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Una moglie affidabile, Goolrick

una moglie affidabile“Uomo d’affari di campagna cerca moglie affidabile. È spinto da ragioni pratiche, non romantiche.”

In un freddo giorno autunnale del 1907, Ralph Truitt è ai binari di una piccola stazione nelle campagne del Wisconsin, ad aspettare un treno che sembra non arrivare mai e che trasporta Catherine Land, la “donna semplice e onesta” che ha risposto al suo annuncio matrimoniale.

In tasca ha la foto di lei, che ritrae una giovane dall’aria perbene e poco appariscente, e nessuna illusione. Uomo non più giovane ma ancora molto virile, Truitt si è privato di ogni calore umano per espiare colpe passate e ora non si aspetta amore, ma solo una compagnia senza implicazioni che ponga fine a una solitudine divenuta insopportabile.

Solo che la donna che scende dal treno non è quella della foto: l’estranea che gli sta di fronte veste abiti semplici ma è indubbiamente sofisticata, la sua bellezza non ha nulla di banale.

Il ritratto inviato per posta è stato il primo inganno, eppure Ralph decide nel clima inclemente di portarla con sé, rimandando ogni decisione. Sarà il destino, attraverso un incidente, a fargli maturare la decisione finale e Ralph e Catherine, estranei l’uno all’altro, diventeranno marito e moglie.

La vita coniugale diventa la loro arena, nella casa quasi isolata dal gelido inverno del Wisconsin iniziano a misurarsi e a condividere il letto, in una passione che coglie di stupore entrambi. Ralph, travolto ma non accecato dal desiderio che prova per la conturbante moglie, percepisce che c’è molto altro che lei non gli dice. Ma anche lui, più vecchio di Catherine di diversi anni, non ha un passato cristallino: nella sua vita ha compiuto pesanti sbagli e ha convissuto con diversi lutti, che hanno spazzato via tutta la sua famiglia precedente.

Catherine tace tutto di sé mentre Ralph le rivela quasi ogni dettaglio della sua giovinezza scapestrata e del suo tragico matrimonio. Le consegna la sua versione della verità suggellata da una richiesta alla quale la moglie non può sottrarsi: dovrà andare a Saint Louis e cercare di riportare a casa Antonio, l’unico figlio che gli è rimasto.

La richiesta mette entrambi in discussione, svelando i diversi propositi che ripongono nel loro matrimonio: Ralph spera che il ricongiungimento con un giovane uomo che lo odia lo redima dagli errori passati. Catherine viene travolta dagli eventi inaspettati, che rischiano di mettere in pericolo i piani che le dovrebbero consentire di raggiungere quella felicità che rincorre da sempre. I suoi inganni minacciano di ritorcersi contro di lei, facendo prendere al destino dei coniugi Truitt pieghe inaspettate…

Romanzo d’esordio oserei dire geniale, Una moglie affidabile è una prova di fine letteratura: racconto che si dipana con l’eleganza della prosa d’alta classe, prende fin dalle prime pagine il ritmo serrato del thriller di razza. Come molte narrative di pregio racchiude in sé molti generi: su tutti è probabilmente una storia d’amore, sentimento visto da molteplici angolazioni e da inaspettati punti di vista. Ma è anche una brillante introspezione nella natura umana, che viene rivoltata come un calzino mettendo in luce i lati migliori e peggiori che ogni individuo nasconde nel suo io più profondo.

Consiglio la lettura a chiunque sia un lettore onnivoro, perché penso che sia uno dei libri migliori che abbia letto negli ultimi tempi e perché, onestamente, non mi viene in mente un sola motivo per cui non possa piacere a chiunque chieda come prima cosa che una storia sia ben scritta.

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Scritto da: Only il 10 Febbraio 2010
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Solo gli americani potevano…

Solo a un rapper americano poteva venire in mente una cosa così per promuovere la lettura. Beh, probabilmente è in stile col suo target, ma vi assicuro che l’effetto comico è irresistibile.

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Scritto da: Livia il 17 Gennaio 2010
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La ballata di John Reddy Heart, Oates

ballata di John ReddyL’estate del 1967 rimarrà nella memoria collettiva per molto tempo a Willowsville, piccola cittadina nello Stato di New York. È una torrida giornata di luglio quando il giovane John Reddy , di soli 11 anni, arriva nella città con i suoi strambi parenti al seguito, guidando lui stesso la vecchia Cadillac Bel-Air, seduto su diverse guide del telefono per riuscire a vedere oltre il parabrezza.

La Willowsville del romanzo La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates assomiglia a molte altre cittadine americane della Costa Atlantica di quegli anni: l’arrivo degli originali Heart crea un’inevitabile subbuglio e molti mormorii tra i nuclei familiari del luogo, benestanti ma un po’ bigotti.

Tanto per cominciare provengono da Las Vegas, The Sin City.
Poi la mamma di John è troppo bella. E dov’è suo marito, il padre dei tre bambini? I due più piccoli poi, sembrano animaletti selvatici e ritrosi.
Che dire di nonno Aaron, un personaggio un po’ alienato dalla vita vera, con qualche rotella, sospetta la brava gente di Willowsville, decisamente fuori posto.

E poi c’è Johnny.

“Nella cittadina di Willowsville (…) vi fu un tempo in cui ogni ragazza tra i dodici e i vent’anni (e molte altre in segreto) era innamorata di John Reddy Heart. John Reddy fu il nostro primo amore. E il primo amore non si scorda mai.”

Il giovane con il suo aspetto un po’ da zingaro e un po’ da indiano, che sembra più vecchio della sua età, getta nello scompiglio le ragazze del piccolo centro, inserendosi con violenza nei sogni adolescenziali e non di ognuna di loro. Anche i ragazzi ne subiscono il fascino, fatto di uno schietto senso di inadeguatezza che non diventa quasi mai velenosa invidia (perché lui è troppo gentile con ognuno di loro).

Questi ragazzi di buona famiglia, con tracciato davanti a loro un futuro cosparso di lustrini, subiscono l’inevitabile fascino dell’outsider. John è bello e all’apparenza dannato: dietro al suo totale disinteresse per qualsiasi ragazza della scuola, al suo reale senso di cameratismo verso i suoi compagni che non diventa mai confidenza vera, sembrano nascondersi turpi segreti che non possono che celare una vita affascinante.

Neanche il fattaccio che un giorno si abbatte su di lui sembra scuotere alla fondamenta il sogno adolescenziale ormai collettivo: l’amante della madre di John viene assassinato nella camera da letto della donna e John viene accusato dell’omicidio. Dopo una spietata e molto mediatica caccia all’uomo tra le montagne intorno a Buffalo finisce in prigione ma, come spesso accade, questo non fa che accrescere la sua fama: anche se non tornerà più nella piccola cittadina, il ragazzo si trasfigurerà in un mito che per molto tempo rimarrà nei sogni innamorati di molte donne e in quelli ammirati di molti uomini, arrivando ad ispirare la canzone di un gruppo rock ed uno sceneggiato televisivo.

Solo molti anni dopo capiremo, incontrando un John Reddy adulto, come questa fama non fu da lui voluta né tanto meno capita fino in fondo: in un certo senso lui ne fu vittima esattamente come tutti gli altri.

Da leggere se amate la letteratura americana di ampio respiro: prendete una bella boccata d’aria e… via.

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Scritto da: Only il 25 Novembre 2009
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The Dome, King

the dome – sthephen kingCon la sua solita precisione il libro targato 2009 del Re non si è fatto attendere e da poche settimane The Dome è in pasto anche ai lettori italiani: l’ultima fatica letteraria di Stephen King, con l’usuale copertina molto accattivante, è un libro bello corposo che almeno a quantità di pagine non delude i suoi affezionati lettori. Per chi come la sottoscritta arriva all’appuntamento annuale con una trepidazione che ha il vago sapore di crisi di astinenza, trovarsi davanti un tomo di quasi mille pagine fa scattare automaticamente due pensieri.

Pensiero uno (tra l’invidioso e l’ammirato): non rimane mai a corto di parole neanche quando lo è di idee.
Il che mi porta immediatamente al pensiero due: oddio, speriamo che non sia questo il caso..

Arrivata alla fine ho sospirato di sollievo. Come La storia di Lisey e Duma Key, anche questo dimostra che la fucina del nostro Autore preferito (ok, è soprattutto il mio…ma magari lo sarà anche di qualcuno di voi!) è tornata a funzionare a pieno regime.

L’ambientazione è quella tanto cara ai kinghiani doc: dopo averci trascinato sulle soleggiate ma infide spiagge delle keys, King torna in un certo qual modo a casa.

Chester’s Mill è un piccolo paese a forma di calzino nel cuore di quel Maine immaginario che lo colloca proprio accanto a Castle Rock, nome sicuramente familiare per molti di voi.<
Un giorno, spuntata come dal nulla, sul piccolo centro scende un’enorme e invisibile cupola, che lo isola dal resto del mondo. La geografia dello stato americano nel libro si spacca in due, ma l’occhio dell’autore rimane ben focalizzato su quello che lo interessa.

Fuori dalla cupola infatti il governo americano si stia interrogando su chi e come possa aver originato una simile mostruosità, che non cede sotto nessun attacco militare o chimico.

Le domande sono interessanti ma un po’ scontate, serpeggia l’idea del terrorismo e poi degli alieni..ma a King interessa poco quello che accade nel resto del mondo e si vede: vi dedica poche pagine, viste mai con obiettività ma sempre dall’occhio distorto del “sotto la cupola.” Perché è proprio qua, “Under the dome”, come recita l’ottimo titolo originale del romanzo (perché in Italia l’abbiano tenuto per tranciarne una parte è uno dei misteri dei nostri..) che si sviluppa la trama.

Il geniale scrittore con la sua solita abilità si inventa un’intera cittadinanza, fatta di una miriade di personaggi, ognuno con il suo carattere, le sue debolezze e la sua storia raccontata con dovizia di particolari. E ognuno, ovviamente, reagisce a modo suo alla discesa della cupola.
La popolazione del “paese del calzino” si divide: c’è chi tira fuori il meglio di sé e chi, inevitabilmente, il peggio…

Se è vero che l’idea in sé del gruppo di persone isolato dal mondo non è originalissima (come osserva anche uno dei personaggi a un certo punto del libro, sembra di trovarsi in un episodio de “Ai confini della realtà”) è vero pure che quando parliamo di uno scrittore così talentuoso la creatività narrativa si fa un bel boccone dell’avvio che sa di già sentito. Così noi lettori trascinati nel vortice della storia iniziamo a perdere disinteresse per la Cupola in sé, persi nei mal di testa di Junior Rennie, nelle crisi di astinenza di Andrea, nella caccia al cuore del problema di Joe Spaventapasseri e nelle trame sordide del cattivo Big Jim Rennie.

Concludo la recensione con un solo vero consiglio. Leggetelo. Se poi non siete fan sfegatati di Stephen King, iniziate il libro leggendo la postfazione: lo so, suona strano, ma non vi svelerà nulla della trama, piuttosto vi aiuterà un po’ a capire come si muovono i sistemi nell’Universo del Re. Risultato: vi godrete di più la lettura.

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Scritto da: Only il 11 Novembre 2009
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Oh Dio, Corman

Oh, Dio – Avery CormanSe dico Avery Corman probabilmente non scateno in voi alcun ricordo, specialmente nei più giovani. Eppure Corman è l’autore di un romanzo che moltissimi conoscono o per averlo letto o per averne visto la famosa trasposizione cinematografica: Kramer contro Kramer. Quello che non tutti sanno è che è anche autore di commedie altrettanto significative, tra cui, appunto, Oh Dio.

Si tratta di un romanzo precedente (1971) al più famoso duello dei Kramer per l’affidamento del figlio, e di genere totalmente diverso: una riflessione, con tratti comici e scrittura leggera, sulla fede e la religione nei tempi moderni.

Tutto parte da un presupposto semplice quanto efficace: se Dio dovesse parlare ai giorni nostri, attraverso chi lo farebbe? E alla persona scelta, daremmo credito? Ebbene, secondo l’autore la scelta non potrebbe che ricadere su un giornalista (e penso che se fosse scritto oggi, a ben quarant’anni di distanza, si tratterebbe di un blogger).

Un giornalista dalla scrittura accattivante, scettico ma aperto a idee nuove, l’America pronta da un lato a internarlo e dall’altro a santificarlo in vita. Il loro rapporto comincia con le classiche manifestazioni inspiegabili, che per un uomo di fede sarebbero già dei segni e per il nostro protagonista sono semplici misteri buffi.

Così si arriva fino ad un’intervista, lunga e complessa, in cui Dio più che dettare nuove leggi o spiegare il senso dell’esistenza, si “rilassa” e si confida, raccontando quello che più gli fa piacere, ciò che lo preoccupa e anche le abitudini nel venire a visitare la sua creazione. Insomma, un’intervista per dire all’umanità “io ci sono ancora, abbiate fede”.

Ovviamente le conseguenze, superata l’incredulità iniziale, sono di grande mobilitazione internazionale, ma il romanzo non va mai in direzione del mistico, restando ancorato a una esposizione ironica e disincantata dei “difettucci” dell’uomo.

La scrittura è briosa, leggera e scorrevole, portando questo romanzo a livello di divertissement letterario, e non mi stupisce che anche da questo sia stato tratto un film, che sicuramente cercherò.

Purtroppo attualmente è fuori catalogo, ma spero lo ristampino presto: non è da tutti scrivere di argomenti tanto seri con umorismo raffinato.

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Scritto da: Livia il 19 Ottobre 2009
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Parola di Martina Testa

Non c’è da stupirsi se il pubblico di questo festival letterario vero, sostenuto veramente dalla politica locale e organizzato da gente che si occupa veramente di letteratura, sia un pubblico di lettori veri. Gente con gli zainetti, le biciclette, i passeggini, con i bambini per mano, i libri in tasca; studenti, professori delle medie, aspiranti scrittori, casalinghe con la passione per i romanzi, fidanzati che si tengono per mano. Quelli che si vedono anche da noi, in fondo, a Mantova e a Torino e via dicendo; solo che al Brooklyn Book Festival mancano – e nessuno li rimpiange – gli uffici stampa che tengono al guinzaglio gli autori, i direttori editoriali che si guardano in cagnesco da lontano e si scambiano sorrisoni da vicino, gli amministratori delegati con la cravatta che escono due volte l’anno dagli uffici (ma sono molto abbronzati), i capannelli di critici, giornalisti e recensori che si scambiano pettegolezzi, gli editor che si contano a vicenda gli ospiti di punta («chi portate, voi, quest’anno?»). Gli stand degli espositori sono tutti uguali e tutti piccoli, una fila di tavolini e gazebo da fiera di paese a cui evidentemente i grandi gruppi editoriali non sono interessati, dato che a popolarli sono solo gli editori indipendenti e le riviste letterarie: un sottobosco vivo e in fermento che fa del contatto diretto con il lettore il proprio punto di forza.

Martina Testa, il Brooklyn Book Festival

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Scritto da: Livia il 16 Ottobre 2009
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La morsa, Napoleoni

La morsa – Loretta NapoleoniI meccanismi dell’economia mi sono in massima parte ignoti; anzi, di solito mi mette in seria difficoltà ascoltare economisti che parlano tra loro o che cercano di spiegarmi concetti apparentemente lapalissiani, mentre i miei pensieri partono per la tangente al solo concetto di deregulation. Per fortuna La Morsa è scritto in modo abbastanza chiaro da essere comprensibile – non completamente, eh – persino a me.

In realtà non è un saggio puramente economico, ma piuttosto sulle relazioni che intercorrono tra economia, governo e terrorismo; economia politica, potremmo dire. E analizza nel dettaglio gli eventi che hanno portato al crollo l’economia occidentale, avviati proprio da coloro che degli stati occidentali erano a capo, politicamente e non solo.

Anche la Napoleoni, come molti prima di lei, passa in rassegna documenti, testimonianze e percorsi intorno all’11 settembre, spiegando in che modo fosse se non evitabile almeno completamente prevedibile; ma va oltre, incastrando tutti i fatti per comporre un puzzle di guerra egemonica e strumentale, che si rivela un vero e proprio boomerang per i suoi promotori.

Seguendo la sua ricostruzione ci rendiamo conto che è proprio la crociata occidentale a scatenare la controcrociata orientale, riproponendo a distanza di un millennio temi di aggressione e scontri di civiltà che si speravano ormai superati. La realtà però è ben nascosta dietro gli alibi e i discorsi ufficiali, ed è una realtà fatta di dominio economico e ricerca di libertà dei paesi in via di sviluppo, ragioni nemmeno poi tanto occulte per ogni tipo di conflitto.

Sono argomenti rimossi, taciuti o ignorati, l’uso delle banche, i finanziamenti illeciti, il riciclaggio di denaro; rimozione fatta per interesse e per comodo all’inizio, ma successivamente proseguita per nascondere colpe gravi delle varie amministrazioni. L’autrice considera anche attentamente gli strumenti utilizzati per rispondere alle prime avvisaglie del tracollo, compreso il famigerato Patrioct Act che, invece di stabilizzare o migliorare la situazione, accelera il declino del sistema economico americano. Insomma, c’è moltissimo materiale su cui riflettere,

Quanto c’è da sperare che questa lucida e documentata analisi possa cambiare qualcosa? Io questo non lo so dire, ma trovo necessaria la conoscenza, la pluralità di voci e di fonti, la possibilità di creare una propria coscienza; amara, ancora una volta, ma necessaria.

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Scritto da: Livia il 15 Giugno 2009
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Miss Tippy, Lambert

Miss Tippy – Janet LambertOggi torno a rovistare nel mio vecchio baule e ne tiro fuori il secondo libro della saga familiare che Janet Lambert ha iniziato con “Penny Parrish” (di cui potete trovare la recensione su questo blog): il titolo è Miss Tippy e si riferisce al nomignolo della sorella minore di Penny, Andrea Parrish, che qui assume il ruolo di protagonista.

Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’ambientazione tipicamente militare, ma in questo caso lo sfondo si sposta dall’America alla Germania, paese in cui il colonnello Parrish viene inviato con la moglie e la figlia più giovane. L’impatto della protagonista con l’Europa devastata dalla guerra rende questo romanzo assai meno lieve del precedente. Non fraintendetemi: sia i Parrish che coloro che ruotano loro attorno restano belli e perfetti come sempre, ma qui abbiamo una serie di riflessioni molto più profonde sulla realtà in cui i personaggi si trovano calati loro malgrado.

Il libro inizia con Tippy adolescente, circondata dalla famiglia e dagli amici affettuosi, tra cui l’innamoratissimo Peter. La ragazzina viene strappata alla sua rassicurante realtà e dalla sua patria per essere catapultata in un paese straniero dove, nonostante i privilegi della sua cittadinanza, entra in contatto – forse per la prima volta – con il dolore. A questo si aggiunge il primo amore, nei panni di un giovane tenente di nome Ken Prescott.

La delicatissima storia tra Tippy e Ken, destinata purtroppo ad una fine tragica, occupa la parte centrale del romanzo. Ma la fine di questo sogno e l’esperienza di dolore che segnano la vita di Tippy fanno sì che il suo carattere si plasmi in maniera molto meno edulcorata e scoppiettante di quanto la Lambert ci aveva dato modo di sperimentare con Penny; in un certo senso, però, lo spazio tolto all’allegria e all’ottimismo è ben speso nello scavare ancora più a fondo la psicologia dei personaggi e a rendere quindi questo libro anche meglio del primo.

Il lettore ritrova tanti nomi a cui aveva già avuto modo di affezionarsi e fa la conoscenza con nuovi “amici”: è molto divertente, infatti, mentre si seguono le nuove avventure, leggere i cenni che vengono fatti all’evolversi di vicende già conosciute (come ad esempio, la nascita dei figli di David e Carrol).

Il linguaggio e lo stile non cambiano: le Edizioni Paoline sono garanzia di estrema correttezza, anche se questo fa suonare i dialoghi talvolta statici e i “Misericordia!” pronunciati come massimo della volgarità al giorno d’oggi suonano un po’ buffi. Tuttavia ricordiamo di avere davanti un classico “per signorine” ed anche se il messaggio che passa non è tra i più moderni (Tippy trova la felicità solo quando corona il suo sogno d’amore) questo romanzo resta a colorare di rosa molte giornate che, altrimenti, sarebbero state grigie ed è per me uno dei ricordi più cari dell’adolescenza.

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Scritto da: Elfo il 2 Giugno 2009
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Penny Parrish, Lambert

Penny Parrish - Janet LambertQuando sono triste c’è un’unica lettura capace di tirarmi su il morale: si tratta di un vecchio romanzo di quelli che venivano regalati alle “signorine” ai tempi di mia mamma. Il titolo è Penny Parrish – In America si vive così , di Janet Lambert (Edizioni Paoline). Che cos’ha di speciale questo libro, da far sì che io gli abbia affidato questo grande potere?

Provo a spiegarvelo, anche se temo che per alcuni di voi potrebbe rivelarsi una lettura un po’ stucchevole.
Siamo negli Stati Uniti, negli anni’30: Penny Parrish è una quattordicenne figlia di un capitano militare di stanza a Fort Knox. È una ragazzina meravigliosa, con una famiglia numerosa e stupenda e un sacco di amici. La sua avventura comincia quando la coetanea Carrol, nipote di una vecchia conoscente, arriva alla cittadella militare per passarvi l’estate.

Da questo punto Janet Lambert ci narra con tratto lieve e sempre frizzante l’adolescenza e la prima giovinezza delle due ragazze che diventeranno amiche per la pelle e supereranno un’incredibile quantità di ostacoli con coraggio e dolcezza. Carrol sposerà il bel fratello di Penny, David, mentre la nostra protagonista si lancerà in una sfolgorante carriera di attrice di teatro e troverà l’amore solo in Josh Mac Donald, bel tenebroso e regista delle sue commedie.

Il punto debole, per un lettore odierno, è il modo in cui la famiglia Parrish viene descritta: non c’è nessuno che abbia un seppur minimo difetto. Sono tutti belli, buoni, simpatici e intelligenti. E così è per la maggior parte dei personaggi di contorno (persino la “cattiva” Louise è descritta come una sfolgorante bellezza). Alla lunga questo potrebbe stancare, ma…no, io non mi stanco mai di leggere e rileggere questa storia. La Lambert non si fa mancare niente: amori, amicizie, rivalità, drammi personali, separazioni e riconciliazioni, guerra e pace e il tutto senza dare mai l’idea di avere tra le mani un polpettone.

Per noi, a dare un tocco di originalità sono l’ambientazione militare, che l’autrice conosceva benissimo in quanto moglie di un ufficiale, e – nell’ultima parte – l’ambiente di Broadway a metà degli anni ’40, che non è certo parte del comune immaginario.
Lo stile è leggero e sfavillante, i dialoghi semplici e puliti e non c’è mai una pagina in cui una lettrice (si, mi rivolgo alle ragazze) potrebbe annoiarsi.

La prima parola che mi viene in mente quando penso a questo libro e ai suoi personaggi è “simpatia”: anche se la caratterizzazione di ognuno è relegata a canoni totalmente positivi, occorre sottolineare che nessuno di essi risulta insopportabile, perché ad ognuno è affidata una parte convincente all’interno della vicenda.
Infine, è divertentissimo sognare di essere con Penny ai balli del Circolo Ufficiali, o nei cafè dove le star si davano appuntamento per il brunch…Ecco, leggere “Penny Parrish”, per me è un po’ come rivedere uno di quei film in bianco e nero che, anche se un po’ datati, conservano sempre classe e grazia.

Sono spiacente, ma credo che possiate trovare il romanzo solo da qualche collezionista su e-bay: sembra infatti che il mondo moderno non abbia più tempo per questo genere di storie. Io però ce l’ho, nel mio vecchio baule, e ne sono felice.

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Scritto da: Elfo il 28 Aprile 2009
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Revolutionary road, Yates

Revolutionary road - Richard YatesI lettori italiani devono ringraziare l’uscita nelle sale del film che ne è stato tratto, interpretato da Leonardo di Caprio e Kate Winslet, per rivedere in libreria il capolavoro di Richard Yates, Revolutionary road, ristampato dalla Minimum fax in un’edizione molto curata.

Siamo nella primavera del 1955. Revolutionary Hill è un quartiere residenziale poco distante da New York, uno come tanti, dove belle case dal giardino curato convivono una accanto all’altra mentre i loro proprietari conducono l’esistenza benestante e un po’ monotona propria della middle class a cui appartengono.

April e Frank Wheeler apparentemente si inseriscono alla perfezione in questo contesto: trentenni, due figli piccoli, una bella casa, una coppia di amici un po’ succubi con cui passano serate all’insegna dell’alcool e di vacui discorsi sulle amare disillusioni della loro generazione.

I Wheeler cercano di sfuggire a questa insoddisfazione cullandosi nell’autoesaltazione: la loro coppia è unita dal disprezzo generalizzato verso tutto ciò che li circonda, a cui si sentono superiori. Con ipocrisia danno la colpa della loro condizione alla società in cui vivono, responsabile di non essere in grado di sviluppare le loro potenzialità, affrancandosi così da ogni scelta consapevole che potrebbero fare al riguardo.

Trasferirsi in Europa diventa il sogno illusorio che entrambi coltivano, un progetto idealizzato che ha il solo scopo di mantenere vivo il loro autoinganno: quando questo cadrà, a causa di vicissitudini esterne di cui saranno a volte artefici e a volte vittime, la rovina delle loro vite sarà dietro l’angolo.

Yates, in questo che la critica osanna unanime come una delle pietre miliari della letteratura americana del novecento, cerca a suo modo di dare il ritratto di un’epoca e di una classe sociale, la borghesia americana che si risveglia dopo la seconda guerra mondiale. Lo fa con toni cupi, pessimistici, presentandoci questo risveglio come illusorio. Frank e April, di fatto, sono una coppia di immaturi che con letargica indolenza rimangono sprofondati nel posto comodo che occupano nella vita, pur reclamando di meglio: Frank svolge un lavoro che lui stesso definisce “Il lavoro più cretino che uno possa immaginare”, ma non fa nulla per cambiarlo.

April si occupa della casa e dei bambini, non fa nessun tentativo per cercare un lavoro ad di fuori nelle mura domestiche eppure lei e il marito sono certi che una volta in Europa potrà svolgere qualsiasi professione desideri. La “rivoluzione” dei Wheeler non si traduce mai davvero in azione, trova spazio solo in sterili declamazioni che altro non sono che voli pindarici che li aiuteranno per un po’ a sognare di essere migliori di come sono. Uno scrittore come Yates, che indugia sulla sofferenza umana, renderà il loro risveglio non solo amaro ma addirittura tragico.

Revolutionary road è una storia che può far innamorare qualsiasi lettore perché non si può vincolare a un solo genere letterario. È un libro destinato a non invecchiare mai, come capita solo a quei pochi che diventano dei classici.

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Scritto da: Only il 3 Aprile 2009
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