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Chiuso per turno, Zanettini

Chiuso per turno - ZanettiniMettiamo subito le carte in tavola, Chiuso per turno è un bel romanzo. O meglio: questa tavola bisognerebbe apparecchiarla, imbandirla, visto come il romanzo ruota attorno alla cucina, al mangiare, al bere, e il titolo si riferisca proprio al turno di chiusura di un ristorante.

Ma non è tutto qui. Perché i protagonisti di questo esordio narrativo di Massimo Zanettini non sono solo Michelangelo e il suo ristorante ereditato dal padre, non è solo la passione tutta emiliana per la buona tavola e il buon vivere in generale, tutt’altro: anche e soprattutto c’è un male di vivere celato a malapena dietro tortelli e brasati, una fatica dell’esistenza che si svela implacabile sotto i nostri occhi lungo il corso del racconto.

Ci sono anche Sandokan e Yanez, certo, c’è Parma, la Parma del Teatro Regio e delle trattorie, ma c’è anche l’Africa e ci sono perfino miraggi di un’altra vita possibile, ma tutto si sfalda e si accartoccia sotto il peso della vita e dell’incapacità di Michelangelo di affrontarla ad armi pari. Il romanzo, ormai vi sarà chiaro, non brilla per ottimismo, al nostro protagonista capitano una serie di sfighe da Oscar, e vi avviso, muore più gente qui in poco più di duecento pagine che in mille di un romanzo di Stephen King. Faccio per dire, badate, ma ci vado vicino.

E pure Michelangelo è un personaggio che non brilla per simpatia eh, diciamo che come minimo non suscita ammirazione; eppure le sue vigliaccherie, le sue debolezze, riescono stranamente a suscitare una sorta di solidarietà che ci porta a fare il tifo fino alla fine. Fine che lascia un poco l’amaro in bocca ma che, come si suol dire, ci sta ampiamente.

Rimane un retrogusto assai malinconico, proprio come quando Sandokan teneva fra le braccia la Perla di Labuan morente, quella bellissima Carole André, ma Zanettini scrive bene, il racconto pur fra alti e bassi ha i suoi momenti, ha passo e lunghezza adeguati e l’edizione di Round Robin è curata e di bel formato.

Consigliato, naturalmente, con un Montepulciano d’Abruzzo come quello che fa compagnia a Michelangelo nel bel capitolo conclusivo.

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Scritto da: tomtraubert il 11 Settembre 2009
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L’occhio del lupo, Pennac

L'occhio del lupo - PennacPennac ha vari momenti, tutti validi. Quando si dedica alla letteratura per ragazzi però, batte sé stesso sotto ogni punto di vista. L’occhio del lupo è un romanzo breve ma concentrato. Parla dell’Africa, e di un bambino che porta il suo nome, dell’Alaska, e di un lupo che la ricorda a fondo. Parla di due, eppure parla di solitudine.

Quando Africa arriva davanti alla gabbia di Lupo Azzurro, non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Lupo Azzurro, d’altro canto, va avanti e indietro per la gabbia col suo unico occhio aperto e lo osserva a sua volta, quando nella sua passeggiata lo sguardo è rivolto all’esterno. Pensa “Che vuole da me, questo bambino?”. Pensa “Che si aspetta da me, uno spettacolo? Perché non va mai via?”. E infatti il bambino non va mai, sta lì a guardarlo fisso  per giorni. Quando il lupo si sveglia al mattino, apre il suo occhio e trova Africa.

Allora decide di rinunciare alla sua passeggiata, e cominciare a guardare fisso il bambino. Ma un occhio contro due è difficile come sfida. Africa non vuole vincere, Africa vuole sapere: la sfida per il bambino non è far cedere il lupo, ma abbassare le sue difese e scoprirne la storia. Così chiude un occhio.

La lotta, non più impari, prosegue ancora un po’. E poi Lupo Azzurro cede, e lascia entrare Africa nel suo occhio, nei suoi ricordi. Gli presenta la sorellina, Pailette, che col suo manto d’oro attirava più bracconieri di ogni altro splendido lupo. Della vita nel gelo nordico, delle fughe dagli uomini, di tutto quello che ha perso con la cattura e il trasferimento nello zoo, della compagna trovata in gabbia e che ha imparato a conoscere.

Africa non si spaventa, raccoglie il dolore del suo interlocutore e gli risponde con la sua storia, fatta anch’essa di lunghi viaggi, abbandoni, incendi. Fatta di riscoperta della parola, del dono della comunicazione: con gli uomini, gli animali. Del dromedario che non è un cammello, degli alberi nei fiumi invece che in terra, della sua terra per cui prova nostalgia ma che è stato costretto a lasciare.

Il freddo dell’Alaska gela la pelle, così come arrivano gli odori e i colori delle tre Afriche attraversate nel suo viaggio dal bambino: quella Gialla, dei deserti, quella Grigia, della savana, e quella Verde, delle foreste equatoriali. Queste due realtà si incontrano nell’Altro Mondo, quello civilizzato, quello che ingabbia gli animali. Ci si fanno domande, leggendo del passato dell’animale e del bambino, delle atmosfere perdute.

Piccolo finale a sorpresa, conosciuto ai più ma che non svelerò perché scalda il cuore come un muffin che ha dentro il cioccolato fuso.
L’occhio del lupo è solitamente consigliato a lettori intorno ai 7\8 anni, personalmente però lo trovo adatto anche a un pubblico adulto. Può essere un dono perfetto ad amici, figli di amici, e anche a sé stessi. Pennac riconferma la sua scrittura fluida e acuta.

Un lavoro di qualità nella sua totalità, e a pensarla come me è anche l’autore, che in un’intervista lo ha definito “forse il miglior prodotto della sua fantasia”.

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Scritto da: marzia il 8 Settembre 2009
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La luna è girata strana, Rossi

La luna è girata strana – Simone RossiSimone l’ho conosciuto in un paese piccolissimo, dove se parlavi per strada ti sentivano tutti. Lui ha parlato su un palco, ha vinto un concorso con una bella storia, uno spettacolo formidabile e una tuta da ginnastica un po’ calata in vita. Ho pensato “Che bella persona, chissà se il suo libro…” – poi questo pensiero l’ho messo da parte. Simone Rossi l’ho rivisto in una città enorme, se urli a Roma nessuno ti sente, lui suonava l’ukulele e qualcuno leggeva le sue parole per lui.

Ho pensato “Che belle parole, chissà se il suo libro…” – e questa volta non ci sono cascata, nella dimenticanza. L’ho comprato subito, La luna è girata strana, e l’ho letto velocemente. Un po’ perché si legge facile, un po’ perché è piccino, ma soprattutto perché è esemplificativo di quel ragazzo con la tuta, l’ukulele e la voglia di andare a fare del bene. Dove? In Africa. A fare del bene a sé stesso e a chiunque incontri. A imparare da zero, come un bambino, cosa vuole dire godere di ogni cosa: acqua pulita, un materasso, una caramella.

Non scade mai nel patetismo tipico da pubblicità progresso, anzi scrive dichiaratamente di trattare tutto con una certa superficialità, che forse è l’unico modo possibile oggi per far arrivare certi messaggi. Per far capire che esistono altri mondi, dove avere cinquanta birr in mano fa sentire scemi e non potenti, dove le mosche regnano sovrane e dove, finalmente, si impara la differenza tra mango, papaia, avocado.

Quello che incontra Simone nel suo viaggio è un Simone-altro, che davanti alla malattia, davanti al senso di frustrazione e inadeguatezza e alla paura reagisce prendendo bambini che sembrano “fontane di bava” e li lancia in aria regalando loro un momento in più d’infanzia da godere.

La luna è girata strana è un titolo divertente, per molti. Io ho annusato qualcosa a suo modo di inquietante, che emerge dal testo nonostante la freschezza con cui, nel complesso, ci viene presentato il libro. Perché sotto lo strato uniforme di curiosità e bellezza di nuovi mondi, c’è la nostalgia di casa che ti assale dallo stomaco. Sei altrove, dove non conosci e non possiedi, dove praticamente non sai esistere senza aiuto (eppure sei lì per darne, di aiuto!) e anche la luna, sempre uguale a sé stessa, è diversa. Come se fossi su un altro pianeta. Un pianeta da visitare in jeep, col sedere messo scomodo su un sellino arrangiato.

La nota positiva che prende tutta la narrazione è la sincerità con cui ci viene proposto il lavoro: le pagine non sono altro che l’insieme di mail, pensieri, considerazioni che vengono in mente a un ragazzo con voglia di fare quando, invece che aspettare un mese senza far niente per discutere la tesi, decide di partire per l’Etiopia con un gruppo di gente di una certa età.

La lingua di Simone Rossi è uno scioglilingua che, una volta detto, permette di tirare dritti fino alla fine senza respiro, in maniera fantasiosa e ironica.

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Scritto da: marzia il 3 Giugno 2009
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Il giovane antropologo, Barley

Il giovane antropologo - Nigel BarleyGli studi antropologici si ammantano di grande austerità, di obiettività e imparzialità; pochi sono gli studiosi che hanno il coraggio di ammettere che la ricerca sul campo non è poi tutta rose e fiori, che non sono imparziali nel momento in cui la sperimentano in prima persona, vivendo in condizioni al limite dell’assurdo. Uno di questi impavidi è Nigel Barley, nel suo libro-reportage Il giovane antropologo, saggio e diario insieme.

Barley decide infatti di raccontare i suoi studi non secondo i dati raccolti ma dal suo personalissimo punto di vista, facendone una cronaca molto sincera, includendovi i momenti ingloriosi. E inizia dal momento della decisione di partire per la ricerca sul campo, mettendoci a parte dei suoi motivi; motivi che non sono proprio quelli che ci si aspetterebbe in ambito accademico, e che lascio a voi scoprire.

banner ibs Il giovane antropologo, BarleyIl percorso di Barley è zeppo di riferimenti quotidiani, compresa la trascurata parte della burocrazia del viaggio, che inizia ancor prima di metter piede nel paese di destinazione. Prima di raggiungere i Dowayo, l’etnia che ha fortunosamente scelto, deve infatti superare innumerevoli ostacoli sia all’ambasciata in patria sia alle dogane, prefetture e uffici statali di ogni ordine e grado.

Poi iniziano i problemi di comprensione, non solo riguardanti la lingua orale ma anche su tutto ciò che attiene agli usi quotidiani: il concetto di privacy, l’uso dell’acqua, le feste e il modo di atteggiarsi; insomma la normalizzazione nella vita di un popolo dalla cultura totalmente diversa e molto distante da quella europea. L’Africa, così vicina, ci appare per una volta remota, inconoscibile e inconciliabile.

Il libro è una vera miniera di aneddoti, storie, episodi che, pur non avendo alcuna pretesa di scientificità, contribuiscono a fornire un’immagine nitida di quel lavoro così sconosciuto che è l’antropologia. Solitamente, infatti, le relazioni antropologiche sono zeppe di analisi, statistiche, dati raccolti in apparenza inconcludenti, ma che assumono tutt’altro significato alla luce delle esperienze personali del singolo ricercatore.

Barley smonta qui la pretesa di obiettività di questi studi, inserendosi nella narrazione come osservatore e partecipante a tutti gli effetti: non gli sarebbe possibile ottenere alcuna informazione se non si inserisse nei processi sociali dell’etnia particolare che analizza. E siamo fortunati, perché Barley è dotato di un forte senso dell’ironia, che usa ampiamente su sé stesso per descrivere il percorso di studio.

Stile e scrittura sono funzionali, scorrevoli, privi di orpelli inutili e con quella giusta vena di ironia, appunto, rendendo  il tutto di facile lettura. Di tanto in tanto Barley si dilunga un po’ su particolari di scarsa consistenza, ma non annoia, anzi lascia trasparire la grande passione che gli ha permesso di resistere al lavoro sul campo.

Per tutti gli aspiranti antropologi è un testo quasi indispensabile, anche solo per trarne utili indicazioni sul vestiario, per tutti gli altri è un modo curioso di sbirciare non solo negli usi di un gruppo stravagante ma anche nella vita di una etnia africana di cui si hanno poche notizie.

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Scritto da: Livia il 16 Febbraio 2009
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Parola di Nigel Barley

Chi fa ricerca sul campo non può mai sperare di mantenere un buon ritmo di lavoro per molto tempo. Nel periodo che ho trascorso in Africa, ho calcolato di aver passato forse l’un percento del tempo a fare ciò che ero andato a fare. Il resto del tempo, lo passai a organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all’altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa. Presto sarei stato ridimensionato.

Nigel Barley, Il giovane antropologo

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Scritto da: Livia il 11 Febbraio 2009
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Chi sarebbe il primitivo? – Quando Dio abitava a Ife

Copertina @SkiraDi arte europea e americana si parla spesso, fin troppo: dalla classicità alle avanguardie ci siamo sempre arrogati un primato sia tecnico sia concettuale senza mai riconoscere un posto alle altre forme d’arte diffuse nel mondo, etichettandole sovente come “primitive”.

C’è una abissale distanza tra il percorso di evoluzione occidentale dell’arte e quello nipponico o africano, ma di rado i nostri critici hanno avuto la preoccupazione di comprendere  le implicazioni di certe forme figurative piuttosto che di altre.

Questo prezioso volume fotografico non è solo il catalogo di una mostra toscana ma anche un breve saggio che spiega in maniera semplice la cronologia dei ritrovamenti, il processo di datazione, e il valore artistico dei manufatti nigeriani che sono giunti fino a noi.

Le epoche sono varie e tutte piuttosto ricche di produzione artistica, benché il materiale ligneo sia andato irrimediabilmente perduto. Restano a testimoniare la grande perizia tecnica e formale i numerosi bronzi diffusi in tutta l’area che ora prende il nome di Nigeria e che fu Ife, Nok, Owo, per citare qualche nome.

Il volume non è esente da una certa logica eurocentrica, che si fonda sulla dicotomia tra società “civilizzata” e primitiva. Ma almeno rende atto agli artisti africani delle loro grandi conoscenze tecniche: la tecnica della fusione a cera persa infatti compare contemporaneamente in Grecia ed in Sudafrica, portando però a sviluppi completamente differenti.

Appaiono legittime quindi alcune domande: se una cultura sviluppa una tecnica artistica tanto avanzata non è coerente pensare che sia una precisa volontà stilistica la rappresentazione di determinate forme? Qual è allora il concetto che quelle forme rappresentano?

Ovviamente non possiedo le risposte, ma attraverso le immagini e i testi di questo catalogo sto cercando di crearmi una mia personale teoria, che cerchi di dare contezza delle varietà di espressioni che il cervello umano ha saputo creare. Ritengo che sia il migliore obiettivo che un libro, di qualsiasi genere, possa perseguire: favorire il fermento delle idee.

Altro punto nettamente a favore è costituito dalle fotografie di Herbert List, con il loro contrasto di nero e luce e la focalizzazione sui particolari; permettono in questo modo di percepire la tridimensionalità degli oggetti, dando un senso quasi tattile della loro asperità o levigatezza, superando i limiti del supporto.

Nelle nostre città ormai invase dai prodotti finto-etnici made in china è utile riscoprire, anche attraverso l’archeologia, capolavori che colpiscano la nostra intelligenza portando ad interrogarci sulle funzioni dell’Arte.

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Scritto da: Livia il 3 Settembre 2008
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Il venditore di passati, Agualusa

Copertina @La nuova frontieraChi di noi non è mai stato tentato, in qualche fiera, di farsi stampare uno di quei fogli “araldici” con una finta genealogia derivata in modo improbabile dal cognome, giusto per sognare per qualche istante di appartenere a famiglie famose, antiche, storiche?
Beh, io confesso, ci penso sempre, ma poi mi dico che è meglio tenermi la mia genealogia intricata come solo quelle siciliane sanno essere.

Leggermente diverso è il mestiere del protagonista del romanzo di Agualusa, Il venditore di passati, che intesse genealogie fittizie ma verosimili e rispettabili per i suoi clienti che vogliono ripulire e patinare la propria storia familiare. Il lavoro è capillare, con ricostruzione di episodi talmente realistici da convincere alcuni clienti che siano veri.

Un lavoro compiuto da un uomo che è uno spettro, un “demone” in qualche modo, comunque un diverso. Accompagnato da un coprotagonista che non so proprio definire, e che incarna l’anima di un autore che amo molto, facendosi voce narrante di questa storia irreale e per questo credibile.

Comprimari sono due fotografi, una volta alla luce (rifacendosi all’archetipo etimologico del termine, phos e graphis, scrivere con la luce), l’altro all’ombra. Due fotografi che gravitano, ognuno col suo scopo, intorno al protagonista, ed i cui obiettivi si riveleranno congiunti.

Per una volta appartenere al sud del mondo è un vantaggio, nella lettura del libro: fa comprendere la scrittura che sa di ore di canicola, odori rotondi e roventi, respiro umido; una scrittura ammantata di quel buio ocra che chi non ha vissuto non sa vedere  (ma così ben reso in copertina).

La trama è originale, è costellata di sogni (e indizi per svelare l’identità del coprotagonista), ed è permeata di quegli argomenti che hanno reso celebre la narrativa sudamericana. Il che è un po’ strano, data l’ambientazione africana, come africano è il luogo di nascita dell’autore.

Un libro che è esso stesso onirico, quasi uno di quei sogni agitati che colgono quando ci si addormenta al sole.

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Scritto da: Livia il 18 Luglio 2008
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