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Chi mi legge di frequente sa che amo molto gli animali, quasi senza distinzione di specie; tuttavia sono anch’io abbastanza infastidita dall’invasione di micetti e altri cuties più o meno dovunque. Mi sono quindi lasciata attirare, non più di qualche settimana fa, da Fottiti, pinguino! col suo titolo irriverente e la promessa di un po’ di sana ironia.
Non è un romanzo ma una raccolta dei post dal blog Fu penguin, gestito dall’americano Matthew Gasteier, per chi ama gli animali ma non ne può più di Virgola e compagnia cantando e dell’invasione di pupazzetti, gadget, micette col fiocco rosso.
Ogni pagina è composta da un’immagine e un post, con l’aggiunta di alcuni box “lo sapevate che” con battute sui vari animali, domestici e non. È una carrellata veloce sulle moltissime razze presenti in natura, da quelle a cui siamo più abituati a quelle che non ricordiamo nemmeno esistano, e il blog è stato aggiornato fino a novembre con animali più che strani.
L’autore si rivolge direttamente all’animale in questione, in un litigio virtuale per mostrarne gli atteggiamenti stupidi, i caratteri fastidiosi, gli sguardi ingannatori, e cedendo di tanto in tanto a momenti di tenerezza (quasi) involontari.
Purtroppo la trasposizione di post in forma cartacea non ha la stessa efficacia che nel suo mezzo nativo: quello che in rete diverte per la brevità e il tono sopra le righe a lungo andare stanca e sembra fuori luogo in forma di libro. Tuttavia provando una lettura casuale e non continuativa si può trovare una buona via di mezzo. L’ironia, sempre presente, risulta spesso carica per l’uso continuo di parolacce che, in italiano, hanno un significato differente e non vengono certo usate come interiezioni.
Insomma, un libro grazioso se preso a piccole dosi, con una scrittura sintetica e irriverente e moltissime immagini, in grado di farvi sentire meno soli quando, sentendo certe suonerie, penserete di voler strozzare qualche animale.
Messe ocus Pangur Bán,
cechtar nathar fria saindan:
bíth a menmasam fri seilgg,
mu memna céin im saincheirdd.
(Monaco benedettino anonimo,
gaelico, 9° o 8° secolo)
Eccolo, è giunto a bussare lo spirito del Natale. Forse con meno umorismo nelle tasche rispetto agli anni passati, sarà per quella barba incolta, per il rosso sbiadito o per le renne più silenziose del solito, ma tra i suoi doni ha portato della nostalgia.
Così, mentre cercavo una lettura da consigliarvi, perso tra i dorsi sonnecchianti nella libreria e con le dita infreddolite alla ricerca del calore che sanno trasmetterti i libri amati, ho cominciato a sentire dei piccoli rumori. Eh? Sembrava come se tante zampette si muovessero all’unisono, per scalpitare o artigliare tutte quelle parole di carta.
Incuriosito, ho preso a togliere i volumi per raggiungere la fonte di quei guaiti e miagolii. I rumori si facevano insistenti, come se mi stessero guidando. Mentre osservavo le copertine dei libri, tornavano alla mente i momenti in cui li avevo tra le dita, le occasioni in cui mi ero ritrovato a leggerli. Come accade con le fotografie, la memoria di ciò che ci ha colpiti era ancora lì, pigra e sonnecchiante ma non era andata via.
Quando ho finalmente raggiunto la fonte delle misteriose manifestazioni sonore, quasi tutti gli scaffali della libreria erano vuoti tranne uno. Il pavimento non si vedeva più, ricoperto com’era dai volumi. Su quell’unico scaffale, guaivano e miagolavano, due libretti stringendosi tra loro per il freddo.
Con tenerezza li ho presi in braccio, quasi volessi coccolarli da tanta agitazione. E pian piano, vuoi per il caldo della stufa o perché li sfogliavo senza fretta, avevano preso a calmarsi e raccontarmi di loro, di come lo vedevano il corso della storia.
Consapevoli o inconsapevoli, forse proprio come noi, circa la direzione del destino, tutte queste zampette, più e più volte, hanno camminato al nostro fianco. Ci hanno aiutato ad oltrepassare la fretta incalzante del quotidiano. Erano lì quando non riuscivamo a sopportare quella peculiare incomunicabilità umana, che chiamano dolore.
A modo loro, ci hanno dedicato del tempo, hanno portato lo scompiglio nella nostra monotonia, e senza chiederne conto ci hanno permesso anche di progredire, di scrivere teorie sull’universo ed i suoi dintorni, o di raccontare semplicemente delle storie.
Ma non è stato sempre rose e fiori, l’uomo, in realtà, è il peggiore amico degli animali e per questo si erano agitati nel sonno. Incubi erano venuti a spaventarli, a ricordargli quante volte la loro fedeltà ed il loro affetto era stato dagli umani tradito.
Quasi dimenticavo, parlavo di I 100 cani che hanno cambiato la storia e I 100 gatti che hanno cambiato la storia (ISBN 978-88-200-4636-1 e ISBN 978-88-200-4637-8), di Sam Stall (vedi l’articolo di Livia al riguardo), tradotti da Alice Cominotti e Francesco Rizzo.
Buon Natale!
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Stefano Benni è un grande umorista. Stefano Benni è un grande scrittore. Stefano Benni è semplicemente un grande.
Uno che sa far ridere, il che come sappiamo è infinitamente più difficile che far piangere… e forse è proprio per questo che Stefano Benni sa anche commuovere. Con i romanzi, con i racconti, certo.
E anche, ogni tanto, con le poesie.
Proprio su queste voglio spendere qualche parola, mentre il nuovo romanzo mi aspetta sornione acquattato fra gli scaffali della libreria. Come un gatto. È confortante sapere che c’è un nuovo libro del “Lupo” che mi aspetta, non appena avrò voglia di attaccarlo, sapete. Ma intanto parliamo di Ballate.
Questa raccolta di poesie, filastrocche, rime baciate e non, è uno sguardo alternativo all’universo dell’autore bolognese, ed è stata pubblicata da Feltrinelli nel 1991 raccogliendo un decennio di composizioni brillanti, divertenti, commosse, demenziali, serissime.
Dove si parla d’amore, di guerra, di musica, di personaggi metropolitani, animali bizzarri e di tanta Italia narrata fra le righe di un librino leggero e prezioso, come d’altro canto tutte le cose di Benni, anche le meno riuscite (e davvero son poche).
Ve ne lascio un assaggio, estremamente parziale naturalmente, ma gustoso, magari accompagnato alla vivacità di un Brachetto.
POESIODROMO
Un GATTO inseguiva un giorno un TOPO
Lungo i versi di una piccola poesia
“Quattro parole ancora” disse il TOPO
“e verrò preso se non scappo via”
Ma nel dirlo si sentì sollevato
Ché per dodici parole era scappato
Mentre il GATTO vide scoraggiato
Che di ventun parole era staccato
“Non mi prendi” disse il TOPO al GATTO
Ma si pentì della frase pronunciata
Ché a solo due lettere dal muso
Vide passar felina una zampata
“GATTO feroce e maledetto” disse il TOPO
“tra me e te cinque parole metto”
“mi arrendo” disse il GATTO “o TOPO”
Mangiò le virgolette, poi la “o”
E dopo indovinate che mangiò…
Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con la preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”.
Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico.
Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba solo del verbo “elìcere”. Questo ragno si trova ormai solo in vecchi resti di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d’uso e i pochi esempi che compaiono sono decimati dal ragno.
Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocopio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocopio succhia la e finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). nell’ottocento ne esistevano milioni di esemplari, ora la specie è quasi estinta.
Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio.
Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo sappiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.
Stefano Benni, Il Verme Disicio
Parlavo qualche tempo fa di tendenze canose, del nuovo ruolo che gli animali da compagnia stanno assumendo non solo nelle nostre vite ma anche nella nostra letteratura. Pensavo che fosse proprio di una sensibilità contemporanea considerare il cane un membro della famiglia a tutti gli effetti. Ma leggendo Topsy, di Marie Bonaparte, mi rendo conto di avere sbagliato.
Se il nome vi fa ipotizzare una parentela, avete indovinato. Marie Bonaparte è infatti pronipote proprio di Napoleone, nobildonna dedita all’approfondimento intellettuale, allo studio e alla diffusione del metodo psicanalitico, discepola e successivamente amica di Sigmund Freud. Una donna in grado di scrivere diversi trattati su Eros Thanatos Chronos e sulla Sessualità della donna.
Una donna di scienza che compie un’eccezione per affidarci il suo straordinario racconto di vita quotidiana con cane, con una sensibilità molto diversa da quella del suo tempo. È la prima infatti in cui leggo la concezione moderna di animale non come complemento del giardino ma come membro effettivo della famiglia e oggetto di sentimenti riservati solitamente agli umani.
Nel suo rapporto con Topsy, un chowchow (imparentato col cane di Freud), si possono scorgere i germogli di rispetto per l’altro e quell’attaccamento che chi non ha mai vissuto con un animale (cane, gatto, iguana o furetto che sia) non riesce a comprendere. Si fa più evidente quando, di fronte alla malattia di Topsy, un tumore, Marie decide di sottoporla ai “raggi magici”, ovvero ai primi, sperimentali, Raggi X.
Con successo, perché la malattia del cane regredisce fino a sparire, dandole modo di iniziare alcune riflessioni sulla vita, sull’incoscienza e sulla preoccupazione tipicamente umana del futuro. Non senza comunque un sotterraneo disagio, quasi un senso di colpa, per aver dato al cane una possibilità che pochissimi, anche tra gli umani, avevano a quel tempo.
Sì, perché la stesura di questo libro risale al 1937, anno in cui non era facile anche solo pensare al rispetto per i viventi diversi dall’uomo. L’unico elemento a risentire dell’epoca, ma anche del contesto nobiliare dello scrittore, è lo stile, fin troppo aulico e poetico anche in passaggi relativamente semplici, ma fa parte del fascino di questo che è a metà tra un documento e un diario personale.
Consigliato a chi vuole capire l’evoluzione dei rapporti e la coevoluzione animale-uomo.
Gli amanti degli animali sono una speciale razza umana, generosa di spirito, piena di empatia, forse un po’ incline al sentimentalismo, e con cuori immensi come un cielo senza nuvole. [...]
Il mio dolore privato era diventato una seduta di terapia pubblica, e tra questa folla nessuno si vergognava di ammettere un reale, lacerante dolore per qualcosa all’apparenza irrilevante come un vecchio cane puzzolente.
John Grogan, Io & Marley
Come dicevo venerdì scorso ecco uno dei romanzi di quest’anno che hanno più che un’attenzione al mondo dei cani: ne hanno un protagonista. Io & Marley è la storia dell’autore e della sua famiglia, incluso il membro più spassoso, il cane Marley. Entra a pieno diritto nella pet-lit pur avendo caratteristiche non del tutto in linea con gli altri testi del genere.
Sicuramente molti di voi avranno visto il film, anche se io personalmente ancora sono titubante sulla scelta di trasporre un libro del genere su pellicola, ma, non avendolo visto, mi riservo un’opinione più informata fra qualche tempo. Credo comunque che difficilmente potrà superare la lettura del romanzo, pur nella sua semplicità.
Finalmente abbiamo la descrizione di un cane che non è la somma di tutte le virtù note (e spesso anche qualcuna ignota), non è Lassie, né nessuno dei valorosi cani che ci sono sempre stati additati come esempio. Non è un cane da esposizione e meno che mai da gara. È semplicemente un cane, col suo carattere, i suoi difetti, e le sue virtù, in un equilibrio leggermente sbilanciato in favore dei primi.
Marley è spontaneo, ha delle fobie radicate, come quella per i temporali, comune a molti quadrupedi, e ha una quantità di energia ingovernabile. È in grado di camminare al passo, ma solo finché non trova qualcosa di interessante da raggiungere o inseguire, sa essere serio quando è proprio necessario, ma se può va in giro a combinar danni. Ed è anche uno dei pochi cani cacciati da un corso di educazione cinofila.
Il libro ripercorre la sua intera vita con la famiglia Grogan: in modo per nulla sdolcinato e l’autore dimostra la grande capacità di dare agli eventi la giusta dimensione e prospettiva, senza ingigantire né abusare di quei sentimenti che un cane suscita in chi ama gli animali. E serve anche a far capire a chi ha un compagno quadrupede che le belle immagini di cani soprammobili che ci vengono propugnate sono fasulle: bisogna prepararsi a lavorare sodo, a compiere qualche sacrificio e cambiare il proprio modo di vivere e pensare.
Ovviamente, la ricompensa è la più grande che si possa immaginare, l’amore incondizionato che traspare da ogni pagina del libro, sia dall’umano verso il cane sia viceversa. Le vicende familiari e lavorative sono in secondo piano, un contrappunto al racconto di un rapporto di amicizia e simbiosi che fa passare in secondo piano sia la moglie sia i figli.
Lo stile è schietto, senza fioriture, completamente diretto nelle descrizioni. La scrittura è, per forza di cose, giornalistica, in questa biografia atipica; e in effetti cronache di disastri e di episodi affettuosi non si potrebbero riportare altrimenti. Ovviamente le edizioni sono molto curate; le edizioni, sì, perché oltre a quella che ho letto io, ne potrete trovare davvero molte.
È un libro che consiglio a tutti gli amanti dei cani, specie a quelli che hanno animali un po’ esuberanti, o che credono di avere a che fare con un cane incorreggibile. A tutti gli altri per rilassarsi un po’, pensare quanto sia facile una vita senza un cane e accorgersi che più facile e più felice non sono la stessa cosa.
Canoso è uno dei miei neologismi preferiti, non so se l’abbia coniato qualcuno di famoso ma è così che definisco tutto ciò che attiene ai miei adorati pelosi canidi. Ed è il termine più appropriato, secondo me, per definire la tendenza attuale a dare spazio nella narrativa agli animali.
È vero, hanno sempre avuto un ruolo, sebbene marginale. Mi viene in mente Cuore di cane, per citare un libro a caso (che però non è proprio un libro sui cani, ecco), e poco più di questo (sì, sì, non scordo Cujo). Per il resto sono stati relegati a comparse, in centinaia di pubblicazioni, o sono stati protagonisti di manuali per fortuna ormai obsoleti.
Adesso invece noto la tendenza sempre maggiore a farli diventare protagonisti; partita in sordina, ormai sta diventando un vero e proprio filone, come la chick-lit, ad esempio. Tutta una narrativa che non solo si interessa agli animali, ma li erge a personaggi principali, nuclei veri e propri della narrazione. Storie di animali e altri viventi apre idealmente questa parata, e poi abbiamo l’ebook Il gatto che cadde dal sole, Io e Marley, La mia vita con George, e ultimo, fresco di stampa, L’arte di correre sotto la pioggia.
Di quest’ultimo ho letto l’anteprima grazie all’abitudine ormai diffusa di farne versioni cartacee e distribuirle in libreria. E lo trovo carino, ben scritto; strizza l’occhio al lettore che ama i cani e si fa leggere da chi non li ama. Ma soprattutto apprezzo che sia un altro passo nella diffusione della comprensione del mondo animale. Che possa servire a scardinare l’idea che “è solo un cane/gatto/cavallo” e che non sia degno di stima e affetto e garanzie come ogni altro vivente (persino l’uomo).
Non amo un’unica cosa: la tendenza al patetico, a rappresentare scene molto commoventi, a studiare l’intreccio per spingere all’emotività. Alcuni di questi libri sugli animali infatti sono costruiti in modo estremamente commerciale, con dei punti standard che sono sicuramente toccanti ma che diventano dopo un po’ stucchevoli. Rimane il senso positivo di queste pubblicazioni e l’attenzione al mondo animale che per me è un cardine essenziale dell’evoluzione umana, e spero si corregga un po’ il tiro.
Ciò detto mi chiedo se non si debba iniziare a trovare un nome per questo filone (ammesso che non l’abbia già e io lo ignori); propongo puppy-lit o pet-lit, quest’ultimo forse un po’ cacofonico ma efficace. E voi?
Tra i miei più grandi interessi c’è quello per il regno animale in toto, senza distinzione tra specie; mi piace ricordare che, per quanto ci crediamo evoluti, siamo animali anche noi, e non dei più intelligenti, per inciso. Per questo quando scovo un libro che ne parli lo leggo più che volentieri, come L’ordine animale delle cose, di Antonio Prete, un piccolo volume edito da Nottetempo.
Inizialmente pensavo fosse un romanzo, ma in realtà è una raccolta di racconti uniti solo dal punto di vista prettamente empatico nei confronti di ogni animale, umano o meno, reale o fantastico. Non mancano infatti le escursioni nel mondo della pura fantasia, con bestiari inventati e rivisitazioni del mito del Minotauro nel labirinto, assai caro a molti scrittori.
Cavalli, lucertole, volatili, quasi tutti gli animali sono rappresentati, a volte esteriormente, a volte attraverso una umanizzazione dei loro pensieri, oppure per le tante possibilità di interpretare i loro semplici sguardi e riempirli delle nostre riflessioni. Dei racconti i più significativi sono sicuramente quelli che affrontano le prospettive inedite, come la senilità del naturalista nella Lucertola azzurra, o la disperazione del Minotauro nella Fuga; di contro almeno un paio sono tanto aerei da risultare inconsistenti.
Un caso a parte è Il grido, racconto che si eleva al di sopra di tutti gli altri per la capacità di affrontare un argomento rimosso della nostra vita quotidiana, la sofferenza degli animali condotti al macello. Ed è proprio l’ironia su questa rimozione a costituire il fulcro del racconto, diverso dagli altri anche per lo stile e la scrittura che si fanno asciutti e taglienti.
Gli spunti tematici sono moltissimi, come per le fiabe antiche, in cui la rappresentazione del mondo animale serviva da pietra di paragone per i comportamenti umani; qui però si compie quasi il processo inverso: se in Fedro gli animali prendono vizi e virtù tipicamente nostri per darci una morale, in questa raccolta sono gli esseri umani a guardare alla comunità dei viventi e alla loro organizzazione naturale per trarne insegnamento.
Lo stile è molto accademico, spesso aulico, e la scrittura poetica, con una ricercatezza che da un lato porta a una grande raffinatezza sonora, dall’altro rende i racconti un po’ dispersivi, perdendo l’attenzione in taluni passaggi. L’edizione ha una grande cura e attenzione a tutti i dettagli, da quelli del testo a quelli del paratesto.
Un libro piacevole, anche se non sempre leggero, per riflettere e rilassarsi.

Due libri in uno, oggi, Per due o più giocatori e Crazy combinations di Arkas. Operazione possibile solo perché sono complementari per natura: non potevano che essere due i volumi dedicati alla vita di coppia degli animali. Ma lungi da qualsiasi analisi zoologica, è la sessualità – e non solo – a trovare espressione in questi fumetti ironici e smaliziati.
Arkas è forse la migliore scoperta di Lavieri: un talentuoso fumettista greco di cui non si hanno grandi notizie ufficiali, prolifico e sempre irriverente; finora oltre ai due “Tira fuori l’animale che è in te” (sottotitolo di entrambi) ha pubblicato per lo stesso editore anche le avventure di Kastrato insieme anche a una serie di albi intitolati Montecristo, che prima o poi vorrei leggere.
Sono vignette slegate tra loro, singole o, molto di rado, brevi sequenze che illustrano la vita di coppia in modo quasi sempre ludico, e di tanto in tanto con una satira più marcata. Non mancano i riferimenti alle sperimentazioni nei laboratori di ricerca, al rapporto genitori-figli, alle favole antiche, ma anche al problema dell’AIDS, di cui si sente sempre meno parlare.
Gli animali sono i più vari: avvoltoi, elefanti, i proverbiali conigli, coccodrilli, galline e rospi, ognuno a rappresentare scherzosamente un aspetto della vita relazionale, tradimento incluso. Anzi, per essere onesti, il tradimento occupa una parte preponderante delle vignette, insieme alla sperimentazione “razziale”: Arkas crea delle coppie poco convenzionali, e da questa stranezza hanno origine scambi di battute fulminanti. Impagabile la sequenza delle tre scimmiette, che Arkas termina esattamente come la immaginavo, così come la scena ormai famosissima “non spaventate lo struzzo”.
I due volumi (questo e questo) sono brevi e come sempre molto curati; inoltre hanno un costo molto contenuto che li rende ideali da regalare a qualche amico o amica, a patto che non siano troppo timidi. Non saprei definire lo stile di Arkas, intriso di comicità persino nei disegni, con dei tratti che rendono i personaggi goffi e strappano il sorriso.
Una buona lettura, senza troppo impegno, per i momenti in cui bisogna alleggerire le tensioni, scaricandole con una risata.