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Negli anni ’80, tra i filoni di grande successo dedicati ai robottoni e alle orfanelle, si inseriva nel panorama degli anime quello dedicato agli sport, che aveva i suoi cavalli di battaglia in fenomeni come Mimì e la Nazionale di Pallavolo, Mila e Shiro, Holly & Benji.
Nell’ambito dei fumetti, la diffusione dei “manga sportivi” non ha avuto certo il medesimo effetto, ma sul finire degli anni Novanta il Giappone (e successivamente l’Italia) è stato travolto da una squadra di basket molto particolare, formata dai protagonisti dell’opera di Inoue Takehiko: Slam Dunk.
Chi conosce bene la trama di Mila e Shiro potrebbe trovare qualche somiglianza: il personaggio principale è infatti un ragazzo dai capelli rossi, ribelle per non dire teppista, che per ottenere l’amore di una ragazza si butta anima e corpo nello sport. In questo caso si tratta di pallacanestro, perché il nostro Hanamichi Sakuragi ha la fortuna di essere altissimo (per o meno per gli standard giapponesi).
La squadra del liceo Shohoku non ha grandi elementi di spicco; per lo meno all’inizio l’unico giocatore degno di questo nome è il capitano Takenori Akagi che è anche il fratello di Haruko, la musa ispiratrice di Hanamichi. Tuttavia ben presto il team si arricchisce di nuovi elementi come Hisashi Mitsui, un teppista con un passato da grande giocatore alle scuole medie, Ryota Miyagi grandissimo playmaker penalizzato dalla scarsa altezza e soprattutto Kaede Rukawa, promessa del basket, bravo quanto arrogante e – ciò che è peggio – capace di far andare in visibilio tutte le ragazzine, Haruko compresa.
Il percorso dello Shohoku per arrivare alla conquista del campionato è l’anima del fumetto, tuttavia non mancano le situazioni di vita personale, i problemi adolescenziali, le gelosie, le difficoltà ma anche le soddisfazioni che animano una squadra così eterogenea e particolare. Il tratto di Inoue è pulito, i dialoghi spesso esilaranti, specie nelle parti che vedono contrapposti i due rivali Sakuragi/Rukawa. C’è, inoltre, una serie di personaggi di contorno di forte impatto; il più delle volte si tratta di avversari da battere come Akira Sendo, talentuosa ala della squadra del liceo Ryonan.
Lo sport è, naturalmente, il vero protagonista dell’opera con la sua capacità di unire e migliorare i caratteri di coloro che vi si dedicano; lo humor sempre presente impedisce al lettore di annoiarsi o anche solo di far calare la propria attenzione e le vignette in superdeformed piazzate nei momenti più impensati rendono simpatici anche quei personaggi che nel continuum della storia avrebbero i ruoli più solenni o distaccati.
Da Slam Dunk è stato tratto anche un anime e diversi OAV, segno del successo del’opera. Forte di questo consenso, l’autore si è dedicato ad altri due manga sullo stesso argomento: Buzzer Beater e Real; quest’ultimo tratta però del mondo del basket per disabili e va a toccare una tematica sociale decisamente innovativa per il mondo dei fumetti.
Più volte navigando in internet mi sono detta che certi ragazzi – autori sconosciuti di fan fiction (abili cioè nello sviluppare trame alternative per serie di anime, telefilm o libri molto amati) – meriterebbero la pubblicazione più di molti nomi che siamo ormai abituati a vedere sugli scaffali delle nostre librerie. Fino ad oggi, però, sembrava che la categoria dei “fanwriters” fosse relegata alla letteratura di serie B, senza alcun riconoscimento se non le dichiarazioni di stima dei lettori dei siti dedicati.
Finalmente questo muro di gomma si è rotto, grazie a Lara Manni ed al suo Esbat, che in origine era una fan fiction su Inuyasha (alzi la mano chi non conosce il mezzo demone con le orecchie canine creato da Takahashi Rumiko. Se proprio non vi viene in mente potete documentarvi su wikipedia), ma che ha finito poi per discostarsi dalla traccia originale per arrivare alla stesura di un racconto particolare ed avvincente.
Esbat è il nome con cui nella wicca viene chiamato un rituale che può compiersi solo con la luna piena e attraverso cui, in questa storia, il demone Hyoutsuki (Luna di ghiaccio) esce dal manga in cui è relegato perché desidera che l’autrice modifichi un finale che lo vedrebbe perdere le sue caratteristiche originali per diventare una spregevole imitazione di essere umano da cuore tenero.
La disegnatrice giapponese, chiamata solo Sensei (maestra), ha infatti il potere di interferire tra le dimensioni e modificare mondi che lei crede di aver inventato ma che esistevano già da prima. La donna non può fare a meno di innamorarsi del demone, così freddo e perfetto da scatenare la follia in chi lo guarda. Allo stesso tempo si intrecciano le storie di alcuni fan giapponesi, e di due ragazzi italiani appassionati al fumetto; in particolare si sviluppa la vicenda di Ivy, un’adolescente infelice, che ha anche lei a sua insaputa il potere di modificare i mondi e potrebbe diventare dunque facile preda per lo spietato Hyoutsuki.
Anche se la trama principale segue l’ossessione della Sensei, sento di poter definire Esbat come un romanzo corale in cui le varie voci si uniscono a creare un insieme omogeneo. Lodevole è il tentativo di combinare due realtà così diverse come l’Italia e il Giappone e a questo proposito devo muovere il mio piccolo appunto (niente più che un’impressione personale, dato che ho studiato giapponese all’università): le ambientazioni ed i personaggi sono ottimi nella loro caratterizzazione; ciò che suonano un po’ troppo “occidentali” sono i riferimenti a cui tali personaggi si rifanno. Si tratta infatti di poesie, canzoni, citazioni italiane o americane e questo – come chi ha vissuto in Giappone ben sa – è un po’ forzato.
Ciononostante, non si ha mai l’impressione di avere tra le mani un testo su cui l’autrice non abbia lavorato, al contrario. È chiaro il processo di studio sulle espressioni, persino sui nomi propri, nonché sulle differenze di linguaggio adatte per trasmettere le disparità culturali e sociali tra i vari personaggi ed infatti l’insieme funziona e si trasforma in una storia cupa, che si affaccia al confine tra l’horror ed il fantastico senza mai acquietarsi, senza mai annoiare.
Anche alcune tematiche come l’opposizione tra il caos e l’ordine (già viste in Pan del bravo Dimitri), la stregoneria, la facilità con cui gli adolescenti possono scivolare in sentieri sbagliati hanno una loro importanza e vengono toccate con serietà, pur seguendo il filo della narrazione principale. E Lara non ci fa mancare nemmeno una strizzatina d’occhio a Stephen King e alla sua “Carrie”, nei personaggi di Ivy e della compagna di scuola, Chris.
In conclusione: Esbat è un bel libro per tutti gli amanti della letteratura fantastica e una prova che la mia generazione – cresciuta a pane e cartoni animati giapponesi – sta affilando le armi per dimostrare che ci sono elementi capaci di buona letteratura. Se questo è un apripista, ho ragione di intravedere un futuro più roseo di quanto avessi osato sperare.
Con una morbida copertina azzurro cielo tempestata di numeri e stelline e le dorsali di pagina dello stesso colore, la Newton Compton Editore confeziona il secondo romanzo dell’autrice britannica Scarlett Thomas: PopCo. Il titolo è il nome della multinazionale del giocattolo per la quale la protagonista, Alice, lavora come creativa.
L’azione parte quando tutti i più brillanti membri della ditta vengono selezionati per un progetto segreto ed inviati in una sorta di “villaggio” dove seguire corsi di aggiornamento, partecipare a surreali riunioni marketing e trovare l’idea del secolo. Non è tutto oro ciò che luccica, però, ed Alice scoprirà a proprie spese quanto questo proverbio calzi a pennello nell’azienda alla quale sta sacrificando ogni attimo del suo tempo.
Qualche tempo fa ho letto il romanzo d’esordio della Thomas (Che fine ha fatto Mr. Y?) e ne ho apprezzato la grande fantasia e l’ottima capacità di unire l’elemento irreale con una parvenza di attendibilità scientifica e filosofica, fatto che mi sembrava divertente e che mi ha spinta a comprare anche questa sua seconda fatica. Devo dire, però, che pur se anche PopCo presenta una trama accattivante e personaggi simpatici, l’autrice si perde un po’ troppo nel voler infarcire il testo di nozioni di carattere crittografico e matematico, che risultano inutili per l’evolversi della storia e finiscono per appesantire il tutto.
Mi spiego meglio: la protagonista è una trentenne con la particolarità di essere una geniale crittografa (coloro che sanno decifrare i codici come ENIGMA, per esempio). Questa abilità è spiegata nel racconto della sua infanzia, vissuta con i nonni, grandi matematici e crittografi essi stessi. Fin qui tutto filerebbe liscio se non ci fossero decine di pagine dedicate a ragionamenti sulla decrittazione che vanno troppo per le lunghe: si perde interesse e non si vede l’ora di voltare pagina per riprendere il filo della trama originale, che è davvero interessante.
Inoltre, il personaggio principale è molto ben approfondito psicologicamente (anche perché il romanzo è narrato in prima persona), ma ciò va a discapito degli altri che sembrano non avere troppo spessore.
Nonostante questo, ammetto che il libro, in generale, mi è piaciuto. Mi ha lasciato una buona impressione e – overdose di crittografia e nomi di matematici sconosciuti a parte – ho apprezzato lo svilupparsi di una trama che tocca una grande quantità di temi importanti, come il controllo che le multinazionali cercano di ottenere sui nostri gusti attraverso le strategie di marketing, o la presa di coscienza di come i giochi di ruolo, i forum e il mondo di internet in generale stiano diventando elementi di comunicazione in cui sempre più persone si riconoscono.
Come premesso all’inizio, l’edizione è bella e curata, per lo meno dal lato estetico, ma devo dare un voto negativo alla correzione delle bozze, praticamente inesistente (ho contato dieci refusi: decisamente troppi per i miei gusti!).
PopCo è un libro che vi consiglio comunque, se amate gli enigmi e se siete tra coloro che sostengono la giustizia sociale e l’equosolidarietà (verso la fine capirete perché), ma anche se avete voglia di leggere qualcosa che vi faccia riflettere sui vostri stessi gusti e vi faccia domandare da dove provengono: la Thomas riesce nell’intento di insinuare molti dubbi e questo, secondo me, rappresenta il successo dell’opera.