Tutti gli articoli su allegoria

La trilogia della città di K, Kristof

Scritto da: il 22.07.09 — 6 Commenti
È l'evanescente città di K a fare da filo conduttore ai tre libri che compongono l'opera-capolavoro della scrittrice ungherese Agota Kristof, proposta da Einaudi in un'edizione con una copertina accattivante e molto adatta ai contenuti cupi dello scritto: La trilogia della città di K. Di K. Sappiamo solo che si trova in un paese dell'Europa dell'est, sprofondato in una guerra che già dalla prime pagine pare trascinarsi da sempre. La collocazione geografica, come quella temporale, appaiono quindi incerte: quando entrano in campo i primi personaggi, volutamente irreali, si ha la sensazione di affrontare qualcosa di diverso da un comune romanzo. Ricorda più da vicino una favola, come osserva con arguzia il curatore dell'edizione Einaudi in copertina: una fiaba cruda, spietata, riservata rigorosamente a un pubblico adulto. Il grande quaderno inizia proprio come molte favole, con un abbandono. Due gemelli vengono lasciati da una madre disperata presso la nonna che si rivela essere una vecchia megera (parlavamo di fiabe, ricordate?) dura e spregevole. Eppure Klaus e Lucas, questo il nome dei due bambini, non hanno nulla della consueta fragilità dell'infanzia: aggirandosi come esseri inquieti nel paese in guerra, appaiono come impersonali e cinici osservatori di quanto avviene attorno a loro, senza sembrarne all'apparenza toccati. Anzi, come intransigenti narratori sono proprio loro a a raccontarci con adulto distacco la cupa disperazione e la miseria che li circondano. Essi annotano molte cose in un grande quaderno che tengono nascosto da qualche parte, nella catapecchia della nonna. Il lettore fa fatica a considerare i due gemelli come personalità distinte perché l'autrice volutamente li fa muovere come un'unica entità osservatrice, come due occhi su un unico volto hanno lo stesso punto di vista: quando alla fine del primo libro prenderanno due strade diverse, separando i loro destini si separerà anche, di conseguenza, il corso della trama. Tutto quello che lo ...

La commedia umana, Saroyan

Scritto da: il 12.09.08 — 6 Commenti
Sul quotidiano della mia città del 31 agosto trovo due colonnine che ricordano che in questo stesso giorno un secolo fa a Fresno in California nasceva lo scrittore di origine armena William Saroyan (1908-1981). Con la mente torno subito alle medie perché a farci leggere in classe il suo più noto romanzo, La commedia umana, fu la mia prof. di lettere. Sul giornale gli articoli che raccontano la vincita del Campiello da parte di un'esordiente (complimenti vivissimi) e le interviste ai vincitori delle scorse edizioni li leggerò in un altro momento, adesso leggo le colonnine su Saroyan che un premio importante, il Pulitzer, lo vinse anche lui nel 1940 per il dramma scritto l'anno precedente The Time of Your Life. Ma è nel '42 che in soli undici giorni scrive La commedia umana prendendo il titolo da Balzac, libro che oggi verrebbe definito “di formazione” perché narra delle quotidiane esistenze di due fratelli in una piccola città californiana dai significativi nomi di – rispettivamente - Ulisse, Omero e Ithaca. Ulisse è un bambino di quattro anni che esplora il mondo con la curiosità e la meraviglia tipiche di quell'età. Omero un adolescente che, per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario, dopo la scuola fa il fattorino all'ufficio postale e porta per le case i telegrammi che in quegli anni non sono sempre per non dire quasi mai di felicitazioni o congratulazioni. Il mittente è spesso il Ministero della Difesa che deve comunicare alle famiglie il decesso di un parente in un fronte oltreoceano poco sentito e compreso in una nazione che di guerre nel proprio territorio, in confronto alla vecchia Europa, può vantarsi di averne viste poche. Un gesto semplice come il suonare il campanello di una casa in cui si sta festeggiando il compleanno di una madre ...

Ineffabili teste d’uovo, Ferruzzi

Scritto da: il 08.07.08 — 3 Commenti
Non vi lasciate fuorviare quando vi diranno che la Ferruzzi scrive come la Nothomb, che il suo Ineffabili teste d'uovo somiglia a Orwell. Io l'ho fatto e ho sbagliato, perché la Ferruzzi, pur trattando argomenti "affini", ha uno stile tutto suo, particolare, pulito, sorprendente. Veramente notevole. Anche perché di cloni non si sente proprio il bisogno, le scritture imitative non hanno forza, cosa che invece questo romanzo ha in abbondanza. La scrittura qui è moderna, tagliente e a volte cruda, la costruzione è un continuo contrappunto di voci interiori ed esteriori, detto e pensato, che diverte mentre fustiga, parlando dell'altrove, il nostro mondo e tempo. La storia infatti è ambientata in un mondo che si intuisce contemporaneo ma dissimile, una ucronia appena accennata che fa da contorno ad un duello tra intelligenze; un mondo comunque vagamente distopico, indesiderabile ma anche piuttosto normale. La distopia però è quasi pretestuosa: è vero che nella realtà non esiste un sistema statale di repressione della cosiddetta "intelligenza eversiva", ma è anche vero che la nostra società impone pesanti sanzioni a tutti coloro che non sono "allineati". I personaggi sono caricaturali, tirati al massimo nei loro difetti; durante la Settimana Lavorativa si intrecciano matrone, giullari, servi, arrivisti, ognuno volto a trarre il massimo vantaggio personale dalla situazione in cui si sono forzatamente trovati. Solo la protagonista, Erma, è al di sopra, ha un obiettivo, uno solo, da cui non si lascia distogliere. In virtù di questo suo fine riesce a non farsi toccare, corrompere, lusingare, si mantiene salda e distaccata, assaporando ogni giorno il suo sforzo, spesso dal sapore amaro. fino allo scioglimento, che, personalmente, mi ha colto alla sprovvista. Mi ha ricordato l'abilità della Christie nel disseminare indizi e lasciare che il lettore si inganni da sé, giunga a conclusioni legittime ma false, colpendolo poi con la verità. Avevo ...

Lasciarsi attraversare – Attraversami, Mascheroni

Scritto da: il 17.05.08 — 2 Commenti
Quando si legge un romanzo di un autore giovane in genere si è sempre titubanti. Non si sa cosa aspettarsi, non c'è fama ad indicarci la via, non abbiamo riferimenti. Si può solo aver fiducia che l'editore abbia selezionato bene per noi, che abbia fatto il suo mestiere. L'editore Las Vegas a questo mestiere si è consacrato, pubblicando romanzi di giovani talenti, non ultimo Attraversami, di Christian Mascheroni. Mascheroni tratteggia un mondo quasi in bilico tra il sonno e la veglia, dove ciò che può accadere si mescola con l'elemento onirico, in una costante allegoria. E tanto più si addentra nella descrizione della Dittatura e del Regime (sì allegorici, ma anche possibili) tanto più la sua scrittura attinge al sogno, alla metafora. Questo allontanamento dal reale non ha, però, il carattere di una fuga, ma il carattere di ultimo baluardo di resistenza, rifugio in cui ritemprarsi per tornare al quotidiano potendo ancora sperare. Non è un caso che l'eroina appartenga al mondo dei libri, ne sia figlia, quasi; e che l'eroe appartenga al mondo dei ricordi. La narrazione procede per simboli, alcuni più codificati, altri lasciati come spazio perché il lettore li riempia dei propri significati. Figure simboliche intorno alle quali si aggregano i personaggi e gli eventi, figure necessarie durante la repressione come ideali per i quali combattere. Come in tutte le allegorie che si rispettino sarebbe facile fare paragoni e confronti con la realtà; ma è proprio questo il percorso preparato al lettore perché la lettura possa indurlo a riflessioni, sullo sfondo di una storia d'amore sussurrata.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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