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Il segnalibro

Scritto da: il 26.08.08 — 6 Commenti
Sembra che l'estate sia il momento adatto per lasciare andare il pensiero alle frivolezze, per cui mi arrendo a me stessa ed alla mia stanchezza e vi parlo di una delle mie passioni: i segnalibri. Sono quasi una collezionista, ed il quasi si riferisce al fatto che l'oggetto da me raccolto, il segnalibro, viene effettivamente usato e vissuto fino alla disgregazione. Non sono il tipo di persona che tiene le cose da parte, "ché poi si rovinano", tutto va utilizzato, fosse anche l'ultimo oggetto di quel tipo. Probabilmente è una visione epicurea (nel senso filosofico e non antonomastico), ma è quel che penso. Il segnalibro mi attrae, mi interessa come oggetto, non solo per la varietà di forme, materiali, colori, ma per il concetto stesso di cui è vessillo: il libro non va rovinato. Non intenzionalmente almeno. Alcuni miei libri sono prossimi alla disgregazione per le troppe riletture, ma mai nessuno di loro ha subito "l'onta" delle piegatura, o orecchia. Certo, in casa mia si combatte una battaglia senza quartiere: mio marito usa il risvolto della copertina per segnalibro, o peggio ancora lascia il libro aperto col dorso all'insù. Io quindi cammino per casa coi segnalibri e li sostituisco al suo modo, per me barbaro, di segnare il punto. Tornando ai segnalibri, in tanti anni ho visto di tutto, da quelli giapponesi in iuta a quelli di legno (stile abbassalingua del dottore), da quelli del commercio equo e solidale a quelli d'argento con le incisioni. Alcuni funzionali, altri meno, altri ancora inutilizzabili. La mia preferenza personale va a due tipi specifici: il segnarigo, di cui ho perso le tracce, e l'accendimi. Il segnarigo, attraverso un sistema ingegnoso, si applicava al margine della pagina, in orizzontale invece che in verticale e aveva un piccolo indicatore che permetteva di ritrovare immediatamente il punto. Certo coi materiali di dieci anni ...
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