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Ransie la strega, Koi Ikeno

Ransie la stregaUscito in Italia per la Starcomics, Ransie la strega (Batticuore Notturno) della scrittrice Koi Ikeno è il tipico manga Shoujo, rivolto cioè a un pubblico femminile di solito adolescenziale. Ormai questa storia, composta da trenta numeri, risale a oltre vent’anni fa, anche se nel 2000 è uscito un volumetto a parte, dal titolo Nei paraggi di una stella che, narrando le vicende dei figli di alcuni dei protagonisti principali, è stato inteso dall’autrice come la vera conclusione.

Chi è stata bambina negli anni novanta ricorda forse l’anime tratto dal fumetto, una storia romantica dallo sfondo fantastico e dai tanti risvolti umoristici.

Ranze Eto (diventata Ransie nel doppiaggio italiano del cartone animato e sulle copertine dei fumetti) è una bella ragazzina di quindici anni: figlia di un vampiro e di una lupa mannara, appartiene al mondo magico anche se i suoi genitori hanno deciso di vivere sulla Terra. Anche Ranze ha dei poteri: mordendo qualcuno con i suoi canini appuntiti ne può assumere le sembianze finché, starnutendo, non rompe l’incantesimo.

Contravvenendo a tutte le regole del suo mondo, che proibiscono l’unione tra esseri magici e umani, Ranze si innamora di un compagno di classe, Shun Makabe, un giovane un po’ scontroso che sogna un futuro come boxeur.

Il suo amore per il bel ragazzo la caccerà nei guai, ma non tanto quanto la missione che il Re del loro mondo affida ai genitori della ragazza: scovare e uccidere il suo figlio segreto, il principe che vive sulla terra sotto spoglie umane…

Molto più complesso dell’anime (che di fatto si ferma ai primi volumetti della saga) il manga racconta molteplici vicende fantastiche che si intersecano tra di loro, dove il protagonista indiscusso rimane però – perché di shoujo si tratta – il legame tra Shun e Ranze, non così scontato come può sembrare perché passerà attraverso la maturità fisica ed emotiva di entrambi i protagonisti oltre che tra mille ostacoli, magici e non, che si frapporranno tra di loro. Il tutto condito da una sana dose di umorismo, con momenti divertenti che spezzano i momenti di maggiore tensione o romanticismo e rendono la lettura frizzante e mai smielata.

La vicenda di Shun e Ranze si chiude nella prima metà della saga: dal volume 17 in poi l’attenzione della manga-ka si sposta su Rinze, il fratellino di Ranze diventato ormai adolescente e a sua volta, come già la sorella prima di lui, costretto a fare i conti con il profondo legame che lo unisce al mondo umano.

Devo dire che ho ripreso in mano con molto piacere questo manga dopo anni e anzi, non mi ricordavo un’opera di livello così alto e dalla storia così intricata e così piena di personaggi (all’epoca mi fu prestato ma sospetto di non aver avuto in mano che una parte dell’intera saga). Visto che il primo volume è datato 1982 e il trentuno è uscito nel 2000, si nota una diversità del tratto tra i primi disegni e gli ultimi, anche se la cosa alla fine fine è piacevole: è come se anch’esso fosse maturato insieme ai protagonisti.

Anche il volumetto conclusivo è stato sicuramente un regalo gradito di Koi Ikeno ai suoi fan, forse ai suoi tempi chissà, anche inaspettato perché uscito quasi cinque anni dopo il numero trenta: l’ideatrice lo chiude con una bel disegno commovente che illustra sé stessa che saluta tutti coloro i quali hanno seguito la sua storia per quasi vent’anni.

Lo consiglio alle adoratrici del mondo giapponese shoujo, qualsiasi età voi abbiate: del resto, sarà anche per ragazzine ma io di anni ne ho trentaquattro!

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Scritto da: Only il 10 Marzo 2010
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Norwegian Wood, Murakami

norvegian woodPrima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra.

Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna.

Questo romanzo si discosta dalla usuale produzione di Murakami, che è uno scrittore continuamente in bilico tra realtà ed irrealtà e il cui cavallo di battaglia si intitola La fine del mondo ed il Paese delle Meraviglie; in principio si pensava che sarebbe stato un caso isolato, ma da Norwegian Wood qualcosa sembra sia cambiato nello scrittore stesso e infatti la realtà nelle sue sfaccettature più concrete verrà ripresa anche nel romanzo A sud del confine, ad ovest del sole, un altro suo successo.

Il titolo con cui il libro è stato conosciuto fino a poco tempo fa era Tokyo Blues, in primo luogo perché la musica fa da filo conduttore all’intera vicenda e poi perché il blues, con le sue atmosfere vagamente tristi ed in continua evoluzione, rappresentava magnificamente l’alternarsi delle avventure del protagonista. Tuttavia Murakami stesso ha voluto, nella riedizione di Einaudi, che fosse ripristinato il titolo originale ripreso da una canzone dei Beatles. Chiunque conosca le note di “Norwegian Wood” avrà già un assaggio dell’atmosfera che impregna il libro, il che è davvero un singolare esempio di come le arti possano compenetrarsi a perfezione.

Il protagonista della storia è Watanabe Tōru, un diciannovenne che vive in un collegio di Tokyo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Nella sua vita la morte ha già fatto capolino, a causa del suicidio del suo migliore amico Kizuki, il quale gli ha lasciato in “eredità” l’affetto della sua ragazza Naoko, una personalità attraente ed inquieta quanto fragile. Le debolezze di Naoko si traducono in una malattia che la porta lontano da Tokyo, in una casa di cura situata in una località montana.

Pur pensandola costantemente, Tōru deve tirare avanti con la sua vita, se non vuole sprofondare nel baratro della depressione. Così fa amicizia con un’altra ragazza, Midori, che invece ha un temperamento coraggioso e combattivo e, nonostante la vita le abbia inferto gravi perdite e profondi dolori, non ha mai perso il suo spirito e il desiderio di vivere felice. In bilico tra l’oscura attrazione per Naoko e il contagioso entusiasmo di Midori, il ragazzo affronterà il proprio personale passaggio da adolescente a uomo maturo,finché la vita e la morte non lo costringeranno a compiere scelte definitive per il suo futuro.

Romanzo di sentimenti e di formazione, “Norwegian Wood” è forse una delle espressioni più delicate e riuscite nella narrativa giapponese che conosco (troppo poca, sempre troppo poca, per la verità!) di tradurre nel concreto le sfaccettature della più varia umanità. La triade di protagonisti ha dalla sua parte una forza irresistibile nel completarsi a vicenda, sebbene i personaggi di Naoko e Midori siano agli antipodi (anzi, forse proprio per questo).

Allo stesso tempo Murakami ci regala una galleria di personaggi secondari di tutto rispetto che fanno breccia immediatamente nel cuore del lettore: c’è il compagno di stanza di Tōru soprannominato Sturmtruppen per via della sua attitudine all’ordine e alla pulizia, le cui avventure fanno sorridere tutti; c’è l’egoista Nagasawa, amico del ragazzo, che nonostante l’ammirazione non può fare a meno di notare come ogni sua azione sia volta esclusivamente ad una vantaggio personale; infine c’è Reiko, che forse riesce ad ottenere le simpatie del lettore alla pari dei protagonisti: è una donna di mezza età, che si trova nella clinica di Naoko e le fa da sorella maggiore, confidente e amica. La sua malattia mentale non è che un rifiuto della crudeltà umana, una ipersensibilità che ne fa anche una bravissima musicista.

Lo stile con cui tutta la vicenda viene descritta è elegante e delicato, nonostante gli argomenti spesso scivolino sulla sessualità e richiedano la terminologia adeguata; le pagine scorrono una dietro l’altra come un piccolo fiume in piena. E la cosa più importante è che, una volta chiuso il libro, non ci si dimentica degli “amici” che Murakami ci ha fatto conoscere così intimamente: no, essi restano sospesi nella memoria, insieme a tanti pensieri sulla nostra realtà, sui nostri affetti, su come è bene affrontarli e su quanto è dolce ricordare i bei momenti passati.

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Scritto da: Elfo il 9 Febbraio 2010
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Il gioco dell’angelo, Zafon

gioco dell'angeloDopo il successo mondiale ottenuto con L’Ombra del Vento, Carlos Ruiz Zafon ci accompagna di nuovo tra le ramblas, anticipando gli eventi di una ventina d’anni e fornendoci così una sorta di prequel alle vicende che ci ha narrato nel suo primo bestseller.

Il protagonista del  Gioco dell’Angelo è David Martìn, che da sempre coltiva il sogno di diventare scrittore. Grazie al proprio talento e all’attenzione del conte Vidal, che lo protegge fin dall’infanzia, riesce a pubblicare alcuni suoi racconti.

Per sdebitarsi, riscrive allora un manoscritto di Vidal e nello stesso tempo lavora ad un libro suo, sacrificando rapporti interpersonali e salute. Le due opere escono nel solito giorno, ma, mentre il libro di Vidal è un grande successo, quello di Martin si rivela un fiasco. Il giovane ha a che fare con duri contraccolpi anche quando scopre di essere affetto da un male incurabile e viene a conoscenza del matrimonio tra Cristina, il suo grande amore di sempre, e il suo mentore ed amico.

Proprio in questo periodo di disperazione, un misterioso editore si fa avanti per commissionare a David un’opera monumentale, destinata a cambiare la storia.
Oltre ad un’ingente somma di denaro, la ricompensa sembra essere la guarigione completa.
Tuttavia, mentre lavora per documentarsi, David viene a conoscenza di diversi inquietanti particolari sul suo misterioso principale e dovrà destreggiarsi attraverso un dedalo di pericoli e complotti tesi per impossessarsi di qualcosa di ancora più prezioso della sua vita.

Al di là della storia intricata e stimolante, i motivi per cui è possibile apprezzare Il gioco dell’Angelo sono moltissimi: innanzi tutto si tratta di una dichiarazione d’amore di Zafon al proprio mestiere. Certo, è un amore non sempre facile, tormentato, che induce a moltissime rinunce, ma proprio per questo è più sanguigno, vero. La passione che anima lo scrittore è la stessa che muove il protagonista (guarda caso, scrittore anche lui!) e lo spinge a proseguire nonostante il labirinto si faccia più torbido ad ogni passo.

Quel labirinto non è solo Barcellona, o il Cimitero dei Libri Dimenticati, ma l’animo stesso di David che deve affrontare un nemico all’apparenza invincibile: il proprio Ego. Le lusinghe dell’editore Corelli, infatti, che gli richiede di scrivere un testo che crei addirittura una nuova religione, che stravolga ogni punto di vista conosciuto e che cambi dunque il mondo, non sono forse l’apoteosi di un delirio? Il fatto che David accetti la commissione ci suggerisce quanto qualcosa di oscuro dentro di lui lo abbia convinto di avere le capacità per ottemperare all’arduo compito ed è molto appassionante osservare il percorso dell’uomo attraverso meandri sia mentali che fisici, alla scoperta del proprio vero Io.

Oltre a ciò abbiamo il piano del thriller, in cui il romanzo è splendidamente calato, grazie alle mosse di Corelli, individuo sempre in bilico tra l’angelico e il demoniaco e per questo uno dei personaggi più attraenti della storia. Inoltre, sono molti i personaggi di contorno degni di nota: il vecchio libraio Sempere, che è un po’ il padre che David ha sempre voluto; Cristina, la donna amata, una fanciulla piena di contraddizioni ma angelicata dagli occhi dell’innamorato; Isabella, una giovanissima aspirante scrittrice che si innamora di David e si installa per un periodo in casa sua, salvandogli in qualche modo la vita.

Ecco, quest’ultima è forse la personalità che più mi ha colpita, creando in me un senso di identificazione e tenerezza insieme. E infine c’è l’avvocato Diego Marlasca, il precedente inquilino della casa in cui David è andato ad abitare, che dall’oltretomba sembra ancora interferire nella vita del protagonista, grazie ad un non specificato legame con Corelli. Ognuno di questi personaggi compone un tassello importante di un puzzle che in principio sembra irrisolvibile sul piano del reale e che viene invece portato a compimento con una sequenza di colpi di scena ben congegnati.

La corposità del testo è bilanciata dall’assoluto equilibrio dello stile: pur non scrivendo in modo scarno, Zafon evita qualsiasi appesantimento, centrando uno ad uno i propri bersagli e mantenendo viva l’attenzione per quasi settecento pagine, qualità che penso si possa attribuire solo agli scrittori di razza.

La conclusione, che si arricchisce di un elemento fantastico inaspettato, vira sul malinconico e non lascia l’amaro in bocca ma, anzi, invoglia a scoprire quale sarà il terzo libro della serie, giacché l’autore ha dichiarato di avere in mente una quadrilogia che esaurisca completamente l’impianto dell’opera.

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Scritto da: Elfo il 26 Gennaio 2010
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Un siciliano in laguna, Sulle lagune, Verga

sulle laguneDei grandi della Letteratura a scuola si riesce – il più delle volte – a dare un’introduzione non dico raffazzonata ma spesso, diciamo, “sintetica”, vale a dire, si fanno “le cose più importanti”; qualche pagina antologica, qualche racconto o novella, se va bene, un romanzo da leggere per intero magari come lettura per l’estate. Di Giovanni Verga (1840-1922), di solito, vengono presentati i romanzi maggiori, le novelle, se ne legge magari qualcuna tra le più note. Figuriamoci le pagine meno conosciute come questo romanzo giovanile del ventitreenne Verga, apparso a puntate sulla rivista fiorentina La nuova Europa tra il 13 gennaio e il 15 marzo del 1863.

Sulle lagune è la storia dell’amore travagliato tra Stefano de Keller – “uffiziale” ungherese al servizio dell’Austria che, benché l’Italia fosse ormai unita, aveva sotto il proprio dominio Venezia (e Trieste) – e la giovane veneziana Giulia che abita equivocamente in un palazzo con il Conte Giuseppe di Kruenn.

In parte, il fatto che sia stato scritto a puntate su di una rivista, dà a questo romanzo le caratteristiche del feuilleton e anche la trama non le smentisce. In venti capitoli si mescolano e s’intrecciano amore a prima vista, vicende personali, famigliari e congiure di stato, mascheramenti e riconoscimenti, il tutto sullo sfondo di una Venezia ora romanticissima, ora tenebrosa e piena di misteri.

Come personaggi, ci sono i buoni dalla parte del giusto (anche se qualche volta possono prendere delle iniziali cantonate, dovute per lo più a giudizi formatisi su di una frettolosa emotività) fortemente contrastati dai cattivi che hanno il potere; e ci sono anche i personaggi apparentemente buoni ma in realtà pericolosamente ambigui e, non di rado, alquanto ammantati di mistero. Vi è anche un tema caro al romanzo gotico: quello della fanciulla perseguitata.

Sotto il profilo linguistico, vanno registrate delle curiosità e degli arcaismi altrettanto curiosi come l’uso di “larva” invece di “maschera” (a parte che quelle che si vedono nelle foto del carnevale sono, in genere, le “bautte”), un uso un pò inusitato di “fecimo” per “facemmo” e “vidimo” per ”vedemmo”. Del resto, è l’Italiano a cui non siamo più abituati come lo è stato quando leggemmo i Racconti fantastici del Tarchetti (pubblicati pochi anni dopo questo romanzo del Verga, nel 1869).

È un Verga insolito e piacevolmente inaspettato quello che ci offre questo Sulle lagune; un Verga giovane che certo la scuola non pensa né può permettersi di presentarci (si fanno le cose “più importanti”). È per questo che l’abbiamo voluto leggere e, al termine, non ne siamo affatto pentiti.

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Scritto da: sfranz il 22 Gennaio 2010
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Settimo Anno, Lloyd e Rees

settimo annoNon c’è due senza tre.
Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei lettori di Chissà se stai dormendo e Chissà se sono svegli chiedeva a gran voce un seguito alle avventure dei loro beniamini Amy e Jack. Così Josie Lloyd ed Emlyn Rees non hanno esitato a riprendere in punta di penna i personaggi che hanno dato loro la possibilità di affermarsi come scrittori e ci hanno regalato la terza puntata della love story più simpatica d’Inghilterra.

Peccato che il sottotitolo sia Chissà se stanno ancora insieme e si riferisca alla tipica crisi del Settimo Anno, di cui appunto stiamo per parlare.

Eccoli, dunque, i nostri Amy e Jack: alla boa dei sette anni di matrimonio sono arrivati peggio di quanto le premesse ci avessero fatto credere. Hanno un magnifico bambino, Ben, ma per il resto la loro vita non ha percorso esattamente il binario dei sogni. Il talento di Jack come pittore non è bastato a farlo sfondare perciò lui sbarca il lunario lavorando per una ditta di fertilizzanti.

Ad Amy non è andata meglio: la sua occupazione nel campo della moda è sfumata quando la sua ditta è stata venduta e adesso che ha un figlio è molto difficile tornare nel campo, perciò si limita a fare la mamma, benché la situazione le vada stretta. Quel che è peggio è che anche la vita a due ha subito dei danni da queste singole insoddisfazioni e della coppia spumeggiante che abbiamo imparato a conoscere ed amare nel primo libro non è rimasta che l’ombra.

Se detta così vi sembra una catastrofe, non temete: il fatto che Amy e Jack siano piombati dalle stelle alla dura realtà non è affatto un demerito per gli autori che, anzi, ci offrono uno spaccato di vita meno glam, ma molto più simile al vero e quindi insaporiscono questo seguito in maniera inaspettata. Riusciranno i nostri eroi a ricomporre il loro equilibrio e nello stesso tempo a trovare nel loro amore la forza per andare avanti in una società cinica, in cui il tradimento sembra essere sempre dietro l’angolo? O, peggio, i nostri eroi si amano ancora?

Scritto con il consueto stile diretto, umoristico ma anche con un tocco di intensità in più, stavolta, Settimo Anno è forse un boccone amaro per tanti sognatori, ma allo stesso tempo è una prova di come questi due scrittori siano cresciuti nel tempo, e si siano resi capaci di portare avanti i loro personaggi senza ripetersi fino in fondo. Certo, la formula della famigliola felice ed invidiata avrebbe potuto funzionare, ma avrebbe reso il sequel del tutto inutile.

Così invece entriamo in contatto con due “nuovi” protagonisti: li ritroviamo diversi da come li avevamo lasciati, ma ugualmente simpatici e capaci di suscitare il nostro senso di identificazione. Grazie a loro e ai personaggi che li circondano (ritornano H e Matt, i migliori amici, più sfrontati che mai, ma ci sono anche una serie di “new entries”) ci facciamo domande sui rapporti uomo-donna, un argomento che non smetterà mai di interessare perché su di esso si può scrivere tutto ed il contrario di tutto.

Lloyd & Rees cercano di narrarci una storia semplice e allo stesso tempo di infonderci fiducia in quel sentimento di cui tutti parlano e che oggi sembra essere passato di moda, in favore di piaceri usa e getta molto più abbordabili: l’amore, sostenuto dalla fedeltà.

Come avrete intuito, vi consiglio caldamente l’intera trilogia: si tratta di una lettura divertente e leggera, che esce dai canoni della chick-lit e ci regala una storia appassionante con personaggi che sembrano davvero vivere e respirare e che, dopo pochissimo, sembrano diventare nostri amici.

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Scritto da: Elfo il 19 Gennaio 2010
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I lunghi inverni del cuore, Ethan Frome, Wharton

ethan fromeÈ difficile parlar d’amore! Descrivere ogni minima e più lieve sensazione che può condurre alla nascita di un sentimento e di un desiderio appagati o, al contrario purtroppo, illusori. Oppure impossibili; non di rado, alla fine, anche tragici, beffardamente tragici.

Edith Wharton (1862-1937) è una di quelle scrittrici che sa fare benissimo proprio questo.

Ethan Frome è un uomo di mezza età ora. Salvo che per una breve giovanile parentesi per motivi di studio, ha sempre vissuto nella fattoria paterna, un po’ isolata a qualche miglio da Starkfield, Massachusetts, un paesino di montagna dove tutti si conoscono e gli inverni sono lunghi e la neve e il ghiaccio sembrano sempiterni. I suoi magri proventi economici gli derivano dal mulino e dal legname.

Parla poco, sorride poco e quel poco per cui lo si vede in paese è per fare qualche commissione, il più delle volte per la moglie Zeena (Zenobia), un’ipocondriaca dalla fibra e dalla volontà fortissime. L’io narrante, che si è trovato casualmente a Starkfield per lavoro, da vari paesani ha sentito la storia triste e dolorosa di quest’uomo il cui aspetto l’ha colpito fin dalla prima volta che lo ha visto. Ha anche occasione di conoscerlo e frequentarlo personalmente e avuto modo di capire come sia veramente andata prima dell’”incidente” ventiquattr’anni orsono. Incidente che, tra l’altro, ha menomato Ethan ad un fianco.

E qui s’inserisce la bravura della Wharton nel descrivere e raccontare ciò che si diceva all’inizio: l’amore che, timidamente, nasce pian piano tra Ethan e Mattie Silver, una parente più o meno lontana di Zeena, venuta a Starkfield per aiutarla, visto che lei è sempre più stanca e malata e le faccende domestiche le sono ogni giorno più pesanti (ma, inaspettatamente, in certi momenti, si “sente meglio” e, col progredire della lettura, si ha sempre più la sensazione che ci sia del metodo nella sua ipocondria).

È un amore di quelli impensati, che colora i monotoni e scuri giorni della misera vita di Ethan; un amore che gli dà quella semplice tenerezza e gaiezza e serenità che egli ben raramente ha provato nella sua esistenza; un amore che dà forma ai suoi sogni di fuga dal suo lugubre, immutabile quotidiano e gli fa intravvedere una vita migliore, resa emotivamente più viva dallo spontaneo calore umano dimostratogli da Mattie. Vorrebbero fuggire ma…

Ma, si sa, i sogni muoiono all’alba e, nel caso di Ethan e Mattie, anche la sera prima. La realtà è ben altra. Difficile se non impossibile da cambiare o solo distaccarsi da essa.

Oltre alle efficaci capacità narrative e descrittive degli ambienti e delle atmosfere, in questo romanzo del 1911, la Wharton dimostra anche una notevole maestria nel costruire l’intera storia e nel maneggiare i piani temporali, dell’oggi, dei fatti accaduti ventiquattro anni prima, dell’anno di permanenza di Mattie nella fattoria dei Frome e dei pochi giorni in cui tutto si rivela e precipita. E, in più, sembra anticipare di tre anni il concetto di paralysis che troveremo nei Dubliners di Joyce usciti nel 1914.

Parlando di Ethan Frome, un paesano dice al narratore: “Forse è stato a Starkfield troppi inverni. I migliori se ne vanno.” E lui non se n’è potuto andare. E poi c’è stato l’”incidente” che ha posto una pietra sopra a tutto. Ethan Frome è ancora lì a trascorrere i lunghi inverni di Starkfield, Massachusetts, i lunghi inverni del suo cuore.

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Scritto da: sfranz il 15 Gennaio 2010
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Il silenzio perfetto, Mazzeo

Il silenzio perfettoÈ una fortuna che Ilaria Mazzeo sappia essere così delicata, perché la storia che ha scelto di raccontare sarebbe capace di stringere il cuore a chiunque. Ho voluto che ad accennarmi la trama fosse la stessa autrice, prima ancora di affidarmi alla quarta di copertina, e mi ha convinta, subito. Sono appena un centinaio di pagine, ci si districa facilmente di momento narrativo in nuovo capitolo. Il silenzio perfetto aleggia durante tutta la narrazione, come un’incombenza e anche come unica scappatoia.

Ginevra, protagonista e narratrice, è ordinata, corretta, volenterosa. Ma si sa, è alle brave persone che di solito crolla il mondo addosso. La scomparsa del fratello è un gradino troppo alto da riuscire a salire sola, un nuovo amore si offre come appoggio per superare l’ostacolo ma non basta, e non è mai sicuro. Non c’è niente di sicuro all’infuori di noi stessi, quando dobbiamo sciogliere nodi così grandi. Ginevra ha solo Ginevra, e un grande lavoro da fare su sé stessa per sopravvivere, prima, e tornare a vivere come possibile.

Ilaria Mazzeo è di Pistoia ma Roma oramai la conosce, quanto basta da fare in modo che la sua Ginevra ci si muova con discrezione, semplicità, e quella camminata di chi – e cito – sembra sapere sempre dove sta andando.

La struttura è semplice, consente di lasciare il libro e riprenderlo in mano quand’è il momento (la storia richiede una certa attenzione al dettaglio, la lettura ho preferita relegarla a un momento di quiete e consiglio vivamente il prossimo di fare altrettanto) e il linguaggio scivola di parola in parola come in una lunga discesa innevata.

L’autrice è capace di rendere tangibili i personaggi che ci presenta, attraverso descrizioni più o meno dettagliate, ma soprattutto sfruttando un effetto immediato di slittamento del lettore nei panni della protagonista della storia, o quantomeno – ritengo – rivelandosi in grado di scatenare un vivo interesse nei confronti della vicenda (meglio dire, forse, delle vicende) vissuta attraverso Ginevra, che diviene quindi catalizzatore oltre che io narrante.

La scrittura è lineare, scarna e, mantenendo la capacità di dare enfasi alle parole, Ilaria non pecca mai di retorica gratuita o pomposi monologhi interiori inutili. Qualità, ad oggi, rarissima.

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Scritto da: marzia il 12 Gennaio 2010
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La ragazza dei miei sogni, Dimitri

La ragazza dei miei sogni – Francesco DimitriQuando intorno a me c’è chi magnifica un autore (diciamo a livelli da fan) mi trovo sempre in difficoltà e procrastino la lettura il più possibile: ho paura di non trovare il libro così interessante come mi è stato descritto e di deludere chi mi è caro. Per questa volta mi sono salvata, perché non è difficile apprezzare Francesco Dimitri, e  leggendo La ragazza dei miei sogni posso dire al suo fan che è davvero talentuoso, questo coetaneo immaginauta.

Uno dei punti di forza, quando si scrive una storia dell’orrore, è riuscire a evocare sensazioni raggelanti da ambientazioni tutto sommato conosciute, illuminare le piccole cose quotidiane da un’angolazione misteriosa e oscura. Dimitri ci riesce benissimo, trasformando Roma in un perfetto scenario per il suo incubo.

Il protagonista, infatti, vive e lavora lì, nella più banale tranquillità delle sue occupazioni, famiglia, studio, lavoro. Forse è una vita un po’ sfigata, senza veri rapporti umani – esclusa la sorellina di appena sette anni – e permeata di grande goffaggine, un amore non corrisposto e un po’ di sfruttamento da chi gli sta intorno. Decisamente un personaggio con cui identificarsi poco, almeno all’inizio.

Man mano che la narrazione procede ci ritroviamo invischiati nei suoi sogni e nel loro realizzarsi: l’incontro con una ragazza meravigliosa che ha occhi solo per lui, le coincidenze e le casualità che sembrano complottare per la sua felicità e una quantità di piccoli inspiegabili eventi. Il tutto, però, comincia ad assumere un aspetto sinistro finché una serie di morti non porterà il nostro protagonista a dubitare della propria sanità mentale e ad accettare la presenza di un mondo magico che si interseca con la realtà che conosce.

L’autore riesce a rendere moderna e credibile la figura del mago e a raccontare il tutto con uno stile pulito, essenziale: non c’è posto per il barocco nella sua scrittura. È solo la grande abilità narrativa a rendere l’atmosfera gotica e creare suspense, ma soprattutto a dare credibilità a ciò che, per sua natura, non ne ha. La lettura procede spedita e la curiosità fa andare al galoppo, specialmente nell’ultima parte, anche se – vi avviso – non tutti gli enigmi avranno soluzione.

Un buon libro per chi non crede al caso e al “troppo bello per essere vero”. E per chi diffida del fantastico: sarà una piacevole sorpresa.

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Scritto da: Livia il 14 Dicembre 2009
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La Prescelta. Maria Maddalena, Friedriksson

la presceltaSe siete fan accaniti di Dan Brown e del Codice da Vinci sarebbe forse meglio che passaste oltre. Non perché io nutra avversione verso il celebre scrittore americano, quanto perché – per mia sfortuna – mi è capitato di leggere il suo best seller e La Prescelta di Marianne Friedriksson più o meno nel solito periodo e, dal confronto, il primo ne esce con le ossa rotte.

Forse, il paragone è ingiusto in partenza: mentre Dan Brown ci propone una storia di azione in puro stile “pop corn & Vangelo”, l’autrice svedese esplora la vita di una donna straordinaria calandola nella sua realtà sociale e congiungendo magistralmente il romanzesco con la storia. L’unico punto di incontro tra le due opere è il presupposto secondo cui Gesù Cristo avrebbe avuto in realtà una compagna e avrebbe affidato a lei e non a Pietro il compito di portare avanti il Suo messaggio.

I personaggi della Friedriksson hanno una rara tridimensionalità ed allo stesso tempo – pur mantenendo alcune caratteristiche tradizionali – si discostano dallo stereotipo a cui i testi sacri ci hanno abituati.

Maria è figlia di uno stupro e perpetrato da un soldato di ventura su una donna palestinese, perciò nasce con la “maledizione” di avere degli splendidi capelli ramati. La sua bellezza è un vero problema, finché non viene adottata da una raffinata donna di origine greca che gestisce una piccola comunità in cui le ragazze sono considerate prostitute perché non disdegnano il sesso, ma crescono invece con una libertà molto maggiore rispetto alla realtà del tempo.

Un giorno questa fanciulla così particolare incontra un giovane maestro. Costui ha già un discreto seguito in Galilea, ma in un primo tempo le sembra uno dei tanti sedicenti profeti che infestano la regione. In questo Gesù, però, c’è qualcosa di diverso, un amore sconfinato per la vita e la capacità di osservare tutto con gli occhi innocenti di un bambino. Maria gli insegna l’amore fisico e lui la abbaglia con il suo fulgore che è umanissimo ma, per qualche verso, non lo è.

La ragazza lascia tutto per lui e lo segue attraverso la Palestina, è depositaria della sua divina saggezza e – verso la fine – le viene raccomandato di portare nel mondo il suo messaggio. Ma qui subentra la realtà dell’epoca in cui le donne erano sottomesse a leggi maschiliste e la voce di Maddalena viene soffocata dalle imposizioni di Pietro e Paolo che a loro modo raccolgono il messaggio del Cristo stravolgendolo nel modo che è arrivato fino a noi con la chiesa attuale.

Questo libro condensa in sé l’affresco storico, il romanzo sentimentale e, specie nel finale, una denuncia nemmeno troppo celata al maschilismo clericale e all’immobilità della Chiesa che, non tenendo conto dell’elemento femminile, invece di diventare cuore della società ha finito per volerla dominare con la forza e, in determinati casi, con la violenza. Il contrario di quanto predicato da Gesù.

L’argomento, per la sua delicatezza, era difficile da trattare senza scadere nel “pettegolezzo storico” come invece è capitato a Dan Brown. La Friedriksson ci riesce, evitando i particolari pruriginosi e delineando invece una bellissima storia d’amore in cui Gesù risplende di un’umanità tenera ed insieme remota, capace di commuovere.

Il linguaggio è raffinato, ma non difficile: piuttosto sembra volersi intonare ad un tema importante, pur senza troppi fronzoli che avrebbero rischiato di far scadere l’elemento romantico nel lezioso.

L’impressione generale che si ha del libro è di aver appena terminato una lettura appassionante, stimolante perché portatrice di domande piuttosto che di risposte. Domande sulla propria fede, sulla natura delle nostre credenze e tradizioni e sull’amore che tutti, in un modo o nell’altro, siamo qui per vivere.

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Scritto da: Elfo il 24 Novembre 2009
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L’amante senza fissa dimora, Fruttero & Lucentini

amante senza fissa dimoraL’amante senza fissa dimora. Ovvero del come prendere un luogo comune e trarne un romanzo originale e coinvolgente. Quale luogo comune più comune (letterariamente, turisticamente) di due amanti a Venezia? Credo nessuno, nemmeno un omicidio a Cabot Cove.

Eppure da questa situazione canonica, abusata, frequentatissima, partono nel 1986 Carlo Fruttero & Franco Lucentini per animare una storia affascinante e ricca di misteri e di sorprese.

Cominciamo col dire che la coppia di autori piemontesi è stata un caso formidabile nel panorama letterario italiano: due giallisti di razza, come dalle nostre parti se ne contano pochi, capaci di una scrittura a quattro mani elegante e colta, a volte un po’ compiaciuta dei suoi riferimenti, certo, ma efficace e asciutta, e sempre implacabile nel difficile, difficilissimo esercizio della suspense.

Ma L’amante senza fissa dimora non è un giallo, anche se ne usa i meccanismi, è una storia d’amore fittamente ammantata di mistero, il mistero che avvolge il protagonista, quel Mr. Silvera che ci appare nelle prime pagine come un accompagnatore turistico dal fascino nebbioso ma che pagina dopo pagina assume contorni nuovi e sorprendenti.

Mistero che affascina e innamora una antiquaria romana di nobile lignaggio, principessa nientemeno, e che soprattutto intriga e coinvolge noi, lettori e spettatori di una storia di passione dai contorni thriller che va a svelare negli ultimi capitoli la rivelazione sorprendente che definisce il racconto.

Racconto a più voci, quello orchestrato da Fruttero & Lucentini, ma mai disorientante, e costantemente ancorato alla geografia veneziana con scrupolo e puntiglio, tanto che a qualcuno è riuscito di pubblicarne un itinerario che segue i passi dei protagonisti fra le calli e i campielli di una città fuori dal tempo che proprio per questo motivo, come capirà chi lo legge, non può che essere lo scenario romanzesco ideale per una storia come questa.

Non so con certezza cosa fosse il “bianco ben ghiacciato” che bevono i due protagonisti a pagina 75 ma potrebbe benissimo essere un Pinot Grigio ad accompagnarne la lettura.

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Scritto da: tomtraubert il 20 Novembre 2009
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