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Prima di lanciarmi nella recensione di questo libro vorrei fare una piccola premessa: sono una grande ammiratrice del lavoro svolto da Giorgio Amitrano, che qui troviamo in veste di traduttore. Credo che dal testo si evinca il rispetto e la passione con cui ha lavorato su quasi quattrocento pagine in una lingua le cui espressioni, ritmo e sintassi – questo posso dirlo con cognizione di causa – sono tutt’altro che semplici da rendere nella nostra.
Da buon traduttore, naturalmente, Amitrano svanisce tra le pagine di Norwegian Wood per lasciare la ribalta all’autore Murakami Haruki, secondo me un gigante della letteratura giapponese moderna.
Questo romanzo si discosta dalla usuale produzione di Murakami, che è uno scrittore continuamente in bilico tra realtà ed irrealtà e il cui cavallo di battaglia si intitola La fine del mondo ed il Paese delle Meraviglie; in principio si pensava che sarebbe stato un caso isolato, ma da Norwegian Wood qualcosa sembra sia cambiato nello scrittore stesso e infatti la realtà nelle sue sfaccettature più concrete verrà ripresa anche nel romanzo A sud del confine, ad ovest del sole, un altro suo successo.
Il titolo con cui il libro è stato conosciuto fino a poco tempo fa era Tokyo Blues, in primo luogo perché la musica fa da filo conduttore all’intera vicenda e poi perché il blues, con le sue atmosfere vagamente tristi ed in continua evoluzione, rappresentava magnificamente l’alternarsi delle avventure del protagonista. Tuttavia Murakami stesso ha voluto, nella riedizione di Einaudi, che fosse ripristinato il titolo originale ripreso da una canzone dei Beatles. Chiunque conosca le note di “Norwegian Wood” avrà già un assaggio dell’atmosfera che impregna il libro, il che è davvero un singolare esempio di come le arti possano compenetrarsi a perfezione.
Il protagonista della storia è Watanabe Tōru, un diciannovenne che vive in un collegio di Tokyo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Nella sua vita la morte ha già fatto capolino, a causa del suicidio del suo migliore amico Kizuki, il quale gli ha lasciato in “eredità” l’affetto della sua ragazza Naoko, una personalità attraente ed inquieta quanto fragile. Le debolezze di Naoko si traducono in una malattia che la porta lontano da Tokyo, in una casa di cura situata in una località montana.
Pur pensandola costantemente, Tōru deve tirare avanti con la sua vita, se non vuole sprofondare nel baratro della depressione. Così fa amicizia con un’altra ragazza, Midori, che invece ha un temperamento coraggioso e combattivo e, nonostante la vita le abbia inferto gravi perdite e profondi dolori, non ha mai perso il suo spirito e il desiderio di vivere felice. In bilico tra l’oscura attrazione per Naoko e il contagioso entusiasmo di Midori, il ragazzo affronterà il proprio personale passaggio da adolescente a uomo maturo,finché la vita e la morte non lo costringeranno a compiere scelte definitive per il suo futuro.
Romanzo di sentimenti e di formazione, “Norwegian Wood” è forse una delle espressioni più delicate e riuscite nella narrativa giapponese che conosco (troppo poca, sempre troppo poca, per la verità!) di tradurre nel concreto le sfaccettature della più varia umanità. La triade di protagonisti ha dalla sua parte una forza irresistibile nel completarsi a vicenda, sebbene i personaggi di Naoko e Midori siano agli antipodi (anzi, forse proprio per questo).
Allo stesso tempo Murakami ci regala una galleria di personaggi secondari di tutto rispetto che fanno breccia immediatamente nel cuore del lettore: c’è il compagno di stanza di Tōru soprannominato Sturmtruppen per via della sua attitudine all’ordine e alla pulizia, le cui avventure fanno sorridere tutti; c’è l’egoista Nagasawa, amico del ragazzo, che nonostante l’ammirazione non può fare a meno di notare come ogni sua azione sia volta esclusivamente ad una vantaggio personale; infine c’è Reiko, che forse riesce ad ottenere le simpatie del lettore alla pari dei protagonisti: è una donna di mezza età, che si trova nella clinica di Naoko e le fa da sorella maggiore, confidente e amica. La sua malattia mentale non è che un rifiuto della crudeltà umana, una ipersensibilità che ne fa anche una bravissima musicista.
Lo stile con cui tutta la vicenda viene descritta è elegante e delicato, nonostante gli argomenti spesso scivolino sulla sessualità e richiedano la terminologia adeguata; le pagine scorrono una dietro l’altra come un piccolo fiume in piena. E la cosa più importante è che, una volta chiuso il libro, non ci si dimentica degli “amici” che Murakami ci ha fatto conoscere così intimamente: no, essi restano sospesi nella memoria, insieme a tanti pensieri sulla nostra realtà, sui nostri affetti, su come è bene affrontarli e su quanto è dolce ricordare i bei momenti passati.
Credo che l’epistola – dopo la poesia epica o altre forme di racconto cantate (si pensi alla ballata) – sia una delle prime più semplici forme narrative. Ci sono fatti raccontati, sequenzialità temporali peraltro non obbligate: si possono creare dei flash back o delle contemporaneità come in una struttura a montaggio alternato, il risultato narrativo rimane sempre godibile: anzi, in certi casi, più coinvolgente, poiché la lettera è sempre un oggetto personale quand’anche la comunicazione sia quella distaccata del commercio o dell’amministrazione.
Vanno dette subito due cose: questo carteggio tra la scrittrice e sceneggiatrice americana Helene Hanff (1916-1997) e la libreria antiquaria londinese Marks & Co sita all’84 di Charing Cross Rd è un fatto realmente accaduto: dai primi di ottobre 1949 all’ottobre del 1969; seconda cosa: la summenzionata libreria antiquaria dal 1970 non esiste più: ha dovuto chiudere definitivamente i battenti per la ristrutturazione dell’edificio dove aveva i propri locali.
Per cui, chi, bibliofilo, volesse fare un tour a tema, non la troverebbe. Si potrebbe inoltre aggiungere che, specialmente a quei tempi quando non esisteva l’email, il conoscersi tramite corrispondenza era una pratica anglosassone assai diffusa: tutti, ad esempio, ricorderanno il “pen pal” “l’amico di penna” sovente nominato nei Peanuts.
Da semplici richieste d’invio di libri – possibilmente a poco prezzo (diverrà, successivamente, un prezzo “ragionevole”), di lettera in lettera, nascerà un’amicizia tra la Hanff e i dipendenti della libreria, in particolar modo Frank Doel, ma non solo. Un viaggio a Londra da parte di lei è sempre desiderato e, nella capitale, auspicato. Purtroppo le vicissitudini contingenti lo rendono, di volta in volta, impossibile e l’intera vicenda sembra avere termine non soltanto per la chiusura fisica del negozio ma, anche, per l’inaspettata morte del diretto corrispondente: Mr Doel, appunto.
Leggendo queste missive non si fa soltanto un erudito viaggio nella Letteratura Inglese ma si ha, al contempo, uno spaccato delle quotidiane condizioni di vita della Londra del secondo dopoguerra: il razionamento del cibo, la difficoltà di acquistare un’automobile (anche usata e il tempo per averla) e, col passar degli anni, gli eventi storici che all’epoca erano ancora solo notizie: l’incoronazione dell’attuale Regina Elisabetta II, la moltitudine dei fan dei Beatles nella prima metà degli anni Sessanta…
Aiuta molto l’apparato nelle note a fine testo, ben curato, agile e preciso.
Nel 1987, con lo stesso titolo del libro, esce il film con due attori da tanto di cappello: Anne Bancroft e Anthony Hopkins.
Oltre che per le sceneggiature, (a molti degli episodi della serie poliziesca di Ellery Queen, ha dato il suo contributo in qualità di lettrice dei copioni), la Hanff ha scritto anche saggi e libri per bambini. Nonostante la morte di Doel e la chiusura di Marks & Co Booksellers, a Londra riuscirà ad arrivarci e lo racconterà nell’altro unico libro tradotto in Italia (che si sappia): La duchessa di Bloomsbury Street del ‘73. Ma quello lo leggerò un’altra volta. E, naturalmente, ne parlerò.
Non c’è due senza tre.
Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza dei lettori di Chissà se stai dormendo e Chissà se sono svegli chiedeva a gran voce un seguito alle avventure dei loro beniamini Amy e Jack. Così Josie Lloyd ed Emlyn Rees non hanno esitato a riprendere in punta di penna i personaggi che hanno dato loro la possibilità di affermarsi come scrittori e ci hanno regalato la terza puntata della love story più simpatica d’Inghilterra.
Peccato che il sottotitolo sia Chissà se stanno ancora insieme e si riferisca alla tipica crisi del Settimo Anno, di cui appunto stiamo per parlare.
Eccoli, dunque, i nostri Amy e Jack: alla boa dei sette anni di matrimonio sono arrivati peggio di quanto le premesse ci avessero fatto credere. Hanno un magnifico bambino, Ben, ma per il resto la loro vita non ha percorso esattamente il binario dei sogni. Il talento di Jack come pittore non è bastato a farlo sfondare perciò lui sbarca il lunario lavorando per una ditta di fertilizzanti.
Ad Amy non è andata meglio: la sua occupazione nel campo della moda è sfumata quando la sua ditta è stata venduta e adesso che ha un figlio è molto difficile tornare nel campo, perciò si limita a fare la mamma, benché la situazione le vada stretta. Quel che è peggio è che anche la vita a due ha subito dei danni da queste singole insoddisfazioni e della coppia spumeggiante che abbiamo imparato a conoscere ed amare nel primo libro non è rimasta che l’ombra.
Se detta così vi sembra una catastrofe, non temete: il fatto che Amy e Jack siano piombati dalle stelle alla dura realtà non è affatto un demerito per gli autori che, anzi, ci offrono uno spaccato di vita meno glam, ma molto più simile al vero e quindi insaporiscono questo seguito in maniera inaspettata. Riusciranno i nostri eroi a ricomporre il loro equilibrio e nello stesso tempo a trovare nel loro amore la forza per andare avanti in una società cinica, in cui il tradimento sembra essere sempre dietro l’angolo? O, peggio, i nostri eroi si amano ancora?
Scritto con il consueto stile diretto, umoristico ma anche con un tocco di intensità in più, stavolta, Settimo Anno è forse un boccone amaro per tanti sognatori, ma allo stesso tempo è una prova di come questi due scrittori siano cresciuti nel tempo, e si siano resi capaci di portare avanti i loro personaggi senza ripetersi fino in fondo. Certo, la formula della famigliola felice ed invidiata avrebbe potuto funzionare, ma avrebbe reso il sequel del tutto inutile.
Così invece entriamo in contatto con due “nuovi” protagonisti: li ritroviamo diversi da come li avevamo lasciati, ma ugualmente simpatici e capaci di suscitare il nostro senso di identificazione. Grazie a loro e ai personaggi che li circondano (ritornano H e Matt, i migliori amici, più sfrontati che mai, ma ci sono anche una serie di “new entries”) ci facciamo domande sui rapporti uomo-donna, un argomento che non smetterà mai di interessare perché su di esso si può scrivere tutto ed il contrario di tutto.
Lloyd & Rees cercano di narrarci una storia semplice e allo stesso tempo di infonderci fiducia in quel sentimento di cui tutti parlano e che oggi sembra essere passato di moda, in favore di piaceri usa e getta molto più abbordabili: l’amore, sostenuto dalla fedeltà.
Come avrete intuito, vi consiglio caldamente l’intera trilogia: si tratta di una lettura divertente e leggera, che esce dai canoni della chick-lit e ci regala una storia appassionante con personaggi che sembrano davvero vivere e respirare e che, dopo pochissimo, sembrano diventare nostri amici.
Non è facile intitolare un libro Come morire e non ricevere in cambio un coro di “Tiè!”. La casa editrice Tanit sorvola questo particolare con la sua terza uscita. Il libro di Silvano Scaruffi, infatti, grazie al sottotitolo (Prima di aprire un negozio di surf) da un lato proietta il lettore nell’ambientazione australiana e dall’altro anticipa il surreale che lo aspetta pagina dopo pagina.
La trama può essere riassunta in breve: quattro amici cresciuti nei sobborghi di Melbourne inseguono il sogno di aprire una bottega in cui costruire e vendere tavole da surf, il loro sport preferito. Ognuno di loro ha una personalità particolare: Eddie vive fuori dal mondo a causa di un disturbo mentale chiamato “disordine bipolare”, Ermot è un dottore mancato e per questo eternamente frustrato, Phil è un ex campione di surf che sguazza nel rimpianto dei tempi d’oro e Alan è in perenne bilico tra l’amore per la fidanzata e la propensione a tradirla, sospeso tra la prospettiva di una vita comoda e incolore e le incertezze che però danno sapore ad un’esistenza.
Per tutti, il negozio di surf è una meta quasi onirica in cui rifugiarsi mentre cercano di districarsi in situazioni a volte amare, spesso difficili, ancora più spesso tragicomiche. Una sera si ritrovano da Alan per una partita a carte ed Eddie arriva con uno zaino carico di soldi: finalmente il sogno può diventare realtà, ma… sarà davvero così? Tenuto conto dei trascorsi di Eddie non c’è da sperarci troppo.
Partiamo dal presupposto che Scaruffi scriva bene; ebbene, occorre andare oltre: Scaruffi scrive in modo frizzante, mai banale. I singoli capitoli sono uno spasso: hanno caratteristiche che li renderebbero godibili anche fini a se stessi (penso, ad esempio, al terzo capitolo intitolato “Il telefilm”, in cui ci viene fatta la spassosa telecronaca di una puntata dell’Ispettore Derrick: raramente ho riso così tanto).
L’appunto che potrei fare a Silvano suona quasi come un paradosso: i singoli capitoli sono così coinvolgenti che più di una volta ho faticato a trovare la coesione della trama, e non perché il filo della storia sia difficile da seguire, anzi, bensì perché troppo profondamente calata nelle varie situazioni che l’autore è riuscito a creare. Le trovate surreali (per esempio l’identità di “Jefferson”) sono ottime, le voci dei protagonisti sono sempre sopra le righe, riconoscibili, intense. Anche i personaggi di contorno, pennellati a volte in pochi tratti, altre con pagine intere, emergono con rara tridimensionalità in visioni dolciamare, come dolceamara è l’atmosfera del testo.
In conclusione: nonostante il titolo poco augurale, quando ho chiuso il libro mi ha pervasa un senso di contentezza, per il fatto di avere appena concluso una lettura divertente, coinvolgente e originale sia dal punto di vista dell’ambientazione che da quello dei personaggi e della storia. Un altro tassello azzeccato nel puzzle di Tanit e un buon passo avanti nella carriera di uno scrittore per cui intravedo un roseo futuro.
La versione italiana di questo libro, edita da Sperling Paperback, presenta un’aggiunta all’originale: sui nostri scaffali è apparso, infatti, il titolo Christine – La macchina infernale, forse nel tentativo di rendere un riferimento horror immediato al pubblico di Stephen King. Vi chiederete perché io non abbia seguito l’idea della pubblicazione nostrana ed il motivo è che trovo questa precisazione del tutto inutile.
Christine, la vera protagonista della storia, è di fatto un’automobile; per essere precisi è una Plymouth Fury del 1958 che, esattamente vent’anni dopo la sua creazione, finisce nelle mani di Arnie Cunningham. Arnie ha diciassette anni ed un solo buon amico, Dennis Guilder, che nella prima e nell’ultima parte del racconto svolge anche la funzione di narratore.
Che cosa vede Dennis di tanto preoccupante da sentire il bisogno di raccontare una storia?
E come può una macchina usata essere il fulcro di una vicenda che i traduttori italiani hanno pensato bene di accostare al termine “infernale”? Ebbene Dennis comincia dicendo che parlerà di una storia d’amore. C’è il colpo di fulmine, quando Arnie mette per la prima volta gli occhi su Christine e comincia a desiderarla con un impeto sconosciuto; quando riesce ad ottenerla e la famiglia si oppone, combatte per lei ed arriva a cambiare il suo carattere mite e accondiscendente.
Anche Christine cambia: da vecchio rottame si trasforma, grazie alle attenzioni del ragazzo, in uno sfolgorante gioiellino. Fin qui tutto sarebbe idilliaco se i cambiamenti di cui ho parlato non fossero così radicali da far apparire Arnie come se fosse posseduto da un’entità aliena e vendicativa. Quando poi nella vita del giovanotto entra la bella Leigh, Christine diventa gelosa. Mortalmente gelosa.
Dennis capisce che qualcosa non va, ma un brutto incidente sportivo gli impedisce di intervenire. La seconda parte del libro ci viene raccontata da un narratore onnisciente che, con dovizia di particolari, ci mette al corrente di come tutti coloro che possono in qualche modo interferire nel rapporto tra il ragazzo e la sua macchina vengano uccisi da un vero e proprio demone a quattro ruote.
Avvincente, a tratti commovente, Christine è davvero una storia d’amore. Amore malato, senza dubbio, ma talmente intenso da superare la morte. Arnie, in qualche modo, ci ricorda Carrie per il suo essere emarginato e mite ed anche per la furia con cui la sua vendetta si abbatte su coloro che lo ostacolano.
I personaggi secondari sono descritti con grande precisione, come è tipico di King. Conosciamo il loro passato, le loro esperienze, i motivi per cui agiscono. Nulla è casuale e tutto viene calato in una realtà tangibile, che aumenta la sensazione secondo cui nessuno è al sicuro.
Anche in questo libro, infatti, l’orrore è magistralmente mescolato alla quotidianità dei sobborghi americani, miscela per cui King è diventato famoso nel mondo. Il linguaggio fantasioso, lo slang e le descrizioni molto vivide contribuiscono a creare un horror che è al tempo stesso uno spaccato sociale. C’è qualche pennellata di splatter (quanto basta!) specie nelle descrizioni di Roland LeBay, il misterioso primo proprietario di Christine, e molta suspence che tiene incollato il lettore proprio fino all’ultima pagina.
Insomma, Christine è un libro da consigliare a chi non si impressiona facilmente ed ha voglia di qualche brivido di quelli che solo “il Re” sa regalare.
Negli anni ’80, tra i filoni di grande successo dedicati ai robottoni e alle orfanelle, si inseriva nel panorama degli anime quello dedicato agli sport, che aveva i suoi cavalli di battaglia in fenomeni come Mimì e la Nazionale di Pallavolo, Mila e Shiro, Holly & Benji.
Nell’ambito dei fumetti, la diffusione dei “manga sportivi” non ha avuto certo il medesimo effetto, ma sul finire degli anni Novanta il Giappone (e successivamente l’Italia) è stato travolto da una squadra di basket molto particolare, formata dai protagonisti dell’opera di Inoue Takehiko: Slam Dunk.
Chi conosce bene la trama di Mila e Shiro potrebbe trovare qualche somiglianza: il personaggio principale è infatti un ragazzo dai capelli rossi, ribelle per non dire teppista, che per ottenere l’amore di una ragazza si butta anima e corpo nello sport. In questo caso si tratta di pallacanestro, perché il nostro Hanamichi Sakuragi ha la fortuna di essere altissimo (per o meno per gli standard giapponesi).
La squadra del liceo Shohoku non ha grandi elementi di spicco; per lo meno all’inizio l’unico giocatore degno di questo nome è il capitano Takenori Akagi che è anche il fratello di Haruko, la musa ispiratrice di Hanamichi. Tuttavia ben presto il team si arricchisce di nuovi elementi come Hisashi Mitsui, un teppista con un passato da grande giocatore alle scuole medie, Ryota Miyagi grandissimo playmaker penalizzato dalla scarsa altezza e soprattutto Kaede Rukawa, promessa del basket, bravo quanto arrogante e – ciò che è peggio – capace di far andare in visibilio tutte le ragazzine, Haruko compresa.
Il percorso dello Shohoku per arrivare alla conquista del campionato è l’anima del fumetto, tuttavia non mancano le situazioni di vita personale, i problemi adolescenziali, le gelosie, le difficoltà ma anche le soddisfazioni che animano una squadra così eterogenea e particolare. Il tratto di Inoue è pulito, i dialoghi spesso esilaranti, specie nelle parti che vedono contrapposti i due rivali Sakuragi/Rukawa. C’è, inoltre, una serie di personaggi di contorno di forte impatto; il più delle volte si tratta di avversari da battere come Akira Sendo, talentuosa ala della squadra del liceo Ryonan.
Lo sport è, naturalmente, il vero protagonista dell’opera con la sua capacità di unire e migliorare i caratteri di coloro che vi si dedicano; lo humor sempre presente impedisce al lettore di annoiarsi o anche solo di far calare la propria attenzione e le vignette in superdeformed piazzate nei momenti più impensati rendono simpatici anche quei personaggi che nel continuum della storia avrebbero i ruoli più solenni o distaccati.
Da Slam Dunk è stato tratto anche un anime e diversi OAV, segno del successo del’opera. Forte di questo consenso, l’autore si è dedicato ad altri due manga sullo stesso argomento: Buzzer Beater e Real; quest’ultimo tratta però del mondo del basket per disabili e va a toccare una tematica sociale decisamente innovativa per il mondo dei fumetti.
Continuano in questo secondo volume le mirabolanti avventure di Amy e Jack, la coppia che abbiamo conosciuto con Chissà se stai dormendo di cui trovate la recensione su queste pagine. In Chissà se sono svegli, però, la prosecuzione della storia è affidata non alle voci dei diretti interessati, bensì ad un quartetto d’eccezione: quello formato dai loro migliori amici.
Josie Lloyd ed Emlyn Reese strizzano l’occhio a coloro che conoscono bene il primo libro , inserendo il punto di vista di Helen e Matt – personaggi di rilievo fin dall’inizio – ma lasciano anche spazio al nuovo con l’introduzione di Stringer e Susie. Tutti e quattro si trovano a fronteggiare una delle prove più impegnative, pur per un gruppo affiatato: l’organizzazione del matrimonio dei due piccioncini, e nello stesso tempo devono barcamenarsi con le proprie sfide quotidiane.
Anche in questo libro, i personaggi – trentenni londinesi allo sbando – sono descritti con grande puntualità nei pregi come nei difetti: Matt, avvocato, ha l’ossessione del controllo sulla sua vita e su quella altrui, perciò si trova spiazzato dall’”abbandono” del coinquilino Jack e, soprattutto, dall’indifferenza di Helen, per cui ha una cotta.
Quest’ultima è troppo presa dalle grane del suo lavoro e, dopo l’ultima delusione amorosa, ha chiuso completamente con gli uomini; questo la porta a litigare spesso e volentieri con Susie, che vende cappelli al mercato, ed è conosciuta per essere una vera fanatica del sesso, caratteristica da cui vorrebbe affrancarsi, ma che le tornerà molto utile col bellissimo e timidissimo Stringer anche se non nel modo a cui pensate voi…
In mezzo a tutto questo marasma Amy e Jack appaiono di tanto in tanto, quasi come incarnazione dei sogni e di una felicità che sembra a portata di mano, ma non è evidentemente così semplice da afferrare.
Il linguaggio è semplice e diretto, alcuni scambi di battute sono spassosi anche se devo ammettere che il tono generale è meno frizzante rispetto al primo episodio; forse questo è dovuto al fatto che si lascia meno spazio alla favola dei due innamorati per calare i quattro amici in una realtà meno perfetta, ma forse più affine al vero.
In generale anche Chissà se sono svegli (edizioni TEA) è un libro leggero, godibile da un pubblico che ha voglia di ritrovare l’atmosfera di una Londra che conosciamo attraverso i film di Hugh Grant: moderna, spiritosa e vivace.
Consigliato in special modo alle ragazze, per l’argomento a cui tutto gira attorno (l’amore), ma penso che anche i ragazzi possano trovarvi interesse grazie all’umorismo sempre presente.
Era un sacco di tempo che un libro non riusciva a commuovermi fino alle lacrime; l’autrice del “misfatto” è Katherine Paterson con Un ponte per Terabithia (Edizioni Mondadori), romanzo di formazione – e perciò destinato ai ragazzi – che però, sia per la qualità della scrittura che per il modo in cui gli argomenti vengono trattati, strizza l’occhio ad un pubblico adulto ed è godibile ad ogni età.
Il protagonista è Jesse Aarons, dodici anni e una famiglia numerosa all’interno della quale, spesso, i problemi di denaro schiacciano le dimostrazioni di affetto, di cui il ragazzino si sente ancora bisognoso. Anche a scuola, i bulli lo deridono per via dei suoi abiti dimessi e del suo comportamento schivo, finché nella sua vita non irrompe Leslie Burke.
Leslie si veste come un ragazzo, non possiede una televisione ed ha una fantasia travolgente; figlia di due scrittori, si è trasferita da poco nella casa vicina a quella degli Aarons e in pochi giorni sconvolge la grigia esistenza di Jesse. I due creano insieme il mondo di Terabithia, un reame incantato di cui si eleggono re e regina ed in cui, giorno per giorno, possono affrontare le loro paure e trasformarle in gioco.
Il legame tra Jesse e Leslie, che non è amore solo per via della giovane età, è descritto con struggente delicatezza, senza mai eccedere nei toni, nemmeno quando la tragedia arriverà a cancellarne la spensierata magia.
Fiaba di formazione sul potere della fantasia, ma anche romanzo che parla di sentimenti e si sofferma sulla difficoltà di diventare adulti, “Un ponte per Terabithia” è stato spacciato per fantasy in modo che il film del 2007 potesse cavalcare la scia della Cometa-Potter. In realtà l’elemento fantastico è dato solo dalla potentissima immaginazione di Leslie, che riesce a rendere Jesse parte del suo sogno ad occhi aperti. Questo, però, è dovuto anche alla forza della loro intesa.
I personaggi di contorno, anche quelli minori, sono caratterizzati con accuratezza e contribuiscono a definire e far risaltare la personalità dei due protagonisti. Lo stile è semplice, ma non per questo infantile. Le immagini scorrono via nitide e la rappresentazione di Jesse, costretto ad affrontare un dolore quasi troppo grande per il suo giovane cuore, è davvero toccante. Su tutto ciò aleggia una vaga malinconia per quell’età in cui il mondo è ancora tutto da scoprire e le possibilità sembrano infinite; allo stesso tempo si legge tra le righe un inno alla speranza, in grado di nascere anche dalle situazioni più tristi e portare conforto.
In conclusione, devo ammettere che “Un ponte per Terabithia” è stato una delle letture più piacevoli degli ultimi tempi: è un libro ricco di emozioni, ben scritto e narra una storia di rara intensità; infatti, quando ripenso al finale, quella dannata lacrimuccia si intestardisce a spuntare.
Se pronuncio i termini “giovane mago”, il pensiero della maggioranza andrà ad Harry Potter.
Senza voler nulla togliere al celebre personaggio di J.K Rowling, vorrei portare alla luce le avventure di un suo predecessore, molto diverso e meno conosciuto: il suo nome è Krabat, protagonista di Il mulino dei dodici corvi del tedesco Otfried Preussler, edito in Italia da TEA.
Il romanzo narra della formazione di un ragazzino che, da mendicante, viene assunto come dodicesimo apprendista di un mugnaio in quella che si rivelerà essere, in realtà, una scuola di magia nera. Qui i garzoni lavorano di giorno e la sera studiano le arti oscure sotto forma di corvi, ma il prezzo da pagare è alto: Krabat capisce infatti che ogni anno, allo scadere della notte di San Silvestro, uno degli allievi viene sacrificato. Solo l’astuzia e l’amore possono interrompere la catena di sangue e il giovane mago dovrà lottare per proteggere la sua vita e quella di una ragazza del paese vicino che gli ha donato il cuore.
Scritto nel 1971, Il mulino dei dodici corvi è una storia dal sapore antico; lo stile assomiglia a quello dei romanzi di formazione di inizio secolo, tanto che si ha l’impressione di avere tra le mani un testo “coetaneo” di classici come Il mago di Oz, Piccole Donne e simili.
L’argomento della lotta alla magia nera è trattato però in modo assai più profondo e dettagliato di quanto un Baum o una Alcott avrebbero potuto mai concepire in un racconto dedicato ai ragazzi e da questo si intuisce che la scrittura di stampo “retrò” è una scelta voluta e pianificata.
I personaggi, a partire dal protagonista, sono tutti delineati in modo piuttosto manicheo così come è tipico nelle fiabe: il Maestro – l’antagonista – è un misterioso stregone che si crede invincibile, mentre gli apprendisti, tutti tranne uno, avrebbero un buon cuore ma vivono nella paura ed agiscono di conseguenza, anche perché tutti sono stati tratti al Mulino Nero con l’inganno e si trovano nell’impossibilità di fuggire.
Tuttavia, se devo trovare un difetto al libro, devo ammettere che le caratterizzazioni sembrano un po’ statiche, compresa quella della Kantorka, la fanciulla di cui Krabat si innamora e di cui non sapremo mai il nome (la parola Kantorka indica colei che, nella notte di Pasqua, aveva il ruolo di cantante solista negli inni che si intonavano in onore di Gesù risorto).
Il pregio principale del libro, invece, è l’atmosfera che Preussler riesce a creare fin dalle prime pagine: una sorta di continua suspence che non scade mai nel vero horror, ma non ha nemmeno momenti di sollievo e porta il lettore a leggere d’un fiato capitolo dopo capitolo per cercare di mettere assieme i tasselli di un puzzle affascinante.ù
Per questa ragione, mi sento di consigliare il libro non solo ai ragazzi, ma anche agli adulti in cerca di una lettura piacevole e capace di regalare qualche brivido.
Oggi torno a rovistare nel mio vecchio baule e ne tiro fuori il secondo libro della saga familiare che Janet Lambert ha iniziato con “Penny Parrish” (di cui potete trovare la recensione su questo blog): il titolo è Miss Tippy e si riferisce al nomignolo della sorella minore di Penny, Andrea Parrish, che qui assume il ruolo di protagonista.
Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’ambientazione tipicamente militare, ma in questo caso lo sfondo si sposta dall’America alla Germania, paese in cui il colonnello Parrish viene inviato con la moglie e la figlia più giovane. L’impatto della protagonista con l’Europa devastata dalla guerra rende questo romanzo assai meno lieve del precedente. Non fraintendetemi: sia i Parrish che coloro che ruotano loro attorno restano belli e perfetti come sempre, ma qui abbiamo una serie di riflessioni molto più profonde sulla realtà in cui i personaggi si trovano calati loro malgrado.
Il libro inizia con Tippy adolescente, circondata dalla famiglia e dagli amici affettuosi, tra cui l’innamoratissimo Peter. La ragazzina viene strappata alla sua rassicurante realtà e dalla sua patria per essere catapultata in un paese straniero dove, nonostante i privilegi della sua cittadinanza, entra in contatto – forse per la prima volta – con il dolore. A questo si aggiunge il primo amore, nei panni di un giovane tenente di nome Ken Prescott.
La delicatissima storia tra Tippy e Ken, destinata purtroppo ad una fine tragica, occupa la parte centrale del romanzo. Ma la fine di questo sogno e l’esperienza di dolore che segnano la vita di Tippy fanno sì che il suo carattere si plasmi in maniera molto meno edulcorata e scoppiettante di quanto la Lambert ci aveva dato modo di sperimentare con Penny; in un certo senso, però, lo spazio tolto all’allegria e all’ottimismo è ben speso nello scavare ancora più a fondo la psicologia dei personaggi e a rendere quindi questo libro anche meglio del primo.
Il lettore ritrova tanti nomi a cui aveva già avuto modo di affezionarsi e fa la conoscenza con nuovi “amici”: è molto divertente, infatti, mentre si seguono le nuove avventure, leggere i cenni che vengono fatti all’evolversi di vicende già conosciute (come ad esempio, la nascita dei figli di David e Carrol).
Il linguaggio e lo stile non cambiano: le Edizioni Paoline sono garanzia di estrema correttezza, anche se questo fa suonare i dialoghi talvolta statici e i “Misericordia!” pronunciati come massimo della volgarità al giorno d’oggi suonano un po’ buffi. Tuttavia ricordiamo di avere davanti un classico “per signorine” ed anche se il messaggio che passa non è tra i più moderni (Tippy trova la felicità solo quando corona il suo sogno d’amore) questo romanzo resta a colorare di rosa molte giornate che, altrimenti, sarebbero state grigie ed è per me uno dei ricordi più cari dell’adolescenza.