969 in poi sul Corriere dei Piccoli. Essendo un po' troppo in là nel tempo rispetto a me non ricordavo affatto questo personaggio, benché credo di averlo incrociato in qualche cassetto dei ricordi familiari; eppure è un'ottimo fumetto, che ritrae alla perfezione una normale famiglia italiana del tempo, e che mi spiace sinceramente non vada oltre il 1976. In questa normalità fatta di madre, padre, "antipatico" fratello maggiore e sorella minore impicciona, si sviluppano le storie di Valentina, piccoli e grandi problemi quotidiani, ansie comuni ai suoi coetanei (età compresa tra i dodici e i quindici anni, direi), desideri legati alla crescita e voglia di scoprire il mondo. Il fumetto li affronta senza censure, ovviamente adattandoli a un pubblico di piccoli e preadolescenti, in un quadro abbastanza pulito ma nonostante tutto chiaro. Pervase da una certa morale, non sempre in linea col pensiero del periodo, Valentina identifica un periodo della crescita, con le sue fantasie, la tendenza a idealizzare le famiglie altrui per poi scoprire di amare la propria, la voglia di "essere grandi" – magari agghindandosi con ciglia finte – e le piccole marachelle – come farsi accompagnare in motorino di nascosto. Alcune tavole sono perfettamente attuali, mentre altre fanno sorridere per l'ingenuità – ormai perduta – di quest'adolescente ancora acerba. L'autrice, Grazia Nidasio, si ritaglia un cammeo col personaggio di zia Dina, la mente creativa della famiglia che è sempre pronta ad accogliere i dubbi ...

Norwegian Wood, Murakami

Scritto da: il 09.02.10 — 3 Commenti
Prima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra. Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna. Questo romanzo si discosta dalla usuale produzione di Murakami, che è uno scrittore continuamente in bilico tra realtà ed irrealtà e il cui cavallo di battaglia si intitola La fine del mondo ed il Paese delle Meraviglie; in principio si pensava che sarebbe stato un caso isolato, ma da Norwegian Wood qualcosa sembra sia cambiato nello scrittore stesso e infatti la realtà nelle sue sfaccettature più concrete verrà ripresa anche nel romanzo A sud del confine, ad ovest del sole, un altro suo successo. Il titolo con cui il libro è stato conosciuto fino a poco tempo fa era Tokyo Blues, in primo luogo perché la musica fa da filo conduttore all’intera vicenda e poi perché il blues, con le sue atmosfere vagamente tristi ed in continua evoluzione, rappresentava magnificamente l’alternarsi delle avventure del protagonista. Tuttavia Murakami stesso ha voluto, nella riedizione di Einaudi, che fosse ripristinato il titolo originale ripreso da una canzone dei Beatles. Chiunque conosca le note di “Norwegian Wood” avrà già un assaggio dell’atmosfera che impregna il libro, il che è davvero un singolare esempio di come le arti possano compenetrarsi a perfezione. Il protagonista della storia è Watanabe Tōru, un diciannovenne che vive in un collegio di ...

Christine, King

Scritto da: il 03.11.09 — 1 Commento
La versione italiana di questo libro, edita da Sperling Paperback, presenta un’aggiunta all’originale: sui nostri scaffali è apparso, infatti, il titolo Christine – La macchina infernale, forse nel tentativo di rendere un riferimento horror immediato al pubblico di Stephen King. Vi chiederete perché io non abbia seguito l’idea della pubblicazione nostrana ed il motivo è che trovo questa precisazione del tutto inutile. Christine, la vera protagonista della storia, è di fatto un’automobile; per essere precisi è una Plymouth Fury del 1958 che, esattamente vent’anni dopo la sua creazione, finisce nelle mani di Arnie Cunningham. Arnie ha diciassette anni ed un solo buon amico, Dennis Guilder, che nella prima e nell’ultima parte del racconto svolge anche la funzione di narratore. Che cosa vede Dennis di tanto preoccupante da sentire il bisogno di raccontare una storia? E come può una macchina usata essere il fulcro di una vicenda che i traduttori italiani hanno pensato bene di accostare al termine “infernale”? Ebbene Dennis comincia dicendo che parlerà di una storia d’amore. C’è il colpo di fulmine, quando Arnie mette per la prima volta gli occhi su Christine e comincia a desiderarla con un impeto sconosciuto; quando riesce ad ottenerla e la famiglia si oppone, combatte per lei ed arriva a cambiare il suo carattere mite e accondiscendente. Anche Christine cambia: da vecchio rottame si trasforma, grazie alle attenzioni del ragazzo, in uno sfolgorante gioiellino. Fin qui tutto sarebbe idilliaco se i cambiamenti di cui ho parlato non fossero così radicali da far apparire Arnie come se fosse posseduto da un’entità aliena e vendicativa. Quando poi nella vita del giovanotto entra la bella Leigh, Christine diventa gelosa. Mortalmente gelosa. Dennis capisce che qualcosa non va, ma un brutto incidente sportivo gli impedisce di intervenire. La seconda parte del libro ci viene raccontata da un narratore onnisciente che, con ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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