Tutti gli articoli su amicizia

Saint Seiya, Kurumada

Scritto da: il 01.02.11 — 3 Commenti
C’è un mondo dentro di noi. Un piccolo universo che brucia, si espande e fa ardere i nostri cuori. Quasi tutti hanno perso l’opportunità di entrarvi in contatto, ma alcuni privilegiati, mediante allenamenti disumani, riescono a tornare come gli dei ci hanno creati e a sentire il Cosmo. Nel 1986 arrivava in Italia un cartone animato che sembrava creato per l’unico scopo di far vendere alla Giochi Preziosi il maggior numero possibile di pupazzetti in scintillante armatura: I cavalieri dello zodiaco. Quello che nessuno si aspettava, però, era che il doppiaggio (diretto dal mai troppo compianto Enrico Carabelli) lo portasse ad un successo stratosferico. Fatico a parlare di quest’opera in termini meno che entusiastici, perché per quanto un anime possa avere influenza sull’immaginario di una bambina, questo per me ha rappresentato una pietra miliare della mia concezione sul fantastico. Eppure, osservando il manga, edito per la prima volta in Italia da Granata Press, ci troviamo tra le mani quarantadue volumetti disegnati con tratto mediocre: Masami Kurumada è noto per la staticità a volte imbarazzante dei suoi personaggi. La storia presenta tratti ripetitivi, le tre saghe in cui è divisa prevedono uno schema identico, ovvero: fanciulla in pericolo ed eroi che devono salvarla in un lasso di tempo limitato. I dialoghi non sono propriamente brillanti, non hanno nemmeno la traccia dell’impronta epica conferita dall’adattamento televisivo. Anche io mi sono chiesta cos’abbia di speciale “Saint Seiya” per tenere me e molti altri della mia generazione ancora incatenati alle sue pagine, dopo più di vent’anni. Sono arrivata alla conclusione che si tratti di un impianto narrativo formidabile. Il titolo originale vede il nome del protagonista – Seiya – accostato al termine “Saint”, da noi impropriamente tradotto come “cavaliere”. In realtà gli eroi del manga sono i cosiddetti “santi” devoti alla dea Atena, ovvero ragazzi giovanissimi che a ...

Il Libro dei Teschi, Silverberg

Scritto da: il 31.01.11 — 1 Commento
Ah, l'immortalità! Una chimera che l'uomo ha sempre ricercato, attraverso magia, misticismo e scienza, in tutti i modi possibili. Vivere per sempre, immutabili, cavalcando i secoli sempre in forma, senza invecchiamento, senza decadimento fisico. Su questa ricerca è imperniato Il Libro dei Teschi, romanzo di Silverberg non molto conosciuto. Quattro giovani americani, ognuno appartenente a una nicchia sociale ben distinta, si ritrovano a condividere gli anni del college e una scoperta che li porterà a compiere il viaggio "della vita". Un inizio un po' banale, se vogliamo, già visto e sentito, ma con sviluppi decisamente inaspettati. Si tratta infatti della ricerca dell'immortalità seguendo le indicazioni di un libro trovato da Eli, quello che, tra loro, possiamo identificare come l'intellettuale, stereotipicamente ebreo, solitario, smilzo. Il Libro dei Teschi infatti racconta loro del percorso e dei Misteri da percorrere per diventare immortali, recandosi in un monastero sperduto nel deserto americano. Sembrano esserci tutti gli elementi per un romanzo d'avventura, mentre invece è l'introspezione la chiave di tutto: ognuno di loro durante il viaggio esplorerà se stesso e le sue motivazioni, con un percorso di formazione dagli esiti niente affatto scontati. Oltre al nostro ebreo non potevano mancare gli altri stereotipi americani: Oliver, il ragazzone del Kansas, campagnolo e belloccio, ossessionato dalla perfezione e dalla rimozione di quegli aspetti di sé poco meno che virili; Timothy, aristocratico americano con i suoi atteggiamenti di noia ostentata e una vita già scritta per lui fatta di feste e country club; infine  Ned, poeta e omosessuale, con un disastro familiare alle spalle e mille segreti nella mente. Da subito però colpisce una condizione "speciale" in questo percorso: secondo il nono mistero due di loro diventeranno immortali e due dovranno morire, uno suicida e l'altro ucciso dai sopravvissuti. Su questa tensione si gioca la partita mentale tra i quattro. E dopo ...

Il fantasma di un amore, Lettera di una sconosciuta, Zweig

Scritto da: il 19.11.10 — Comments Off
Non è la prima volta che trattiamo di Stefan Zweig (1881-1942), lo facemmo col libriccino Mendel dei libri nel settembre 2008. In Lettera di una sconosciuta (Brief einer Unbekannten) del 1922 e da cui, nel 1948 fu tratto anche un film, la situazione è completamente diversa. Un bel giorno, un noto scrittore austriaco (lo stesso Zweig? Nella finzione è probabile), con la posta riceve una lettera di una giovane donna che gli dice che sarà morta nel momento in cui lui si accingerà a leggere questa sua lunga missiva, nella quale lei gli confessa e racconta il suo fortissimo, assoluto sentimento d'amore e devozione che lei ha provato per lui sin dall'infanzia e per tutta la vita. E anche dopo, s'intuirà in un finale molto poetico. Il fortunato destinatario di questo amore è, si è detto, un famoso scrittore, scapolo impenitente, pieno di amici e, soprattutto, di “amiche”, fra cui, in tempi diversi, anche questa sconosciuta donna innamorata di cui, però, con grande dispiacere di lei, mai si è accorto e, quindi, ha riconosciuto essere la bambina che abitava nell'appartamento dirimpetto al suo, e, successivamente, la giovane ragazza con cui aveva passato la notte dieci anni prima e, en passant, aveva fatto anche un figlio ora purtroppo morto e del quale non gli aveva mai resa nota la nascita. Per lui, lei era una delle tante, come si suol dire, con cui avere un'avventura e di cui non era stato nemmeno necessario conoscere il nome. Non sarà neanche stato necessario ma molto improbabile direi! E se lei non voleva rivelarsi e farsi riconoscere (ma per tutto il lungo racconto non sembra desiderar altro che l'esatto contrario!), avrebbe potuto dare almeno un nome fasullo! Ma è inutile discutere e argomentare: gli scrittori, non son tenuti a scrivere come vorremmo noi! Ciò non toglie ...

Vuoi ballare con me? Bonetti/Albiero

Scritto da: il 05.10.10 — 3 Commenti
Credevo in tutta onestà che quei bei libri per le ragazzine, quelli caratterizzati da una trama semplice e sentimenti puliti, si fossero estinti con l’avvento degli “interpreti delle nuove generazioni” che spediscono i nostri adolescenti tre metri sopra il cielo dipingendoceli, quando va bene, come teppisti di periferia. Invece mi è capitato sotto mano Vuoi ballare con me? di Mathilde Bonetti edito da Piemme per il catalogo del “Battello a Vapore” e, anche se sono parecchio fuori target (sigh!), ho iniziato a sfogliarlo e pian piano sono stata catturata sia dalla storia che dalle bellissime illustrazioni di Marco Albiero. La protagonista è la tredicenne Lena, che ha la sfortuna di essere altissima per la sua età e di avere una indomabile chioma rossa. La madre la costringe a frequentare un corso di balli da sala e la ragazzina è disperata perché pensa che sia un’attività per vecchietti e invece… la presenza di due fratelli – lo spavaldo Adriano ed il timido Alex – rende l’esperienza molto interessante. Lezione dopo lezione, la ragazzina capisce di essere portata per il ballo e l’iniziale diffidenza diventa passione. Il percorso che la porta a diventare una provetta ballerina e partecipare addirittura ad una gara importante va di pari passo col suo trasformarsi da bambina a giovane donna, con tante qualità ancora da scoprire. La tenera storia d’amore tra Lena e Alex, ostacolata dal bellissimo e vacuo Adriano, è di quelle che forse un po’ tutti abbiamo provato quando facevamo ancora i conti con i primi batticuori ed in più conosciamo attraverso gli occhi della protagonista un fitto sottobosco di personaggi secondari, ognuno pennellato con originalità e stile: ci sono le amiche Erica e Cleo, che non si riveleranno poi così leali, c’è l’insegnante di ballo Barbara, sempre brillante e ottimista, c’è Esmeralda, la bellissima rivale in amore ...

L’Uccello del Sole, Smith

Scritto da: il 17.08.10 — 7 Commenti
Per molti anni, sbagliando, ho considerato Wilbur Smith solo come un autore di quelli che chiamo “best seller da supermercato”,  che si trovano anche nel reparto libri in sconto dell’Ipercoop senza brillare per particolare qualità del testo. Devo dire che la lettura del romanzo L’uccello del sole, edito dalla TEA (e trovato, questo sì, all’Ipercoop) mi ha fatto finalmente cambiare idea. La storia si ambienta in Botswana e si dipana su due livelli. L’archeologo Ben Kazin si trova nello stato africano per seguire le ricerche della mitica città di Opet per conto del miliardario, mecenate ed amico Louren Sturvesant. Aiutato dalla brillante studiosa Sally, di cui si innamora, Ben si avvicina alla scoperta della sua vita: i resti della città, dai quali si evincono le vicende che l’hanno portata all’ascesa e alla distruzione, inesorabilmente legate al destino del re Lannon Hycanus, del grande sacerdote Huy Ben Amon e della bellissima sacerdotessa Tanith. Immediatamente il lettore viene portato a ricollegare gli avvenimenti del presente con le vestigia del passato, la cui trama si svela nella seconda parte del libro in una sorta di “romanzo ombra” in cui si muovono coloro che sembrano le incarnazioni precedenti dei protagonisti. Il triangolo amoroso è funzionale ad approfondire la psicologia dei personaggi ed è motore di una serie di intrighi e misteri che tengono il lettore incollato alle pagine. Il rapporto di amicizia e rivalità tra i due personaggi principali Ben – gobbo, intelligente e sensibile – e Louren (bellissimo, ricchissimo, ma arrogante ed impulsivo) è anch’esso un punto di forza del romanzo per quanto riguarda lo sviluppo  della trama perché conferisce al testo una inaspettata profondità e serve a rendere poetica e struggente anche l’eco che se ne ha nel passato, quando il re ed il Grande Sacerdote arrivano quasi ad odiarsi per l’amore di una donna seppur meritevole ...

Il diario di Bridget Jones, Fielding

Scritto da: il 04.05.10 — Comments Off
Forse non sarà il capostipite della chick-lit, ma di sicuro Il Diario di Bridget Jones di Helen Fielding  ne è l’esempio più famoso ed è diventato la pietra di paragone attorno a cui l’intero genere si richiama. Curiosa di capire quale fosse il meccanismo che avesse fatto scattare tanto entusiasmo, mi sono procurata una copia edita da Sonzogno e l'ho letto d’un fiato. Potrei cominciare dicendo che il percorso che oggi ci appare collaudato – zitella ultratrentenne con l’incubo della dieta cerca e trova l’amore attraverso una serie di avventure tragicomiche – nel 1995 non lo era affatto. Quindi, in qualche modo, il simpatico libro della Fielding ha rappresentato un apripista. Inoltre, la sua forza è stata quella di offrire al pubblico un’eroina che avesse tutti i pregi e i difetti della gente comune gettando anche un’occhiata ironica e disincantata sulla “upper class” londinese. Bridget è una giornalista che ha superato i trent’anni, è simpatica, lunatica, grassottella… insomma, una ragazza come tante. Non ha una cultura elevata, ma cerca il più possibile di essere all’altezza della facciata che i giovani rampanti della capitale inglese giudicano il minimo indispensabile per essere “in”, ma dal loro punto di vista resta una “perdente”, dato che non è ancora riuscita a costruirsi una famiglia, né una carriera degna di interesse. Inoltre, l’amore impossibile per il capo mascalzone la fa sentire ancora peggio. Per fortuna ci sono gli amici, ognuno caratterizzato in modo impeccabile – e successivamente imitati fino a diventare stereotipo (l’omosessuale festaiolo, la femminista estrema, la povera ragazza alle prese con un Perfido Uomo Sposato…) -  e all’orizzonte c’è  Mark Darcy, un avvocato un po’ timido (per non dire rigido) che sembra proprio antipatico e invece potrebbe essere il tanto atteso Grande Amore. La forma diaristica consente al lettore di “ficcare il naso” nel quotidiano della protagonista, ...

Il bambino che parlava con il diavolo, Evans

Scritto da: il 06.04.10 — Comments Off
Sto cominciando a mal sopportare gli adattamenti dei titoli italiani. Per Il bambino che parlava con il diavolo, che mostra in copertina una di quelle vecchie bambole con la mandibola spezzata, sarebbe stata d’effetto una traduzione più fedele all’originale, che sarebbe stata più o meno Un bravo bambino. Sono certa che i lettori avrebbero capito ugualmente che si tratta di un horror, anche perché è noto che la collana Vertigo Black della Newton & Compton non pubblichi solitamente le favole di Esopo. Il romanzo rappresenta l’esordio di Justin Evans, pluripremiato in patria da pubblico e critica; di fatto quando un libro fa così tanto clamore sono portata a stare più attenta a non lasciarmi invischiare dall’entusiasmo e di solito ho ragione. In questo caso ci troviamo di fronte ad un buon horror, confezionato con tutti i crismi, ma a mio parere nemmeno avvicinabile ad un qualsiasi King. Non significa che la lettura non sia appassionante, specie per il modo in cui la vicenda viene trattata, cioè più sul versante psicologico che su quello soprannaturale: il protagonista è George, un giovane padre che in nessun modo riesce ad avvicinarsi al figlio appena nato. Per cercare di capire questo blocco, l’uomo si rivolge ad uno psicologo ed è attraverso le sedute che torna a galla un’infanzia tenebrosa in bilico tra la malattia mentale e la possessione demoniaca. George è infatti stato tormentato, in passato, da un amico immaginario che però non è svanito come tutti gli altri. Questo “Amico” sembra incline a suggerirgli le peggiori azioni e lo terrorizza a morte. Ma chi sarà in realtà? Forse il suo modo di affrontare il trauma della morte del padre, come pensano i dottori, oppure è come dicono gli amici dello scomparso genitore, cioè un demonio salito dagli abissi per impadronirsi della sua anima? A ...

Lontano da qui, Meli

Scritto da: il 30.03.10 — 7 Commenti
Ci sono certi romanzi che si accoccolano dentro di te; si adattano al momento che stai vivendo, toccano alcune corde che speravi fossero ben nascoste e – in qualche modo – ti danno una mano. Lontano da qui di Giulia Meli (Las Vegas Edizioni) mi è arrivato per posta questa mattina ed ho appena terminato di leggerlo. Sono circa le 17.00, se qualcuno se lo stesse chiedendo. La protagonista si chiama Ale (come me!) ed ha scelto di rompere con la sua vecchia vita per isolarsi in un casolare in campagna, insieme ai suoi cani e ai suoi cavalli. Solo così le sembra di poter andare avanti, solo così riesce a trascinare i suoi giorni sentendosi al sicuro. Si è chiusa in se stessa per superare un grosso trauma che non viene subito spiegato e pensa così di riuscire a riprendere il controllo. Il passato però torna a bussare alla sua porta (nemmeno tanto metaforicamente!) nei panni della sua vecchia amica Elena, bisognosa di sostegno dopo una delusione amorosa. Elena si porta dietro molti ricordi ed un’ondata di novità rappresentate anche da Tommaso, il loro ex istruttore di equitazione, il quale non sembra mosso solamente dalla curiosità nei confronti di Ale. La ragazza però dovrà combattere contro un nemico interiore potente e terribile e la vittoria in questa lotta non è scontata come nei libri fantasy. Ciò che mi ha colpita di più in Lontano da qui è il canto della solitudine che attraversa tutto il testo. L’isolamento che può essere salvifico, ma anche trappola. Chi non si è mai sentito solo, benché a volte circondato da tante persone? La riflessione sulle potenzialità e sui pericoli della solitudine non abbandona mai la protagonista, che nel suo “eremo” sembra aver trovato la pace e l’equilibrio, ma lascia sempre intuire come, al di sotto della superficie, ...

Stagioni diverse, King

Scritto da: il 25.03.10 — 6 Commenti
Ogni tanto l’evidenza di un numero ci sorprende con la sua perentorietà. Questo è il mio venticinquesimo anno da lettore di Stephen King. Come dire, la mia “relazione letteraria” di gran lunga più duratura e stabile. Voi direte: e un bel chissenefrega non ce lo metti? Ce lo mettiamo anche, ma resta per me un buon pretesto per parlarvi di uno dei miei primi incontri, e ancor oggi uno dei migliori, col Re di Bangor. Nel 1987 infatti, avevo già alle mie spalle più di un libro del nostro, di certo avevo già letto Shining (il primo, merito di una compagna di classe che non ho mai ringraziato abbastanza per questo), Carrie, Unico indizio la luna piena, Pet Sematary, Il talismano e forse qualcos’altro ma quell’anno fu eccezionale perché in Italia arrivarono due capolavori, It, romanzo di proporzioni epiche su cui magari tornerò un’altra volta, e questo splendido Stagioni diverse. Raccolta di ben quattro novelle (in pratica dei romanzi brevi, ma brevi neanche tantissimo se pensate che il volume sfiora le 600 pagine) pubblicata negli USA nel 1982 e che ci mostra un King già lontano mille miglia dallo stereotipo con cui viene ancora commercializzato (a proposito, ma ehi, vi conviene?) di “Re dell’horror”. Etichetta limitativa e piuttosto fuorviante, che relega il nostro in un genere che già allora si capiva gli stava stretto. Ora io non ho nulla contro la narrativa di genere, anzi. Trovo che in Italia se ne sia sempre fatta troppo poca e sia stata sempre troppo snobbata, ma sarebbe un discorso lungo e lo si potrebbe allargare anche al nostro cinema… ma tant’è. Fatto sta che per King l’horror e in generale il soprannaturale sono un pretesto, un ambiente a lui congeniale per raccontare storie, e raccontarle da par suo. Questi quattro racconti ne sono la dimostrazione: i ...

Musica Rock Da Vittula, Niemi

Scritto da: il 23.03.10 — 1 Commento
Chi ha mai viaggiato verso l’estremo nord dell’Europa sa che c’è un’atmosfera tutta particolare in quei paesi che vedono il sole per soli sei mesi all’anno; che per quanto la macchina della società possa funzionare assai meglio che da noi, per quanto la confusione ed il disordine tutti italiani non esistano, i popoli del Nord porteranno sempre un bagaglio di malinconia per noi difficile da comprendere a pieno. Per chi volesse provare a superare le distanze e ad immergersi in questo clima esistono romanzi come Musica Rock da Vittula, di Mikael Niemi, edito in Italia da Feltrinelli. Vittula è il nome di un quartiere degradato della città di Pajala, un posto sperduto al confine tra la Svezia e la Finlandia, in cui la parola “modernità” fatica a farsi spazio. Qui, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, si dipana la storia dell’amicizia tra Matti e Niila, che si conoscono da bambini ed affrontano insieme l’avventura di diventare adulti. La narrazione è divisa in capitoli autoconclusivi, che rappresentano i ricordi del protagonista, Matti. Talvolta si tratta di incursioni nelle usanze di famiglia, più spesso troviamo episodi scolastici dove i due amici devono affrontare il difficile rapporto con compagni ed insegnanti, ma anche i primi approcci con l’altro sesso; a fare da legame a queste due vite in continua evoluzione è la musica, che Matti e Niila eleggono come luce che illumini loro la strada. La band che decidono di fondare è il mezzo attraverso cui cercano di trovare una posizione in una società apparentemente inespugnabile. Utilizzando un narratore non onnisciente, Niemi filtra tutte le descrizioni attraverso gli occhi di un adolescente e questo espediente assume un po’ il sapore dell’operazione nostalgica, tuttavia, forse, la malinconia presente nel testo – nonostante le numerose pennellate umoristiche – rispecchia il modus vivendi nordico per cui, come ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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