Tutti gli articoli su africa

L’Uccello del Sole, Smith

Scritto da: il 17.08.10 — 7 Commenti
Per molti anni, sbagliando, ho considerato Wilbur Smith solo come un autore di quelli che chiamo “best seller da supermercato”,  che si trovano anche nel reparto libri in sconto dell’Ipercoop senza brillare per particolare qualità del testo. Devo dire che la lettura del romanzo L’uccello del sole, edito dalla TEA (e trovato, questo sì, all’Ipercoop) mi ha fatto finalmente cambiare idea. La storia si ambienta in Botswana e si dipana su due livelli. L’archeologo Ben Kazin si trova nello stato africano per seguire le ricerche della mitica città di Opet per conto del miliardario, mecenate ed amico Louren Sturvesant. Aiutato dalla brillante studiosa Sally, di cui si innamora, Ben si avvicina alla scoperta della sua vita: i resti della città, dai quali si evincono le vicende che l’hanno portata all’ascesa e alla distruzione, inesorabilmente legate al destino del re Lannon Hycanus, del grande sacerdote Huy Ben Amon e della bellissima sacerdotessa Tanith. Immediatamente il lettore viene portato a ricollegare gli avvenimenti del presente con le vestigia del passato, la cui trama si svela nella seconda parte del libro in una sorta di “romanzo ombra” in cui si muovono coloro che sembrano le incarnazioni precedenti dei protagonisti. Il triangolo amoroso è funzionale ad approfondire la psicologia dei personaggi ed è motore di una serie di intrighi e misteri che tengono il lettore incollato alle pagine. Il rapporto di amicizia e rivalità tra i due personaggi principali Ben – gobbo, intelligente e sensibile – e Louren (bellissimo, ricchissimo, ma arrogante ed impulsivo) è anch’esso un punto di forza del romanzo per quanto riguarda lo sviluppo  della trama perché conferisce al testo una inaspettata profondità e serve a rendere poetica e struggente anche l’eco che se ne ha nel passato, quando il re ed il Grande Sacerdote arrivano quasi ad odiarsi per l’amore di una donna seppur meritevole ...

Chiuso per turno, Zanettini

Scritto da: il 11.09.09 — 2 Commenti
Mettiamo subito le carte in tavola, Chiuso per turno è un bel romanzo. O meglio: questa tavola bisognerebbe apparecchiarla, imbandirla, visto come il romanzo ruota attorno alla cucina, al mangiare, al bere, e il titolo si riferisca proprio al turno di chiusura di un ristorante. Ma non è tutto qui. Perché i protagonisti di questo esordio narrativo di Massimo Zanettini non sono solo Michelangelo e il suo ristorante ereditato dal padre, non è solo la passione tutta emiliana per la buona tavola e il buon vivere in generale, tutt’altro: anche e soprattutto c’è un male di vivere celato a malapena dietro tortelli e brasati, una fatica dell’esistenza che si svela implacabile sotto i nostri occhi lungo il corso del racconto. Ci sono anche Sandokan e Yanez, certo, c’è Parma, la Parma del Teatro Regio e delle trattorie, ma c’è anche l’Africa e ci sono perfino miraggi di un’altra vita possibile, ma tutto si sfalda e si accartoccia sotto il peso della vita e dell’incapacità di Michelangelo di affrontarla ad armi pari. Il romanzo, ormai vi sarà chiaro, non brilla per ottimismo, al nostro protagonista capitano una serie di sfighe da Oscar, e vi avviso, muore più gente qui in poco più di duecento pagine che in mille di un romanzo di Stephen King. Faccio per dire, badate, ma ci vado vicino. E pure Michelangelo è un personaggio che non brilla per simpatia eh, diciamo che come minimo non suscita ammirazione; eppure le sue vigliaccherie, le sue debolezze, riescono stranamente a suscitare una sorta di solidarietà che ci porta a fare il tifo fino alla fine. Fine che lascia un poco l’amaro in bocca ma che, come si suol dire, ci sta ampiamente. Rimane un retrogusto assai malinconico, proprio come quando Sandokan teneva fra le braccia la Perla di Labuan morente, quella bellissima Carole André, ...

L’occhio del lupo, Pennac

Scritto da: il 08.09.09 — Comments Off
Pennac ha vari momenti, tutti validi. Quando si dedica alla letteratura per ragazzi però, batte sé stesso sotto ogni punto di vista. L’occhio del lupo è un romanzo breve ma concentrato. Parla dell’Africa, e di un bambino che porta il suo nome, dell’Alaska, e di un lupo che la ricorda a fondo. Parla di due, eppure parla di solitudine. Quando Africa arriva davanti alla gabbia di Lupo Azzurro, non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Lupo Azzurro, d’altro canto, va avanti e indietro per la gabbia col suo unico occhio aperto e lo osserva a sua volta, quando nella sua passeggiata lo sguardo è rivolto all’esterno. Pensa “Che vuole da me, questo bambino?”. Pensa “Che si aspetta da me, uno spettacolo? Perché non va mai via?”. E infatti il bambino non va mai, sta lì a guardarlo fisso  per giorni. Quando il lupo si sveglia al mattino, apre il suo occhio e trova Africa. Allora decide di rinunciare alla sua passeggiata, e cominciare a guardare fisso il bambino. Ma un occhio contro due è difficile come sfida. Africa non vuole vincere, Africa vuole sapere: la sfida per il bambino non è far cedere il lupo, ma abbassare le sue difese e scoprirne la storia. Così chiude un occhio. La lotta, non più impari, prosegue ancora un po’. E poi Lupo Azzurro cede, e lascia entrare Africa nel suo occhio, nei suoi ricordi. Gli presenta la sorellina, Pailette, che col suo manto d’oro attirava più bracconieri di ogni altro splendido lupo. Della vita nel gelo nordico, delle fughe dagli uomini, di tutto quello che ha perso con la cattura e il trasferimento nello zoo, della compagna trovata in gabbia e che ha imparato a conoscere. Africa non si spaventa, raccoglie il dolore del suo interlocutore e gli risponde con la sua storia, fatta anch’essa ...

La luna è girata strana, Rossi

Scritto da: il 03.06.09 — 7 Commenti
Simone l’ho conosciuto in un paese piccolissimo, dove se parlavi per strada ti sentivano tutti. Lui ha parlato su un palco, ha vinto un concorso con una bella storia, uno spettacolo formidabile e una tuta da ginnastica un po’ calata in vita. Ho pensato “Che bella persona, chissà se il suo libro...” – poi questo pensiero l’ho messo da parte. Simone Rossi l’ho rivisto in una città enorme, se urli a Roma nessuno ti sente, lui suonava l’ukulele e qualcuno leggeva le sue parole per lui. Ho pensato “Che belle parole, chissà se il suo libro...” – e questa volta non ci sono cascata, nella dimenticanza. L’ho comprato subito, La luna è girata strana, e l’ho letto velocemente. Un po’ perché si legge facile, un po’ perché è piccino, ma soprattutto perché è esemplificativo di quel ragazzo con la tuta, l’ukulele e la voglia di andare a fare del bene. Dove? In Africa. A fare del bene a sé stesso e a chiunque incontri. A imparare da zero, come un bambino, cosa vuole dire godere di ogni cosa: acqua pulita, un materasso, una caramella. Non scade mai nel patetismo tipico da pubblicità progresso, anzi scrive dichiaratamente di trattare tutto con una certa superficialità, che forse è l’unico modo possibile oggi per far arrivare certi messaggi. Per far capire che esistono altri mondi, dove avere cinquanta birr in mano fa sentire scemi e non potenti, dove le mosche regnano sovrane e dove, finalmente, si impara la differenza tra mango, papaia, avocado. Quello che incontra Simone nel suo viaggio è un Simone-altro, che davanti alla malattia, davanti al senso di frustrazione e inadeguatezza e alla paura reagisce prendendo bambini che sembrano “fontane di bava” e li lancia in aria regalando loro un momento in più d’infanzia da godere. La luna è girata strana è un ...

Il giovane antropologo, Barley

Scritto da: il 16.02.09 — Comments Off
Gli studi antropologici si ammantano di grande austerità, di obiettività e imparzialità; pochi sono gli studiosi che hanno il coraggio di ammettere che la ricerca sul campo non è poi tutta rose e fiori, che non sono imparziali nel momento in cui la sperimentano in prima persona, vivendo in condizioni al limite dell'assurdo. Uno di questi impavidi è Nigel Barley, nel suo libro-reportage Il giovane antropologo, saggio e diario insieme. Barley decide infatti di raccontare i suoi studi non secondo i dati raccolti ma dal suo personalissimo punto di vista, facendone una cronaca molto sincera, includendovi i momenti ingloriosi. E inizia dal momento della decisione di partire per la ricerca sul campo, mettendoci a parte dei suoi motivi; motivi che non sono proprio quelli che ci si aspetterebbe in ambito accademico, e che lascio a voi scoprire. Il percorso di Barley è zeppo di riferimenti quotidiani, compresa la trascurata parte della burocrazia del viaggio, che inizia ancor prima di metter piede nel paese di destinazione. Prima di raggiungere i Dowayo, l'etnia che ha fortunosamente scelto, deve infatti superare innumerevoli ostacoli sia all'ambasciata in patria sia alle dogane, prefetture e uffici statali di ogni ordine e grado. Poi iniziano i problemi di comprensione, non solo riguardanti la lingua orale ma anche su tutto ciò che attiene agli usi quotidiani: il concetto di privacy, l'uso dell'acqua, le feste e il modo di atteggiarsi; insomma la normalizzazione nella vita di un popolo dalla cultura totalmente diversa e molto distante da quella europea. L'Africa, così vicina, ci appare per una volta remota, inconoscibile e inconciliabile. Il libro è una vera miniera di aneddoti, storie, episodi che, pur non avendo alcuna pretesa di scientificità, contribuiscono a fornire un'immagine nitida di quel lavoro così sconosciuto che è l'antropologia. Solitamente, infatti, le relazioni antropologiche sono zeppe di analisi, statistiche, dati raccolti ...

Parola di Nigel Barley

Scritto da: il 11.02.09 — Comments Off
Chi fa ricerca sul campo non può mai sperare di mantenere un buon ritmo di lavoro per molto tempo. Nel periodo che ho trascorso in Africa, ho calcolato di aver passato forse l'un percento del tempo a fare ciò che ero andato a fare. Il resto del tempo, lo passai a organizzare, ad ammalarmi, a socializzare, a fare preparativi, ad andare da un posto all'altro e soprattutto ad aspettare. Avevo sfidato le divinità locali con la mia urgenza indisciplinata di fare qualcosa. Presto sarei stato ridimensionato. Nigel Barley, Il giovane antropologo

Chi sarebbe il primitivo? – Quando Dio abitava a Ife

Scritto da: il 03.09.08 — Comments Off
Di arte europea e americana si parla spesso, fin troppo: dalla classicità alle avanguardie ci siamo sempre arrogati un primato sia tecnico sia concettuale senza mai riconoscere un posto alle altre forme d'arte diffuse nel mondo, etichettandole sovente come "primitive". C'è una abissale distanza tra il percorso di evoluzione occidentale dell'arte e quello nipponico o africano, ma di rado i nostri critici hanno avuto la preoccupazione di comprendere  le implicazioni di certe forme figurative piuttosto che di altre. Questo prezioso volume fotografico non è solo il catalogo di una mostra toscana ma anche un breve saggio che spiega in maniera semplice la cronologia dei ritrovamenti, il processo di datazione, e il valore artistico dei manufatti nigeriani che sono giunti fino a noi. Le epoche sono varie e tutte piuttosto ricche di produzione artistica, benché il materiale ligneo sia andato irrimediabilmente perduto. Restano a testimoniare la grande perizia tecnica e formale i numerosi bronzi diffusi in tutta l'area che ora prende il nome di Nigeria e che fu Ife, Nok, Owo, per citare qualche nome. Il volume non è esente da una certa logica eurocentrica, che si fonda sulla dicotomia tra società "civilizzata" e primitiva. Ma almeno rende atto agli artisti africani delle loro grandi conoscenze tecniche: la tecnica della fusione a cera persa infatti compare contemporaneamente in Grecia ed in Sudafrica, portando però a sviluppi completamente differenti. Appaiono legittime quindi alcune domande: se una cultura sviluppa una tecnica artistica tanto avanzata non è coerente pensare che sia una precisa volontà stilistica la rappresentazione di determinate forme? Qual è allora il concetto che quelle forme rappresentano? Ovviamente non possiedo le risposte, ma attraverso le immagini e i testi di questo catalogo sto cercando di crearmi una mia personale teoria, che cerchi di dare contezza delle varietà di espressioni che il cervello umano ha saputo creare. Ritengo che ...

Il venditore di passati, Agualusa

Scritto da: il 18.07.08 — 2 Commenti
Chi di noi non è mai stato tentato, in qualche fiera, di farsi stampare uno di quei fogli "araldici" con una finta genealogia derivata in modo improbabile dal cognome, giusto per sognare per qualche istante di appartenere a famiglie famose, antiche, storiche? Beh, io confesso, ci penso sempre, ma poi mi dico che è meglio tenermi la mia genealogia intricata come solo quelle siciliane sanno essere. Leggermente diverso è il mestiere del protagonista del romanzo di Agualusa, Il venditore di passati, che intesse genealogie fittizie ma verosimili e rispettabili per i suoi clienti che vogliono ripulire e patinare la propria storia familiare. Il lavoro è capillare, con ricostruzione di episodi talmente realistici da convincere alcuni clienti che siano veri. Un lavoro compiuto da un uomo che è uno spettro, un "demone" in qualche modo, comunque un diverso. Accompagnato da un coprotagonista che non so proprio definire, e che incarna l'anima di un autore che amo molto, facendosi voce narrante di questa storia irreale e per questo credibile. Comprimari sono due fotografi, una volta alla luce (rifacendosi all'archetipo etimologico del termine, phos e graphis, scrivere con la luce), l'altro all'ombra. Due fotografi che gravitano, ognuno col suo scopo, intorno al protagonista, ed i cui obiettivi si riveleranno congiunti. Per una volta appartenere al sud del mondo è un vantaggio, nella lettura del libro: fa comprendere la scrittura che sa di ore di canicola, odori rotondi e roventi, respiro umido; una scrittura ammantata di quel buio ocra che chi non ha vissuto non sa vedere  (ma così ben reso in copertina). La trama è originale, è costellata di sogni (e indizi per svelare l'identità del coprotagonista), ed è permeata di quegli argomenti che hanno reso celebre la narrativa sudamericana. Il che è un po' strano, data l'ambientazione africana, come africano è il luogo di nascita dell'autore. Un libro che ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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