Tutti gli articoli su alter ego

La lunga marcia, Bachman (King)

Scritto da: il 16.06.10 — 1 Commento
Prendendo a prestito proprio il titolo di un suo libro, potremmo dire che Richard Bachman è la metà oscura del re del Maine. Con questo pseudonimo il famoso scrittore firmò diverse opere, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta: libri particolarmente cupi e angoscianti, persino per il metro del famoso scrittore che di solito non va certo per il sottile. La critica americana è abbastanza unanime nel non considerarli la parte migliore della sua produzione e i suoi fan spesso e volentieri si dimenticano di loro perché sanno che non sono associabili a momenti particolarmente felici della vita di King, depresso e stordito dall'abuso di droghe e alcool ai tempi in cui cercava, appunto, rifugio in un'identità ancora più problematica della sua. Sono una vera ammiratrice del nostro, ormai lo sapete, eppure non posso che trovarmi d'accordo con le lodi poco entusiastiche che avvolgono tutta la produzione (anche recente) apparsa come Bachman. Ma (dopo un preambolo del genere un “ma” era inevitabile) in mezzo a tutto questo c'è un'eccezione ed è di questa che voglio parlarvi oggi: di tutti i libri scritti da Stephen King, ce n'è uno con la firma del suo diabolico alter ego che occupa un posto molto alto nella mia classifica personale. La lunga marcia è l'evento sportivo dell'anno negli Stati Uniti: non stiamo parlando del mondo così come lo conosciamo, ma di un universo alternativo probabilmente peggiore, visto che nella più grande democrazia del mondo vige un regime dittatoriale di tipo militare. In questa gara, cento ragazzi si sfidano in un'estenuante prova di resistenza dove non c'è nessuna possibilità di ritiro. Si cammina fino allo sfinimento, chi si ferma o rallenta troppo è perduto: per due volte viene ammonito, alla terza viene eliminato definitivamente dalla competizione con una fucilata che lo uccide all'istante. La gara ha termine ...

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Stevenson

Scritto da: il 02.02.10 — 10 Commenti
Uno dei temi più affascinanti che riguardano la psiche umana è senza dubbio quello del Doppio, l’Altro che – secondo molti scrittori, psicologi e filosofi – si nasconderebbe in ognuno di noi. Nel 1886 Robert Luis Stevenson ci regala un testo di chiara matrice fantastica, che ha avuto il merito di fissare l’archetipo della doppia personalità e i cui personaggi sono entrati a far parte del nostro substrato culturale: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, che io ho letto nella versione tascabile edita dalla Newton Compton. La storia si svolge in un imprecisato anno del XIX secolo a Londra; l’avvocato Utterson si trova a fare da testimone ad una serie di fatti misteriosi che coinvolgono un certo signor Hyde (si noti che in inglese questo nome suona come il verbo to hide, cioè “nascondere”), il quale sembra essere ospite di un amico comune: il rispettabile dottor Henry Jekyll. Fin qui non vi sarebbe nulla di strano se Hyde non ispirasse disgusto e terrore in chiunque abbia modo anche solo di intravederlo. Per di più le sue azioni, fin dal principio prive di morale, sembrano scivolare verso il misfatto a velocità precipitosa. Utterson si insospettisce ancora di più quando diviene custode del testamento di Jekyll, il quale designa Hyde suo erede universale in caso di morte o sparizione prematura. Nessuno dei gentiluomini che circondano l’avvocato ed il dottore, né i domestici che vivono con Jekyll riescono a dare informazioni precise sull’identità del misterioso Hyde. Questi, dal canto suo, sembra riuscire a volatilizzarsi per giorni e giorni per poi riapparire quasi magicamente; Jekyll intanto sembra sempre più gracile, insicuro e terrorizzato. La vicenda si complica quando cominciano a verificarsi degli omicidi i cui indizi principali portano ad Hyde. Utterson non capisce perché Jekyll difenda un criminale e lo tenga addirittura nella ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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