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I libri di Stephen King sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Così, appena chiuso “Christine” mi è venuta una voglia insopprimibile di rispolverare un’altra delle vecchie glorie che hanno contribuito al successo del “re” ed ho scelto L’incendiaria, nella vecchia edizione di Mondadori.
La protagonista, Charlie McGee, è una bella bambina di otto anni che dietro il visino d’angelo nasconde la terrificante capacità di poter accendere il fuoco col pensiero. Fin dall’inizio del libro la troviamo in fuga col padre da una misteriosa organizzazione denominata “La Bottega” che vuole condurre esperimenti su di lei, dopo averle ucciso la madre.
La bimba è il frutto dell’amore tra due persone su cui la stessa organizzazione aveva sperimentato un farmaco per lo sviluppo dei poteri extrasensoriali e infatti Andy ha la facoltà di spingere le persone a fare ciò che desidera, seppure a prezzo di atroci dolori.
Quando “La Bottega” li cattura, Charlie si troverà ad affrontare da sola sia degli uomini senza scrupoli, come il nativo americano Rainbird che cerca di irretirla sfruttando il suo buon cuore, sia il proprio mostro interno: il desiderio di bruciare tutto e il piacere che la avvolge quando lo fa.
Nel libro si possono rintracciare horror, azione e persino un pizzico del “romanzo di formazione”, sebbene nel più puro stile di King. Il percorso di Charlie tra l’infanzia e l’adolescenza è un cammino di sofferenza sia per quanto riguarda l’aspetto psicologico (la perdita dei genitori e il tradimento di Rainbird) sia dal punto di vista del fenomeno paranormale. Il potere insito in Charlie sembra avere una vita propria e terrorizza la ragazzina perché, oltre ad essere fuori controllo, la lusinga. Al di là della lotta per la propria vita e per quella di suo padre, la bambina deve affrontare il proprio demone interno ed è proprio quello il nemico più insidioso.
La vena narrativa di King, davvero inesauribile, si manifesta al suo meglio nella caratterizzazione dell’antagonista Rainbird, un astuto assassino che si spaccia per uomo delle pulizie pur di conquistare l’affetto e la fiducia di Charlie e poi tentare di ucciderla sadicamente. La sua mente disturbata è però capace di partorire un inganno molto fine, e di far leva sui sentimenti più umani della sua vittima. Un gioco mortalmente affascinante, se si considera che Charlie non è certo indifesa.
Lo stile come al solito intenso, pulito e diretto si rivela perfettamente funzionale alla storia, ma questa non è una sorpresa: con le sue descrizioni King è capace di creare nella mente del lettore immagini così nitide da sembrare cinematografiche ed è forse per questo che Hollywood ha omaggiato questo autore con decine e decine di trasposizioni. Anche “L’incendiaria” ha la sua: si tratta di “Fenomeni Paranormali Incontrollabili”, con una deliziosa Drew Barrymore nei panni della piccola protagonista.
Ci racconti il percorso di “Esbat”? Sappiamo che nasce come fan fiction di una nota serie giapponese. È stato difficoltoso il passaggio dal racconto scritto per il “fandom” a romanzo fruibile da un pubblico più ampio?
È stato più che altro laborioso nella revisione, così come sta avvenendo ora per il secondo libro. Quando si scrive una fan fiction si lavora a puntate, come nei feuilleton. Ma così facendo chi scrive rischia sia di perdere qualche raccordo, sia, soprattutto, di eccedere in effetti speciali e virtuosismi che possono appesantire la storia nel momento in cui viene letta di seguito. Comunque sì, Esbat nasce come fan fiction e poi, attraverso i contatti di uno dei lettori, arriva a un agente, e quindi a Feltrinelli. In pochissime parole.
Essere considerata una “ficwriter” a volte assume un significato negativo, come se questo sottobosco letterario fosse da considerarsi di serie B. Tu rappresenti un poco la riscossa di molti autori che vengono penalizzati da questa etichetta. Qual è la tua opinione in proposito?
Non voglio rappresentare nulla, per carità! Scherzi a parte: è verissimo quello che dici. Esiste un pregiudizio molto pesante e sgradevole nei confronti del fandom, che lo considera come un luogo “ormonoso”, uno sfogo per adolescenti. C’è anche una componente simile, ma al di là degli intenti, il fandom è un luogo di produzione di testi. A volte, di splendidi testi.
Qual è il personaggio di “Esbat” a cui sei più affezionata? Perché?
La Sensei. Perché è una “cattiva”, e mi piaceva raccontare il lato oscuro di un personaggio femminile: distruggere le sue false certezze e scavare nella sua anima. Spero che, oltre alla condanna, i lettori provino anche pietà per lei. E un po’ di amore.
Dopo essere diventata una scrittrice “pubblicata su carta stampata” la tua vita ha subito qualche cambiamento?
Sì e no. Sicuramente c’è un maggior senso di responsabilità quando scrivo, sicuramente c’è una maggiore esposizione, ma non mi sento diversa. Non ho mai pensato che uno scrittore fosse migliore degli altri. Anzi…
Se dovessi convincermi a comprare “Esbat” ( ah ah non preoccuparti, io già ce l’ho…) che cosa mi diresti?
Oh mamma. Direi: immagina che quello che scrivi esista davvero, in un mondo di cui non hai la più pallida cognizione. Immagina che tu possa interferire con quel mondo. Voltati. Non noti qualcosa di strano alla tua finestra?
So che stai lavorando ad un seguito che si intitola “Sopdet”. Puoi darci qualche anticipazione?
Sopdet è molto più complesso e ambizioso di Esbat. Ti dico solo che valgono alcuni dei meccanismi del primo libro, ma che l’ambientazione è tutta (quasi) italiana. Ma in tre diversi momenti della nostra storia.
NB: l’autrice della recensione sottolinea di averci provato. Sì, ho tentato di trattenere le lodi sperticate e non essere così smaccatamente entusiasta, ma invano. Va bene, la prossima volta sarò più seria. No, meglio che non lo giuri…
La produzione narrativa di Neil Gaiman non si limita ai romanzi o alle fiabe dedicate ai bambini, ma spazia ampiamente nel campo della sceneggiatura, sia per quanto riguarda il mondo dei fumetti che quello del cinema. Nel 2005, per esempio, è uscito per il mercato anglosassone il film Mirrormask (La Maschera-Specchio), scritto da Gaiman e diretto da Dave McKean. La collaborazione tra i due è proseguita anche sulla carta ed il risultato è il racconto illustrato omonimo, edito da Mondadori.
La trama riprende il tema centrale più caro a Neil Gaiman, ovvero un protagonista sperduto tra sogno e realtà. In questo caso al centro della vicenda troviamo Helena, una quindicenne che vive in una famiglia circense ma che vorrebbe poter avere una vita più simile a quella delle sue coetanee. Un giorno, dopo un brutto litigio, la madre perde i sensi e deve essere ricoverata.
Afflitta da feroci sensi di colpa, la ragazzina si trova all’improvviso in una realtà parallela in cui una materia oscura sta distruggendo ogni cosa. Aiutata dal vagabondo mascherato Valentine, Helena scopre che la regina bianca di quel mondo è gravemente malata e solo la Maschera di Specchio potrà salvarla e mettere a posto le cose. Purtroppo questo magico elemento è custodito nel regno dell’Ombra ed è lì che la nostra eroina dovrà avventurarsi, alla scoperta di una verità ancora più spaventosa perché il pericolo ha origine da se stessa e forse non potrà essere arginato.
Illustrato con alcune immagini del film, ma anche con disegni originali che ricordano da vicino il tratto di The Sandman (l’opera per cui Neil Gaiman è diventato famoso), Mirrormask è un’avventura breve ma mozzafiato. Se l’argomento della bimba smarrita nel sogno è facilmente riscontrabile in un capolavoro come Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol e verrà successivamente ripreso dallo stesso Gaiman nel più famoso Coraline, la visionarietà di quest’opera è tutta particolare.
L’ambiente del circo, le maschere, la stessa ambiguità del personaggio di Valentine (la caratterizzazione senza dubbio meglio riuscita) sono tutti riflessi delle incertezze che accompagnano l’adolescenza. Lo strato onirico è solo la via che conduce all’inconscio, in cui i personaggi si muovono sempre in bilico tra la loro realtà e la nostra, capaci di agire in entrambi i mondi.
Trattandosi di un semplice racconto, per di più estratto da una sceneggiatura, certi passaggi mancano di un approfondimento che li avrebbe resi più comprensibili, ma anche il senso di indefinitezza può rivelarsi un vantaggio, se usato da un bravo scrittore: a volte il non detto è uno spazio lasciato libero per la fantasia del lettore che non può più rimanere passivo. Quindi anche questa volta il signor Gaiman fa centro, e lo fa a modo suo: invitandoci a entrare nel mondo dei sogni e costruire la nostra parte .
Sembra che ogni generazione debba avere un “giovane Holden” in cui rispecchiarsi. Gli adolescenti degli anni Novanta hanno trovato il loro libro-immagine in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, l’esordio narrativo di Enrico Brizzi, edito da Baldini & Castoldi.
Jack Frusciante (il cui vero nome è John) era un componente dei Red Hot Chili Peppers e lasciò la band all’apice del loro successo: qui viene utilizzato come metafora per simboleggiare le scelte controcorrente, quelle che la maggior parte della gente giudica prive di senso e che non si sa dove portino. Il protagonista, un diciassettenne di nome Alex, si muove nella sua città – Bologna – cercando di rendere proprio questo stile di vita, nel tentativo di uscire dagli schemi troppo stretti che la società sembra già avergli disegnato attorno.
Insieme a lui ci sono gli amici di sempre, quelli del “complesso punk rock parrocchiale” con i quali condividere sbronze e filosofie, ma anche Martino un ragazzo più grande, ricco e tormentato, chiaro simbolo di come non sia il denaro a dare la felicità. Quando Alex incontra Adelaide la sua vita si rivoluziona all’improvviso: i due cercano una profondità di rapporto che i loro coetanei nemmeno sognano in quattro mesi d’amore senza nemmeno un bacio, ma pieni di favole scritte su un quaderno, di concerti, di serate passate a scambiarsi pensieri e tenerezze.
Non so se questo libro possa realmente definirsi “lo specchio di un’intera generazione”, ma di certo le esperienze del “vecchio Alex” fanno parte del bagaglio di moltissimi di noi. Anche il linguaggio, in certi casi un vero e proprio gergo, è tipico di una precisa fascia di età (al giorno d’oggi, forse, il libro sarebbe stato scritto con lo stile sms) tanto che ho sentito più di un adulto lamentarsi di non aver capito al primo colpo certe espressioni.
Le considerazioni di Alex sulla vita, la politica e la religione, ma anche sulla famiglia e l’impegno nel raggiungere i propri obiettivi, hanno una loro profondità specie per quanto riguarda i dubbi che, prima o poi, attanagliano tutti su come non sempre sia facile inserirsi in una società che appare ipocrita e qualunquista come quella dell’Italia del nostro tempo. Oltre alla storia d’amore, che è un tema sempreverde, gli argomenti sono dunque molto attuali il che rende il libro piuttosto interessante anche dal punto di vista dello spaccato sociale, che è molto ben contestualizzato.
I personaggi sono accuratamente delineati nei loro differenti caratteri; naturalmente il punto di vista soggettivo del protagonista, che si autodefinisce un “tardoadolescente skazzato” , è quello che filtra tutto il resto e conferisce alla realtà del libro spunti a volte divertenti, a volte amari, qualche volta surreali.
In conclusione, questo libro si può leggere tranquillamente sotto l’ombrellone, se si vuole una lettura disimpegnata capace sia di strapparci qualche sorriso, sia di farci sospirare per la nostalgia di un’Italia che – sebbene non così lontana – sembra già essere un ricordo.
Che belli, gli anni Ottanta. Non credo sia un caso che il “revival” a cui assistiamo e che riporta alla luce film, canzoni, cartoni animati e addirittura capi di vestiario (siete pronti per il ritorno dei jeans a vita alta?) abbia un’accoglienza così calorosa. Il perché è facile da trovare: l’atmosfera di allora ha ancora un profumo di pulito per coloro che oggi veleggiano attorno ai trent’anni.
I puffi imperversavano in tv, Snoopy sui diari scolastici e alla radio facevano il loro esordio Madonna e Michael Jackson. Tutto sembrava, chissà perché, più luminoso e sincero. E luminoso e sincero è il libro di Marco Bernini, Il mare in fondo alla strada, edito dalla Società Editrice Fiorentina (SEF) che già nel febbraio del 2008 aveva pubblicato I racconti della balaustra, primo libro della trilogia.
Il protagonista è Marco (e non credo che la corrispondenza tra il nome del personaggio e dell’autore siano puramente casuali), quindicenne di Livorno, che si muove sullo sfondo della sfolgorante estate 1986 con i suoi amici più cari: Tony, Maso e Bitta. Insieme a loro ce ne andiamo a spasso per la città toscana, ci mettiamo in mostra davanti alle ragazzine in spiaggia, assistiamo ai piccoli successi così come ai clamorosi disastri sentimentali che hanno caratterizzato l’adolescenza di ciascuno di noi in un periodo in cui ancora telefonini e social networks erano mezzi da fantascienza e i ragazzini fantasticavano attorno ad un bacio o ad un ballo lento che permettesse un piccolo abbraccio.
Per il nostro eroe, in particolare, le speranze, i batticuori e le delusioni sono legati ad una misteriosa Lei, una ragazza un po’ più grande, più maliziosa, sempre pronta a gettare l’esca per poi ritirarla precipitosamente. Lei che aleggia anche solo come pensiero nell’immaginario di Marco e non vuol sparire, nonostante i tentativi di distrazione che lui cerca di tenere in piedi, con ragazzine più tenere, sincere e abbordabili. Il percorso di crescita raccontato in questo libro ha toni leggeri, ma non è indolore e questo si evince dalle ultime pagine, che non vi svelo, perché per me sono state una piccola e gradevole sorpresa.
La facilità con cui ci si rispecchia in Marco e nei suoi amici è data sia dalla ricchezza dei particolari “d’epoca” (ad esempio è ottima l’idea di intitolare ogni capitolo con una canzone in voga allora) che dallo stile scorrevole, frizzante ed in un certo senso familiare anche per chi come me non è toscano. Alcuni modi di dire della parlata livornese si evincono facilmente dal contesto e consentono al lettore di tuffarsi in pieno nell’ambiente che si viene a creare con grande precisione. Il punto di vista soggettivo ci dà l’idea di una raccolta di ricordi preziosi ed è come se l’autore volesse farcene dono.
L’edizione mi pare molto curata: la copertina ad opera di Lorenzo Montagni ed Andrea Tasso è un simpatico “fumetto” che si adatta benissimo allo spirito del libro; anche l’editing e la correzione di bozze si rivelano ottimi (infatti il testo è sempre coerente e non esistono refusi).
Il mare in fondo alla strada non sarà forse il capolavoro del secolo, ma è un delicato esempio di come i ricordi possano essere raccolti ed offerti ad un pubblico, creando un intrattenimento allo stesso tempo spiritoso e malinconico. Essendo anche piuttosto breve (nemmeno un centinaio di pagine) è l’ideale per essere infilato nelle borse da mare e potrebbe essere una compagnia più che piacevole sotto l’ombrellone in attesa di un seguito che – si vocifera – dovrebbe arrivare a breve.
Una storia che è in realtà tre storie, o meglio tre punti di vista, in Sangue misto. Tre umanità atomizzate, un ragazzo, un uomo e una donna che raccontano il loro vivere insieme, giorno per giorno, e il loro interagire con un mondo spesso estraneo, quando non ostile.
Sembrerebbe la storia più banale del mondo, non fosse che l’ambientazione e i personaggi descrivono, nel loro parlare di sé, le vicende dell’indipendenza congolese dal Belgio, la fine di un’era coloniale; e se questo discorso non ci arrivasse da un autore come Albert Russo, nato in Africa e vissuto poi anche in America ed Europa, uno scrittore che conosce bene le vicende tanto da disegnare personaggi reali.
Spesso infatti, sembra che la narrazione del protagonista si fonda con lo sguardo dell’autore, che assuma una posizione più autobiografica, raccontando turbamenti e difficoltà vissute in prima persona nei difficili anni della crescita. Non implica però una narrazione diaristica, perché lo sguardo è sempre tanto ampio abbracciare tutti i personaggi.
Leopold è il sangue misto del titolo, un ragazzo a metà fra il nero e il bianco sia fisicamente sia culturalmente, cui è impossibile appartenere a uno dei due gruppi: emarginato dai neri per i suoi usi e la sua lingua, emarginato dai bianchi per il colore della sua pelle. Ma non è l’unica figura emarginata del libro. Il secondo narratore, infatti, M’sieur Harry, vive una sorta di esilio volontario, la sua omosessualità è vissuta, coerentemente rispetto agli anni Cinquanta, il tempo del racconto, con un misto di vergogna e colpa, col desiderio di essere accettati e la necessità di restare nascosti.
Infine Mama Malkia, fiera come il suo nome le impone (il significato approssimativo è regina madre), lontana dagli usi tribali ma anche dalla passiva accettazione della condizione inferiore riservata ai neri dai bwana. A suo agio in questo nucleo così stravagante, è lei a tenere vivo il legame della famiglia. Dai loro scambi emerge la quotidianità della vita coloniale, i rapporti e le differenze tra i colonizzatori e gli autoctoni; le loro vicende umane raccontano anche quelle di un paese che si affranca dal suo conquistatore, che cerca di trovare una dimensione di unione tra la tradizione, l’armonia tribale e il modo occidentale.
Russo è molto equilibrato nell’affrontare questi temi, rifuggendo il facile gioco di rappresentare gli occidentali come cattivi e gli africani come portatori di sani valori. Riesce a riconoscere e mettere in risalto le cose buone che il Belgio portò in Congo (scuole, ospedali, infrastrutture) ma anche a parlare della spinta indipendentista senza esaltazioni.
Per quel che riguarda la scrittura, beh, è inaspettata: l’autore ha un’incredibile duttilità nel cambiare toni, modi e registri, adeguandoli alle varie esigenze. Ho l’impressione che la traduzione non sia sempre perfetta, ma l’edizione è veramente bella e curata, per non parlare della copertina, che ha anche un’ottima scelta di carta.
Insomma, il libro adatto per colmare le nostre lacune sulla storia recente di un paese (e di un continente) che conosciamo davvero troppo poco.
Come saremmo se, ancora all’età in cui si comincia a profilare l’adolescenza, con la mente fresca che comincia a scalpitare, un mentore decidesse di aiutarci a porre (e porci) le domande giuste? Il mondo di Sofia, di Jostein Gaarder, in fondo, si può condensare in quest’unica domanda. Che è poi, come direbbe Kundera, una di quelle che meritano davvero d’essere poste.
Jostein Gaarder compie con la filosofia l’operazione che Guedi successivamente applicherà alla matematica: renderla avvincente, formativa e divertente trasformandola in un’avventura adolescenziale in forma di mistero. Un intrigo senza delitto, una storia con più storie al suo interno, personaggi paralleli, tutto potrebbe sembrare tranne che un testo divulgativo.
Le parti più prettamente filosofiche e saggistiche infatti sono abilmente inframezzate alla narrazione, in piccole dosi e con un linguaggio a portata di adolescente. Sofia sta per compiere gli anni, infatti, e appena un mese prima di quella data comincia a ricevere delle lettere inspiegabili. Non sono affrancate, a volte constano di una sola frase, altre volte contengono lunghi racconti, a volte non sono neppure indirizzate a lei.
Ogni volta, però, portano con sé delle domande, anzi le domande, quelle che distinguono l’uomo come essere razionale (direi solo potenzialmente razionale). Alle domande contenute nei plichi corrispondono anche molte questioni che coinvolgono invece la vita quotidiana di Sofia, e della misteriosa Hilde: in che modo sono collegate le due ragazze? Chi porta i plichi e, soprattutto, chi li scrive?
Utilizzando un espediente così semplice Gaarder affronta l’intera storia del pensiero filosofico occidentale, dalle prime, importanti, domande sull’origine del mondo e sul sé, fino ai pensatori più recenti, per quanto complessi da riassumere e rendere fruibili. Provate a spiegare Freud a un dodicenne: questo è il tipo di difficoltà con cui l’autore si confronta, uscendone vincitore.
Sì, perché nonostante l’argomento serio e intrinsecamente difficile, la sua affabulazione, la capacità di creare piccoli inattesi colpi di scena e costruire un intreccio giallistico di prim’ordine (senza cadavere, ma pur sempre giallo) tengono sempre alta la curiosità, la voglia di voltare pagina. Inoltre riesce nel difficile compito di adeguare di volta in volta la scrittura alla nuova consapevolezza della protagonista, al suo avanzare nella trama e nella conoscenza.
Lo stile del professore è quello che avrei voluto per i miei insegnanti di filosofia, sempre lineare, scherzoso, lieve, ad alleggerire il peso dei concetti che esprime; e rileggendo il libro – ché di rilettura si tratta, stavolta – ancora una volta mi sono lasciata catturare e mi sono immedesimata nel personaggio, a più di dieci anni di distanza (forse sono cresciutella per immedesimarmi in una ragazzina, ma tant’è).
È un libro che attraverso le domande apre la mente, consigliato ai ragazzi per accostarsi a una materia troppo spesso resa austera, e agli adulti per rispolverare in allegria conoscenze che talvolta sono solo nozioni.
Primo Hornby che leggo, spinta da una cara amica, Un ragazzo è uno di quei romanzi che speravo di incrociare da tempo: semplice, pulito, interessante senza dovere a tutti costi essere sconvolgente o spiazzante. Uno di quei libri che ti convincono ad approfondire la conoscenza di un autore.
Mi dicono ne sia stato tratto un film, About a boy, con Hugh Grant, ma che non si tratti esattamente della stessa storia; del resto sono rarissimi i casi in cui la trasposizione cinematografica riesca a rendere tutta la gamma di sensazioni ed emozioni di un libro e unici quelli in cui il film è addirittura superiore alla sua versione cartacea (ne conosco solo uno, e no, non ve lo dirò).
Il titolo rischia di essere fuorviante, perché in realtà non si capisce mai quale sia il ragazzo, dei due personaggi narranti che si alternano nel romanzo: Will, tardoadolescente di appena 35 anni, e Marcus, preadolescente eppure già adulto. Sono le loro due storie e i loro due punti di vista a raccontare dell’incontro che cambierà la loro vita senza roboanti o eclatanti conseguenze, ma fornendo un modo diverso di percorrere le stesse strade.
Marcus è un normalissimo dodicenne disadattato, con genitori separati, con un modo di vivere condizionato dalla madre e un disagio nel relazionarsi agli altri, coetanei o adulti. Will ritiene di non essere condizionato da nulla e di aver scelto una vita perfetta, senza problemi e solo gioie. Ognuno di loro troverà nell’altro un modo per completarsi e portare equilibrio nella propria esistenza.
In tutto ciò si discetta del concetto base di famiglia, di unione a lungo termine, di figli e, perché no, di malattie moderne e antiche come la depressione, senza esagerare e senza moralizzare. Se ne parla come di norma, senza tragedie pseudopsicologiche né isterismi: sono eventi che appartengono un po’ alle vite di ognuno, dei nostri amici, vicini, familiari, e che vanno trattate per quel che sono.
Elegante è il libro, e non solo; anche lo stile e la scrittura, sobri e quindi efficaci, riescono ad appassionare al di là della bellezza del tema portante, ma proprio per le loro caratteristiche di essenzialità e misura. È un libro a cui non avrei tolto neppure una riga, una parola, e non è da tutti.
Ne esistono due edizioni, una economica edita dalla Tea e una Guanda; ma in qualunque scegliate troverete una narrazione equilibrata e coinvolgente sul concetto di famiglia nei tempi moderni, che faccia riflettere su quanto possiamo imparare gli uni dagli altri, semplicemente allargando il confine mentale della nostra famiglia.
Da leggere, per genitori e non, e per gli adolescenti irrimediabilmente diversi.
***ATTENZIONE RECENSORE INCAVOLATERRIMO, la recensione potrebbe esulare leggermente dal contenuto del romanzo***
Allora, ti ritrovi davanti questo libro, con la copertina che sembra un’insalata, e già ti spaventi, che sono le edizioni del papa e magari se ti comporti male mentre ce l’hai in casa ti scomunicano. Così leggi il titolo: Tobia. Trattieni il respiro, sperando che non siano pagine e pagine sul cane di Hamtaro, il criceto più famoso della tv.
Sottotitolo: “Un millimetro e mezzo di coraggio”, e qui ti fermi. Andiamo, pensi, io con il mio metro di gamba arrivo a stento al frigorifero, uno con le gambe meno di un millimetro, dove diamine potrà andare?
E poi te lo ritrovi che gira in lungo e in largo per la corteccia di un albero, che rischia la vita ogni trenta secondi e si salva sempre; e allora, pensi, avrà anche un millimetro e mezzo di altezza, questo tipo, ma ha anche un culo grande quanto la Germania!
Apri il libro su una pagina a caso.
“Spelati?”
Grandioso, un libro di cucina con evidenti errori di ortografia.
Dai un’altra possibilità, ad un’altra pagina.
“Spelati?”.
Di nuovo. O la tua sorte è molto monotona, o l’autore ha poca fantasia e un pessimo editor.
Alla fine, convinto che ci debbano essere almeno due o tre parole scelte con criterio, la prendi come una sfida: lo leggi.
E come ogni storia scritta per ragazzi e quindi semplice da assimilare, ti riporta a quando avevi pochi anni e non te ne stacchi più, neanche del più piccolo sottomultiplo di un millimetro, del quale ora mi sfugge il nome. Tra ragni giganti (dal punto di vista adottato), allevamenti di cocciniglie e corse a perdifiato da un ramo all’altro, il mondo dell’albero diventa il tuo, il microscopico diventa il normale e il “tuo” macroscopico non riesci quasi più a ricordarlo.
L’autore, ovviamente, com’è buona norma, mette su un albero tutto lo scibile sulle problematiche odierne: il conflitto scienza buona/scienza cattiva, il progresso che uccide la natura, i buoni perseguitati, i cattivi brutti, i quesiti sull’ultraterreno (ehm…l’ultraalberreno) e bla, bla,bla. Ovviamente, aggiunge tutti quei sani principi che in un libro per ragazzi non possono mancare: l’amicizia, la famiglia, l’avventura e l’amore.
Essendo un’edizione di stampo religioso, ovviamente si dimentica del sesso, ma questa è un’altra storia (nel senso che, in Tobia, non c’è neanche come concetto astratto).
Prosegui con tanti quesiti esistenziali fino alla fine e…DOV’È LA FINE?
Ti rendi improvvisamente conto che Tobia finisce nel secondo volume.
Rimpiangi di non avere l’autore a due millimetri e mezzo, che il coraggio di pestarlo a sangue non ti mancherebbe.
***ATTENZIONE RECENSORE INNAMORATERRIMO, guarda sconfortato gli scaffali [1] della libreria, chiedendosi perché non ha comprato anche il secondo volume.***
[1] Va bene, i libri sono impilati disordinatamente su una mensola; pignoletti, da queste parti, eh?
Io con questo romanzo ho fatto un errore: fino a metà l’ho letto dando per scontato che fosse una storia realmente accaduta. La vera vita dello scrittore che, preso da impulso di confessione, ha voluto con Middlesex raccontare la vita della sua famiglia e di se stesso, vendendo al pubblico ludibrio la sua esperienza di “diverso”. Ma così a quanto pare non è, amen.
La storia in effetti si presta a stuzzicare la fantasia dei lettori più maliziosi. La quarta di copertina, o meglio il retro nell’edizione economica Mondadori che io ho letto (ne esiste una con rilegatura rigida), ci annuncia che è la storia di Calliope, ragazza dal mitico nome greco affetta da una rara forma di ermafroditismo.
Callie, come la chiamano in famiglia, nasce sana e bellissima nel lontano 1960 a Detroit. Figlia di emigranti greci, conduce una felice infanzia da bambina vivace e molto amata, ma anche assolutamente cosciente di essere femmina. Durante l’adolescenza capisce che qualcosa non va nel suo sviluppo fisico: inizia a diventare troppo alta per una ragazza, ad avere atteggiamenti eccessivamente mascolini e a desiderare sessualmente la sua migliore amica.
Ed è così che nasce (o meglio dire rinasce) Cal. Percorso naturalmente doloroso quello che è obbligata a compiere all’interno di una clinica per disfunzioni di genere, dove capisce ciò che in realtà la sua natura stessa le sta dicendo, attraverso le spontanee trasformazioni del suo corpo: è un maschio e da maschio deciderà di vivere tutta la sua vita.
Fa da cornice al romanzo la storia della sua famiglia, dai nonni ai genitori. Con la scusa di volerci dimostrare come la disfunzione sia passata da generazione a generazione, attraverso un gene colpevole, Calliope ci racconta di quando i suoi nonni emigrarono da una Grecia in guerra contro i Turchi (inizio secolo scorso) a Detroit. E di quando i suoi genitori si innamorarono, essendo cresciuti nella stessa casa, e decisero di avere un secondo figlio “e che stavolta sia femmina”. Sta tutto in queste storie il motivo genetico della sua “particolarità”.
Ho letto delle recensioni su questo romanzo di Eugenides, e nella maggior parte di queste si critica il fatto che l’autore avrebbe benissimo potuto tagliare metà delle pagine per migliorare la lettura della storia (sono esattamente 602). Lo si accusa di prolissità insomma. Vero è che ci sono diversi punti in cui descrive con eccessiva dovizia di particolari una determinata scena, in cui ci fa sapere anche la marca del dentifricio che usava la nonna, ma il risultato è una storia talmente avvincente da perdonargli questi momenti di logorrea e andare avanti con la lettura appassionata degli avvenimenti di tre generazioni. Dopotutto ha vinto il Pulitzer nel 2003 con questo libro.
Ne consiglio quindi la lettura a chi interessano le saghe familiari, e a chi come me si lascia influenzare dalle quarte, pardon, seconde, di copertina leggermente maliziose. Piccola curiosità: Middlesex, il titolo, non è affatto quello che pensate.