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Il Vangelo secondo Pilato: la rappresentazione teatrale, Schmitt-Mauri

Scritto da: il 18.12.09 — Comments Off
Assieme alle Arti Visive e soprattutto la musica, il teatro è una delle prime e più dirette espressioni artistiche. Non ha molto bisogno di astruse interpretazioni intellettuali, non presenta complicati ragionamenti filosofici, mostra l'uomo così com'è... o così come finge di essere e, in ogni caso, mostra l'uomo che parla all'uomo, al proprio simile, al pubblico. Come romanzo apparve nel lontano 1995, Schmitt lo adattò per il palcoscenico nel 2004 intitolandolo Mes Évangiles e, quattro anni più tardi, Glauco Mauri ne curò la versione italiana e la regia. Sapevo fin dallo scorso agosto che era in cartellone nel teatro della mia città e ieri, 29 novembre, sono andato a vedermelo. La compagnia era quella di Mauri-Sturno. di cui fa parte anche Marco Bianchi che impersona Sesto, lo scrivano di Pilato. Alle quattro e mezza in punto, Glauco Mauri è letteralmente comparso in platea, davanti al palco su cui è salito accompagnato da una breve sottolineatura musicale; e poi, disperato, ha preso la parte del Cristo nell'ultima notte nel giardino degli ulivi. Un Cristo impaurito, consapevole della propria condizione umana e di ciò che gli sarebbe accaduto poche ore dopo e, soprattutto il giorno dopo. Questo gli dà l'opportunità di riandare indietro coi ricordi per spiegare e spiegarsi come Egli e Dio erano arrivati fin lì. Un lungo monologo di un'ora per raccontare di Lui bambino, i suoi amici, il suo maturare di adolescente, il Suo rilevare “l'azienda di famiglia”, il laboratorio di falegnameria del defunto padre Giuseppe (anche se Lui, con pialla e chiodi, riconosce di non saperci fare più di tanto); il legittimo desiderio della madre Maria di vederlo sposato e padre di tanti bambini, come già avevano fatto i Suoi fratelli: per un ebreo farsi una famiglia era pressoché un dovere. E invece Egli non pensa a tutto ciò e va a ...

Il sangue di Manitou, Masterton

Scritto da: il 18.12.09 — 2 Commenti
Potrei riassumere l’intera recensione con una sola frase: “Il sangue di Manitou è un libro fantastico”. Mi rendo conto però che non potete credermi così, sulla fiducia; perciò vi darò qualche elemento affinché possiate farvi un’idea del perché il libro è fantastico. La storia si apre con Frank Winter, gastroenterologo del Sister of Jerusalem che si ferma a osservare una ragazza che si esibisce come mimo per le strade di New York. Meravigliato da come la ragazza sembri snodabile, il dottore commenta il fatto con un uomo accanto a lui, che sorride e gli dice che la ragazza è una pallida. Mentre Frank cerca di farsi spiegare il significato dell’affermazione, la ragazza stramazza al suo e vomita litri di sangue. Non suo. Interrogata, confessa di aver assassinato i suoi coinquilini e di averne bevuto il sangue per placare il bruciore del suo corpo che sembrava andare a fuoco; mentre i medici svolgono test e cercano di capire cosa succeda alla ragazza, questa muore improvvisamente e iniziano ad arrivare in ospedale centinaia di altre persone nelle sue stesse condizioni: tutti vomitano sangue e confessano di avere ucciso amici e parenti, persino i propri figli, per spegnere il fuoco che, dicono, li stava bruciando. Tutti, inoltre, dicono di fare da giorni lo stesso incubo; e tutti, inspiegabilmente, iniziano a recitare Tatal nostru, carele esti in ceruri. L’altra storia, parallela, segue Harry Herskine, indovino imbroglione dotato di qualche potere paranormale. La narrazione, che prima era in terza persona, passa alla prima e al punto di vista – spesso ironico – di Harry; i capitoli sono alternati fino a quando i due non si incontrano: il dottore, Frank, è stato infettato dalla ragazza, resuscitata sotto forma di stregoi, ovvero vampiro. Harry e Gil, un soldato incontrato per le strade infernali di NY, hanno scoperto grazie allo spirito ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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